Attacco “radicale” al Senatore Magorno: «Sull’ergastolo ostativo ha cambiato idea… »


Nella vita si può (e per certi aspetti si deve) cambiare idea ma è possibile farlo in modo “evolutivo” verso sponde diametralmente opposte a quelle per cui ci si è battuti e ci si è spesi mettendoci la faccia? Si possono scrivere battaglie ideologiche fondanti un giorno con la mano sinistra e qualche giorno più in là con quella destra? Il dibattito è eternamente aperto ma in politica è più complesso uscirne. Resta traccia e ti rinfacciano tutto. Tant’è che poi la domanda di cui sopra torna a galla: si può voltar faccia in materie “essenziali”? Se lo chiede, e lo chiede soprattutto al senatore renziano Ernesto Magorno, il militante e dirigente radicale Emilio Quintieri.

Materia pesante e compromettente, al centro del dibattito. Trattasi dell’ergastolo ostativo, sentenza storica e recente della Corte di Strasburgo che ha mandato su tutte le furie una importante fetta di inquisitori, a partire dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri. Ma che ha visto anche il coinvolgimento mediatico di una parte politica del campo, divisa tra le bottiglie di spumante dei garantisti e “premialisti” etici da un lato e i duri dall’altro. Tra questi ultimi, tra quelli cioè che senza appello hanno condannato (sulla linea di Gratteri) la sentenza della Corte di Strasburgo (a proposito dell’ergastolo ostativo) anche il “nostro” senatore Ernesto Magorno, ovviamente renziano per chi non ne avesse contezza. Che assume una posizione ferma e rigida a proposito della materia così delicata in termini di diritti essenziali e primordiali da garantire anche in presenza di crimini e criminali conclamati. Questo per dire che il dibattito è e resta aperto ma che per Magorno, paradossalmente, aperto non era per niente qualche tempo fa.

E già perché proprio Emilio Quintieri ricorda in un lungo post di qualche giorno fa che il Magorno di oggi è lo stesso di quello di qualche tempo fa che, coinvolto sul punto esattamente opposto a quello per cui ora si batte, aveva messo la sua firma d’appartenenza. Sì, è proprio così. Quintieri ricorda che proprio lui nel 2015 ha interpellato e coinvolto Magorno (ottenendone la partecipazione) in una proposta di legge (prima firmataria Bruno Bossio) che andava esattamente nella direzione che oggi la Corte di Strasburgo ha “bendetto” e che fa infuriare il Magorno di oggi. Anche la battaglia del Magorno di ieri è alla base dell’incazzatura del Magorno di oggi. Nel 2015 protagonista del testo di legge che oggi maledice come concetto, dopo la sentenza del Tribunale europeo. Al punto che Quintieri, dopo aver riproposto il testo di legge del 2015 sull’ergastolo ostativo nel suo post conclude cosi, «certo che la coerenza è cosa completamente sconosciuta all’onorevole Magorno… ».

Redazione Il Fatto di Calabria – 11 ottobre 2019

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Giustizia: Cantone, Gratteri, Sabella, mezzi magistrati e mezzi politici dell’Italia renziana


Avvocati togheIl guaio è che non si capisce se sono magistrati o politici, e forse non lo sanno più nemmeno loro, spaesati come il resto degli italiani di fronte a uno di quei misteri linguistici che sempre, in questo paese, occultano un pasticcio.

Prendiamo per esempio il dottor Nicola Gratteri, che è procuratore aggiunto a Reggio Calabria, ma un anno fa è stato anche nominato da Renzi – che lo voleva addirittura ministro della Giustizia – presidente della commissione per la riforma Antimafia. Ebbene, dice il dottor Gratteri: “In Parlamento ci sono molte leggi, molta carne al fuoco. In questo momento sembra un lavandino otturato”.

