Eusebi (Università Cattolica), ha ragione Papa Francesco, l’Ergastolo è inaccettabile


braccio cella“La risposta al reato non può essere un corrispettivo che ne rifletta i contenuti negativi, ma deve essere un progetto per fare giustizia e non vendetta”. Così, Luciano Eusebi, Ordinario di Diritto Penale all’Università Cattolica di Milano e alla Pontificia Università Lateranense, riassume il senso del discorso rivolto da Papa Francesco all’Associazione Internazionale di diritto penale, il 23 ottobre scorso. Nel testo il vescovo di Roma metteva, tra l’altro in guardia, dal populismo penale, cioè dalla convinzione che “attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali”.

“La funzione della pena deve essere quella di trasformare dei rapporti feriti in rapporti giusti”, spiega Eusebi. “Anche dal punto di vista cristiano fare giustizia, secondo la concezione biblica, significa fare verità sul male ma per la salvezza dell’interlocutore. La giustizia salvifica biblica, per i cristiani, ha la piena realizzazione in Gesù. E Gesù non è Salvatore perché la sua sofferenza compensa il peccato di Adamo, ma perché la sua giustizia, intesa come disponibilità a un progetto di amore dinanzi al male, si rivela in Dio salvifica tramite la Resurrezione”.

“È importante valorizzare questo concetto di giustizia anche in ambito umano soprattutto per realizzare una prevenzione realistica del crimine”, spiega il prof. Eusebi, autore del libro “La Chiesa e il problema della pena” (Editrice La Scuola).

“La prevenzione non dipende dalla minaccia del male: i paesi che applicano la pena di morte hanno un livello di violenza interna superiore agli altri, perché veicolano un modello di rapporto umano basato sulla violenza”.

“La prevenzione – spiega Eusebi – dipende dal coraggio di riconoscersi corresponsabili dei fattori che favoriscono la criminalità. Dal contrasto degli interessi materiali che stanno dietro ai reati. Dalla capacità di ottenere elevati livelli di consenso al rispetto delle norme, anche attraverso percorsi seri di rielaborazione e revisione di vita, da parte del reo, disponibilità alla riparazione e assunzione di responsabilità”.

“Solo una società che sia capace di cogliere i suoi livelli di corresponsabilità nei crimini, invece di costruire capri espiatori o nemici su cui concentrare tutte le caratteristiche minacciose, può contrastare la criminalità, evitando la disfunzione di un diritto penale che prende solo i pesci piccoli e non sa opporsi ai grandi interessi criminali”. “Per questo sono necessarie, come spiega il Papa, nuove forme di risposta al reato, le famose pene alternative, che ridiano al carcere il ruolo di extrema ratio”, aggiunge Eusebi.

“Non è una rinuncia alla prevenzione ma un modo di farla meglio”. “In questo ambito – conclude il docente di diritto penale – s’inserisce l’affermazione del Papa che l’ergastolo è una pena di morte mascherata. Se si toglie la speranza non si stimola alcuna rielaborazione del reato da parte di chi l’ha commesso.

Come ha affermato la Corte europea dei diritti dell’uomo l’ergastolo non può essere il paradigma di una pena che cerca la prevenzione rispettando la dignità della persona. Il compito del diritto penale è infatti costruire sulle fratture, anche le più gravi, e non delineare una serie di ritorsioni”.

Radio Vaticana, 28 ottobre 2014

Cassazione, sotto i 3 anni di condanna (prevedibile) no alla custodia cautelare in carcere


Corte di cassazione1Sotto i 3 anni di condanna (prevedibile) non si giustifica di norma la custodia cautelare in carcere. Va perciò annullata l’ordinanza che ha respinto la richiesta di applicazione di una misura meno grave presenta da parte di un cittadino extracomunitario accusato di furto aggravato in abitazione. Lo precisa la Corte di cassazione con la sentenza n. 44789 della Sezione penale feriale depositata ieri.

La Corte d’appello di Roma aveva confermato la custodia cautelare in carcere non tenendo conto della richiesta della difesa di commutare la misura negli arresti domiciliari e dando anche disponibilità all’utilizzo del braccialetto elettronico.

Il giudizio della Corte d’appello era però stato emesso prima dell’entrata in vigore del decreto n. 92 del 26 giugno 2014 con il quale è stata previ-sto come ulteriore caso in cui non può essere applicata 0 mantenuta la misura della custodia cautelare in carcere, quello in cui il giudice ritiene che con la sentenza di condanna, pronunciata all’esito del giudizio, la pena da infliggere non sarà superiore a 3 anni. Inevitabile allora l’annullamento e inevitabile anche il rinvio per una nuova valutazione alla luce del nuovo quadro normativo introdotto da pochi mesi.

Giovanni Negri

Il Sole 24 Ore, 29 ottobre 2014

Giustizia: Orlando; sulle Carceri abbiamo messo una pezza, adesso riforme


Andrea Orlando Ministro Giustizia“Il rischio di un nulla di fatto c’è, perché le dinamiche della concertazione a volte portano a questo esito, ma io penso che ci siano le condizioni perché la dinamica tra avvocatura e magistratura consentano di portare a casa una soluzione condivisa”.

