Coronavirus, Papa Francesco chiede alle Autorità di prendere misure necessarie per evitare tragedie future nelle Carceri


papa francesco angelus carceri“In questo momento il mio pensiero va in modo speciale a tutte le persone che patiscono la vulnerabilità di essere costretti a vivere in gruppo, case di riposo, caserme, in modo speciale vorrei menzionare le persone nelle carceri. Le carceri sovraffollate potrebbero diventare una tragedia”. È l’appello, forte, che ha lanciato Papa Francesco parlando a braccio al termine dell’Angelus odierno, ancora una volta trasmesso in streaming per l’emergenza Coronavirus.

Il Pontefice ha chiesto alle autorità “di essere sensibili e di prendere le misure necessarie per evitare tragedia future”, raccomandando quindi ai fedeli di non dimenticarsi “di pregare per me”.

Un discorso dai toni forti, quello di Bergoglio, che si è richiamato alla all’appello dei giorni scorsi del Segretario Generale delle Nazioni Unite per un cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo. “Mi associo a quanti hanno accolto questo appello e invito tutti a darvi seguito fermando ogni forma di ostilità bellica, favorendo la creazione di corridoi per l’aiuto umanitario, l’apertura alla diplomazia, l’attenzione a chi si trova in situazione di più grande vulnerabilità”, ha detto il Papa durante l’Angelus.

Il Riformista, 29 marzo 2020

Appello di Papa Francesco (clicca per vedere)

Natale nelle Carceri, le iniziative dei Penitenziari in occasione del Giubileo


Papa FrancescoPapa Francesco pone l’attenzione sulla finalità educativa della pena. La figura del Pontefice è definita ‘trainantè per coloro che vivono l’esperienza di emarginazione nelle carceri.

L’otto dicembre scorso ha avuto inizio il Giubileo indetto da Papa Francesco: un anno di Misericordia che si preannuncia speciale anche per i detenuti nelle carceri. Un evento straordinario, quello del Giubileo, in cui abbiamo assistito all’apertura delle Porte Sante ad opera del Pontefice, l’otto dicembre proprio nella Basilica di San Pietro. Se il senso che sottende al termine misericordia è quello del perdono, della carità o della compassione verso l’infelicità altrui, in quest’Anno Santo anche le carceri avranno le proprie Porte Sante. Come verrà celebrato il Giubileo nei penitenziari? I detenuti attraverseranno le celle come fossero Porte Sante, un segno di rinascita e di riscatto dalla loro condizione di reclusione o come afferma Papa Francesco una simbolica chiamata alla conversione.

Sulle porte delle celle compaiono così delle decorazioni realizzate con fiori o dipinti dei detenuti stessi, le porte delle cappelle delle carceri considerate come Porte Sante, e ancora processioni, preghiere, eucarestia: ogni carcere celebra il Giubileo a modo suo, da quello di Rebibbia che raccoglie 2200 detenuti ai penitenziari più piccoli. Già in occasione del suo discorso per la Giornata mondiale della Pace, Papa Francesco si era soffermato sull’importanza della finalità educativa che dovrebbe avere la reclusione, nonché sulle condizioni di vita in carcere e sulla formulazione di legislazioni alternative alla detenzione. “Il percorso della fede è personale e delicato, bisogna prendere le persone per mano e accompagnarle in questo cammino. La figura e la vicinanza del Papa è sicuramente trainante per persone che vivono un’esperienza di emarginazione” sono queste le parole di Vittorio Trani, il cappellano che presta servizio da trentacinque anni nel carcere di Regina Coeli. La risposta dei detenuti sembra essere molto positiva, lo si evince dalle loro lettere inviate a Papa Francesco.

La finalità educativa della pena dovrebbe essere un concetto fondamentale proprio di qualsiasi Stato, sembra invece una questione dimenticata o messa in secondo piano. Forse il carcere o la reclusione non dovrebbero essere un punto di arrivo per un detenuto, ma bensì un punto di partenza da cui rinascere e ricostruire il proprio essere con la consapevolezza degli errori passati. Tutti gli individui sbagliano e l’errore è parte integrante dell’essere umano, senza questo non ci sarebbe la possibilità di imparare poiché senza il male non potrebbe esistere il bene. La fede può essere un punto di partenza per la rinascita del detenuto: è questo ciò in cui crede Papa Francesco, ma potrebbe esserlo anche un libro o una frase significativa che colpisce il cuore di chi ha sbagliato, e lo incoraggia a percorrere un cammino per integrarsi nuovamente nella società.

“Tutti i criminali dovranno essere trattati come pazienti e le prigioni diventare degli ospedali riservati al trattamento e alla cura di questo particolare tipo di malattia” sono le parole di Mahatma Gandhi, la guida spirituale famosa per la dottrina della nonviolenza, in cui sembra essere riassunto il significato che dovrebbe rappresentare qualsiasi pena di reclusione: un passaggio, una transizione, affinché come afferma il motto “Di carcere non si muoia più, ma neanche di carcere si viva”.