E insomma, mezzo politico e mezzo magistrato, un po’ tecnico e un po’ no, corteggiato come candidato sindaco di Roma (“ma sono più utile da magistrato, almeno per come è oggi la politica”) Gratteri, come Raffaele Cantone, che è il magistrato benemerito della lotta alla camorra nominato (da Renzi) commissario anti corruzione, e come Alfonso Sabella, che è invece il magistrato antimafia nominato assessore alla Legalità del comune di Roma, svela un’inedita antropologia nel paese che già aveva affidato ai giudici la scienza, la storia e la politica: l’antropologia di quelli che rimangono a metà strada, che non scelgono, un po’ di qua e un po’ di là, quelli che si travestono e ci confondono.

Mercoledì scorso, Cantone si è espresso con sinuosità e spessore di politico: “Milano è tornata a essere capitale morale. Roma deve costruirsi gli anticorpi”. Ma ieri ci ha poi ricordato d’essere in effetti un magistrato: “Potrei lasciare l’Anm. E non ho mai fatto politica”. E c’era una volta il pm che prima accusava e poi assimilava, che indossava la toga e infine si appropriava del ruolo dell’imputato, che lo sostituiva persino in Parlamento, c’era insomma una volta Antonio Di Pietro, mentre oggi ci sono Gratteri, Sabella e Cantone, creature vaghe, enigmatiche, indefinibili come Conchita Wurst, l’ermafrodito che al tempo stesso ci incuriosisce e ci spaventa. E intorno a questa nuova e sfuggente antropologia, che d’un tratto sublima le ambiguità dei togati-candidati, cioè dei vecchi Ingroia ed Emiliano, dei Di Pietro e dei De Magistris, che partirono per moralizzare e finirono moralizzati, adesso si mettono in moto tutte le possibili letture e riletture, variazioni e contaminazioni di quell’antica e complessa vicenda che da Tangentopoli in poi è stata battezzata “cortocircuito politico-giudiziario”, o meglio ancora “imperialismo giudiziario”, storia d’energia popolare e di strumentalizzazione. “Io non ho mai fatto politica nella mia vita, rivendico la mia indipendenza ogni giorno al pari di quando ero in magistratura”, ha detto Cantone.

“Ero”, ha detto. Appunto. Un lapsus ma anche no, perché magistrato lo è ancora eppure in effetti non lo è più. E davvero Cantone, come Gratteri e come Sabella (televisivamente ubiquo: da Sky a Raiuno, da Vespa a Porro), riempie le sue giornate d’innocue enormità mondane e di Palazzo, ha insomma il piacere d’essere molti, di vedere tutti i se stesso, essere a discrezione politico e togato, essere un altro, dunque d’ipotizzare l’abbandono dell’Anm ´(da politico?) e di aiutare (da magistrato?) la candidatura renziana di Giuseppe Sala a sindaco di Milano: “A Roma purtroppo non ho un Giuseppe Sala con cui interloquire, e questo mi manca moltissimo”.

E si crea così un tale clima di discorsi, di convegni, di dichiarazioni pubbliche, d’interviste ai quotidiani, di polemiche radiofoniche, di lesto manovrar d’apparizioni televisive, d’incarichi para amministrativi, di candidature a sindaco, a ministro, a commissario speciale, a salvatore supremo della patria o del comune disastrato, per cui la natura di ciascuno di loro si cancella e si ricompone, si trasforma e si confonde.

E non si riesce più a distinguere chi è chi, né cosa fa. Anche l’Anm è rimasta spiazzata. E la politica è evidentemente una malattia che li contagia, ma che non può essere stata contratta durante gli studi universitari di Giurisprudenza né durante la preparazione del concorso in magistratura. È il mondo politico ad averli voluti così come sono, mezzi politici e mezzi magistrati, sospesi nel mondo di mezzo – ops – assessori alla Legalità, commissari alla corruzione, autorità antimafia capaci d’esprimersi su qualsiasi argomento e su qualsiasi canale, capaci di coltivare allo stesso tempo una doppia ambizione (laica e togata), quello stesso mondo che mentre critica il protagonismo dei magistrati e sottilmente li accusa di far politica con la toga indosso, intanto riempie di toghe la politica (perché non ha una classe dirigente all’altezza). Così alla fine, loro, i mezzi e mezzi, fondatori di un metaforico albo dei moralizzatori cui la politica può attingere ad libitum, ovviamente dicono di non far politica, quando sarebbe più rassicurante, opportuno e in linea con il loro impegno, che invece facessero una scelta, preventiva e liberatrice.