Lo ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, parlando alla festa di Left Wing in corso l’altro circolo degli Artisti di Roma. Il guardasigilli ha indicato alcune delle questioni critiche cui il governo tenta di porre rimedio con la riforma che, ha confermato Orlando, sarà discussa tra due consiglieri ministri.

“Bisogna – ha detto Orlando – risolvere la carenza degli organici, altrimenti qualsiasi riforma non va avanti. C’è poi una sperequazione tra domanda e offerta di giustizia: serve una degiurisdizzazione, perché non è detto che tutto debba finire davanti a un giudice. Serve poi una depenalizzazione. Perché non è vero che si tratta di un’attenuazione della sanzione: casomai una sua maggiore efficacia. Dalla riforma del processo civile non bisogna aspettarsi effetti magici, ha effetto in un periodo lungo”.

Sulle carceri per Orlando “abbiamo messo una pezza, e non era scontato che il Parlamento riuscisse a legiferare visto il clima a che c’è. Ora si tratta di sistematizzare il tutto, spostare il peso sulle pene alternative, estendere la fascia grigia tra libertà e carcere. E intervenire sulla custodia cautelare: se il parlamento non riesce a mettersi d’accordo, penso debba intervenire il governo”.

Agnese Moro: “Mai più ergastoli. Sono contrari alla Costituzione”


Agnese Moro“L’ergastolo è come dire a una persona: ti vogliamo buttare via. Ma io non voglio buttar via nessuno”. Parla Agnese Moro. Pronuncia parole che riportano al passato e alla storia. Il suo non è un cognome qualunque.

“Si pensa che chi ha subìto un torto molto grave sia ripagato dalla pena inflitta al colpevole. Ma la mia esperienza personale mi ha insegnato altro”.

Ci vogliono anni per giungere al perdono

9 maggio 1978. Sono passati 55 giorni dal rapimento: in via Caetani viene ritrovata quella Renault 4 rossa. La figlia dello statista ha 25 anni. “All’inizio nella testa e nel cuore c’è solo confusione – spiega, l’accento romano, la voce lieve. Si vive sospesi non si riesce a ragionare. Ci vogliono molti anni per superarlo. Ma poi nel tempo si riflette, si capisce: la persona che ti è stata portata via non ti verrà restituita punendone un’altra. Così ho deciso”. Agnese Moro ha perdonato da tempo chi gli ha strappato suo padre e ha soffiato via la vita di cinque uomini della scorta. “Incontrare quelle persone mi ha aiutato moltissimo – racconta, riferendosi ai brigatisti – Nella mia mente vorticavano solo immagini mostruose, pensavo a qualcosa di onnipotente, di enorme. Invece ho capito che avevano un volto e avevano delle storie. Che erano esseri umani. E che sarei stata più felice se fossero riusciti a cambiare e a fare qualcosa di buono per la società”.

In visita presso “Ristretti Orizzonti”, primo giornale nato dietro le mura di un carcere

Moro ha rimesso insieme i pezzi della sua vita e ha perdonato. “Non dico che sia stato facile, il dolore non se ne va mai – sussurra – ma ogni incontro, ogni riflessione aggiunge un pezzetto”.

Venerdì 6 giugno è intervenuta al convegno “Senza l’ergastolo. Per una società non vendicativa”, organizzato all’ interno della casa di reclusione di Padova dalla redazione di Ristretti Orizzonti. Che, dal 1997, mette insieme alcuni detenuti del regime di alta sicurezza per far uscire dal carcere un giornale oggi seguito da migliaia di persone, online e su carta. “Agnese Moro è venuta in redazione e ha incontrato persone che hanno ucciso e commesso delitti gravi.

E a loro ha detto “non mi sentirei mai meglio a vedere qualcuno morire dietro le sbarre” – racconta Ornella Favero, direttrice della rivista. È da lì che partiremo domani, dall’idea di una giustizia mite e dalla necessità di misure alternative all’ergastolo: rieducative e integrative”.

“Credo che il carcere a vita non debba esser dato per scontato solo perché esiste da sempre – afferma Moro – penso che sia un’idea contraria alla nostra Costituzione. L’articolo 27 recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ecco, l’ergastolo non rieduca, non prevede un ritorno. Abbandona”.

di Alice Martinelli

Corriere della Sera, 10 giugno 2014

Carceri: Napolitano, situazione intollerabile. “Ripensare pene e sanzioni contro il degrado”


Giorgio Napolitano cella Napoli“Un ripensamento del sistema sanzionatorio e una rimodulazione dell’esecuzione della pena” sono “indispensabili per superare la realtà di degrado civile e di sofferenza umana riscontrabile negli istituti”. Il capo dello Stato Giorgio Napolitano torna su un argomento su cui più volte ha insistito, in messaggio inviato al capo del dipartimento della Amministrazione penitenziaria, Giovanni Tamburino. “In occasione del 197° anniversario della costituzione del Corpo sono lieto di formulare, a nome di tutta la Nazione e mio personale, le più vive espressioni di gratitudine agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria per il costante e generoso impegno che pongono nell’adempimento dei loro doveri istituzionali”.

