XIII Congresso di Radicali Italiani a Chianciano Terme dal 30 ottobre al 2 novembre


radicali-italiani-540x210Care compagne, cari compagni,
il 13° Congresso di Radicali italiani si terrà a Chianciano Terme da giovedì 30 ottobre (inizio ore 16.00) a tutta domenica 2 novembre presso il Centro Congressi Excelsior in piazza Sant’Agnese 6 (piazza Italia).

Voglio innanzi tutto ringraziarti per aver voluto dare, con il tuo sostegno, letteralmente corpo e vita a iniziative e lotte politiche essenziali. Grazie per aver compreso l’importanza e il valore dell’iscrizione, della militanza, in poche parole dell’essere e del fare i radicali. Davvero, grazie per esserci.
È stato un anno, questo che ci stiamo lasciando alle spalle, denso, ricco di iniziative politiche; ed è stato anche uno degli anni più difficili, per il Movimento di Radicali Italiani, ma in generale per tutte le organizzazioni che compongono la “galassia radicale” e che sono i soggetti costituenti del Partito Radicale Nonviolento Transpartito Transnazionale. È stato un anno pesante per la pervicace e perdurante esclusione dall’accesso ai media. Il diritto a conoscere e ad essere conosciuti è costantemente violato, nonostante sentenze della magistratura e deliberati delle Authority. È una delle questioni che credo debba costituire oggetto della nostra riflessione nei giorni del congresso per l’individuazione di strumenti e iniziative che consentano di ripristinare un minimo di legalità.

Questa violazione di un diritto umano fondamentale ha avuto ed ha come logica conseguenza risvolti concreti nella nostra vita quotidiana. È infatti vero che RI ha dovuto vivere con una struttura operativa quasi inesistente e che il Partito Radicale ha dovuto chiudere il call center e licenziare le otto persone che da anni vi lavoravano; Partito che, nonostante i tagli, registra, ad oggi, un indebitamento pari all’intero autofinanziamento dello scorso anno.

È una questione di stretta attualità, rispetto alla quale noi – come movimento – non abbiamo dimostrato di essere, individualmente e collettivamente, non solo adeguati, ma neanche del tutto consapevoli. Intendo consapevoli del fatto che, dopo sessant’anni, il connotato di “democrazia reale” – l’opposto a Stato di Diritto, democratico, laico e federalista – del regime italiano è divenuto un dato strutturale, tecnicamente e formalmente ciò che si definisce un Regime, non fosse per il fatto che, anche in questo caso, vale la massima: “la durata è la forma delle cose”. Un sistema di comportamenti reiterati e trasmessi per un tempo così lungo nei confronti del popolo italiano è difficile da mutare a meno che non si operi un salto di qualità nella nostra lotta politica, nella nostra consapevolezza e intenzionalità, nell’esercizio e nella disciplina di analisi, idee e obiettivi a cui si dà corpo e che abbiano la forza della durata e della durezza delle cose che si fanno, le quali – ne sono convinta – durano solo se sono dure.

Per questo e in tal senso, dobbiamo ringraziare, intanto, lo studio legale del Prof. Andrea Saccucci per la collaborazione che ci ha permesso di depositare un nostro primo ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo proprio riguardo al diritto fondamentale negato al popolo italiano di conoscere per poter scegliere e deliberare: l’esempio, certificato, della nostra esclusione dai media sta lì a dimostrarlo. A partire da questo esempio, occorre estendere, perfezionare e aggravare i nostri ricorsi alle giurisdizioni sovranazionali contro lo Stato-canaglia detto Italia, che non merita di essere annoverato nella lista dei Paesi democratici, lista che già lo vede agli ultimi posti per molti altri aspetti che riguardino il Diritto e la Legge.
Come documentato fino a poco tempo fa dal Centro di Ascolto, nonostante le grandi difficoltà che lo hanno portato alla chiusura (e anche questo è un segno dei tempi della “democrazia reale” in cui vive il Paese), esiste e si aggrava una scientifica espulsione dei radicali da ogni spazio informativo, pubblico o privato che sia; l’ostracismo nei confronti delle iniziative del movimento radicale e dei suoi leader Emma Bonino e Marco Pannella; ed esiste, clamoroso, un vero e proprio “caso Pannella”, deliberatamente, sistematicamente cancellato, abrogato.

Ciò nonostante, grazie a tutti voi, al vostro impegno e alla vostra consapevolezza, siamo riusciti negli anni a inscrivere nell’agenda politica di questo Paese molti dei temi da noi individuati come prioritari ed essenziali. Grazie a una durissima lotta nonviolenta, condotta in prima persona da Pannella, e con l’adesione importantissima di tanti radicali, e di tantissimi appartenenti alla comunità penitenziaria e cittadini, abbiamo conseguito significativi risultati per quel che riguarda il diritto alla Giustizia e l’Amnistia per la Repubblica. Non era scontato il messaggio solenne del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alle Camere; quel messaggio, un vero e proprio documento radicale, pur se finora vergognosamente e volgarmente ignorato dai partiti del regime, costituisce un punto fermo destinato a incidere; e ha già inciso, come hanno inciso gli strumenti da noi individuati del ricorso alle giurisdizioni nazionali e internazionali che sempre più confermano e fortificano la nostra analisi.