Salvatore Merlo

Il Foglio, 30 ottobre 2015

Flora (Camere Penali) : L’errore fatale di chi vuole militarizzare le Carceri


Tra le riforme di cui si vocifera la proposizione da parte della commissione presieduta dal pm antimafia di Reggio Calabria Nicola Gratteri, c’è n’è una segnalata nel bell’articolo di Maria Brucale sul Garantista del 16 ottobre.

Una “ipotesi di lavoro” che, sommersa dallo tsunami di altre riguardanti lo smantellamento di quel che resta del giusto processo e del diritto penale liberal democratico, è forse passata un po’ sotto traccia.

Intendo riferirmi alla “militarizzazione” degli istituti di pena, nei quali si prevede di sostituire la figura del Direttore con quella del “Commissario di Polizia penitenziaria”, con conseguente riqualificazione (?) della polizia penitenziaria in polizia tout court, che passerebbe così dal controllo del ministero della Giustizia a quello del ministero dell’Interno. Ma che male c’è – mi si obietterà? Non è forse da sempre sentita la esigenza di una semplificazione di quel frastagliato mondo di “forze dell’ordine” le cui specifiche competenze si fa sempre più fatica a comprendere.

Polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria, polizia municipale, polizia provinciale, guardia forestale, guardia campestre (a proposito: esiste ancora?). Che affollamento! Semplifichiamo! Certo, semplifichiamo, ma facciamo attenzione alle conseguenze delle semplificazioni. Che significa far trasmigrare la polizia penitenziaria dal controllo del ministero della Giustizia a quello dell’Interno e trasformarla in Polizia, punto? Sarebbe davvero una riforma indolore, anzi auspicabile, o non piuttosto il sintomo una pericolosa deriva autoritaria, con trasformazione degli istituti penitenziari in luoghi di contenzione, deputati a perpetuare forme di controllo sociale meramente repressivo – punitivo, iniziato magari con la vergogna della carcerazione prima del e senza processo?

Quella che nemmeno a Sua Santità, Papa Francesco, sta tanto simpatica? Alla faccia della funzione rieducativa della pena costituzionalmente sancita? Non sono tanto bravo a nascondere dietro una ipocrita neutralità quello che penso. Il valore simbolico culturale di una simile mutazione transgenica, dagli effetti pratici devastanti, è del tutto evidente. Il carcere già adesso è tutto fuorché un luogo adatto alla risocializzazione, nonostante l’impegno individuale di Direttori, personale amministrativo, educatori, agenti e ufficiali di polizia penitenziaria.

E non parlo delle carceri sovraffollate, nonostante che sotto questo profilo vi siano stati innegabili miglioramenti. Parlo delle carceri “normali”, dove a stento si riesce a far rispettare il regolamento, dove i mezzi a disposizione sono quelli che sono (cioè pochi ), dove il personale è sottodimensionato, dove il lavoro è per lo più l’eccezione e non la regola (e quello “all’esterno”?), dove non sempre si riesce a garantire una assistenza medica e psicologica qualificata a tutti. E ciò, ripeto, nonostante l’impegno personale encomiabile di chi ci lavora. Situazione che l’Unione Camere penali ben conosce e da tempo denuncia e non si stancherà mai denunciare, grazie all’attività continua, qualificata e infaticabile dei valorosi volontari del suo “Osservatorio carcere”. E qual è la ricetta che si ipotizza per rimediare a questa indecente, intollerabile situazione?

Innanzi tutto: più carcere! Pensate un po’, a fronte di inequivoci dati statistici, disponibili a tutti, che dimostrano che la prevenzione della recidiva è assicurata maggiormente dalle misure alternative, piuttosto che dalla pena detentiva, no, si punta sempre di più sulla pena carceraria.

Più carcere e che carcere! Un carcere affidato alla polizia, magari alla stessa che (auguriamoci almeno prima o dopo e non durante) svolge anche funzioni di sicurezza pubblica e polizia giudiziaria. Un carcere, quindi, destinato a soddisfare essenzialmente, anche nell’immaginario collettivo (è questo che si vuole ?) innanzi tutto, se non esclusivamente, istanze repressivo punitive. E la rieducazione? E l’articolo 27 della Costituzione?