Giulia Morici

pontilenews.it, 28 dicembre 2015

Padova, Natale in carcere, alla ricerca di un po’ di speranza. Lettere degli Ergastolani ostativi


Casa Circondariale di PadovaIl Papa ha deciso che i detenuti passeranno la Porta santa del Giubileo ogni volta che varcheranno la soglia della loro cella, a Padova poi anche la cappella del carcere Due Palazzi è Porta santa. Ma troppe persone in carcere vivono ancora SENZA SPERANZA. Sono i condannati all’ergastolo, una pena che Papa Francesco ha definito “pena di morte nascosta”, e in particolare all’ergastolo ostativo, l’ergastolo cioè che non concede vie d’uscita a meno che la persona condannata non collabori con la Giustizia, ma in tanti non lo vogliono fare per non rovinare la vita dei propri cari.

Assieme alle testimonianze di ergastolani, per aprire uno spiraglio di speranza riportiamo anche le parole di Agnese Moro, la figlia dello statista ucciso dai terroristi nel 1978: “Ogni essere umano è, in quanto tale, titolare di dignità e di diritti; anche se in uno o più momenti della vita ha scelto il male, se è profugo, povero, violento, barbone, straniero, disabile, tossicodipendente, malato, giovane e ribelle. La nostra Repubblica nasce dal rifiuto di ogni totalitarismo per il quale – di destra o di sinistra che sia – le persone non sono niente. Per noi, invece, sono tutto. Ad ognuno di noi, noi che siamo la Repubblica, la responsabilità di non lasciare indietro nessuno”.

Il Mattino di Padova, 29 dicembre 2015

Il mio orologio ha un orario fisso, l’orario dell’ergastolo ostativo

Questa mattina mi sono alzato alle 5, fuori era ancora buio e mi sono messo a pensare alla mia vita passata, a quanto tempo ho trascorso in questi posti e quanto ancora ci dovrò restare. Sono passati tanti anni da quel lontano 1994 e per fortuna gioisco ancora quando, quelle rare volte, il sole riesce a spaccare le giornate gelide dell’inverno di Padova. Vorrei essere anch’io forte come il sole e risorgere ogni giorno, ma da 21 anni l’inverno è entrato nel mio cuore e nel cuore dei miei cari senza mai abbandonarci.

Il tempo si è fermato per sempre, il mio orologio ha un orario fisso, l’orario dell’ERGASTOLO OSTATIVO. I primi tempi sognavo che la mia situazione potesse cambiare, cercavo di farmi forza per lottare e facevo di tutto per essere il sostegno morale della mia famiglia, ma purtroppo quell’orologio mi ha dimostrato di essere più forte di ogni mia volontà, di ogni mio sogno e desiderio. Per tanti anni ho allenato il mio fisico nella speranza vana di contrastare i segni dell’invecchiamento sul mio corpo, ma oggi mi rendo conto che il ciclo della vita è inarrestabile, niente e nessuno può fermare lo scorrere degli anni e l’amarezza di vederli scorrere nel peggiore dei modi.

Oggi mi rendo conto che quello che mi salva da tutto questo orrore è l’amore di mia figlia e di mia moglie, che sono state più forti di tutti questi anni di carcere, anche se per resistere a questo lungo calvario stanno pagando un caro prezzo, visto che hanno scelto di starmi vicino seguendomi nelle varie carceri che mi hanno fatto girare su giù e per l’Italia, come un pacco postale e per motivi che non avevano a che fare con i miei comportamenti. A volte mi chiedo se si sono mai rese veramente conto che dovranno seguirmi per tutta la vita poiché io da qui non uscirò vivo, perché il mio ergastolo ostativo non me lo permetterà, perché chi è condannato a questa pena è ritenuto colpevole per sempre, irrecuperabile.

Vorrei solo trovare la forza e la lucidità di dire a mia moglie e a mia figlia che la speranza non ha nulla di concreto a cui aggrapparsi, ma non vorrei che anche loro smettessero di sognare come ho fatto io. Sicuramente il fatto di non essere mai riuscito a spiegare chiaramente che cos’è l’ergastolo ostativo ai miei cari non mi fa stare bene, ma è anche vero che sono sempre stato convinto che l’ergastolo ostativo fosse una condanna fatta per errore e che uno stato democratico come l’Italia, culla del cristianesimo, non potesse fregiarsi di una pena così disumana, visto che ha sempre lottato in prima linea contro le torture e la pena di morte, quindi pensavo che sarebbe stata rivista e con questa ferma convinzione ho sempre temporeggiato. Comunque, non voglio rassegnarmi a questa pena di morte mascherata così come l’ha definita Papa Francesco e continuo a sperare che al più presto venga rivista, così che non mi sentirò di essere stato un bugiardo nei confronti di mia moglie e di mia figlia, dalle quali traggo ancora oggi la forza necessaria per continuare a lottare.

