Bruno Bossio (Pd) : “L’ergastolo ostativo va superato modificando l’Art. 4 bis Op”


On. Enza Bruno Bossio“L’inferno della speranza. Riflessioni sull’ergastolo ostativo”. E’ stato questo il tema su cui si è dibattuto in un convegno svoltosi ieri presso la Casa di Reclusione di Opera a Milano, organizzato dalla Camera Penale “Gian Domenico Pisapia”, dal Ministero della Giustizia e dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria della Lombardia. Al convegno, che ha riunito intorno allo stesso tavolo magistrati, giuristi, accademici e rappresentanti istituzionali, ho avuto l’onore di partecipare in quanto prima firmataria di un disegno di legge sottoscritto da numerosi parlamentari del Partito Democratico, Partito Socialista e Sinistra Ecologia e Libertà, che propone la modifica dell’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario.

Il dibattito ha innanzitutto sottolineato il carattere incostituzionale dell’ergastolo ostativo
ed ha preso spunto dalla proposta di un gruppo di detenuti di Opera che individua le condotte riparatorie tese a superare la ostatività. I condannati all’ergastolo definito ostativo, in base alla normativa vigente, non possono accedere alle misure di rieducazione e di reinserimento nella società. Papa Francesco ha definito l’ergastolo ostativo una forma di “pena di morte occulta”.
L’ergastolo ostativo è una pena inflitta al 70 % degli ergastolani ai quali, dopo lunghissimi anni di detenzione e dopo la perdita di ogni contatto con il contesto criminale, è precluso l’accesso a quei benefici minimi che l’ordinamento penitenziario concede, semplicemente perché non collaboranti in processi che magari si sono già chiusi da anni. Si tratta di una realtà di dolore resa ancora più drammatica dalle criticità del sistema carcerario italiano di cui la Casa di Opera è un’eccezione positiva.

La proposta di legge affida al giudizio della magistratura di sorveglianza la valutazione della sussistenza dei requisiti che consentono l’accesso ai benefici. Ovviamente è la magistratura competente che è chiamata ad assumersi la responsabilità di riconoscere al detenuto i requisiti che escludono l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica, eversiva e l’assenza della pericolosità sociale e consentire, così, l’accesso alle misure di rieducazione e reinserimento nella società.

Con questo disegno di legge non si propone nessuno ‘sconto di pena’ per i mafiosi irriducibili, né la liberazione di ‘migliaia di pericolosi criminali’, come vanno affermando in maniera strumentale e distorcente i colleghi Giarrusso e Sarti del M5S. Se approvata, questa norma consentirà, sempre previa rigorosa valutazione della magistratura di sorveglianza, la possibilità di accesso al lavoro esterno, ai permessi premio e alle misure alternative alla detenzione.

Insomma si tratta solo di rendere la pena dell’ergastolo più compatibile con gli standards richiesti dalla nostra Carta Costituzionale e dall’Unione Europea anche al fine che, dopo un lungo periodo di detenzione, possano prevalere le esigenze umanitarie. Ritengo assai grave che da una parte si cristallizzi per sempre una pena perpetua per persone che oggi sono altra cosa rispetto al tempo del compimento del crimine e dall’altra invece possa considerarsi fatto ordinario la scarcerazione per decorrenza dei termini.

Insomma, come diceva Aldo Moro ‘la pena non è passionale e smodata vendetta privata ma risposta calibrata dell’ordinamento giuridico’. Per questo, rivolgendomi ai detenuti presenti all’incontro ho ricordato le parole di Marco Pannella (molto evocato nel convegno) “mi auguro che la vostra speranza diventi anche la nostra speranza”.

On. Enza Bruno Bossio

Deputato del Partito Democratico

18 Giugno 2016

“Dopo 33 anni non è cambiato nulla. Il tormento di Enzo Tortora è stato inutile”


tortoraFrancesca Scopelliti ha presentato il libro con le lettere di Tortora. Trentatré anni. Tanto è trascorso dall’arresto di Enzo Tortora, ma le sue Lettere a Francesca, scritte in carcere e raccolte in un volume presentato ieri nei locali della Camera di Commercio di Roma, sono di “estrema attualità”, come ha sottolineato il presidente dell’Unione delle camere penali Beniamino Migliucci. L’autore delle missive, lette dall’attore Enzo Decaro, il celebre giornalista e presentatore televisivo, di colpo chiamato a rispondere di accuse gravissime: associazione camorristica e spaccio di droga.

La compagna, Francesca Scopelliti, ha ricordato che la loro era “una storia d’amore piuttosto recente. La separazione forzata fu ancora più dolorosa perché originata da un obbrobrio giuridico, un’infamia ingiustificata, la protervia di due magistrati della Procura di Napoli, che volevano a tutti i costi un colpevole. Più emergeva che Enzo era una persona perbene e non si trovavano riscontri, più i giudici si accanivano alla ricerca di nuovi pentiti. I media lo hanno subito condannato, ma lui è stato un grande esempio, dimettendosi da parlamentare europeo per proseguire la battaglia sulla giustizia giusta”.
Il drammatico errore giudiziario sembra però non avere insegnato nulla: “La tristezza più grande è che ci si è fermati a trent’anni fa: il sistema penale-carcerario è rimasto immutato, nessuno è corso ai ripari. I malesseri che Enzo denuncia nelle sue lettere vivono nella nostra quotidianità. Il ministro della Giustizia dovrebbe tenere conto della sua storia”.