Già, dimenticavo, secondo una vecchia interpretazione che credevamo morta e sepolta, la Costituzione prevede solo che le pene debbano “tendere” alla rieducazione, la funzione essenziale non è mica quella! Speriamo che si tratti di voci prive di fondamento o che chi deve prendere decisioni in merito rifletta attentamente e ci ripensi. E non sia di quelli che dicono “a me non mi smuove nessuno, nemmeno il Papa”.

Giovanni Flora (Componente Giunta Unione delle Camere Penali)

Il Garantista, 27 ottobre 2014

Suicidi dei detenuti e 41 bis, indaga la Commissione Diritti Umani del Senato. Audita la Radicale Bernardini


Cella 41 bis OPAl Senato continuano le audizioni della Commissione straordinaria dei diritti umani, in particolar modo sul regime di detenzione relativo all’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, presieduta dal senatore Luigi Manconi. Il 15 ottobre scorso è stata la volta della segretaria dei radicali Rita Bernardini che ha tracciato un bilancio preoccupante in merito alla situazione del nostro sistema penitenziario. “Ci sono intere sezioni detentive esclusivamente in mano alla polizia penitenziaria – ha spiegato la Bernardini – anch’essa sotto organico e sofferente, e lo dimostra il numero di suicidi. Anche sull’aspetto lavoro a me non risulta che i numeri siano notevolmente cambiati. Siamo sempre a una percentuale di non più del 20% di detenuti che hanno accesso alla possibilità di lavoro e questo determina la giornata del detenuto, che viene trascorsa nell’ozio”.


D’altronde, sempre secondo la Bernardini, “in carcere si risparmia su tutto, anche nel materiale di pulizia della cella, tranne che sugli psicofarmaci, che consentono a persone provate dalla detenzione di poter superare questo stato. E molto alta infatti, intorno al 25%, la percentuale di persone detenute che hanno precedenti di tossicodipendenza”. Davanti alla Commissione, la segretaria dei radicali ha anche affrontato il tema, oramai abbandonato dalla politica, dell’amnistia spiegando che “non viene tenuto conto del fatto che avere oltre 5 milioni di procedimenti penali pendenti continua a rallentare la nostra giustizia, quindi fare un’amnistia significa pulire un’arteria intasata per fare quelle riforme strutturali che consentano alla macchina di camminare”.
La segretaria dei radicali spiega anche il ruolo decisivo dell’informazione: “Si martella l’opinione pubblica con i fatti di cronaca nera, facendo intuire che aumentano i reati quando non è vero e solo perché fa audience. In un Paese che così facendo, dal punto di vista del diritto della conoscenza dei cittadini – ha concluso la Bernardini – dimostra di essere fuori da ogni criterio di democrazia”.


rita bernardiniDurante l’audizione ha preso la parola il senatore Peppe De Cristofaro, del gruppo Sinistra ecologia e libertà e membro della commissione, esprimendo sintonia di idee con la Bernardini e ribadendo che “il clima è sfavorevole grazie anche all’informazione, ma il parlamento dovrebbe avviare una riflessione e porre l’argomento della clemenza, accompagnata però dalle riforme che aboliscano leggi che producono carcerazione facile”.
Il senatore De Cristofaro ha voluto anche porre una considerazione sulla vicenda del 41 Bis spiegando che “la vera struttura del 41 bis è quella del non detto. Non si dice chiaramente – ha chiosato De Cristofaro – che è un duro strumento per portare al pentimento i mafiosi”. Il senatore ha concluso con una domanda: “È un esempio di civiltà il fatto che lo Stato utilizzi uno strumento di tortura per portare i mafiosi a collaborare?”. Parole forti, soprattutto dopo l’audizione del 4 Giugno scorso del procuratore Nicola Gratteri, il quale ha confermato la validità del 41 Bis e la proposta di riaprire il carcere dell’Asinara e Pianosa per concentrare tutti i detenuti sottoposti alla carcerazione dura. Parere che si era andato a scontrare con le parole del dottor Roberto Piscitello, direttore generale dei detenuti e del trattamento presso il Dap, ascoltato dalla Commissione sempre nel mese di Giungo: “Nell’assegnazione della misura si evita l’assembramento in pochi istituti di soggetti che facciano parte della medesima associazione o ai organizzazioni fra loro contrapposte. E si evita che soggetti di grande spessore criminale siano ristretti nello stesso istituto. I soggetti in 41 bis sono detenuti rigorosamente in celle singole. Come tutti i detenuti hanno diritto a colloqui e momenti socialità con altri detenuti, in gruppi non superiori a quattro”. La Commissione preseduta da Luigi Manconi, continuerà a svolgere l’indagine conoscitiva sui livelli e i meccanismi di tutela dei diritti umani per poi produrre un dossier entro gennaio prossimo. La prospettiva sarebbe quella di portare la discussione in parlamento.

