Padova: droga e telefonini in carcere, arrestati altri Agenti di Polizia Penitenziaria


Carcere di PadovaAccusate di corruzione e spaccio: avrebbero rifornito i detenuti di Sim card, cellulari e sostanze stupefacenti. Un’altra bufera si è abbattuta sulla Casa di reclusione Due Palazzi di Padova. Dopo gli arresti di luglio, quando sono stati coinvolti cinque agenti penitenziari e una decina di detenuti, ieri all’alba la Squadra mobile ha stretto le manette ai polsi a due secondini. Altri due invece sono stati denunciati a piede libero.

Tutti e quattro, di un’età compresa tra i 35 e i 38 anni, sono stati accusati di corruzione e spaccio di sostanza stupefacente all’interno del carcere. Dei due arrestati uno è finito agli arresti domiciliari, mentre per l’altro il provvedimento restrittivo è stato poi modificato nel divieto di dimora a Padova e provincia. I quattro, secondo l’accusa, rifornivano i detenuti di Sim card, telefoni cellulari e droga. Il direttore del carcere Salvatore Pirruccio ha così commentato: “Ancora non ho letto nessun atto e quindi non posso esprimere alcun giudizio sulla vicenda”.

Il primo filone di indagini è partito a luglio, dove gli inquirenti hanno indicato come il numero uno dell’organizzazione criminale nella casa di reclusione l’agente Pietro Rega, detto “Capo” o “Uomo brutto”, molto vicino al pericoloso detenuto albanese Adriano Patosi. Il secondino, già arrestato per fatti analoghi nel 2001 dalla Dda di Napoli quando lavorava nel carcere di Avellino, si procurava la droga assieme a un collega contattando spacciatori nordafricani.

Lo stupefacente finiva nelle mani dell’albanese che gestiva poi le ulteriori cessioni all’interno del Due Palazzi. Le due guardie trattenevano per sé un quantitativo di droga come guadagno per la loro attività di spaccio. Gli altri canali di rifornimento per lo stupefacente, i telefoni cellulari e le Sim card facevano invece capo a due esponenti della malavita organizzata che si dividevano i profitti. Si tratta di Gaetano Bocchetti esponente del clan camorristico di Secondigliano e di Sigismondo Strisciuglio della Sacra Corona Unita.

I due boss rifornivano di soldi gli agenti penitenziari ottenendo in cambio hashish, eroina, ma anche chiavette Usb, computer e telefoni cellulari, con cui poter mantenere senza difficoltà i contatti con le rispettive organizzazioni criminali. Adesso queste ulteriori indagini condotte dal pubblico ministero Sergio Dini sono scaturire da una costola della precedente inchiesta, ma potrebbero svelare una nuova inquietante realtà all’interno del carcere Due Palazzi di Padova.

Marco Aldighieri

Il Gazzettino, 5 marzo 2015

Padova: i racconti-choc dei detenuti “gli agenti ci offrivano eroina e film porno…”


Carcere di PadovaDopo il blitz che ha portato all’arresto di 15 persone, tra cui 6 agenti della polizia penitenziaria, la ricostruzione dei reclusi: mazzette di denaro, sigarette e stupefacenti I pacchi con dentro la merce e i vaglia arrivavano alle mogli dei carcerieri per sviare i sospetti.

Guardie penitenziarie strafatte di droga anche durante il servizio. E un carcere-groviera dove entra ed esce di tutto. È il 5° blocco (il quinto piano del grattacielo), in particolare, il supermarket della casa di reclusione Due Palazzi dove si compra e si vende dallo stupefacente ai filmini pornografici, dai cellulari a schede sim e chiavi usb. E dove qualunque contatto con l’esterno è possibile.

Lo racconta uno dei detenuti che hanno collaborato all’inchiesta, Andrea (nome fittizio) che ricorda come fossero gli agenti a “offrire” droga ai detenuti: “La prima volta ti veniva regalata una riga di eroina o una canna e ti veniva detto “tieni dai, fai festa…”, così da quel momento capivano che eri diventato loro cliente acquirente”.

Il capo-posto del 5° blocco è l’assistente di polizia penitenziaria Pietro Rega. “Prima di me” continua Andrea, “vi era tale A.A. (un detenuto) il quale era incaricato da Rega di portare i pacchi contenenti droga, telefoni e chiavette usb nel reparto alta sicurezza a un detenuto di nome Ivan, poi trasferito… A.A. se ne è andato. Nel frangente Strisciuglio (membro di un clan della Sacra Corona Unita detenuto nel reparto massima sicurezza) scriveva in alcuni bigliettini diretti a Rega che il pacco di Ivan doveva essere dato a lui…”.

Andrea insiste: “Rega mi ha fatto arrivare a casa somme di danaro in cambio del fatto che, per suo conto, consegnavo a Strisciuglio hashish in panetti da 100 a 200 grammi l’uno con tanto di logo che cambiava ogni volta… E ho consegnato sempre a Strisciuglio una chiavetta usb con scheda telefonica, forchette, coltelli…”. L’assistente Rega aveva “anche dell’eroina in sasso. Quando aveva la droga lo faceva sapere in giro, poi quando ne faceva uso perdeva un po’ il controllo e diceva tutto”.