Presenti due testimonial d’eccellenza, Giuliano Ferrara, che ha firmato anche la prefazione del volume, ed Emma Bonino, che da decenni si batte sul tema. L’ex direttore del Foglio ha evidenziato che dalle lettere emergono “amore, umanità, personalità, il rapporto con la sorella, le figlie e soprattutto la compagna. La verità è che il “pentito dire” e il partito preso si erano appropriati del meccanismo giudiziario e lo trascinavano verso il basso, dove erano schiacciati Tortora e molti altri cittadini, come i famosi omonimi, che furono arrestati e detenuti a Poggioreale, distrutti da un’indagine che ha dato luogo a un processo che definire discutibile è un eufemismo grave”.
Anche Ferrara ha acceso i riflettori sull’assenza di provvedimenti conseguenti: “Un referendum sollecitò l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati, ma poi non si intervenne in modo significativo e non vi è stata la separazione delle carriere, per cui uomini come Falcone si erano spesi. Purtroppo tutte le classi dirigenti fanno un patto con i giudici, perché ne hanno paura. Il caso Tortora evidenziò per la prima volta l’onnipotenza della magistratura”.

“All’epoca i giornali dopo l’arresto non furono certo innocentisti – ricorda con amarezza la Bonino. I Radicali, Biagi e Sciascia le uniche voci fuori dal coro. Da allora Marco Pannella e Rita Bernardini non hanno mai interrotto una battaglia che oggi deve continuare. La conseguenza d’altronde è il disastroso stato delle carceri. Per riaffermare pienamente lo Stato di diritto attendiamo ancora le grandi riforme, come l’obbligatorietà dell’azione penale. Enzo ha insegnato ai giovani cos’è la dignità, non arrendendosi mai, neppure nei momenti di sconforto. Purtroppo abbiamo perso la memoria e la vista, guardiamo solo l’ombelico”. Migliucci ha aggiunto che il libro “non è solo una testimonianza di rabbia, dolore e sofferenza ma offre tanti spunti. Dalla separazione delle carriere al pubblico ministero collegato al giudice, dalla gestione dei pentiti alla custodia cautelare, che da “extrema ratio” si è trasformata in carcerazione preventiva. La condotta successiva a quando ha ottenuto Enzo giustizia e le sue lettere lanciano un messaggio e la speranza che il Paese possa migliorare. Questo dramma deve portare a una riflessione collettiva sulla presunzione d’innocenza, sull’esecuzione della pena e sul carcere, inteso come risocializzazione e rieducazione e non come vendetta.

Temi che saranno sostenuti dagli avvocati penalisti, mentre l’assenza della politica oggi è colpevole e imbarazzante”. Ha fatto discutere, in particolare, la mancata concessione di una sala in Senato, giustificata dall’assenza di “finalità istituzionali”. “Spero non sia stata dettata dal passato di magistrato del presidente Grasso. Sarebbe un’ulteriore ferita” ha commentato con amarezza la Scopelliti. Ad attenuare il caso la lettera inviata dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “Enzo Tortora ha subito torti e sofferenze. Indagini e sanzioni penali non sono state fondate su basi probatorie adeguate. Problemi di sistema e di clima che restano ancora aperti”.

Francesco Straface

Il Dubbio, 18 giugno 2016

Carcere di Paola, Spettacolo teatrale dei detenuti in omaggio a Marco Pannella


Teatro Carcere di PaolaSi è concluso, nei giorni scorsi, nella Casa Circondariale di Paola il laboratorio teatrale curato dal Centro Provinciale Istruzione Adulti di Cosenza diretto dalla dirigente Rosita Paradiso.

Il laboratorio, coordinato dalla professoressa Maria Pedranghelu, è stato condotto secondo i metodi della peer education (educazione tra pari) che ha saputo sapientemente coniugare le fattive collaborazione di tutti, reclusi e corpo docente. All’iniziativa hanno partecipato i detenuti Fabio Bonfitto, Giuseppe Caccamo, Gioacchino Cananzi, Ivan Forte, Pasquale Furina, Gianluca Maestri, Diego Mammoliti, Carmelo Pace, Antonino Stranges, Domenico Totino e Vitalii Zymnitski. Hanno invece contribuito all’organizzazione i professori Salvatore Belsito e Gennaro Falcone.