Sono indubitabili conquiste e successi radicali le sentenze delle corti di giustizia europee, della Corte Costituzionale, e persino le prese di posizione di Papa Francesco, il quale non solo ha abrogato la pena dell’ergastolo e introdotto nell’ordinamento Vaticano il reato di tortura, ma ha voluto anche incoraggiare, mentre da ogni parte gli si chiedeva di “mollare”, con due telefonate, l’azione nonviolenta di Marco Pannella. Non solo: una delegazione di esperti dell’ONU sulla detenzione arbitraria che ha visitato le carceri italiane dal 7 al 9 luglio ha avanzato raccomandazioni e proposte puntuali analoghe a quelle formulate dal Presidente Napolitano nel messaggio alle Camere volte a interrompere lo stato di illegalità in cui versa l’amministrazione della giustizia e la sua appendice carceraria nel nostro Paese, incluse le proposte in materia di Amnistia e indulto, che sono “quanto mai urgenti per garantire la conformità al diritto internazionale”.

È stato l’anno in cui le giurisdizioni hanno emesso sentenze letteralmente rivoluzionarie che hanno recepito diritti umani fondamentali, obiettivi storici delle lotte per il movimento radicale: dall’abrogazione per incostituzionalità delle parti più proibizioniste della legge Fini-Giovanardi sugli stupefacenti, alla demolizione di molti degli aspetti più odiosamente restrittivi dell’accesso alla procreazione medicalmente assistita ottenuti, questi ultimi, grazie al perseverante impegno dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca. La via del ricorso alle giurisdizioni si rivela uno strumento imprescindibile di lotta per affermare lo Stato di diritto, democratico, federalista in una realtà in cui la degenerazione partitocratica e corporativa ha fatto precipitare l’Italia agli ultimi posti delle classifiche mondiali riguardo all’amministrazione della giustizia, alla libertà di impresa, all’inarrestabile formazione del debito pubblico.

È anche stato l’anno in cui ho posto in essere, con la presidente Laura Arconti e Marco Pannella un rilancio dell’iniziativa nonviolenta di disobbedienza civile in merito all’uso terapeutico della cannabis e volto alla legalizzazione delle sostanze stupefacenti a partire dalla marijuana.
Il Congresso deve essere l’occasione per dibattere e riflettere di tutto questo e di altro ancora, per confermare e rafforzare l’impegno sulle iniziative in corso, e decidere quelle che ci vedranno impegnati nel prossimo anno. Dovremo inoltre assumere decisioni urgenti e importanti rispetto al futuro e alle prospettive del Movimento, il reperimento di risorse, come far fronte a una situazione economico-finanziaria che rischia di collassare e pregiudicare le future iniziative, l’esistenza stessa di Radicali Italiani; e, non ultimo, l’apporto che saremo in grado di assicurare al Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito.

Il prossimo anno il Partito Radicale compirà 60 anni. Nella nostra storia abbiamo spesso attraversato lunghi periodi di resistenza che hanno poi consentito all’Italia di realizzare grandi conquiste nel campo dei diritti umani, sociali e civili e di rallentare il processo di desertificazione della democrazia perseguito con sempre maggiore violenza dal regime partitocratico nelle sue diverse manifestazioni. Un processo che ha prodotto un “deserto” che è soprattutto di idee e si manifesta nella forma della supremazia della ragione di Stato sullo Stato di diritto democratico, federalista e laico. L’obiettivo primario è e resta la fuoriuscita del nostro Stato dalla condizione indiscutibile e indiscussa di flagranza criminale per la sua reiterata, ultradecennale violazione di diritti umani fondamentali sanciti dalla Costituzione italiana e tutelati dalla Convenzione Europea sui diritti umani relativi al divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti e all’irragionevole durata dei processi.

La vera e propria débâcle della democrazia ha prodotto quella della giustizia e dell’economia. Chi si ricorda di quando Marco Pannella ammoniva che il formarsi del debito pubblico italiano era un macigno sulle spalle di ogni cittadino, neonati compresi, un macigno che avrebbe ipotecato il futuro? Chi rammenta i referendum vinti, negati, ostracizzati, sull’economia, sulla giustizia, sui diritti civili, sulle riforme istituzionali e sull’ambiente? Non solo “prese di posizione”, che lasciano il tempo che trovano, ma lotte concrete, vissute spesso sui marciapiedi e mai nei salotti televisivi abitati da sempre -e sempre di più- da voraci maggioranze e opposizioni di regime. Nel solco di questa nostra alterità va considerato l’esposto per danno erariale recentemente presentato alla Corte dei Conti a causa dell’inaccettabile costo che lo Stato ha fatto e sta facendo pagare al popolo italiano per decenni di violazioni di diritti umani nel campo dell’amministrazione della giustizia e delle carceri.