Nel luglio 2013 Rega ha paura “perché ha sentito che un detenuto stava parlando con la magistratura o la polizia e non ha più voluto che i pacchi fossero indirizzati a sua moglie Zaccaria Iolanda… ma alla moglie del collega Telesca Angelo, il Condor, che ho letto sempre sui bigliettini si chiama Pugliese Francesca. Non so quale fosse il contenuto dei pacchi, presumo hashish, cocaina o eroina… Lo dico perché, poco dopo che i pacchi arrivavano, girava la droga al piano… Ho saputo da Rega che il pacco è regolarmente arrivato alla moglie di Telesca ma quest’ultimo si è tenuto il contenuto (la droga), dicendo a Strisciuglio che il pacco non è mai arrivato”.

Andrea conferma che, passata la paura, tutto torna come prima: “Rega ha capito che non vi erano grossi problemi e ha ricominciato a ricevere i pacchi a nome di sua moglie”. Rega aveva un precedente analogo: era stato indagato, poi condannato in primo grado, infine assolto in via definitiva dal tribunale di Napoli. Lo spiega sempre il detenuto Andrea: “Rega mi ha raccontato di essere stato in galera per associazione a delinquere, poi ha aggiunto “comunque gliela ho messa nel culo perché mi hanno assolto”.

Rega era un agente-pusher dentro il carcere: “Per un anno e mezzo l’ho visto cedere eroina e hashish… Le cessioni avvenivano nell’ufficio degli agenti e partecipavano, oltre a Rega, anche i suoi colleghi, l’assistente capo Bellino Luca detto ‘u cafone, l’assistente Giordano Paolo detto il poeta, l’agente Telesca Angelo detto condor… Telesca e Bellino cedevano pure metadone ai detenuti che ne avevano bisogno… Entrambi, per quanto ne so, sono in cura al Sert”.

Domanda spontanea: come è possibile che due agenti di un carcere di massima sicurezza siano tossicodipendenti in cura?

Gli agenti sono “comprati” a dosi di droga. E di stecche di sigarette. Il detenuto Andrea aveva regalato all’agente Telesca due stecche di Marlboro. In cambio “di un apparecchio telefonico con scheda… Era il suo telefono e ho chiamato la mia convivente”. Bastava pagare o distribuire regalie, e tutto (o quasi) era possibile. “Rega ha sempre fornito di panetti di hashish Arrab Imame (un detenuto)…”. Spesso gli agenti si tenevano parte della droga (in qualche caso tutta) spedita ai detenuti con la loro complicità: “Rega mi ha raccontato di aver ricevuto un pacco destinato al magrebino e di aver ricevuto in cambio del favore 70 grammi di eroina e 100 grammi di hashish”.

Ma come uscivano gli ordini dal carcere? Attraverso ex detenuti come “Mohamed El Ins, il contatto telefonico di Rega che fa da tramite tra lui e chi fornisce lo stupefacente… È Mohamed che i marocchini detenuti chiamano, utilizzando un telefono gestito dai rumeni che lo prestano in cambio di quattro pacchetti di sigarette. Anche gli albanesi hanno telefoni a disposizione e li prestano in cambio di sigarette o soldi… I telefoni cellulari sono stati portati in carcere da Rega e questo è risaputo da tutti”.

Il quadro è allucinante. Avverte il detenuto Andrea: “Quando sono sotto l’effetto dell’eroina, le guardie carcerarie parlano di tutto e raccontano tutto”.

Paolo Giordano è l’assistente di polizia pornostar. Oltreché far arrivare in carcere eroina, metadone (lo “sciroppo” suggerito a un collega come antidepressivo), e subutex (un oppiaceo), droghe che assume, distribuisce filmini hard realizzati “in casa”. Racconta un detenuto: “Ti offriva la droga in cambio di danaro oppure, se avevi un contatto esterno, andava a ritirarla e ne teneva per sé la metà”. Ma l’aspirazione di Giordano, detto il poeta e a volte il pittore, è quella di diventare un divo del porno. Così si cimenta in filmini a luci rosse, realizzati con amiche compiacenti, che distribuisce in carcere grazie alle chiavette usb. Filmini in cui è protagonista indiscusso.

Cristina Genesin

Il Mattino di Padova, 9 luglio 2014

Padova: Poliziotti Penitenziari fornivano droga e telefonini ai detenuti. Arrestati dalla Polizia


Penitenziaria 1Ha concluso il servizio nella notte, ma un agente penitenziario non ha fatto in tempo a oltrepassare il portone del carcere di Padova per andare a casa. È finito diritto in cella assieme ad altri cinque colleghi – altri 9 sono indagati, a un avvocato e ad altre 8 persone.

Tutti arrestati dalla squadra mobile di Padova che ha scoperto un malaffare, in cambio di soldi, tra droga e corruzione a favore di detenuti del penitenziario euganeo, anche per quelli condannati per associazione mafiosa entrati in possesso di cellulari.

Tutto documentato da circa un anno dalla squadra mobile della Questura di Padova, diretta da Marco Calì, che ha scoperto il “marcio” quasi per caso nell’estate 2013 mentre erano in corso delle intercettazioni di marocchini sospettati di un traffico di droga.