Lo spettacolo, articolato in due tempi, si è aperto con un omaggio alla figura di Marco Pannella. Nella prima parte i detenuti si sono cimentati nell’interpretazione di alcuni brani della propria cultura d’origine, accompagnandosi al pianoforte e alla chitarra. Insieme a loro si è esibito il Prof. Luigi Pietramale dell’IPSEOA di Paola che ha anche eseguito un brano riadattato del cantautore calabrese Brunori Sas. L’esecuzione è stata arricchita da letture selezionate, da testi originali e dalle proiezioni multimediali curate dalla professoressa Maria Pedranghelu. Nella seconda parte i detenuti hanno recitato una breve ed esilarante commedia “Il morto che cammina”, scritta da Antonino Stranges in dialetto calabrese. Al termine della manifestazione è stato fatto salire sul palco Rocco De Paola, uno dei tanti reclusi partecipanti al laboratorio di scrittura curato sempre dal CPIA di Cosenza, che si è aggiudicato una menzione speciale alla sesta edizione del Concorso nazionale “Fiuzzi d’oro”, per il racconto dedicato al ciclismo in omaggio alla tappa praiese del Giro d’Italia.

L’attenzione che il CPIA di Cosenza, ad integrazione dei percorsi istituzionali attivati, riserva alle varie forme di apprendimento non formale in carcere che proprio nei laboratori trovano l’espressione più compiuta, è in linea con le indicazioni europee che, a riguardo, insistono sulla centralità dell’individuo-detenuto e sulla necessità di un modello educativo che umanizzi la pena, favorisca la consapevolezza, orienti verso nuovi progetti di vita.

Provenzano ridotto a vegetale : niente pietà per il Breivik italiano. Resta al 41 bis


Casa Circondariale di Milano OperaCos’è un diritto umano ? L’interrogativo, da ieri, è molto meno ozioso di quanto possa sembrare a prima vista. Accade infatti che un tribunale norvegese riconosce come fondate le rivendicazioni Anders Behring Breivik, nella causa intentata allo Stato per trattamento “inumano” durante la detenzione. Breivik, come certamente tutti ricordano, è l’autore delle stragi di Oslo e Utoya nel luglio 2011, una carneficina che provoca la morte di 77 persone e un numero imprecisato di feriti. Una corte di Oslo ha concluso che le condizioni di detenzione di Breivik “costituiscono un trattamento inumano”; questo perché questo pazzo nazistoide è tenuto in regime di isolamento per quasi cinque anni; e questo sembra violi l’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani. Il giudice Helen Andenaes Sekulic ha stabilito che il diritto di Breivik alla corrispondenza non è stato violato (come invece sosteneva l’autore della strage) e che in questo caso è stata garantita l’applicazione dell’Articolo 8 della stessa Convenzione.

Breivik aveva chiesto la revoca delle restrizioni sulle sue comunicazioni con l’esterno, per poter tenere contatti con i simpatizzanti; richiesta che le autorità avevano respinto per motivi di sicurezza a causa della sua “estrema pericolosità”, e per prevenire attacchi da parte di qualche suo sostenitore. Giova ricordare che Breivik è stato condannato nell’agosto del 2012 a 21 anni di carcere (il massimo della pena in Norvegia). Insistendo sulla durezza della detenzione, l’avvocato di Breivik, Oystein Storrvik accusa la Norvegia di violare due disposizioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e parla di trattamenti “inumani” e “degradanti”.
Breivik o c’è, o ci fa; forse entrambe le cose. L’altro giorno, salutando come usano fare i nazisti, e rivendicando di essere un seguace ammiratore di Hitler, si è contemporaneamente paragonato a Nelson Mandela. Per l’avvocato Storrvik sono “segni di vulnerabilità mentale” legati al regime carcerario a cui è sottoposto. Una disumanità, detto per inciso, che prevede 31 metri quadrati di cella divisi in tre settori: area notte, area studi, area per esercizi fisici; un televisore, un lettore dvd, una console per i giochi, macchina per scrivere, libri, giornali. Poi, certo: ci sono inconvenienti, come i caffè serviti freddi, e piatti cucinati in modo che Breivik definisce “peggiori del waterboarding” (e chissà come si fonda questa sua affermazione: improbabile che abbiano praticato su di lui questa tecnica di tortura).

Fin qui Oslo, i suoi giudici, la sua giurisdizione. Ora il caso di un altro “mostro”, di cui si interessano Marco Pannella, alcuni radicali (Rita Bernardini, Sergio D’Elia, Maurizio Turco, Elisabetta Zamparutti di “Nessuno tocchi Caino”), e pochissimo i giornali (e tra i pochi, meritoriamente, questo). È il caso di Bernardo Provenzano, soprannominato “Binnu ù Tratturi” per la violenza e la determinazione con cui ha eliminato i suoi nemici, chiunque gli faceva ombra.
Condannato a svariati ergastoli, tutti meritati per una caterva di delitti, “Binnu”, da oltre due anni giace in un letto d’ospedale del reparto ospedaliero del carcere San Paolo di Milano. Immobile da mesi, il cervello, dicono le perizie, distrutto dall’encefalopatia; si deve nutrire con un sondino nasogastrico; pesa 45 chili. Ha 83 anni; il suo cuore ? si citano sempre le perizie mediche ? continua a battere, ma ha perso la cognizione dello spazio e del tempo. In una parola, è un vegetale. Chi lo ha visto, parla di un boss fisicamente irriconoscibile, mentalmente confuso, non riesce a prendere in mano la cornetta del citofono per parlare con il figlio. Non riesce neanche a spiegare al figlio l’origine di un’evidente ferita alla testa: prima dice di essere stato vittima di percosse, poi di essere caduto accidentalmente.