Molto è stato conquistato e incardinato, molto resta da conquistare e incardinare; e non ho accennato alle importanti iniziative poste in essere sul fronte del dissesto ambientale e idrogeologico, il “caso Vesuvio e “campi Flegrei”, il disastro ecologico combattuto dai radicali -sul campo- in alcune regioni del nostro Paese.

Con pochissimi giorni a disposizione e davvero tanta “carne al fuoco”, affido a questo scritto il mio caloroso invito a partecipare in tanti al congresso sin dal primo giorno. È importante. Un abbraccio

Rita Bernardini 

Nell’indifferenza generale continua la mattanza silenziosa nelle Carceri d’Italia


cella perquisizione penitenziariaNelle carceri italiane, silenziosa e tra la generale indifferenza, continua la mattanza. L’altro giorno, nella casa circondariale di Sassari “Bancali” un detenuto si è tolto la vita dopo il giro di controllo del poliziotto di turno.

Lo ha reso noto Domenico Nicotra, segretario generale Aggiunto dell’Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria), uno dei sindacati della polizia penitenziaria. Nicotra racconta che il detenuto, un uomo di 34 anni, condannato per furto, dopo il normale e previsto giro di controllo ha ricavato un cappio dalle lenzuola in suo possesso e si è impiccato nel bagno della cella.

C’è poi l’ancora più lunga lista dei suicidi sventati. Due nel solo carcere di Civitavecchia. Donato Capece leader del sindacato autonomo di polizia Sappe, spiega che il detenuto, originario della Campania “ha tentato di uccidersi nella sua cella realizzando un rudimentale cappio con le lenzuola della cella”. Un suicidio sventato “Per Il tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari, ma l’ennesimo episodio accaduto in carcere a Civitavecchia è sintomatico di quali e quanti disagi caratterizzano la quotidianità penitenziaria”.

Capece ricorda che qualche giorno prima un altro detenuto di Civitavecchia, italiano di 34 anni, ha tentato il suicidio cercando di impiccarsi, salvato anche in questo caso dagli agenti penitenziari: “Negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 16mila tentati suicidi ed impedito che quasi 113mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze”.

La situazione nelle carceri, insomma, resta allarmante. “Altro che emergenza superata”, sospira Capece. “Per fortuna delle Istituzioni, gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici. Ma devono assumersi provvedimenti concreti: non si può lasciare solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri laziali e del Paese tutto”.

Un altro suicidio è stato sventato a Torino, Anche in questo caso un detenuto di 48 anni ha tentato di farla finita con un cappio rudimentale ricavato da un lenzuolo, ma è stato fortunatamente salvato dall’intervento della polizia penitenziaria e portato in ospedale. Un episodio, osserva Leo Beneduci, leader dell’Osapp che dimostra “l’assoluta inadeguatezza dell’amministrazione penitenziaria rispetto alle esigenze e all’alta professionalità degli appartenenti alla polizia penitenziaria”.

Ci sono poi i casi di connazionali detenuti all’estero. Il caso più clamoroso è quello di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due militari italiani prigionieri in India da più di due anni, al centro di uno sconcertante caso giudiziario caratterizzato da rinvii e rimpalli di competenza che sembra non avere mai fine.

Un’altra vicenda clamorosa è quella di Roberto Berardi un imprenditore detenuto in quello che si può ben definire un lager, in Guinea Equatoriale. Accusato di truffa Berardi denuncia di aver subito sevizie e torture. Secondo la ricostruzione dei familiari, Berardi aveva formato una società di costruzioni con il figlio del presidente della Guinea. Scopre strane operazioni sul conto corrente dell’impresa, chiede spiegazioni. Come risposta lo accusano di frode fiscale e lo sbattono in carcere.

Meglio è andata a Giulio Brusadelli un ragazzo arrestato a Cuba perché in possesso di appena tre grammi e mezzo di marijuana, l’equivalente di qualche spinello. Oggi Giulio è libero, ma per cinque mesi lo hanno tenuto in galera, e per non fargli mancare nulla lo hanno anche internato in ospedale psichiatrico. Secondo l’Annuario statistico del ministero degli Esteri sono circa tremila gli italiani detenuti nel mondo. Poco meno di settecento i condannati per delitti gravi, spesso per delitti gravi, ma a volte vittime di montature e capri espiatori di vicende più grandi di loro.

Il dato più allarmante è che sono 2400 gli italiani detenuti in attesa di giudizio, la maggior parte, circa 1800, nei paesi dell’Unione europea, Germania e Spagna in testa; quasi trecento nelle Americhe, concentrati negli Stati Uniti e in Venezuela. Altri 33 detenuti sono in attesa di essere estradati in Italia. Quale che sia il reato per cui sono imputati tutti i detenuti dovrebbero avere diritto ad un giusto processo. Non sempre è così.

In diversi Paesi, infatti, sono negati anche i più elementari diritti sanciti dalle convenzioni internazionali come l’assistenza di un avvocato e la presenza di un interprete durante gli interrogatori. E in molti casi le notizie lasciate trapelare dalle autorità sono così poche e generiche che non ci si può neppure fare un’idea del processo.