Gaetano Fiandaca

La mia famiglia vive a 1.800 Km. di distanza e fare colloqui diventa un’impresa

Dopo sei anni di regime duro del 41bis sono stato trasferito nella Casa di reclusione di Padova, nella sezione Alta Sicurezza, adesso sono tre anni che mi trovo in questo istituto. La mia famiglia vive a 1.800 Km. di distanza (Gela) e fare colloqui diventa un’impresa, specialmente per questioni economiche. Tutta la mia famiglia, compresi genitori, fratelli e sorelle, sono persone oneste e lavoratori che vivono di stipendio e non sempre hanno un posto fisso di lavoro, quindi ognuno ha i suoi problemi e non possono certo pensare a me. I sacrifici per me li fanno mia moglie e i miei figli.

Ho fatto l’ultimo colloquio nel mese di luglio e spero in Dio che sotto le feste di Natale mia moglie e uno dei miei figli riescano a racimolare la somma necessaria per venirmi a trovare. Purtroppo, ogni volta che faccio colloquio non c’è la possibilità che vengano a trovarmi tutti insieme, mia moglie e i miei tre figli, solo per due persone spendono intorno ai 1.500 euro, tra biglietto dell’aereo e albergo, poiché sono obbligati ad arrivare la sera prima del giorno di colloquio. E così, due volte l’anno, al massimo tre, riesco a fare un colloquio di sei ore… ma cosa sono sei ore in confronto a sei mesi che non vedi la tua famiglia? Quelle sei ore passano come se fossero sei minuti. Non vedo la figlia più piccola da oltre un anno. Nessuno può capire il cuore di un padre come si può sentire, solo chi ha i miei stessi problemi mi può capire. Aumentare le ore di colloquio non ucciderebbe nessuno. Io sono stato privato della libertà perché ho commesso un reato, ma la mia famiglia di che colpa si è macchiata? Mia moglie e i miei figli alla fine del colloquio la prima cosa che dicono è: “Sono già passate sei ore?” e vanno via nascondendo le lacrime dietro un sorriso e chiedendosi quando ci rivedremo di nuovo. E che dire delle telefonate? Una a settimana e per la durata di dieci minuti da dividere con mia moglie e i miei tre figli, il tempo di salutarci e domandarci come stai e subito dall’altro lato del telefono ti dicono che la telefonata sta per terminare. Durante questa mia detenzione, ho incontrato una persona che negli anni passati era stata detenuta in Spagna e mi diceva che lì se avevi i soldi ti caricavi la scheda telefonica e potevi chiamare la famiglia ogni volta che volevi nei giorni della settimana e per la durata che volevi. Perché non poterlo fare anche qui in Italia?

Domenico Vullo

Non c’è pena di morte o ergastolo ostativo che possa frenare chi è pieno di odio.

La notizia delle stragi di Parigi mi ha portato a riflettere perché anche io sono padre e nonno. È indiscutibile che i conflitti alimenteranno odio e vendette. Una volta quei paesi geograficamente distanti da noi tenevano per sé anche le loro cose negative, e i conflitti restavano lontani da noi, invece oggi il mondo ha accorciato le distanze, e siamo diventati una miscela esplosiva. Io che sono da ventitré anni in carcere mi accorgo di questa miscela vedendo come è cambiata la popolazione detenuta dai primi anni del mio arresto, oggi in ogni sezione troverai detenuti di etnie diverse. E lo stesso è nelle grandi città del nostro paese e molti di questi stranieri, in particolare i giovani, si sentono ghettizzati, come lo sono i nostri nipoti. Io quando faccio colloquio e vedo il mio nipotino di sette anni fissare gli agenti e nei suoi occhi leggo l’odio, finisco per rimproverare mia figlia, che però mi dice “Papà, mai nessuno di noi si è permesso di parlare male delle istituzioni, ma nella sua scuola la maggior parte dei bambini ha un parente in carcere e sicuramente parleranno di queste cose”. La mia grande paura è che si stia spingendo le nuove generazioni verso l’estremismo e in particolare nella braccia di organizzazioni come ISIS, non c’è pena di morte o ergastolo ostativo che possa frenare chi è pieno di odio. Lo Stato si deve preoccupare di quella generazione dell’età di mio nipotino, di quei bambini che fin da piccoli vengono additati come i figli o nipoti del criminale. Lo Stato vincerà la sua battaglia quando toglierà dallo sguardo di quei bambini l’odio verso le istituzioni. Penso che qualcuno debba riflettere pensando a tutti quei bambini che crescono vedendo il proprio genitore dietro un vetro blindato e che non hanno nessuna speranza di poterlo abbracciare in libertà, anche dopo che ha scontato trent’anni di detenzione, perché condannato all’ergastolo ostativo. Togliere l’odio da quegli occhi innocenti significa costruire un futuro sereno, un primo passo è che lo Stato faccia vedere un volto umano e non implacabile e punitivo.

Tommaso Romeo

Roma: Orlando “per il Giubileo utilizzeremo i detenuti per il miglioramento della Città”


Orlando, Festa Penitenziaria“Interverremo per rafforzare in modo strutturale gli uffici e credo saranno previste norme per far fronte alla domanda eccezionale che si svilupperà sul fronte della giustizia, è avvenuto per Expo e credo avverrà anche per il Giubileo”. Così il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, in occasione della firma di un accordo con la regione Lazio.