La richiesta di differimento pena sollecitata dal magistrato di sorveglianza dopo che i medici avevano definito incompatibili le condizioni del boss con il carcere, viene respinta dal tribunale di sorveglianza di Milano; respinta anche la subordinata dell’avvocato di Provenzano: lasciarlo in regime di carcerazione nello stesso ospedale, però nel reparto di lunga degenza, invece che in quello del 41bis. Il no dei giudici, a differenza del passato, non è motivato con la pericolosità del detenuto, ma nel suo interesse. Si sostiene che “non sussistano i presupposti per il differimento dell’esecuzione della pena, atteso che Provenzano, nonostante le sue gravi e croniche patologie, stia al momento rispondendo ai trattamenti sanitari attualmente praticati che gli stanno garantendo, rispetto ad altre soluzioni ipotizzabili, una maggior probabilità di sopravvivenza”. Notare: sono gli stessi giudici a parlare, per Binnu, di “sopravvivenza”.

Binnu può contare su terapie più adatte nel reparto in cui si trova, spostarlo significherebbe garantirgliene di meno efficaci. Di più: i giudici sostengono che spostarlo, anche solo per 48 ore, potrebbe essergli fatale; ad ogni modo l’attuale condizione è di “carcerazione astratta”, lo tengono lì solo per curarlo. Nella relazione medica si legge: “Il paziente presenta un grave stato di decadimento cognitivo, trascorre le giornate allettato alternando periodi di sonno a vigilanza. Raramente pronuncia parole di senso compiuto o compie atti elementari se stimolato. L’eloquio, quando presente, è assolutamente incomprensibile. Si ritiene incompatibile col regime carcerario”. Il primario della V divisione di Medicina protetta del San Paolo, dottor Rodolfo Casati, nell’ultima relazione con cui Provenzano è dichiarato incapace di partecipare a un processo penale, scrive che il detenuto “è in uno stato clinico gravemente deteriorato dal punto di vista cognitivo, stabile da un punto di vista cardiorespiratorio e neurologico; allettato, totalmente dipendente per ogni atto della vita quotidiana? Alimentazione spontanea impossibile se non attraverso nutrizione enterale. Si ritiene il paziente incompatibile con il regime carcerario. L’assistenza di cui necessita è erogabile solo in struttura sanitaria di lungodegenza”.

Per il ministro della Giustizia Andrea Orlando “non risulta essere venuta meno la capacità del detenuto Provenzano Bernardo di mantenere contatti con esponenti tuttora liberi dell’organizzazione criminale di appartenenza, anche in ragione della sua particolare concreta pericolosità non sono stati rilevati dati di alcun genere idonei a dimostrare il mutamento né della posizione del Provenzano nei confronti di Cosa nostra, né di Cosa nostra nei confronti di Provenzano”. Un capomafia a tutti gli effetti, insomma; per questo il 24 marzo scorso il ministro firma una proroga del ’41 bis nei suoi confronti per altri due anni. Paradossi su paradossi. Le Procure di Caltanissetta e Firenze conferma l’assenso alla revoca del 41 bis, già espresso nel 2014; la Procura di Palermo invece cambia idea: due anni fa era favorevole al “regime ordinario”, oggi non più. Perché? Nelle sedici pagine del provvedimento ministeriale, si legge: “Seppure ristretto dal 2006, Provenzano è costantemente tuttora destinatario di varie missive dal contenuto ermetico, cui spesso sono allegate immagini religiose e preghiere, che ben possono celare messaggi con la consorteria mafiosa”. Anche la Superprocura è d’accordo al mantenimento del “carcere duro”. Il ministro si è uniformato. Ad ogni modo, delle due, l’una: o Provenzano è un “vegetale”, e non ha senso tenerlo al 41 bis; oppure è tutta una mistificazione, e a questo punto lo si dica.
E infine: Alfonso Sabella, magistrato non certo sospettabile di indulgenze, e fama di “cacciatore di mafiosi”, giorni fa si dichiarato convinto assertore della validità del “regime” carcerario 41-bis. Proprio per questo, sostiene, per evitare che “si getti discredito su questo strumento che può servire solo se applicato nei casi necessari si devono evitare “rischi” come quello che si sta correndo con l’insistenza su un ex padrino ormai alla fine”. Provenzano, appunto. Giornali e televisioni hanno parlato diffusamente, del “caso” Breivik, e con toni, spesso, scandalizzati. Del “caso” Provenzano neppure un inciso. Una ragione ci sarà, ma la risposta è bene se la dia il lettore.