Per Napolitano “la presenza vigile e la non comune professionalità del corpo di polizia penitenziaria hanno consentito di mantenere l’ordine e la sicurezza negli istituti nonostante la critica, intollerabile situazione di sovraffollamento, cui è urgente porre adeguato rimedio, e hanno contestualmente assecondato il percorso di rieducazione dei detenuti, contribuendo all’adempimento di precisi obblighi di natura costituzionale”. 

“Sono certo – continua Napolitano – che il continuo sforzo di aggiornamento, lo spirito di servizio e il profondo senso dell’istituzione che connotano la Polizia Penitenziaria ne agevoleranno l’utile impiego anche nell’ottica di un ripensamento del sistema sanzionatorio e di una rimodulazione dell’esecuzione della pena. Con il pensiero rivolto agli appartenenti al Corpo che hanno operato fino all’estremo sacrificio nell’assolvimento dei loro compiti, giungano a tutti voi, ai vostri colleghi non più in servizio e alle vostre famiglie i più fervidi voti augurali”.


LE INCHIESTE Sovraffollate per legge / L’isola delle carceri

Il 28 maggio scadrà il termine impostoci dall’Europa per risolvere il sovraffollamento delle nostre carceri. La Ue chiede una soluzione valida o imporrà una penale. Solo la Serbia è peggio dell’Italia in Europa. E’ uno dei dati pubblicati nel rapporto 2012 sugli istituti di pena del Consiglio d’Europa. Nel 2012, un anno prima della sentenza Torreggiani con cui la Corte di Strasburgo condannava il nostro Paese per il sovraffollamento carcerario infatti, l’Italia è risultata ancora una volta nella top ten di quelli con il maggior numero di detenuti per posti disponibili. In quel momento, con 66.271 detenuti e 45.568 posti disponibili, c’erano 145 carcerati per ogni 100 posti (la Serbia ha un rapporto di quasi 160 detenuti per ogni 100 posti).

L’ESPRESSO La vergogna d’Europa / Anatomia di un disastro

Giorgio Napolitano aveva già chiesto alle Camere di fare il punto sulle misure adottate e di rispettare la sentenza di Strasburgo. E alla fine di aprile aveva ringraziato il Papa per la telefonata a Marco Pannella: il leader radicale che, come ha detto il presidente della Repubblica, “perora la causa dei detenuti anche a rischio della sua salute”.

ARCHIVIO Il dibattito su indulto e amnistia

Ieri è stato firmato un protocollo tra Regione e ministero contro il sovraffollamento. L’ipotesi è stata avanzata dal ministro prima di firmare un protocollo col governatore Nicola Zingaretti per alleggerire la popolazione carceraria nel Lazio (seconda regione per sovraffollamento +1.889 detenuti rispetto agli standard). Per Orlando “si può costruire un tavolo per valutare se sia ancora attuale e opportuna l’ubicazione di Regina Coeli, così come delle altre carceri che sorgono nei centri delle città”.
 
Per superare il problema la soluzione non sono carcerazioni di massa ma piuttosto costruire nuovi istituti di pena, sostiene il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia. “Prendo atto delle preoccupazioni del presidente Napolitano sull’affollamento delle carceri italiane, ma la soluzione è aprire nuove carceri e non operare scarcerazioni di massa”, ha detto. “Abbiamo le città – aggiunge – piene di vecchie caserme dismesse e che cadono a pezzi: le si ristrutturi, salvo quelle non vocate per questo scopo come quelle collocate nei centri storici, e le si destini a strutture dove sia possibile certamente un percorso di riabilitazione, ma dove si sconti anche interamente la pena”.

La Repubblica, 15 Maggio 2014

Giustizia: nel Def 2014 c’è anche richiesta di potenziare la funzione rieducativa della pena


Senato della RepubblicaFavorire un’esecuzione più umana della pena potenziandone la funzione rieducativa, incrementando la vivibilità dello spazio detentivo e, in ultima analisi, favorendo l’effettività dell’articolo 27, terzo comma, della Costituzione attraverso l’incentivazione del modello di detenzione dinamica e a “celle aperte”.

È l’invito rivolto al governo dalla commissione Giustizia del Senato in occasione dell’esame del Documento di economia e finanza 2014. Nel parere favorevole approvato la seconda commissione sottolinea che, in materia di detenzione carceraria e di sovraffollamento negli istituti di pena, “occorre svolgere un piano di efficace ed efficiente allocazione delle risorse stanziate anche al fine di ottemperare al dispositivo della sentenza Torreggiani” e “valutare gli effetti deflativi dei provvedimenti approvati in Parlamento e in corso di approvazione, prestando altresì particolare attenzione al sostegno concreto al lavoro intra carcerario e in favore delle imprese che assumono detenuti”.

È necessario poi completare il piano carceri, utilizzando gli immobili e gli spazi già a disposizione, rivedendo anche l’attuale allocazione delle risorse del personale di sorveglianza e “prevedendo eventuali nuove assunzioni di unità della polizia penitenziaria, ampliando altresì il coinvolgimento di esperti competenti nell’area psicoeducativa”.