“Abbiamo cominciato a progettare un utilizzo dei detenuti per gli interventi di miglioramento della città e abbiamo fatto qualche esperienza pilota molto positiva e mi auguro che in cooperazione con gli enti territoriali si possa fare una cosa di dimensioni più ampie. Anche perché questo – come ci ha ricordato più volte il Santo Padre – è il Giubileo della Misericordia e il tema della modalità dell’esecuzione della pena – ha detto – sarà importante e al centro dell’attenzione come lo è spesso nelle parole del Papa e credo che questo lavoro possa andare esattamente in quella direzione.

Ho detto che parlare in astratto di riabilitazione, rieducazione, restituzione rischia di essere poco compresa dall’opinione pubblica che è fortemente condizionata da molte paure talvolta anche indotte e dimostrare concretamente che chi sta in carcere può dare una mano a risolvere alcuni problemi della comunità credo sia il modo migliore per affermare questi principi” ha concluso il Ministro Orlando.

Giustizia: decalogo del rifiuto alla richiesta del Papa di una “grande amnistia”


Cella Carcere ItaliaLa richiesta del Papa “di una grande amnistia” per il Giubileo Straordinario della Misericordia, può anche essere respinta al mittente. Purché lo si motivi con ragioni all’altezza dell’interlocutore, il quale possiede carisma, progettualità, credibilità in quantità che la politica ha smarrito da tempo.

Ovvio l’entusiasmo dei favorevoli, a cominciare dalla voce ragionevolmente visionaria di Pannella. Quanto agli altri, il silenzio generale è stato interrotto da poche risposte verosimili, ma non vere. Eccone il catalogo.

La risposta orgogliosa è, in apparenza, convincente. Rivendica il primato della politica sull’indulgenza cristiana. La misericordia è una virtù morale, che dispone alla compassione e opera per il bene del prossimo perdonandone le offese. Non può però dettare tempi e contenuti delle scelte giuridiche che, laicamente, rispondono all’etica della responsabilità, preoccupandosi delle conseguenze concrete più che dei buoni propositi.

Tutto giusto ma sbagliato se riferito al tema della clemenza, dove la voce di Bergoglio si è aggiunta (e non sostituita) a quella del capo dello Stato e della Corte costituzionale che, da tempo, hanno invocato una legge di amnistia e indulto. Il primo, motivandone le ragioni strutturali nel suo unico messaggio alle Camere, ignorato al Senato, discusso solo di sponda alla Camera. La seconda, evocandolo in un’importante sentenza del 2013 in tema di sovraffollamento carcerario. Rispondere picche al Papa, come già al Presidente Napolitano e ai Giudici costituzionali (tra i quali, allora, sedeva anche Sergio Mattarella), testimonia della politica non l’autonomia, ma la grave afasia.

La risposta pavloviana è quella di chi ama vincere facile. C’è la sua variante rozza (“Mai più delinquenti in libertà”) e quella più forbita (“Le carceri devono essere luoghi di rieducazione, ma chi è condannato deve stare in carcere fino all’ultimo giorno”). È un mantra costituzionalmente stonato. Se le pene “devono tendere” alla risocializzazione, durata e afflittività dipendono, in ultima analisi, dal grado di ravvedimento del reo: questo, alle corte, è quanto imposto dalla Costituzione. La certezza della pena è, dunque, un concetto flessibile, più processuale che sostanziale. Scambiarla con la legge del taglione significa abrogare l’intero ordinamento penitenziario, benché vigente da quarant’anni.

C’è poi la risposta causidica. Interpretare le parole del Papa come un appello alla politica ne fraintenderebbe il senso, esclusivamente ecclesiale. Che tale precisazione venga dal portavoce vaticano non stupisce: già nel 2002 la richiesta di clemenza di Papa Wojtyla – coperta da applausi in Parlamento – fu poi ignorata da deputati e senatori. Prudenzialmente, oltre Tevere, si vorrebbe evitare il déjà-vu.

Se Bergoglio ha usato – per la prima volta – la parola “amnistia”, l’ha fatto a ragion veduta, soppesandone l’inevitabile impatto politico. Non ha improvvisato. Ha proseguito la sua riflessione (sul senso delle pene, sulla necessità di un diritto penale minimo, sui pericoli del populismo penale) e la sua azione riformatrice (abolizione dell’ergastolo, introduzione del reato di tortura), entrambe costituzionalmente orientate. Isolare da ciò il suo appello alla clemenza è come divorziare dalla realtà delle cose.

Dal governo, invece, è giunta la risposta stupefatta: “Ma come? Proprio ora che il tasso di sovraffollamento è calato, grazie a misure deflattive adeguate? Proprio ora che si è aperto un grande cantiere per la riforma della giustizia e dell’ordinamento penitenziario?”. Lo stupore nasce da un fraintendimento di fondo: quello per cui un atto di clemenza generale sarebbe alternativo a riforme strutturali, quando invece ne rappresenta un tassello essenziale. Amnistia e indulto sono previsti in Costituzione come utili strumenti di politica giudiziaria e criminale, a rimedio di una legalità violata da un eccesso di processi e detenuti. È solo la sua rappresentazione collettiva (decostruita efficacemente da Manconi e Torrente nel loro libro La pena e i diritti, Ed. Carocci, 2015) ad aver trasformato una legge di clemenza da opportunità a catastrofe per i propri dividendi elettorali.