Valter Vecellio

Il Dubbio, 22 aprile 2016

Cosenza, i Radicali scelgono Presta Sindaco. Valentina Moretti candidata con Mancini


Valentina Moretti, Emilio Quintieri e Shyama Bokkory in visita al Carcere di CatanzaroSosterremo Presta e ci impegneremo per la sua vittoria come Sindaco della Città di Cosenza. Lo annuncia l’esponente radicale calabrese Emilio Quintieri, già membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani. Saremo presenti, nella Lista civica “Oltre i colori. Per Presta Sindaco” promossa dall’Onorevole Giacomo Mancini Jr, ex Deputato della Rosa nel Pugno ed Assessore della Regione Calabria, da sempre molto vicino alle posizioni radicali, particolarmente quelle afferenti i Diritti Civili, la Giustizia e le Carceri, così come lo era il nonno, l’Onorevole Giacomo Mancini Sr, grande amico del Leader Radicale Marco Pannella.

Fra i 32 candidati al Consiglio Comunale di Cosenza della lista promossa da Mancini a sostegno del candidato Sindaco del centrosinistra Lucio Presta, prosegue Quintieri, ci sarà anche la nostra compagna Valentina Moretti, 22 anni, Laureanda in Giurisprudenza, da tempo impegnatissima soprattutto nell’attività ispettiva all’interno degli stabilimenti penitenziari calabresi per accertare le condizioni di detenzione e la conduzione degli stessi Istituti. Grazie a lei, presso la Casa Circondariale “Sergio Cosmai” di Cosenza ben gestita dal Direttore Filiberto Benevento, sono stati avviati (ed altri sono in via di attivazione) importanti progetti culturali e ricreativi per la popolazione detenuta come la commedia teatrale “Foraffascinu”, in dialetto cosentino, ideata, scritta e diretta da Sergio Crocco, già autore della grandiosa commedia “Conzativicci”, a cui prenderanno parte 12 detenuti che affiancheranno i principali attori dell’Associazione “Terra di Piero” e che andrà in scena, presso il Teatro del Carcere, il 23 aprile ed il 7 maggio ed in seguito anche fuori oppure per quanto concerne l’apertura della Palestra dell’Istituto, da tantissimo tempo chiusa, a causa della mancanza di un Istruttore abilitato. A breve, sarà possibile, per i detenuti di entrambi i Circuiti Penitenziari (Media e Alta Sicurezza), utilizzare la Palestra grazie al progetto “Officina Mente e Corpo” predisposto da Roberto Blasi Nevone, istruttore sportivo, che insieme ad altro personale idoneo, seguirà gratuitamente i detenuti nel loro allenamento, anche promuovendo dei corsi di formazione come istruttore di “body building” per alcuni detenuti, al termine del quale, sarà rilasciato un diploma di istruttore riconosciuto dal Coni e valido a livello nazionale per poter lavorare nelle strutture sportive, creando una opportunità di lavoro dopo l’espiazione della pena per il reinserimento nella società, in attuazione di quanto prevede la Costituzione Repubblicana e l’Ordinamento Penitenziario.

Noi, a differenza di altri candidati, non possiamo promettere nulla in cambio del voto se non quello di continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto. Ci auguriamo, conclude il radicale Emilio Quintieri, che i cittadini di Cosenza, sia simpatizzanti di centrodestra che di centrosinistra o coloro che sono stanchi dei “soliti noti”, il 5 giugno vogliano esprimere la loro fiducia ai Radicali votando Valentina Moretti, perché entrando in Consiglio Comunale, potremmo fare tante altre cose in più di quelle che oggi, pur essendo fuori, abbiamo fatto o tentato di fare.

Oltre i colori, per Presta Sindaco

 

 

Visita dei Radicali al Carcere di Sondrio con i Senatori Del Barba e Della Vedova


Carcere di SondrioAll’interno delle iniziative promosse dal Partito Radicale per il Capodanno del 2016 (Marco Pannella e Rita Bernardini sono stati ieri sera al carcere di Rebibbia e stamane in quello di Regina Coeli a Roma, con -fra gli altri- il Vicepresidente della Camera Roberto Giacchetti), una delegazione di Radicali Sondrio composta da Claudia Osmetti e Giovanni Sansi ha partecipato mercoledì 30 dicembre 2015 a una visita ispettiva alla casa circondariale di Sondrio, in via Caimi. Erano presenti anche il senatore Pd Mauro Del Barba e il sottosegretario agli Affari esteri Benedetto Della Vedova. A seguire si è svolto un incontro con il garante comunale dei diritti delle persone limitate nella libertà personale, Francesco Racchetti.

“Abbiamo riscontrato una situazione di sovraffollamento sostanziale: a fronte dell’ultima relazione datata aprile 2015 del garante dei detenuti di Sondrio, infatti, al 20 dicembre 2015 nel carcere di via Caimi risultano 35 persone detenute (più una in permesso) contro una capienza regolamentare di 27 posti”, commenta Claudia Osmetti di Radicali Sondrio e membro del Comitato nazionale di Radicali italiani. “Certo una condizione migliorata rispetto alla presenza di oltre 60 detenuti di tre anni fa, ma sicuramente non ottimale.

La struttura è antiquata: i servizi igienici sono fatiscenti, la sala computer (ristrutturata di recente) non è attrezzata, ci sono solo un paio di pc nella biblioteca. La maggior parte dei detenuti è straniera, motivo per cui una volta a settimana viene organizzato un corso di lingua italiana. Sono state fatte delle migliorie, come il parquet nuovo nella palestra, ma gli attrezzi sono ancora vecchi. Anche la sala colloqui è stata ristrutturata, ora è presente anche una sala adiacente per le visite famigliari”.