Nelle telefonate si parlava di quanto avveniva nella casa penale e così, scavando più a fondo, la polizia ha portato alla luce il “malaffare”: un nutrito e organizzato gruppo di agenti penitenziari in servizio che per denaro e in pianta stabile, in concorso con familiari ed ex detenuti, gestivano un sistema illecito finalizzato all’introduzione in carcere di droga (eroina, cocaina, hashish, metadone), materiale tecnologico (telefonini, schede sim, chiavette usb, palmari). Tutto per accontentare le richieste dei detenuti.

A tirare le fila, un capoposto del quinto piano del “Due Palazzi”, Pietro Rega, 48, già arrestato per fatti analoghi nel 2001 dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli quando lavorava nel carcere di Avellino. Allora Rega risultò sul libro paga di un clan della Camorra.

Gli agenti coinvolti nell’inchiesta, lo chiamavano il “grande capo” il quale percepiva anche tramite vaglia postali o Western Union i pagamenti di somme di danaro da parte di familiari e complici in cambio delle varie consegne. Per gli investigatori sarebbe stato Rega a coinvolgere gli altri agenti penitenziari, ad influenzarne altri dividendo il denaro incassato con somme che variavano dai 200 agli 800 euro, a seconda dei favori fatti.

Ma, sempre secondo gli inquirenti, l’uomo avrebbe gestito con altri colleghi anche il traffico di droga all’interno del carcere, permettendo ai detenuti, specie albanesi e magrebini, di svolgere parallelamente un loro micro spaccio con gli altri reclusi. Sarebbe stato lui a prendere i contatti con un camorrista napoletano appartenente al clan Bocchetta e ad un affiliato al clan Strisuglio della Sacra Corona Unita, entrambi sottoposti a misura di massima sicurezza, beneficandoli anche di cellulari e sim card che permettevano di comunicare tranquillamente comunicare con l’esterno.

E nel malaffare è entrato anche l’avvocato Michela Marangoni, 51 anni, del foro di Rovigo, che si sarebbe servita di due suoi assistiti per l’illecito commercio. Con qualche blitz, su suggerimento della squadra mobile, la polizia penitenziaria è andata a colpo sicuro perquisendo le celle dei detenuti sospetti, ma i traffici non hanno mai subito soste, fino a stamane, quando è stato tagliato definitivamente il cordone ombelicale che legava pregiudicati e uomini infedeli dello Stato.

Ansa, 9 luglio 2014

Carceri inumane e processi infiniti. Pannella continua la battaglia !


marco-pannella-6402Giacca anni Ottanta con spalline e bottoni di metallo, camicia portata fuori, jeans, cravatta a macchie di colori sgargianti, tratti approfonditi dall’età, codino incanutito; e poi, frasi ellittiche, il soggetto che scompare per riemergere dopo cinque subordinate, ricordi affioranti, nomi di cinquant’anni fa, buttati lì, come se tutti avessero il dovere morale di conoscerli.

Anche a Padova, ieri pomeriggio, Marco Pannella ha dato spettacolo di sé, della propria cultura e del proprio impegno civile. Intervistato dal direttore del “Corriere del Veneto”, Alessandro Russello, ha parlato soprattutto dei temi che gli stanno più a cuore, e cioè quelli legati alla privazione dei diritti dei detenuti, e alla durata irragionevole dei processi; ma qualcosa di “local” alla fine lo ha detto.

Per esempio, ce l’ha con gli indipendentisti, i Veneti come i Catalani. A suo giudizio, “c’è una speranza contro l’esplosione dei nuovi nazionalismi, quelli che operano su scala provinciale, e che costituiscono un effetto della crisi economica: l’esempio del Dalai Lama (autorità spirituale del buddismo nonché, fino al marzo 2011, capo del governo tibetano in esilio; ndr)”.

Sempre secondo Pannella, infatti, il Dalai Lama avrebbe “rinunciato all’indipendenza del Tibet dalla Cina; punta, invece, a democratizzare gli oppressori”. Che poi sono i Cinesi della Repubblica Popolare, che occupa, manu militari, Lhasa dal 1959. “Ora – ha continuato Pannella – i tibetani chiedono autonomia, tanto che han preso a modello lo Statuto del Trentino Alto Adige”.

Altro tema riconducibile al Veneto, quello della corruzione. Sì, perché c’è l’Expo, con i soliti imprenditori e la solita classe dirigente, ma c’è anche il Mose. “Finché in questo Paese regna indisturbata l’anti-democrazia – ha spiegato Pannella – non se ne esce. Solo con una democrazia autorevole si può fare qualcosa”. E, per Pannella, la democrazia vera, da noi, non c’è, perché i diritti sono calpestati. In Italia “c’è continua strage di legalità”.

Se ne era già parlato alla conferenza stampa organizzata dal partito Radicale, di cui Pannella, classe 1930, è stato tra i fondatori nel 1955. In questo contesto, l’avvocato Olga Lo Presti del foro di Padova ha descritto la disciplina della legge Pinto per richiedere un’equa riparazione per il danno, patrimoniale 0 non patrimoniale, subito per l’irragionevole durata di un processo. “Il fatto è che i casi di ricorso, sia nel civile che nel penale, aumentano esponenzialmente”. Secondo in radicali, va peggio in altre cose: “In Italia – secondo il segretario nazionale del partito Rita Bernardini – c’è la tortura.