Resta la risposta possibilista. Fare in modo che “una legittima aspirazione della Chiesa possa diventare un fatto politico” (così il Presidente Grasso); tradurre questa richiesta “in qualche cosa di strutturale, che rimanga anche dopo” (così il ministro Orlando). Come? Le maggioranze dolomitiche necessarie e le divisioni tra le forze politiche, temo, bloccheranno i disegni di legge ora fermi in Commissione al Senato. Perché, allora, non riformare l’art. 79 della Costituzione che, nel suo testo attuale, oppone così rilevanti ostacoli alla loro approvazione? L’ultima amnistia risale al 1990, l’ultimo indulto al 2006. Restituire agibilità politica e parlamentare agli strumenti di clemenza: questa sarebbe una risposta possibile, e all’altezza della misericordia giubilare.

Andrea Pugiotto

Il Manifesto, 9 settembre 2015

 

Giustizia, Sottosegretario Ferri “da Papa Francesco uno stimolo per umanizzare le Carceri”


Ferri e Papa Francesco“La lettera di Papa Francesco deve costituire uno stimolo per aprire un serio dibattito tra le forze politiche teso ad umanizzare sempre più la pena. Che deve essere sì giusta e rigorosa ma anche orientata alla rieducazione del reo, cosi come vuole la nostra Costituzione”.

Così Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, interviene a “Voci del mattino”, su Radio 1, in merito sulla lettera inviata da Papa Bergoglio a Monsignor Fisichella che caldeggia un’amnistia per il Giubileo straordinario. “Chi accede alle misure alternative alla detenzione, quindi progetti, affidamenti alle comunità, servizi sociali, è dimostrato, dati alla mano, che è più avviato sulla via del recupero – ricorda il sottosegretario – incorre meno nella recidiva, rispetto ai detenuti che invece scontano la pena interamente all’interno della struttura penitenziaria. Quindi questo strumento è anche garanzia per l’intera società civile che chi ha sbagliato, una volta ritornato nell’ambito sociale, non cada di nuovo in comportamenti illeciti. Pertanto, a quel punto verrebbe del tutto espletata la funzione rieducativa, che è propria del mandato costituzionale”.

Il governo Renzi “è molto attento alle questione carceri – ha aggiunto Ferri – da maggio è partito il progetto “Stati generali delle carceri”, che ha voluto il ministro Orlando, proprio per riformare il sistema penitenziario, su temi fondamentali: la valorizzazione del volontariato, molto attivo in questo settore; l’affettività; i progetti di reinserimento nel tessuto sociale del detenuto. Questo complesso di interventi al fine di realizzare un’idea di carcere sempre più basata sui principi dell’umanità, della rieducazione e del reinserimento. È questa la nostra linea guida verso una spinta riformatrice – conclude il sottosegretario – e va nella stessa direzione auspicata da Papa Francesco: una pena che non dimentichi la commissione del reato ma che vada anche verso il recupero di chi ha sbagliato”.

Giustizia: perché Papa Bergoglio è (anche) contro l’ergastolo


Papa FrancescoNulla è più scomodo e rivoluzionario della verità. Lo sapeva bene Erasmo da Rotterdam, il quale notava come i Principi del suo tempo preferissero la compagnia degli adulatori e dei buffoni a quella dei filosofi, appunto perché soltanto questi avevano il coraggio di dir loro la verità. Oggi, Papa Francesco è fra i pochi che ha questo coraggio, anche a costo di apparire contro corrente, contro lo spirito del tempo.

Ne ha dato ultima prova, ieri l’altro, scrivendo alla commissione internazionale contro la pena di morte, di essere contrario non solo alla pena capitale, ma anche all’ergastolo e ad ogni pena che sia talmente lunga, come l’ergastolo, da divenire una pena di morte occulta. Qui il Papa non si limita a ribadire la condanna per la pena di morte, ma ne aggiunge una ulteriore a carico di una pena che sia eccessivamente lunga: e dunque non solo l’ergastolo, cioè il carcere a vita, ma anche una pena troppo protratta nel tempo in relazione alle condizioni concrete del soggetto di cui di volta in volta si tratti.

Dietro questa inequivoca presa di posizione del Pontefice, che si pone del resto sulla medesima linea di insegnamento dei suoi predecessori, c’è un intero universo di significati sull’uomo e sulla società che chiede di essere preso in seria considerazione. Innanzitutto, si trova la riaffermazione del primato assoluto dell’essere umano sullo Stato o su qualsiasi altra organizzazione sociale. Prima viene l’uomo concreto, il singolo, sulla irripetibilità del quale tanto insisteva Kierkegaard: dopo, soltanto dopo viene il resto. Ne viene il rifiuto dell’onnipotenza, dell’onniscienza, dell’onnipresenza dello Stato: ed invece l’accoglienza delle ragioni profonde dello Stato di diritto, il quale, se è davvero tale, non può che ripudiare la pena di morte e i suoi occulti equipollenti.