“Che il carcere di Sondrio sia una struttura piccola e con problemi tutto sommato più contenuti rispetto alle grandi realtà carcerarie del resto del Paese non è una scusante”, conclude Osmetti: “Bisogna ricordare che il diritto a una vita dignitosa dell’ultimo dei carcerati, anche in Valtellina, è il diritto a una vita dignitosa di tutti”. Nel corso della visita è stato richiesto agli agenti della polizia penitenziaria di compilare il questionario del Partito Radicale sullo stato effettivo della condizione carceraria sondriese: sarà cura di Radicali Sondrio rendere noti i dati non appena disponibili.

Alessia Bergamini

http://www.ilgiorno.it – 31 Dicembre 2015

Candido (Radicali) : La pena perpetua uccide la speranza e ci pone fuori dalla Costituzione


TGiuseppe Candidora qualche giorno saremo costretti a pagare il canone alla TV concessionaria per il sevizio pubblico radiotelevisivo. Anzi, da quest’anno lo pagheremo direttamente con la bolletta della luce, e chi si è visto si è visto. Ma se è e deve essere pubblico servizio radiotelevisivo, allora mi domando perché ai cittadini non sia consentito di poter conoscere (e quindi di poter deliberare, di scegliere) sulle diverse proposte e le diverse iniziative politiche presenti in “campo”.

Mentre le TV i telegiornali e i giornali, che pur dovrebbero svolger il loro servizio nell’ottica di servizio pubblico quando macinano carta grazie ai contributi che lo stato finanzia loro, erano pieni di titoli, di servizi e di approfondimenti sul fatto che il ministro Maria Elena Boschi avesse ottenuto la fiducia dei suoi (come si poteva dubitarne?), nulla si è detto invece ai cittadini di un congresso svoltosi, nei giorni del 18 e del 19 dicembre, nella casa circondariale di Opera organizzato da un’associazione politica radicale che si chiama “Nessuno Tocchi Caino”.

Un congresso al quale hanno partecipato oltre che esponenti Radicali di livello nazionale e di spicco come Emma Bonino, Marco Pannella, Sergio D’Elia, Rita Bernardini da sempre ostracizzati dall’informazione, anche esponenti di istituzioni importanti come il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo che, tra l’altro ha portato un messaggio importante e inedito (se non fosse che si può riascoltare sul sito di radio radicale) del Ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Un congresso organizzato dall’associazione Nessuno Tocchi Caino impegnata col Partito Radicale da decenni, anche con successi importanti per l’Italia alle Nazioni Unite come quella per la moratoria capitale, e che si batte per l’abolizione della pena di morte nel mondo ma anche contro la pena fino alla morte nel nostro Paese. Il titolo del congresso a cui hanno partecipato – seduti accanto – il capo del DAP, il Presidente emerito della Corte Costituzionale Gianni Maria Flick e più di un centinaio di detenuti ed ergastolani provenienti dalle carceri di tutta Italia; un congresso di cui gli italiani non hanno potuto sapere nulla. Un titolo che da solo poteva esser già notizia: “spes contram spem”, in riferimento esplicito al passaggio di Paolo di Tarso, l’Apostolo delle genti, che sulla incrollabile fede di Abramo disse che “ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre dei nostri popoli”. E pure l’argomento stesso era notizia: perché si parlava di abolizione della pena di morte e della pena fino alla morte, di abolire cioè l’ergastolo ostativo, quello che porta la dicitura: “fine pena mai” e che è stato più volte detto durante il congresso è contrario alla finalità rieducativa e di reinserimento sociale prevista dall’articolo 27 della nostra Costituzione per la pena detentiva.

Quello che mi chiedo è se sia giusto che i cittadini non possano saper nulla di ciò che è avvenuto nel carcere di Opera durante quella due giorni congressuale, di ciò che si sia detto e, soprattuto, chi ha detto cosa. Perché se lo dice il Papa, o se lo dice Marco Pannella che l’ergastolo è sia inumano sia anticostituzionale, anche questa, come quella della Boschi che trova i numeri per non esser sfiduciata, sono delle “non notizie”. Nel giornalismo, la regola dovrebbe essere che non è il cane che morde l’uomo la notizia ma, al contrario, l’uomo che morde il cane. Quindi, se il capo del DAP dice che l’ergastolo ostativo ci porta fuori dalla costituzione, questa dovrebbe diventare subito notizia. In un Paese normale ci sarebbero stati titoli, ultim’ora, approfondimenti, e in un Paese democratico si dovrebbe quantomeno aprire un dibattito. Un’intervista almeno a chi queste affermazioni le ha fatte. Invece c’è il silenzio. Un silenzio così assordante di notizie inesistenti, spesso trovate apposta per coprire, magari, qualcosa che non deve esser detto, che non deve esser comunicato.