In carcere si sperimenta la degradazione. Chi è detenuto ha la certezza che tra il 60% e l’80% dei casi si ammalerà in carcere, per infezioni ed altro”. Secondo Pannella sono “temi rispetto ai quali l’attuale premier Matteo Renzi è perfettamente disinteressato. Non gliene importa niente: sono temi scomodi, non portano consenso, e lui è sempre in tv. Era più interessato Berlusconi”.

Un esempio è il caso di Bernardo Provenzano, criminale, dal 1995 al 2006 capo di Cosa Nostra. “Ora è incapace di intendere e di volere. Non riconosce i figli. Ma per la burocrazia deve morire in carcere. Ora: la Chiesa ha abolito l’ergastolo. Renzi no. L’ho incontrato in stazione, a Firenze, e gli ho chiesto se firmava i nostri referendum. Mi ha risposto che per questioni come queste c’è la Camera”.

Marco De Francesco

Corriere del Veneto, 07 Luglio 2014

Padova, Scambiò un infarto per un mal di stomaco. Condannato a 2 anni Medico Penitenziario. Dovrà pagare 250 mila Euro


Casa Circondariale di PadovaHa violato la posizione di garanzia che un medico del carcere deve assicurare nei confronti di un detenuto in precarie condizioni di salute. È una colpa grave quella che, nei giorni scorsi, ha portato alla condanna del dottor Annibale Cirulli, 45 anni, medico con studio a Dolo, all’epoca dei fatti in servizio di guardia medica alla Casa circondariale di Padova. 2 anni di reclusione. È la pena inflittagli dal Giudice per le Indagini Preliminari Dott.ssa Lara Fortuna con rito abbreviato. Per la condanna si era espresso anche il Pubblico Ministero Dott.ssa Orietta Canova che aveva però sollecitato una pena di 18 mesi.

Al dottor Cirulli, assistito dall’avvocato Lino Roetta, è stata concessa la sospensione condizionale della pena a patto che risarcisca il danno entro sei mesi dal giorno in cui la sentenza diventerà definitiva e cioè il 25 luglio (salvo ricorso in appello).

Dovrà infatti rifondere i tre fratelli e i due genitori di Adel Mzoughi, il pusher tunisino trentaseienne morto tra le sbarre della sua cella, mentre era in attesa di giudizio, il 13 marzo 2011, con una provvisionale di complessivi 250 mila euro (50 mila euro per uno dei tre fratelli, 30 mila euro a testa per gli altri due, 70 mila euro a testa per i genitori). L’esatta quantificazione del risarcimento ai familiari, costituiti parte civile con l’avvocato Annamaria Beltrame, dovrà essere stabilita in sede civile.

Cirulli era accusato di non aver diagnosticato l’infarto in tempo utile. Quella mattina Mzoughi aveva chiesto di essere accompagnato in infermeria. Lamentava forti dolori epigastrici e retrosternali. Il medico l’avrebbe visitato in maniera sommaria. Si sarebbe limitato a prescrivergli un gastroprotettore senza disporre ulteriori esami nè accertamenti di natura diagnostica. Ad un’ora di distanza il tunisino si era sentito male un’altra volta. Il farmaco non era servito ad arrestare il dolore. Cirulli non aveva però ritenuto necessario il trasferimento in ospedale. Gli aveva prescritto soltanto un valium. Nemmeno un’ora dopo il cuore di Mzoughi aveva cessato di battere. Per la Procura il medico non si era reso conto della gravità della sindrome coronarica in atto.

Senza l’ergastolo. Per una società non vendicativa. Convegno al Carcere di Padova


radioradicale logoConvegno promosso nell’ambito della Giornata Nazionale di studi dal titolo “Le pene estreme: ergastolo e tortura. Per una critica della penalità” promosso da Ristretti Orizzonti, dal Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata (FISPPA) e dal Corso Di Sociologia della Devianza, di Sociologia del diritto e Master in Criminologia Critica dell’Università di Padova, dall’Associazione Antigone per i diritti e le garanzie nel sistema penale e dall’Unione delle Camere Penali Italiane.

Padova 6 Giugno 2014

http://www.radioradicale.it/scheda/413289

 

Morire tutti i giorni non è da paese civile: la battaglia per abolire l’ergastolo


Carcere interno “Si muore tutti i giorni per poi morire ancora/una lenta agonia senza rimedio/ che rende innocente chi è stato colpevole/ morire tutti i giorni/ esserne consapevole”. Questi versi sono stati scritti da Carmelo Musumeci per il brano “Morire tutti i giorni” dei 99 Posse. Ma cosa significa morire tutti i giorni? Solo un ergastolano lo sa, solo le persone alle quali è stato tolto il bene più prezioso toccano questa sensazione: “pena di morte viva”, così la chiamano.  Carmelo Musumeci è un ergastolano ostativo, “un uomo ombra”, come sempre si definisce. Uno dei 1.600 uomini ombra che sono sepolti vivi in Italia. Ma è uno che non si è arreso, non ha ceduto alla morsa infernale del morire o del lasciarsi morire. E’ un ergastolano ma è fondamentalmente uno scrittore e poeta che si batte in una battaglia difficile: abolire l’ergastolo.