Altro aspetto di non secondaria importanza è la relativizzazione di ogni possibile giudizio sull’uomo e sui suoi comportamenti. Nessun giudizio umano, fosse anche il più perfetto e sagace, potrà mai davvero comprendere ed esaurire in modo completo e definitivo la verità di un essere umano: ciascuno di noi infatti è molto di più e di diverso rispetto ad ogni singolo atto che compie lungo la strada della vita.

Nessun atto, considerato nella sua puntualità temporale, è in grado di contenere ed esprimere la totalità della personalità del suo autore: nessuno di noi può cioè essere ricondotto in modo assoluto e sena residui al suo singolo comportamento. Ecco dunque, fra l’altro, una profonda ragione per ripudiare quelle pene: perché esse, non cogliendo la complessa infinità della persona umana, ne assolutizzano un singolo atto a partire dal quale pretendono di cogliere il tutto e di giudicarlo.

Mai fu commesso errore più grande, mai pene furono più antiumane e perciò da escludere categoricamente dal novero di quelle irrogabili dallo Stato di diritto, che veda al centro la persona umana. Questo ripudio espresso con forza dal Papa non riguarda soltanto la pena di morte, ma anche l’ergastolo: e fin qui, come dire, ci sta. Molti ed articolati sono infatti oggi i movimenti favorevoli all’abolizione dell’ergastolo. Ma il Papa si spinge oltre, fino a stigmatizzare ogni pena che, per eccessiva lunghezza, di fatto si trasformi in una pena di morte occulta e tuttavia di fatto inflitta al condannato.

Fino ad oggi non mi risulta che ciò sia stato proclamato con altrettanta chiarezza e forza. Il Papa ci vuol dire che condannare, per esempio a trent’anni di reclusione, un sessantenne, spesso equivale di fatto a decretarne la morte in stato di detenzione. Insomma, la durata della pena , se rettamente considerata secondo giustizia, andrebbe calibrata non solo – come si fa da sempre – sulla gravità del reato commesso, ma anche tenendo conto della situazione reale di vita del condannato, della sua età, della sua condizione.

Tenere presenti questi dati non significa cedere al crimine, ma soltanto cercare di mantenere la pena nel solco della giustizia, senza farla deviare verso le pericolose sponde dell’iniquità. Insomma, nessuna pena detentiva è legittimata a spegnere definitivamente e fin da principio la speranza di una vita umana, per quanto il reo possa apparire crudele e colpevole di efferati delitti. Perché, se anche questo spietato delinquente, che all’opinione pubblica più ottusa appare meritevole di morte, avesse dimenticato – in forza della sua efferatezza – di essere un uomo, nessuno di noi ha il diritto di fare altrettanto: nessuno di noi ha il diritto di dimenticare che dietro ogni condannato, anche per truci delitti, si cela il volto di un essere umano. Cioè di uno di noi.

Vincenzo Vitale

Il Garantista, 24 marzo 2015

Gli orrori delle Carceri e lo scandalo degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari che non chiudono mai


Cella carcere IserniaNelle carceri persiste la problematica dell’ invivibilità nonostante gli appelli del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e di Papa Francesco. A dispetto di quello che si dice (e può sembrare), il carcere continua a restare un luogo dove si muore, ci si uccide. Non se ne parla più, è vero: l’impellente urgenza individuata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il suo messaggio solenne al Parlamento, lo hanno gettato alle ortiche.

Pensate: il Parlamento, che pure ha l’obbligo di dibattere il messaggio venuto dal Colle, non lo ha neppure messo in agenda. Sostanzialmente censurato, poi, l’appello di papa Francesco, che ha puntato l’indice sull’ergastolo, definito “morte nascosta”, e ancor meno presa in considerazione la grave denuncia degli ispettori dell’Onu, che ha definito le carceri italiane luogo di tortura; e, come si è detto, si continua a morire, tra la generale indifferenza.

L’ultimo episodio riguarda un detenuto calabrese 56enne, ristretto per omicidio e condannato ad una pena di 30 anni, morto per infarto causato da una embolia nel carcere toscano di Porto Azzurro. Ne da notizia il Sappe, sindacato di Polizia Penitenziaria.

“Il detenuto aveva un fine pena nel 2018 e fruiva regolarmente di permessi premio, avrebbe dovuto fruirne uno proprio il prossimo venerdì” – spiega il segretario del Sappe, Donato Capece. “È deceduto dopo aver accusato alcuni malori e problemi di respirazione. Nonostante i tempestivi interventi del personale di Polizia Penitenziaria, di quello medico e paramedico non c’ stato purtroppo nulla da fare”.