Valter Vecellio

Notizie Radicali, 12 settembre 2014

Per Fabio Ferrara (i tanti Fabio Ferrara) nessuna slide, presidente Renzi, ministro Orlando ?


Centro Penitenziario SecondiglianoCi sono storie emblematiche, che fanno pensare e dicono più di cento discorsi, di mille twitter, di “farò” e “prometto di fare” in uno, dieci, cento, mille giorni. Storie come quella di un detenuto nel carcere di Napoli Secondigliano. Questo detenuto è doppiamente prigioniero: in cella, e su una sedia a rotelle. Ha uno spazio vitale ridotto, per muoversi si affida ad altri detenuti, a causa delle numerose barriere architettoniche che ci sono in carcere; in ogni carcere. Da sei mesi questo detenuto chiede di essere operato, è in sciopero della fame da dieci giorni.

 

Questo detenuto che rivendica in questo modo nonviolento un suo sacrosanto diritto, quello della salute, che lo stato ha il dovere di tutelare proprio perché lo ha privato della libertà, si chiama Fabio Ferrara.

Ferrara è sulla sedia a rotelle da diversi anni; è rimasto ferito gravemente al momento dell’arresto per concorso in tentata rapina; sei giorni di coma, poi si è risvegliato, ma da quel momento è rimasto immobilizzato. Si trova in una stanza dell’infermeria del carcere. Una stanza adatta per una sola persona, sono in due: lui in carrozzina e l’altro detenuto che lo aiuta a lavarsi, a muoversi, le funzioni più elementari. E’ difficilissima ogni azione quotidiana, anche essere lavato è un’impresa: bisogna salire e scendere le scale, non è in grado di uscire dalla cella autonomamente: deve essere trasportato in braccio poiché ci sono molte scale: anche per accedere ai colloqui o andare in bagno. Lo aiutano altri detenuti, racconta la moglie Anna Belladonna, se non fosse così, “non potrebbe fare nulla, resterebbe imprigionato in uno spazio che è di tre metri quadri scarso.

“Una condizione disumana”, la definisce Luigi Mazzotta, dell’associazione Radicali Per La Grande Napoli, che ha visitato il carcere di Secondigliano insieme al senatore Luigi Compagna. “Ferrara deve essere operato alla vescica, e attende questo ricovero da oltre sei mesi”. Sono state presentate due istanze per il differimento della pena. Il magistrato di sorveglianza, però, ha rigettato l’istanza in quanto non sussisterebbe “un serio pericolo per la vita o la probabilità di altre rilevanti conseguenze dannose”. Il detenuto, insomma, può essere curato in carcere.

Intanto, il ricovero non arriva, la fisioterapia di cui avrebbe bisogno neanche. Nessuna slide, su vicende come questo né da parte di Renzi, né da parte del ministro Orlando. Buona giornata; e buona fortuna.

Valter Vecellio

Notizie Radicali 03 Settembre 2014

 

Giustizia un “Orlando”… poco furioso sugli errori e sugli orrori giudiziari


OrlandoLa vexata quaestio sulla giustizia, del suo senso e della sua amministrazione, è stata, senza alcun dubbio, da tempo immemore sia oggetto di una vastissima disquisizione sia un paradigma tra i più sentiti per definire la qualità della nostra stessa civiltà umana.

E quell’interrogativo che in quel breve saggio pseudo platonico Socrate rivolge ad un interlocutore anonimo domandandogli cosa sia per lui la giustizia attende, nonostante intere biblioteche siano colme e stracolme di scritti morali, filosofici e giuridici, non a caso ancora la parola decisiva o finale. Se mai ci sarà.

E proprio per ciò passando dalla teoria alla pratica, dal senso morale, filosofico e giuridico della giustizia alla sua concreta amministrazione o somministrazione, un aspetto non meno importante della stessa giustizia lo riveste un suo particolare fardello ossia “l’errore giudiziario”, che rispetto alla pretesa giustizia contiene in sé, “senza se e senza ma”, la sua chiara ed inequivocabile ingiusta essenza.

E per coloro che leggono queste preziose pagine di “Notizie Radicali” dove l’analisi circostanziata, le precise denunce di innumerevoli casi di malagiustizia sono di casa, avranno di sicuro già intuito la possibile domanda cui in primis è lecito non solo chiedere ma aspettarsi una risposta dal ministro Orlando.

Anche perché sempre da queste “Notizie Radicali” si apprende che il filo rosso che sviscera la drammatica realtà della somministrazione della giustizia alla fine conduce a delineare che l’effetto della “malagiustizia” risiede in una semplice duplice e contestuale causa: da un lato in una sua cattiva amministrazione, ossia organizzazione e dall’altro ad una de-responsabilità dei magistrati, che non ha nulla a che vedere, va detto e sottolineato, con l’indipendenza e l’autonomia costituzionalmente riconosciuta, che si traduce nella maggior parte in “errori” tanto evitabili ed inescusabili da indurre, immagino obtorto collo, il direttore Vecellio ogni qual volta si parli di quest’ultimi ad associare, in un connubio inscindibile, la stessa parola “errori” ad “orrori giudiziari”.