Abolire l’ergastolo è una battaglia di civiltà. Perché la pena deve essere rieducativa, lo dice anche la Costituzione. Perché il carcere non può essere tortura, lo ha detto anche la Corte Europea dei Diritti Umani, che ha condannato l’Italia per trattamenti disumani e degradanti concedendo al nostro Paese un anno di tempo per rimediare, e nei prossimi giorni dovrà decidere se l’Italia  dovrà pagare tra i 60 e i 100 miliardi di euro di multe. Perché non è solo una questione di spazi, come se i detenuti fossero polli d’allevamento: spesso si ripete che i detenuti vivono in meno di 3 metri quadrati a testa, in condizioni senza dubbio disumane. Ma no, non è solo quello: in molte carceri italiane manca la rieducazione, manca l’assistenza sanitaria, in carcere ci si ammala di più di epatiti e Aids, in carcere ci si suicida, fioccano le denunce per maltrattamenti. Nel carcere di Poggioreale è scattata l’inchiesta sull’esistenza di una presunta “cella zero”, cella o celle nelle quali si consumerebbero violenze ai danni dei reclusi. C’è poi la carcerazione preventiva: un detenuto su cinque è in carcere senza un processo, 10.389 detenuti in queste condizioni, il 17 per cento dei 59.693 ristretti. E poi c’è l’aspetto del carcere a vita: i condannati all’ergastolo sono circa 1.600, di cui circa la metà sono ergastolani ostativi, una misura particolarmente restrittiva che si applica ai detenuti condannati per appartenenza alla criminalità organizzata di tipo mafioso: ciò vuol dire, tra le altre cose, che molto probabilmente moriranno dietro le sbarre. E se lo stato pensava di sconfiggere la mafia con queste misure piuttosto che nei suoi rapporti con il potere economico e politico, il tempo ha dato ragione alle mafie, per il momento. Al contrario per molti, il “fine pena mai” equivale soltanto ad essere sepolti vivi: lo spiega bene Musumeci nei suoi libri e nelle sue poesie.

Su questo tema ci sarà un importante evento, il 6 Giugno prossimo, a partire dalle 9.30, nella casa di reclusione di Padova: sarà dato spazio alle testimonianze degli uomini ombra, e tra essi anche Carmelo Musumeci, che diversi mesi fa ha lanciato una proposta di legge popolare per l’abolizione del carcere a vita. L’iniziativa ha per titolo “Senza ergastoli. Per una società non vendicativa”, e vede coinvolte una serie di realtà: le università, la casa di reclusione di Padova, l’osservatorio Ristretti Orizzonti, personalità del mondo politico e istituzionale come Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, Maurizio Turco e Rita Bernardini dei Radicali e poi detenuti, famiglie, studenti a confronto. Sarà dato spazio anche alle famiglie degli ergastolani, che vivono un grandissimo lutto: “E’ una pena che si infligge a tutta la famiglia – spiega Elton Kalica, giornalista della redazione di Ristretti Orizzonti – Queste persone vengono cancellate dalla vita. Non solo la loro vita, ma vengono cancellati dai propri cari, che vivono con l’idea che non li riavranno mai più”.

Ma una persona cambia nel tempo, si trasforma, ed Elton ci racconta questo aneddoto: “Un ergastolano ostativo mi disse che l’unica cosa bella di tutta la sua vita era che la sua famiglia si era trasferita, rifatta una vita fuori da quel contesto in cui temeva che sarebbero vissuti anche i suoi cari. Questo mi ha colpito molto, perché in quel modo questa persona aveva certificato la sua uscita, il rifiuto di quella mentalità, il suo distacco, pur non avendo scelto di collaborare. E la sua rassegnazione, essendo consapevole che questo distacco non avrebbe potuto influire in alcun modo sul suo futuro”.  Si tratta comunque di reati molto gravi.  A descrivere bene l’aspetto umano è anche Yvonne, una volontaria e attivista: ci mostra una lettera di un ergastolano. “Scrive della speranza che loro non hanno più – racconta Yvonne – Ma anche dell’importanza di chi sta loro vicino nonostante tutto. Per loro siamo delle piccole rondini”. E ci mostra il disegno realizzato dall’ergastolano.

Carmelo Musumeci ha scritto anche al Papa: “Nel carcere di Padova ci sarà un convegno sull’abolizione dell’ergastolo – si legge nella sua lettera –  Lo so non potrai essere presente, ma ti chiediamo un pensiero, una preghiera, un messaggio, un cenno per darci un po’ della tua voce e della tua luce. Francesco, devi sapere che da quando hai abolito la “Pena di Morte Viva” (come chiamiamo noi la pena dell’ergastolo) non c’è un uomo ombra (così si chiamano fra loro gli ergastolani) che non vorrebbe essere prigioniero nel carcere della Città del Vaticano perché qui viviamo nel nulla di nulla, destinati a marcire in una cella per tutta la vita. Francesco, devi sapere che l’ergastolano non vive, pensa di sopravvivere, ma in realtà non fa neppure quello, perché questa crudele pena ci tiene solo in vita, mentre una pena giusta dovrebbe avere un inizio e una fine”.