Le stime sulla salute dei detenuti italiani elaborate vedono in testa alla classifica delle patologie più diffuse le malattie infettive (48%); i disturbi psichiatrici (27%); le tossicodipendenze (25%); le malattie osteoarticolari (17%); le malattie cardiovascolari (16%); i problemi metabolici (11%); le Claudiopatologie dermatologiche (10%). Per quanto riguarda le infezioni a maggiore prevalenza, il bacillo della tubercolosi colpisce il 22% dei detenuti, l’hiv il 4%, l’epatite B (dormiente) il 33%, l’epatite C il 33% e la sifilide il 2,3%”. Non solo: i dati raccolti dalla Società italiana di medicina e sanits’ penitenziaria ci dicono che il 60-80% dei detenuti affetto da una patologia. Un detenuto su due soffre di una malattia infettiva, quasi uno su tre di un disturbo psichiatrico, circa il 25% tossicodipendente. Solo 1 detenuto su 4 ha fatto il test per l’Hiv.

Per tornare alle morti in carcere: nei primi mesi del 2014 “è stato raggiunto un nuovo picco di suicidi nelle carceri italiane: il 40% di tutti i decessi in carcere è infatti rappresentato da suicidi”. Lo ha affermato il presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), Claudio Mencacci, sottolineando che nel 2013 la quota di suicidi era stata pari al 30%, contro il 40% del 2012 ed oltre il 40% del 2009.

Prima di terminare questa nota. Ricordate gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari? Li si doveva chiudere, abolire. Proroghe a non finire, perché non si era ancora pronti, poi il solenne impegno delle Regioni di istituire strutture alternative e risolvere finalmente questa dolorosissima questione che il presidente Napolitano aveva qualificato come vera e propria barbarie… Ebbene, cos’è accaduto? Un bel nulla. Nella “Relazione sul programma di superamento degli Opg”, trasmessa dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin e dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando si sostiene che, “allo stato, appare irrealistico che possa addivenirsi alla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari entro la data del 31 marzo 2015.

La ragione di fondo di tale previsione risiede nell’acclarata impossibilità che le Regioni possano, entro il termine previsto dal decreto legge n. 52 del 31 marzo 2014, portare a compimento l’opera di riconversione delle strutture, con la realizzazione delle Rems (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza)”.

Di fatto, il Governo ammette che poco o nulla in questi mesi è stato fatto dalle Regioni per realizzare le nuove strutture (Rems) che garantissero ai malati psichiatrici una degenza nel pieno rispetto della loro dignità, secondo quanto stabilito sia dal decreto legge di proroga che dalla risoluzione approvata dalla Commissione Igiene e Sanità.

Insomma: l’avvilente ammissione che la tutela della salute e della dignità umana sono vittime degli inammissibili ed ingiustificabili ritardi della politica. A suo tempo il governo Monti aveva messo a disposizione circa 180 milioni di euro per la realizzazione di nuove strutture. Sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto, come sono stati utilizzati, e da chi.

Valter Vecellio

http://www.lindro.it, 6 novembre 2014

Eusebi (Università Cattolica), ha ragione Papa Francesco, l’Ergastolo è inaccettabile


braccio cella“La risposta al reato non può essere un corrispettivo che ne rifletta i contenuti negativi, ma deve essere un progetto per fare giustizia e non vendetta”. Così, Luciano Eusebi, Ordinario di Diritto Penale all’Università Cattolica di Milano e alla Pontificia Università Lateranense, riassume il senso del discorso rivolto da Papa Francesco all’Associazione Internazionale di diritto penale, il 23 ottobre scorso. Nel testo il vescovo di Roma metteva, tra l’altro in guardia, dal populismo penale, cioè dalla convinzione che “attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali”.

“La funzione della pena deve essere quella di trasformare dei rapporti feriti in rapporti giusti”, spiega Eusebi. “Anche dal punto di vista cristiano fare giustizia, secondo la concezione biblica, significa fare verità sul male ma per la salvezza dell’interlocutore. La giustizia salvifica biblica, per i cristiani, ha la piena realizzazione in Gesù. E Gesù non è Salvatore perché la sua sofferenza compensa il peccato di Adamo, ma perché la sua giustizia, intesa come disponibilità a un progetto di amore dinanzi al male, si rivela in Dio salvifica tramite la Resurrezione”.

“È importante valorizzare questo concetto di giustizia anche in ambito umano soprattutto per realizzare una prevenzione realistica del crimine”, spiega il prof. Eusebi, autore del libro “La Chiesa e il problema della pena” (Editrice La Scuola).

“La prevenzione non dipende dalla minaccia del male: i paesi che applicano la pena di morte hanno un livello di violenza interna superiore agli altri, perché veicolano un modello di rapporto umano basato sulla violenza”.

“La prevenzione – spiega Eusebi – dipende dal coraggio di riconoscersi corresponsabili dei fattori che favoriscono la criminalità. Dal contrasto degli interessi materiali che stanno dietro ai reati. Dalla capacità di ottenere elevati livelli di consenso al rispetto delle norme, anche attraverso percorsi seri di rielaborazione e revisione di vita, da parte del reo, disponibilità alla riparazione e assunzione di responsabilità”.