Ed il punto dirimente a cui si richiede attenzione ed una possibile risposta del medesimo Ministro, proprio nel momento in cui si appresta a presentare il suo progetto di riforma, alla fine è proprio qui: quell’errare humanun est del magistrato che differisce da tutti gli altri per l’assenza dalla connessa responsabilità che si stabilisce per tutti gli altri.

Perché come è pacifico e notorio per noi comuni cittadini senza toga vale una semplice regola che nessuno disconosce. E cioè che l’errare essendo una facoltà esclusiva degli uomini (perché “solo gli uomini errano”) e segno di libertà di scelta, così come tutte le altre libertà civili e democratiche che la nostra civiltà umana e giuridica conosce, l’unica e necessaria condizione conseguente è collegarla ad una concreta e personale responsabilità. Diretta responsabilità, del resto, ben nota agli stessi magistrati, che nell’esercizio della loro funzione applicano e sanzionano quotidianamente nei nostri confronti.

Ed il punto ineludibile, volente o nolente, è in ciò: statuire una congrua responsabilità diretta “all’errare humanum est” del magistrato. Responsabilità che inconfondibilmente non ha nulla a che spartire con la citata legittima autonomia e indipendenza, già doverosamente riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico. Perché delle due l’una, pensando ad Orlando ma anche all’Anm al Csm o ad una certa concezione della giustizia: o il magistrato non è un uomo e non erra oppure gli “errori/orrori giudiziari” che la realtà ci appalesa sono frutto di un’immaginaria fantasia.

Carlo Peis

Notizie Radicali, 29 agosto 2014

E’ giusto che chi sbaglia paghi. Il Governo favorevole alla responsabilità dei Magistrati


La responsabilità civile delle toghe è il punto sei della riforma della giustizia. Orlando ha pronto il testo. No al risarcimento diretto. Le somme saranno prelevate dallo stipendio. È giusto che chi sbaglia paghi. Anche tra i magistrati. Il governo Renzi intende rompere anche questo tabù. Gli uffici del ministero della Giustizia hanno già preparato un testo, un disegno di legge di circa una decina di articoli che difficilmente piaceranno del tutto alle toghe visto che è previsto il risarcimento da parte dello Stato che farà il prelievo dallo stipendio del magistrato che ha sbagliato “per dolo o colpa grave”. È il punto 6 delle linee guida della riforma della giustizia che, annunciata il 30 giugno scorso, da qualche giorno campeggia sotto forma di fiore sulla home page del ministero. Ogni petalo, un punto della riforma. Il Guardasigilli ha dato due mesi di tempo per i contributi esterni, via mail, all’indirizzo rivoluzione@governo.it.

Poi i testi, il più possibile condivisi, cominceranno il loro iter parlamentare. Inutile dire che la questione sia incandescente. Era il 1988 quando, sull’onda di un referendum richiesto dai Radicali, l’80 per cento degli italiani votò a larga maggioranza a favore della responsabilità civile dei magistrati. Il caso Tortora aveva sconvolto l’opinione pubblica. E quella sembrò la giusta e necessaria risposta. Solo che la legge Vassalli, nata da quel referendum, da allora è riuscita a condannare quattro magistrati. Decisamente pochi rispetto al numero di errori giudiziari che sono stati commessi. Da allora il tema è sempre stato un problema in cerca di soluzione ma mai veramente affrontato perchè una delle tante questioni legate alla giurisdizione vittime del clima da derby ideologico che ha congelato ogni problema legato alla giustizia nel ventennio berlusconiano. L’inerzia, alla fine, ha provocato un comune sentire per cui ancora oggi per l’80 per cento dei cittadini chiede che anche i magistrati siano sottoposti a una forma di risarcimento per i danni provocati. E alcune mostruosità legislative.

Ad esempio la norma del leghista Pini che introduce la responsabilità civile diretta ed è già stata approvata da un ramo del Parlamento (la Camera) nell’ambito della più vasta norma comunitaria che riguarda succhi di frutta e richiami ornitologici per i cacciatori. È l’Europa infatti che chiede di provvedere all’ennesimo vuoto normativo italiano. “Soltanto lo Stato, ove abbia dovuto concedere una riparazione, può richiedere l’accertamento di una responsabilità civile del giudice attraverso un’azione innanzi ad un tribunale” si legge nella Raccomandazione n° 12/2010 del Comitato dei ministri agli Stati membri del Consiglio d’Europa. Ora la legge comunitaria, quella con la norma Pini, potrebbe arrivare al Senato per essere approvata.

La Commissione Giustizia del Senato, a firma del senatore socialista Enrico Buemi, ha pronto un testo relativo alla responsabilità civile che potrebbe sostituire in corsa la norma Pini e viaggiare con la legge comunitaria. Ma tutto è stato bloccato. In attesa del testo del ministro Orlando. Che condivide alcuni passaggi fondamentali del testo Buemi. Certamente la responsabilità civile non sarà diretta: il cittadino che ritiene di aver subito un torto dal suo giudice che ha agito “con dolo o colpa grave”, non potrà mai rivalersi, come succede per altri professionisti, direttamente davanti a un giudice civile e pretendere il risarcimento. La rivalsa, cioè, sarà sempre filtrata dallo Stato che “avrà poi la possibilità di prelevare direttamente ogni mese fino alla metà dello stipendio del magistrato giudicato colpevole”.