A chi crede che l’ergastolo sia il solo modo di ottenere giustizia, risponde Agnese Moro, figlia di Aldo Moro: “Solitamente, si sente parlare di ergastolo quando qualche fatto di cronaca, per la sua stessa natura oppure per una costruzione mediatica, fa inorridire l’opinione pubblica a tal punto, che la condanna è accolta con soddisfazione solo se cala sulla testa del colpevole la spada del carcere a vita. Ci domandiamo allora che cosa è la giustizia: “ottenere giustizia” può essere davvero una questione di anni di galera comminati?”

Ecco la bellissima filastrocca scritta da un detenuto del carcere di Padova, sulla speranza-rondine e sulla libertà volata via per sempre: “La mia rondinina che vola e guarisce, facendo domande il mio cuore stupisce/Un giorno volando sul petto posò/ Quel giorno fu festa, v’era speranza, oggi quel dì è andato in vacanza/ Rimane un ricordo, fugace e remoto/ Quando chi spera arde nel fuoco/ Son lenti i giorni e lunga è la notte/ il cuore batte con tocchi e rintocchi/ Cercando che cosa? Ah sì! La speranza/ Quella vigliacca che è andata in vacanza/ Stai pure tranquilla, rondine mia/ Son certo ritorna, è lei che comanda/Senza l’infame (speranza, ndr) non si vive abbastanza”.

di Gaia Bozza

http://www.fanpage.it, 04 Giugno 2014

Papa Francesco… ti chiediamo un pensiero e un messaggio per gli “uomini ombra”


OLYMPUS DIGITAL CAMERA“Dio, lo so, non ti dovrei scrivere perché non sono credente, ma ho scritto un po’ a tutti e nessuno mi ha mai risposto e ho pensato di rivolgermi anche a te”. (Frase trovata scritta sulla parere di una cella di un ergastolano).

Francesco, venerdì, sei giugno 2014, qui nel carcere di Padova ci sarà un convegno sull’abolizione dell’ergastolo. Lo so non potrai essere presente, ma ti chiediamo un pensiero, una preghiera, un messaggio, un cenno per darci un po’ della tua voce e della tua luce. Francesco, devi sapere che da quando hai abolito la “Pena di Morte Viva” (come chiamiamo noi la pena dell’ergastolo) non c’è un uomo ombra (così si chiamano fra loro gli ergastolani) che non vorrebbe essere prigioniero nel carcere della Città del Vaticano perché qui viviamo nel nulla di nulla, destinati a marcire in una cella per tutta la vita. Francesco, devi sapere che l’ergastolano non vive, pensa di sopravvivere, ma in realtà non fa neppure quello, perché questa crudele pena ci tiene solo in vita, mentre una pena giusta dovrebbe avere un inizio e una fine.

Francesco, nessun essere umano o disumano meriterebbe di vivere con una punizione senza fine, tutti dovrebbero avere diritto di sapere quando finisce la propria condanna. La pena dovrebbe essere buona e non cattiva. E dovrebbe risarcire e non vendicare. Una pena che ti prende il futuro per sempre ti leva il rimorso per qualsiasi male che uno abbia commesso. Una volta un mio compagno di cella mi ha raccontato che il più grande dolore non è stato la sofferenza della condanna alla pena dell’ergastolo, ma il momento del perdono che ha ricevuto dalla vittima del suo reato. Nessun’altra specie vivente tiene un animale dentro una gabbia per tutta la vita, una pena che non finisce mai non ha nulla di umano e ti fa passare la voglia di vivere. Come fa a rieducare una pena che non finisce mai? Molti ergastolani, dopo venti anni di carcere, camminano, respirano e sembrano vivi ma in realtà sono morti.

Francesco, diglielo tu ai “buoni” che gli ergastolani non hanno paura della morte perché la loro vita non è poi cosa diversa dalla morte. Diglielo tu ai “buoni” che nelle carceri italiane ci sono uomini che sono ombre che vedono scorrere il tempo senza di loro e che vivono aspettando di morire. Diglielo tu ai “buoni” che solo il perdono fa nascere ai cattivi il senso di colpa mentre le punizioni crudeli e senza futuro fanno sentire innocenti anche i peggiori criminali. Diglielo tu ai “buoni” che la migliore difesa contro l’odio è 1’amore e la migliore vendetta è il perdono. Diglielo tu ai “buoni” che dopo tanti anni di carcere non si punisce più quella persona che ha commesso un crimine, ma si punisce un’altra persona che con quel crimine non c’entra più nulla. Diglielo tu ai “buoni” che 1’ergastolo ostativo è una vera e proprio tortura che umilia la vita e il suo creatore. Gli uomini ombra ti mandano un sorriso fra le sbarre.

di Carmelo Musumeci (detenuto ergastolano nel Carcere di Padova)

Ristretti Orizzonti, 3 giugno 2014

Carceri, Padova : Un figlio malato e non potergli neppure telefonare


Carcere di Regina Coeli RomaMeno dieci: mancano dieci lunghissimi giorni e poi scadrà l’anno di tempo che la Corte europea dei diritti dell’uomo ci ha concesso per far fronte al sovraffollamento delle carceri. Ma noi questa volta non parleremo di numeri, parleremo piuttosto di qualità delle condizioni detentive, e di umanità.