Non si dice nulla del fatto che il direttore di un carcere come quello di Opera con presenti oltre 150 ergastolani, il dott. Giacinto Siciliano abbia detto che è possibile cambiare e conciliare il rispetto della sicurezza con quello dei diritti umani. Nulla si fa conoscere ai cittadini delle parole contenute nel messaggio del Presidente Mattarella inviato a Marco Pannella, agli organizzatori e ai congressisti tutti, un messaggio letto da Rita Bernardini udito solo dai congressisti e gli abituali di radio radicale; né delle parole contenute nel messaggio del Ministro Andrea Orlando che ha affidato il suo scritto a Santi Consolo.

Nulla si è saputo di un congresso che ha per titolo quello che, lo stesso Sergio D’Elia segretario riconfermato specifica non essere solo un titolo, ma un vero e proprio progetto, qualcosa che, dice, “allo stesso tempo, è metodo e merito, forma e sostanza, mezzo e fine, cioè un obbiettivo: spes contram spem. Un obbiettivo nel quale c’è anche a fondamento un metodo di lotta politica e civile che è quello di essere noi stessi speranza contro l’avere speranza, contro le tante speranze”.

Una cosa dirompente detta a dei detenuti con fine pena mai: Pannella dice agli ergastolani e ai detenuti: dovete voi esser speranza non solo per voi stessi, ma anche per i vostri familiari, per chi vi ama. Speranza per lo Stato che diventi Stato di diritto rispettoso della sua stessa Costituzione. Essere speranza contro quello che è stato definito “un marchio indelebile col quale lo Stato dice: tu non cambierai mai”. Nulla di tutto ciò è stato raccontato ai cittadini, e nulla delle parole del capo del DAP Santi Consolo sono filtrate dalla cortina di ferro dell’informazione di regime: sull’ergastolo ostativo, dice Santi Consolo, “la mia posizione è nota perché ho già dato parere favorevole a questa abolizione” aggiungendo che “molte cose stanno cambiando in positivo”. Il titolo del congresso, dice ai Radicali che l’hanno scelto, “vi rende vicini e sostenitori dell’opera di cambiamento che la Polizia penitenziaria sta portando avanti” ricordando che anche la Polizia penitenziaria ha cambiato motto: despondere spem munus nostrum. Assicurare la speranza, questo è il ruolo, la missione della nostra amministrazione”. Poi Consoli, saltando indietro nel tempo, ricorda ai presenti come nacque in Italia l’ergastolo ostativo che ci porta fuori dalla nostra costituzione.

“L’articolo 176 del Codice penale era compatibile con l’articolo 27 della Costituzione e nel nostro sistema, noi per primi, l’Italia, abbiamo concepito un articolo che parla di umanità. E che significa umanità? Significa speranza e lo esplicita l’articolo 27 laddove dice che la pena deve tendere alla rieducazione e se non si ha speranza come si può migliorare?”. “Perché è successo tutto questo?”, si chiede. “Perché abbiamo avuto gli anni di piombo e ricordo i dibattiti: la collaborazione, l’incentivare la legislazione premiale. Perché? Perché eravamo impreparati a comprendere un fenomeno” – spiega Santi Consolo – “perché non lo sapevamo contrastare e, allora, dovevamo premiare chi ci dava informazioni.

E poi,” – aggiunge ancora – “c’è stato il trionfalismo: abbiamo vinto e, su quella scia, abbiamo utilizzato gli stessi moduli, le stesse strategie per contrastare la criminalità organizzata” e “non ci siamo resi conto che la società aveva bisogno di opportunità, di modelli di vita alternativa che tenessero lontani i nostri consociati dal delitto, dal delitto che non paga mai. Ci siamo calati, da un lato, in un regime differenziato, il 41bis, e dall’altro in una accentuazione, in un’incentivazione della legislazione premiale che è giunta, ed è lì il vulnus dell’intero sistema, lì la violazione della nostra Costituzione che ci porta ad essere incostituzionali”.

È lì, a quel punto, che scoppia l’applauso degli ergastolani al capo del DAP. “Siamo arrivati ad affermare” – dice ancora il capo del DAP – “che c’è uno sbarramento all’accesso alla liberazione condizionale laddove non c’è collaborazione utile che si deve sostanziare in: o un contributo per evitare che il reato sia portato avanti ad ulteriori conseguenze, ovvero, ma questo si può fare nell’immediatezza, ci deve essere un ravvedimento immediato; e se questo ravvedimento immediato non c’è? Se l’autore del reato viene perseguito dopo molto tempo dalla commissione del reato? O il reato di per sé non offre questa opportunità? Allora bisogna dare un contributo utile o per l’individuazione degli autori o per perseguire nuovi autori”. Poi aggiunge che nel legiferare “bisogna essere consapevoli di che cosa è la criminalità organizzata o la criminalità terroristica”. E ancora: “Se l’organizzazione è stata sgominata. Quando tutti gli appartenenti a quell’organizzazione sono stati perseguiti, quale possibilità è data al singolo di collaborare. Ad impossibilia nemo tenetur”. “Non si può esigere un comportamento collaborativo”, dice il capo del DAP, “da chi, de facto e de iure, non può oggettivamente darlo. E, allora, trasformiamo la pena detentiva in pena perpetua che uccide la speranza”.