“Solo una società che sia capace di cogliere i suoi livelli di corresponsabilità nei crimini, invece di costruire capri espiatori o nemici su cui concentrare tutte le caratteristiche minacciose, può contrastare la criminalità, evitando la disfunzione di un diritto penale che prende solo i pesci piccoli e non sa opporsi ai grandi interessi criminali”. “Per questo sono necessarie, come spiega il Papa, nuove forme di risposta al reato, le famose pene alternative, che ridiano al carcere il ruolo di extrema ratio”, aggiunge Eusebi.

“Non è una rinuncia alla prevenzione ma un modo di farla meglio”. “In questo ambito – conclude il docente di diritto penale – s’inserisce l’affermazione del Papa che l’ergastolo è una pena di morte mascherata. Se si toglie la speranza non si stimola alcuna rielaborazione del reato da parte di chi l’ha commesso.

Come ha affermato la Corte europea dei diritti dell’uomo l’ergastolo non può essere il paradigma di una pena che cerca la prevenzione rispettando la dignità della persona. Il compito del diritto penale è infatti costruire sulle fratture, anche le più gravi, e non delineare una serie di ritorsioni”.

Radio Vaticana, 28 ottobre 2014

Contro l’ergastolo, le parole di Papa Francesco. Molti Giudici sapranno ascoltarle ?


Papa FrancescoLo spettacolare discorso del Pontefice sui temi della giustizia penale ha il destino segnato. All’inizio echi sui media e plauso generale; poi i primi distinguo e i persistenti silenzi; infine la sua riduzione a profetica testimonianza.

È un dejà vu. Inviato un anno fa, il messaggio del Quirinale sulla condizione carceraria non è stato mai discusso in Senato. La Camera invece, asserendo incredibilmente che non lo si potesse dibattere in Aula, preferì discuterne i contenuti di sponda, dopo cinque mesi e due rinvii, in un emiciclo semivuoto.

Destino comune perché comune è il denominatore dei due documenti: lucidità di diagnosi, rigore nella prognosi, chiarezza nell’indicare i rimedi. Inevitabile, per la politica, la tentazione del fuggi fuggi generale.

Eppure, per la posta in gioco, l’intensa riflessione del Papa chiama all’assunzione di responsabilità tutti: chi plasma il diritto penale (il legislatore), chi gli dà forma di diritto vivente (i giudici e la dottrina giuridica), chi ne controlla la legittimità (la Consulta), chi è chiamato a informare senza cedere alle semplificazioni del populismo penale (i media). Vedremo chi sarà all’altezza della sfida.

Esserne all’altezza significa assumerla integralmente. Soprattutto nel punto di massima contraddizione: il ripudio della pena capitale e dell’ergastolo. In Italia, infatti, non c’è più la pena di morte, mentre sopravvive la pena fino alla morte.

Ha ragione Francesco: “L’ergastolo è una pena di morte nascosta”. Quanti sanno, infatti, che in Italia esistono non uno ma più ergastoli (comune, con isolamento diurno, ostativo)? Quanti sanno che, oggi, gli ergastolani sono 1.576? Molti reclusi da oltre 26 anni, senza liberazione condizionale; altri da più di 30 anni, durata massima per le pene detentive. Quanto a quelli ostativi (1.162, la stragrande maggioranza), sono ergastolani senza scampo: per essi le porte del carcere non si apriranno mai.

Dobbiamo forse attenderne la morte, per riconoscere che tutte queste persone scontano una pena senza fine? Nel frattempo, su di loro ci si accanisce. Leggi recenti negano agli ergastolani il beneficio della liberazione anticipata speciale, la durata massima dell’internamento in ospedale psichiatrico giudiziario, finanche il rimedio risarcitorio per detenzione inumana. Come se la loro colpa fosse uno stigma irredimibile, quando invece per Costituzione tutte le pene “devono tendere” alla risocializzazione del reo.

La pena di morte, “in tutte le sue forme” viene collegata dal Papa “con l’ergastolo”, entrambe abolite in Vaticano nel 2013. Altrettanta coerenza è pretesa dalla Costituzione. Il suo art. 27, 4° comma, rifiuta sanzioni irrimediabili: la pena di morte è vietata perché condannare un innocente è sempre possibile. L’ergastolo, al contrario, è un atto di fede cieca verso un’infallibilità giudiziaria che la Costituzione esclude.

La fallacia normativistica di un ordinamento a prova di errore si spinge, con l’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, al paradosso kafkiano: se condannati all’ergastolo ostativo, auguratevi di essere davvero colpevoli, perché solo il colpevole può utilmente collaborare con la giustizia (guadagnando così una possibile libertà). Ma se malauguratamente foste innocenti, peggio per voi: dovrete rassegnarvi a morire murati vivi.

Quarant’anni fa la Consulta liquidò il problema della costituzionalità dell’ergastolo con una motivazione più breve di questo articolo. Da allora mai più un tribunale ha risollevato la questione. Molti giudici, commossi e ammirati, avranno letto le parole del Papa contro il “fine pena mai”. Sapranno anche ascoltarle?

Andrea Pugiotto

Il Manifesto, 29 ottobre 2014