E lo faremo con due testimonianze, di una persona detenuta e di una operatrice che in carcere si occupa di uno sportello di segretariato sociale per i detenuti, accomunate da un problema: un famigliare che sta male. Solo che chi è rinchiuso in galera ha una pena aggiuntiva: i rapporti con i famigliari ridotti a una miseria, sei ore di colloqui e una telefonata di dieci minuti a settimana.

A Padova il direttore ha concesso a tutti due telefonate straordinarie in più al mese, ma è sempre troppo poco. Se davvero vogliono umanizzare le carceri, che inizino dagli affetti, e tolgano questi limiti alle telefonate, come avviene in tanti Paese più civili del nostro: telefonare a casa non ha mai fatto male a nessuno, semmai ha salvato qualcuno dall’abbandono, dall’angoscia della galera, e gli ha ridato la voglia di cambiare vita.

Perché ci separano dai nostri cari?

I miei primi cinque anni di detenzione li ho passati nel carcere di Saint Gilles, Bruxelles, e posso dire che nonostante tante difficoltà non mi hanno separato mai dalla mia famiglia. I miei figli ancora mi dicono: quando ti trovavi in Belgio non ci sentivamo soli, oggi ci sentiamo orfani.

Qualche giorno fa telefono a casa come faccio una volta a settimana, le prime parole che sento di solito sono “Pronto Papà!”, e mi si apre il cuore. Ma questa volta, diversamente dal solito, sento una voce piena di ansia, al primo momento sembrava la linea disturbata, cosa normale visto che telefono all’estero, ma poi la voce mi dice: “Pronto, figlio mio come stai?” e io subito nel panico “Mamma, che cosa c’é che piangi?”. Lei cerca di fare la voce normale, ma con le persone di famiglia si capisce quando c’é qualcosa che non va, e già non sentire la parola “papà” mi desta dei sospetti. Ed ecco che arriva la brutta notizia: “Sono da sola, non c’è nessuno, tua figlia ha avuto un incidente”, nel frattempo la voce va via, cade la linea, scadono i dieci minuti consentiti, inizio a sudare freddo, cerco di chiamare l’agente per dirgli: “È successo qualcosa a mia figlia, potrei usufruire oggi della telefonata prevista per la settimana prossima?”

Mi rispondono: “Purtroppo lei ha finito i suoi dieci minuti settimanali, ci dispiace, la potrà fare la settimana prossima”. Mi sono sentito la persona più inutile al mondo.

Sono un ergastolano, l’unico amore che potrei dare ai miei figli sono quelle telefonate che posso fare per dieci minuti a settimana, oltre alle sei ore di colloquio che potrei fare ogni mese, cosa per me molto difficile, dato che la mia famiglia abita in Belgio.

In questi ultimi anni non sono stato mai presente nella crescita dei miei figli, neppure con un banale gesto d’affetto. In Belgio non è così, ecco perché loro mi dicono: quando eri in Belgio, non ci sentivamo orfani. La detenzione in quel Paese riguardo agli affetti è molto umana, molto attenta, se ti trovi in detenzione preventiva, in attesa di giudizio, ti lasciano fare i colloqui per tre ore a settimana, oltre a due colloqui affettivi di quattro ore al mese, e poi sei in possesso di una carta telefonica, che ti dà accesso ai numeri autorizzati, che puoi chiamare dalle 8:30 fino alle 18:30, anche più volte al giorno, e se hai figli minori fino al diciottesimo compleanno puoi fare, tutti i mercoledì dalle 14:00 fino alle 18:00, i colloqui senza la presenza degli agenti, ma seguito da un’educatrice, per fare i compiti di scuola insieme, giocare, parlare dei loro problemi. E poi sei anche sicuro che ti assegnano un lavoro, con uno stipendio mensile che ti permette di inviare qualcosa alla famiglia e di coprire le tue spese in carcere. Ma soprattutto, in Belgio ti lasciano fare il padre, il marito, il figlio, in modo che il giorno che rientri a casa non sei una persona estranea, che potrebbe “invadere” le vite dei tuoi famigliari spezzando i loro difficili equilibri.

In Italia tanti detenuti, nel momento in cui finiscono di scontare la loro carcerazione, iniziano un’altra pena, quella determinata dalla difficoltà di riallacciare i rapporti con le famiglie, perché spesso la galera causa l’allontanamento dei figli e della moglie, e quando le persone escono e non hanno un lavoro, si scontrano con tutte le difficoltà che oggi ci sono nella società. Tanti di loro poi, se si ritrovano soli e senza nemmeno l’affetto della famiglia, rischiano di tornare presto a delinquere.

Ma siamo sicuri che in Italia vogliano che la persona che esce dal carcere sia inserita nella società? Siamo sicuri che non ci siano tantissimi figli che finiscono per odiare quelle istituzioni, che hanno trattato anche loro come dei colpevoli? Siamo sicuri che tenere in carcere le persone in modo poco umano, e farle uscire più arrabbiate, aiuti a ridurre la criminalità?