Damiano Aliprandi

Il Garantista, 18 ottobre 2014

Gratteri ha già pronta l’anti-riforma della Giustizia. Una vera e propria spada di Damocle sullo Stato di Diritto


giustizia1-640x436Gratteri ha già pronta l’anti-riforma della giustizia. Trapelano i punti cardine delle proposte della Commissione presieduta a Via Arenula dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria. Una vera e propria spada di Damocle sullo stato di diritto.

Forse non tutti lo sanno ma il pm antimafia Nicola Gratteri presiede anche una commissione ministeriale per l’elaborazione di proposte normative in tema di lotta alla criminalità. L’Ansa ha fatto trapelare le prime indiscrezioni sulle sue proposte. I punti focali sono un concetto di giustizia come negazione del diritto di difesa, l’umiliazione del ruolo dell’avvocato difensore, l’annichilimento delle garanzie del giusto processo e della certezza della prova.

Si era detto disponibile a diventare ministro della Giustizia per il governo Renzi, il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, a patto di avere la libertà di realizzare le cose che aveva in testa. La nomina sembrava certa prima che Renzi salisse al Colle. Poi il nulla di fatto. Uno stop del presidente Napolitano, pare, determinato da ragioni di opportunità.

Un magistrato ancora in servizio attivo non dovrebbe rivestire incarichi politici, tanto più che al ministro della Giustizia spettano compiti vistosamente incompatibili con il ruolo di pm dell’antimafia rivestito da Gratteri, quali la firma sui decreti di applicazione e proroga dei 41 bis.

Allora la nomina del ministro Orlando con il suo passato di garantista, anti manette facili, contro l’ergastolo e l’obbligatorietà dell’azione penale. Certo è che sul fronte della garanzia dei diritti nessun passo sembra essere stato mosso. Intanto l’Ansa rende note le linee guida della riforma voluta da Gratteri.

Sì, perché il pm antimafia presiede la commissione per l’elaborazione di proposte normative in tema di lotta alla criminalità, istituita presso Palazzo Chigi. I punti focali delle proposte di modifica appaiono una stridente espressione di una impostazione del concetto di “giustizia” come negazione del diritto di difesa, umiliazione del ruolo dell’avvocato difensore, annichilimento delle garanzie del giusto processo e della certezza della prova, disattenzione alle logiche deflattive dei giudizi a vantaggio della celere definizione dei processi, superamento del principio del favor rei e perfino confusione tra i ruoli – e già ce n’è troppa – tra chi esercita l’azione penale e chi giudica.

Il primo punto riguarda la parificazione, in termini sanzionatori, del partecipe ad associazione mafiosa al partecipe ad associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Pene fino a trent’anni di reclusione – tuona Gratteri – per i mafiosi che, a suo dire, temono solo le condanne per omicidio, che possono comportare l’ergastolo, e per la droga, che comportano pene assai severe. Un aumento sanzionatorio, quello prospettato, che appare già un abominio giuridico se si pensa che la contestazione di partecipazione non viene certo mossa soltanto ai boss ma a piccoli fiancheggiatori con una capacità criminale a volte infima che sarebbe quanto meno spropositato punire con sanzioni così follemente afflittive.