Il governo condivide, anche, “l’eliminazione di tutti quei filtri di ammissibilità che finora hanno reso nei fatti inapplicabile la legge Vassalli”. Via i filtri, dunque. Resta da chiarire “chi definisce il dolo e la colpa grave”. Quali sono i confini della responsabilità del magistrato, quando veramente sbaglia e perchè. E il fatto che “la rivalsa del singolo cittadino debba essere sottoposta a un giudizio di ammissibilità”. “Faremo di tutto – si spiega dal ministero – per evitare che nelle pieghe del disegno di legge ci siano rischi di scivolamento in forme di responsabilità diretta “. Così come “faremo di tutto per tutelare l’indipendenza della magistratura e i diritti dei cittadini ed evitare che da queste norma possano derivare condizionamenti di sorta”. La magistratura è pronta alla battaglia e mette in guardia, come dice il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli, “dagli effetti paralizzanti e distorsivi” che una norma scritta male può avere su tutta la giurisdizione. E però stavolta i tempi sono maturi e non più rinviabili. I magistrati che sbagliano dovranno risarcire il danno.

Claudia Fusani

L’Unità, 14 luglio 2014

Intercettazioni, un abuso. Per bloccarlo serve la separazione delle carriere


giustizia1-640x436Da uno studio elaborato qualche tempo fa dall’Eurispes sui dati forniti dal ministero della Giustizia, emerge che ogni anno in Italia si eseguono circa 181 milioni di intercettazioni. Il fenomeno è in costante aumento – basti pensare che il numero delle utenze intercettate è cresciuto negli ultimi otto anni quasi del 30% – e non si riferisce unicamente alle conversazioni, ma ad “eventi” telefonici genericamente intesi ovvero chiamate in uscita, chiamate senza risposta, messaggistica e localizzazioni (tutte informazioni comunque “sensibili”).

Sempre secondo i dati forniti dall’Ufficio statistico del ministero della Giustizia, tra le diverse tipologie di intercettazione quelle telefoniche rappresentano il 90% del totale (125 mila) quelle ambientali l’8,4% (quasi 12 mila), mentre quelle informatiche e telematiche solo 11,6% (poco più di 2 mila). Tutto questo ovviamente ha un costo per i cittadini, visto e considerato che solo di intercettazioni telefoniche lo Stato spende circa 220 milioni di euro all’anno.

Di fronte a questi dati allarmanti, i vari governi che si sono succeduti nel corso di queste ultime tre legislature – attuale esecutivo compreso – hanno più volte preannunciato di voler intervenire per arginare l’uso smodato e dilatato di questo delicato strumento di indagine. Il numero esorbitante delle intercettazioni solleva infatti l’enorme problema dei processi che si fanno sui giornali, tramite la pubblicazioni di conversazioni telefoniche estrapolate dal contesto, di cui sono pubblicate solo poche righe tolte da una conversazione molto più ampia, il che spesso fa venire meno la presunzione di innocenza. Per non parlare poi dei discorsi privati o di persone estranee alle indagini che vengono indebitamente pubblicati da una stampa più attenta al gossip che ai diritti della persona. Sicuramente sul fronte degli abusi nella pubblicazione delle intercettazioni sarebbe auspicabile l’intervento del legislatore, purché sia chiaro che il problema non può essere affrontato come è stato fatto finora ossia assumendo come premessa che i giornalisti possono pubblicare tutto, sia ciò che è frutto di intercettazioni illecite, e quindi non utilizzabili nel processo, sia le notizie irrilevanti ai fini dell`inchiesta. Ma, a parte questo aspetto della indebita pubblicazione delle conversazioni telefoniche sui mezzi di comunicazione, sono davvero indispensabili nuovi interventi legislativi per rimediare agli abusi commessi dalla magistratura mediante lo strumento delle intercettazioni telefoniche?

Il dubbio non è affatto campato per aria, visto che in teoria il regime processuale vigente, regolante le intercettazioni telefoniche, già rappresenta la migliore soluzione tecnica possibile di tutti i problemi che la materia pone per sua natura (bilanciamento tra il diritto alla riservatezza ed alla privatezza e la potestà statuale di indagine; conseguenti limiti di divulgazione e pubblicazione). Il problema seminai sta nella interpretazione, letteralmente eversiva, che di quelle norme hanno dato i giudici nel corso degli anni. Lo snodo centrale è quello della motivazione dei decreti autorizzativi (e di proroga) delle intercettazioni. Sul punto la giurisprudenza soprattutto quella di legittimità – ha vanificato il senso dell’obbligo di motivazione da parte del giudice per le indagini preliminari (gip) rendendo legittime motivazioni puramente stereotipe ed apparenti.