Ricordiamoci che siamo già stati condannati dall’Europa e fra qualche giorno potremmo esserlo di nuovo per le nostre carceri disumane. E se per fare i cambiamenti necessari a umanizzarle cominciassero proprio trattando più umanamente i nostri figli?

Biagio Campailla

Ho pensato a quello che farei io se non potessi chiamare a casa quante volte voglio

Entro in carcere da dodici anni e a differenza delle persone con cui collaboro, ad una certa ora posso, anzi devo, uscire. Conosco il carcere da persona libera, e ne ho ovviamente una visione parziale, perché non vivo sulla mia pelle la quotidianità della vita in sezione e la continua privazione della libertà.

Certo ci sono alcune regole, a cui chiunque entri in un carcere deve sottostare, ma sono sopportabili perché limitate alle ore in cui sei “dentro”. Tra tutte, trascorrere le ore in carcere senza cellulare l’ho sempre vissuto con sensazioni contrastanti, a volte di liberazione, a volte di fastidio.

Quest’anno purtroppo mio padre ha avuto un serio problema di salute e da quando è ricoverato in ospedale ci sono stati diversi episodi gravissimi e inaspettati, durante i quali per fortuna ho potuto sempre stargli vicino. Nei momenti in cui si è stabilizzato, ho deciso di riprendere le mie attività e quindi di ricominciare a entrare in carcere.

La prima volta che sono rientrata, al momento di lasciare il cellulare all’esterno, mi è preso quasi il panico. E se succede qualcosa come mi avvisano? Come faccio a stare dentro sei ore senza avere notizie? Ogni tanto mentre sto facendo un colloquio mi viene il terrore che stia succedendo qualcosa e in un paio di occasioni, appena ho potuto, sono corsa fuori ad accendere il cellulare per chiamare a casa.

Questa situazione mi ha avvicinato per un secondo alla sensazione di rabbiosa o rassegnata impotenza che deve provare una persona detenuta che ha una persona cara che sta soffrendo o che sta attraversando un momento difficile o anche semplicemente che ha bisogno per varie ragioni di sentire vicini i propri affetti.

Ho pensato a quello che farei io se non potessi chiamare a casa quante volte voglio, una, dieci, venti al giorno, per sapere minuto per minuto come sta mio padre.

Penso alle volte in cui quando telefono mi concentro così tanto sulla voce di mia madre, che una pausa in più, una parola incerta, un tono di voce stonato mi fa entrare in uno stato d’allarme tale che dopo cinque minuti richiamo per essere sicura che non mi stiano nascondendo qualcosa. E se non sono sicura, chiamo qualcun altro per confrontare le diverse versioni.

Io credo che sia contro natura accettare un atto violento come la lontananza forzata dai propri affetti, con solo dieci minuti di telefonata a settimana. Io non so se in quella situazione riuscirei a mantenere l’autocontrollo, rispondere in modo educato, tenere una condotta “regolare e partecipativa” anche nel tempo, perché farei fatica a dissociare l’immagine di un’istituzione che dice di volermi rendere una persona migliore da quella di un’istituzione che mi tortura allontanandomi dai miei cari anche in momenti così delicati, quando si tratta della vita e della morte delle persone.

E allora penso a quale stato d’animo possa aver generato alcuni rapporti disciplinari per reazioni violente di detenuti, certamente le emozioni, la frustrazione, l’ansia in quei casi sono esplose nel modo sbagliato, ma non deve essere facile gestire l’angoscia e la preoccupazione per una situazione che riguarda i propri cari, accettando di non poterli sentire. Perché 4 telefonate al mese significa non poterli sentire; io in questi mesi faccio almeno 4 telefonate al giorno, e non mi bastano.

Io non capisco il senso della limitazione del numero e della durata delle telefonate: a chi nuoce che una persona detenuta possa sentire quante volte vuole le persone a cui vuole bene? A quale idea di rieducazione nuoce esattamente?

Francesca Rapanà, operatrice dello Sportello di Segretariato sociale in carcere

Il Mattino di Padova, 19 maggio 2014

Parma, Agente Penitenziario si spara alla testa. Il sindacato: «Stressato dal lavoro»


Penitenziaria 1PADOVA – Tragedia tra i «baschi azzurri» della Polizia Penitenziaria. Un Agente 47enne, Marco Congiu, in servizio presso il Carcere di Parma, padre di tre figli, è stato trovato privo di vita oggi pomeriggio nel garage della sua abitazione a Villafranca Padovana. L’uomo si sarebbe sparato alla testa per motivi ancora tutti da chiarire. Sul posto sono subito intervenuti i carabinieri che stanno cercando se l’uomo avesse lasciato messaggi per spiegare le ragioni del gesto.

A dare la notizia del suicidio è Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. «Si sarebbe suicidato per lo stress da lavoro, una circostanza che accade sempre più spesso tra i colleghi più fragili e generata dalla mancanza di personale e turni troppo pesanti. Noi ci stringiamo con tutto l’affetto e la solidarietà possibili al dolore indescrivibile della moglie, dei figli, dei familiari, degli amici, dei colleghi».