La pena perpetua che uccide la speranza e che ci pone fuori dalla nostra costituzione. Parole del capo del DAP cui fanno eco quelle del presidente emerito della Corte costituzionale Flick. Riflessioni importanti su temi importanti cui non solo i cittadini dovrebbero poter conoscere attraverso giornali e telegiornali, ma su cui si dovrebbe fare approfondimento. Argomenti che dovrebbero discutersi persino nelle scuole perché “Riflessioni” con la R maiuscola a cui i giovani cittadini, in primis i giovani, avrebbero diritto di conoscere per comprendere quei valori fondanti della nostra Carta.

Un congresso come quello di Nessuno Tocchi Caino dovrebbe essere approfondito da trasmissioni televisive e persino fatto conoscere ai ragazzi delle scuole, trascritto in atti da studiare come si fa per i convegni importanti e non invece dimenticato, ignorato così come si sta facendo, lasciato negli archivi a futura memoria. La televisione avrebbe il compito fondamentale di far conoscere ed educare i cittadini al rispetto dei diritti e a conoscere temi come l’abolizione della pena di morte o della pena fino alla morte; l’abolizione di quell’ergastolo ostativo che uomini dello Stato del calibro di Consoli ci dicono essere anticostituzionale. Meritoriamente qualche giornale è stato attento a non censurare del tutto, ma è qualche mosca bianca in mezzo al mare nero dell’informazione radiotelevisiva e non basta. Servirebbe una TV interamente dedicata ai diritti umani, un TV che aiutasse, assieme alla scuola, a formare cittadini consapevoli e non semplici sudditi. E servirebbe una TV in grado di far conoscere tutte le alternative. Altrimenti i populismi forcaioli trionferanno.

Giuseppe Candido

L’Opinione, 29 dicembre 2015

Carceri, Consolo (Dap) : “Sono favorevole all’abolizione dell’ergastolo ostativo”


“Ho dato parere favorevole all’abolizione dell’ergastolo ostativo”. Lo ha detto chiaramente il Dott. Santi Consolo, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia intervenendo al VI Congresso di “Nessuno Tocchi Caino, l’Associazione Radicale presieduta dall’Onorevole Marco Pannella, svoltosi nella Casa di Reclusione di Milano Opera ove all’interno sono reclusi il maggior numero di ergastolani (circa 150), molti dei quali ostativi cioè destinati a morire in carcere perché esclusi dalla possibilità di ottenere benefici o misure alternative alla detenzione inframuraria.

“Il titolo del congresso “spes contra spem” aiuta il cambiamento in atto – ha rilevato il Dott. Consolo – anche il Corpo di Polizia Penitenziaria ha cambiato motto, “Despondere spem, munus nostrus” – “Garantire la speranza è il nostro compito” questo è il ruolo della nostra Amministrazione. L’ergastolo ostativo prima non c’era, l’ergastolo prima con l’articolo 176 del codice penale era compatibile con l’articolo 27 della Costituzione, che parla di umanità, cioè di speranza, e se non si ha speranza come si può migliorare ? Come è successo allora tutto questo ? Perché abbiamo avuto gli anni di piombo. Da un lato ci siamo calati un un regime differenziato, il 41 bis, e dall’altro c’è stata l’incentivazione della legislazione premiale fino a prevedere, e lì c’è la violazione della Costituzione che ci porta ad essere incostituzionali, che c’è uno sbarramento all’accesso alla liberazione condizionale laddove non c’è collaborazione utile con la Giustizia. Auspico che il sistema italiano in fatto e in diritto – ha concluso il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo – offra la possibilità anche agli ergastolani ostativi di poter ottenere la liberazione anticipata”.

On. Bruno Bossio PdPrima del 1992, infatti, i condannati alla pena dell’ergastolo, pur sottoposti alla tortura dell’incertezza, hanno sempre avuto la speranza di non finire il resto dei loro giorni in carcere. Successivamente, invece, questa possibilità è stata del tutto abolita con l’approvazione dell’Articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Oggi, per la maggior parte degli ergastolani (1.174 su 1.619) la pena è divenuta realmente perpetua poiché se non collaborano con la Giustizia, non potranno mai più uscire dal carcere se non con i piedi davanti. Negli scorsi mesi, proprio sull’abolizione dell’ergastolo ostativo e quindi sulla possibilità anche per questi condannati, a determinate condizioni, di poter ottenere i benefici premiali o le altre misure alternative alla detenzione previste dall’Ordinamento Penitenziario, l’Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia, aveva presentato una proposta di legge sottoscritta da altri Deputati. Tale iniziativa legislativa venne abbinata al Disegno di Legge del Governo sulla Riforma dell’Ordinamento Penitenziario ed assorbita dallo stesso ma, praticamente, non sono state accolte le ottime osservazioni ed indicazioni in essa contenute non pervenendo al superamento degli sbarramenti preclusivi per questi particolari condannati posti dall’Art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario.

Intervento del Dott. Santi Consolo – Capo del Dap