L’esperienza dimostra infatti come i pubblici ministeri tendano ad “assecondare” le pressanti sollecitazioni che provengono dalla polizia giudiziaria e se ne facciano carico presso il gip, che a sua volta si limita spesso sostanzialmente a “vistare” la richiesta. Una prassi che è degenerata al punto di registrare con intollerabile frequenza motivazioni “per relationem di secondo grado”, che si risolvono in un “richiamo nel richiamo, ossia nel rinvio all’atto di polizia giudiziaria”.

Sarebbe insomma sufficiente che i giudici facessero un serio vaglio di controllo sulle richieste del pubblico ministero e subito la quantità delle intercettazioni disposte si avvicinerebbe alla quantità di intercettazioni effettivamente indispensabili. Ecco perché noi radicali insieme all`Unione delle Camere Penali Italiane – continuiamo a ritenere poco utile immaginare modifiche che rendano più cogente l`obbligo di motivazione dei decreti con i quali vengono disposte le captazioni telefoniche, se poi alle stesse non si accompagna il recupero di terzietà del Giudice chiamato ad autorizzare le intercettazioni richieste dal PM, recupero che può essere garantito solo attraverso le ormai improcastinabili riforme ordinamentali e costituzionali della magistratura che conducano a separare radicalmente le carriere ed i ruoli di giudici e pubblici Ministeri.

Alessandro Gerardi

Notizie Radicali, 30 Giugno 2014

 

Usarono Enzo Tortora per coprire il patto Stato-Camorra


Enzo_tortora_arrestoIl dottor Diego Marmo nella bella e importante intervista rilasciata a “Il Garantista”, sia pure trent’anni dopo, chiede scusa a Enzo Tortora; ci ricorda che la sua requisitoria si svolse sulla base dell’istruttoria dei colleghi Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, e “gli elementi raccolti sembrarono sufficienti per richiedere una condanna”; che per tutti questi anni ha convissuto con il tormento e il rammarico di aver chiesto la condanna di un uomo innocente; che fu a causa del suo temperamento focoso e appassionato che definì Tortora “cinico mercante di morte” e “uomo della notte”. Va bene, anche se si potrebbe discutere e controbattere tutto.

Per via del mio lavoro di giornalista al “TG2” mi sono occupato per anni del “caso Tortora” che era in realtà il caso di centinaia di persone arrestate (il “venerdì nero della camorra”, si diceva), per poi scoprire che erano finite in carcere per omonimia o altro tipo di “errore” facilmente rilevabile prima di commetterlo, e che si era voluto dare credito, senza cercare alcun tipo di riscontro, a personaggi come Giovanni Pandico, Pasquale Barra ‘o animale, Gianni Melluso. Ho visto decine e decine di volte le immagini di quel maxi-processo, per “montare” i miei servizi, e decine e decine di volte quella convinta requisitoria del dottor Marmo; che a un certo punto pone una retorica domanda: “…Ma lo sapete voi che più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza?”. Cercavamo…Anche Marmo, sembrerebbe di capire, cercava. E quali gli elementi di colpevolezza che emergevano durante il paziente lavoro di ricerca delle prove di innocenza? Non basta dire che la requisitoria del dottor Marmo si è svolta sulla base dell’istruttoria deli colleghi Di Pietro e Di Persia. Non basta.

Il 18 maggio di ventisei anni fa Enzo Tortora ci lasciava, stroncato da un tumore, conseguenza – si può fondatamente ritenere – anche del lungo e ingiusto calvario patito. Chi scrive fu tra i primi a denunciare che in quell’operazione che aveva portato Enzo in carcere assieme a centinaia di altre persone, c’era molto che non andava; e fin dalle prime ore: Tortora era stato arrestato nel cuore della notte e trattenuto nel comando dei carabinieri di via Inselci a Roma, fino a tarda mattinata, fatto uscire solo quando si era ben sicuri che televisioni e giornalisti fossero accorsi per poterlo mostrare in manette. Già quel modo di fare era sufficiente per insinuare qualche dubbio, qualche perplessità. Ancora oggi non sappiamo chi diede quell’ordine che portò alla prima di una infinita serie di mascalzonate.

Manca, tuttavia, a distanza di tanti anni da quei fatti, la risposta alla quinta delle classiche domande anglosassoni che dovrebbero essere alla base di un articolo: “perché?”. Forse una possibile risposta sono riuscito a trovarla, e a suo tempo, sempre per il “TG2”, riuscii a realizzare dei servizi che non sono mai stati smentiti, e ci riportano a uno dei periodi più oscuri e melmosi dell’Italia di questi anni: il rapimento dell’assessore all’urbanistica della Regione Campania Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse di Giovanni Senzani, e la conseguente, vera, trattativa tra Stato, terroristi e camorra di Raffaele Cutolo. Venne chiesto un riscatto, svariati miliardi. Il denaro si trova, anche se durante la strada una parte viene trattenuta non si è mai ben capito da chi. Anche in situazioni come quelle c’è chi si prende la “stecca”. A quanto ammonta il riscatto? Si parla di circa cinque miliardi. Da dove viene quel denaro? Raccolto da costruttori amici. Cosa non si fa, per amicizia! Soprattutto se poi c’è un “ritorno”.

Il “ritorno” si chiama ricostruzione post-terremoto, i colossali affari che si possono fare; la commissione parlamentare guidata da Oscar Luigi Scalfaro accerta che la torta era costituita da oltre 90mila miliardi di lire. Peccato, molti che potrebbero spiegare qualcosa, non sono più in condizione di farlo: sono tutti morti ammazzati: da Vincenzo Casillo luogotenente di Cutolo, a Giovanna Matarazzo, compagna di Casillo; da Salvatore Imperatrice, che ebbe un ruolo nella trattativa, a Enrico Madonna, avvocato di Cutolo; e, tra gli altri, Antonio Ammaturo, il poliziotto che aveva ricostruito il caso Cirillo in un dossier spedito al Viminale, “mai più ritrovato”.

Questo il contesto. Ma quali sono i fili che legano Tortora, Cirillo, la camorra, la ricostruzione post-terremoto? Ripercorriamoli. Che l’arresto di Tortora costituisca per la magistratura e il giornalismo italiano una delle pagine più nere e vergognose della loro storia, è assodato. Quello è stato fatto lo si sarà fatto in buona o meno buona fede, cambia poco. Le “prove”, per esempio, erano la parola di Pandico, camorrista schizofrenico, sedicente braccio destro di Cutolo: lo ascoltano diciotto volte, solo al quinto interrogatorio si ricorda che Tortora è un cumpariello. Barra è un tipo che in carcere uccide il gangster Francis Turatello e ne mangia per sfregio l’intestino…Con le loro dichiarazioni danno il via a una valanga di altre accuse da parte di altri quindici sedicenti “pentiti”: curiosamente, si ricordano di Tortora solo dopo che la notizia del suo arresto è diffusa da televisioni e giornali. Questo in istruttoria non era emerso? E il sedicente numero di telefono in un’agendina, mai controllato, neppure questo? C’è un documento importante che rivela come vennero fatte le indagini, ed è nelle parole di Silvia Tortora, la figlia. Quando suo padre fu arrestato, le chiesi, oltre alle dichiarazioni di Pandico e Barra cosa c’era? “Nulla”. Suo padre è mai stato pedinato, per accertare se davvero era uno spacciatore, un camorrista? “No, mai”. Intercettazioni telefoniche? “Nessuna”. Ispezioni patrimoniali, bancarie? “Nessuna”. Si è mai verificato a chi appartenevano i numeri di telefono trovati su agende di camorristi e si diceva fossero di suo padre? “Lo ha fatto, dopo anni, la difesa di mio padre. E’ risultato che erano di altri”. Suo padre è stato definito cinico mercante di morte. Su che prove? “Nessuna”. Suo padre è stato accusato di essersi appropriato di fondi destinati ai terremotati dell’Irpinia. u che prove? “Nessuna. Chi lo ha scritto è stato poi condannato”. Qualcuno ha chiesto scusa per quello che è accaduto? “No”.

Arriviamo ora al nostro “perché?” e al “contesto”. A legare il riscatto per Cirillo raccolto i costruttori, compensati poi con gli appalti e la vicenda Tortora, non è un giornalista malato di dietrologia e con galoppante fantasia complottarda. È la denuncia, anni fa, della Direzione Antimafia di Salerno: contro Tortora erano stati utilizzati “pentiti a orologeria”; per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dal gran verminaio della ricostruzione del caso Cirillo, e la spaventosa guerra di camorra che ogni giorno registra uno, due, tre morti ammazzati tra cutoliani e anti-cutoliani. Fino a quando non si decide che bisogna reagire, fare qualcosa, occorre dare un segnale.

E’ in questo contesto che nasce “il venerdì nero della camorra”, che in realtà si rivelerà il “venerdì nero della giustizia”. Nessuno dei “pentiti” che ha accusato Tortora è stato chiamato a rispondere per calunnia. I magistrati dell’inchiesta hanno fatto carriera. Solo tre o quattro giornalisti hanno chiesto scusa per le infamanti cronache scritte e pubblicate. Il dottor Marmo dice di aver agito in buona fede, non c’è motivo di dubitarne. Ma la questione va ben al di là della buona fede di un singolo. Stroncato dal tumore, Enzo ha voluto essere sepolto con una copia della “Storia della colonna infame”, di Alessandro Manzoni. Sulla tomba un’epigrafe, dettata da Leonardo Sciascia: “Che non sia un’illusione”. Da quella vicenda è poi scaturito grazie all’impegno radicale, socialista e liberale, un referendum per la giustizia giusta. A stragrande maggioranza gli italiani hanno votato per la responsabilità civile del magistrato. Referendum tradito da una legge che va nella direzione opposta; e oggi il presidente del Consiglio Renzi e il ministro della Giustizia Orlando approntano una serie di norme che vanno in direzione opposta rispetto a quanto la Camera dei Deputati ha votato qualche settimana fa.

Valter Vecellio

Il Garantista, 30 Giugno 2014