Cadrebbe il divieto di re-formatio in pejus in sede di appello proposto dal solo imputato. In parole povere: oggi, se la procura non impugna la sentenza di condanna a carico dell’imputato e tacitamente si dichiara soddisfatta dell’esito del giudizio, opera un divieto per i giudici dell’appello di aggravare la condanna emessa dal primo giudice.

È un principio di civiltà che, nel nostro ordinamento, risponde anche alla divisione di funzioni operata dal codice di rito. È il pm che esercita l’azione penale. Se ritiene che la condanna a carico dell’accusato sia coerente all’atto di accusa che ha formulato, nessun potere è dato al magistrato giudicante di ravvisare nuovi elementi di responsabilità dai quali far scaturire inasprimenti sanzionatori. Ancora: verrebbe abrogato il rito abbreviato, la possibilità, cioè, per l’imputato di scegliere di essere giudicato con il materiale di prova raccolto nelle indagini rinunciando a un processo in aula nel quale confutare gli esiti istruttori raccolti dalla pubblica accusa con conseguente sconto di pena in caso di condanna.

Una modifica normativa del genere comporterebbe la paralisi definitiva dei tribunali. L’accesso al rito abbreviato, infatti, determina il venir meno di centinaia di udienze, di video conferenze, di traduzioni in aula di detenuti, di trasferimenti in località protette di collaboratori di giustizia, un abbattimento considerevole dei costi e dei tempi della giustizia.

La logica della cancellazione di tale rito – che peraltro santifica l’operato dei pm poiché sottopone ai magistrati che giudicano, quale prova da valutare, solo l’esito delle attività di indagine – appare del tutto incomprensibile. Non trova, peraltro, alcuna compensazione nell’ulteriore progetto di ampliare l’accesso al patteggiamento a tutti i reati. La proposta appare incoerente se si pensa che lo stesso Gratteri ha più volte parificato patteggiamento e rito abbreviato definendoli “sconti fatti alle mafie”.

Diverso sarebbe se, come sembra, l’accesso al patteggiamento venga subordinato alla confessione, sulla bontà e pienezza della quale è ipotizzabile si preveda il parere del pm e il vaglio del magistrato. Si apre la prospettiva a derive incostituzionali di coazione psicologica all’accusato che sarebbe indotto a confessare e ad indicare i corresponsabili per accedere al solo rito -abrogata la previsione dell’abbreviato – che permetta uno sconto di pena. Non è finita! Il progetto di modifica contempla l’estensione ai legali, in solido con i propri assistiti, del pagamento delle spese processuali in caso di ricorso dichiarato inammissibile.

Una norma che se esistente spazzerebbe via del tutto il diritto di difesa e troncherebbe ogni anelito di giustizia inibendo di fatto gli avvocati dal prospettare questioni giuridiche talora innovative e creative per non correre il rischio di subire un danno economico. L’avvocato è per sua essenza sentinella del diritto. Studia le norme, le loro interpretazioni e implicazioni, le rapporta in aula con il caso concreto, ne osserva l’applicazione al fatto e le illogicità, le storture e le abnormità e se ne fa portavoce. È una voce di garanzia, quella dell’avvocatura, che non può, non deve essere menomata! Ancora: videoconferenze per tutti i detenuti per i reati più gravi. Nessun imputato potrebbe più essere presente in udienza.

Verrebbe meno radicalmente l’oralità del processo penale. La videoconferenza, infatti, già prevista per i soli detenuti in 41 bis, vanifica, di fatto, la possibilità di intervenire in aula in corso di giudizio. Mentre il detenuto in saletta video chiede il permesso di intervenire, o di comunicare telefonicamente con il proprio difensore in aula, il processo si svolge, va avanti e rende inutile la pretesa legittima del detenuto.

Questa follia antigiuridica, finora accettata – seppur inaccettabile – per i 41 bis in ragione del prevalere di logiche di sicurezza, dovrebbe essere estesa ad una enorme categoria di detenuti che verrebbero di fatto estromessi dalla partecipazione attiva ai processi. Verrebbe abolito l’appello incidentale, ossia l’impugnazione proposta dall’imputato per contrastare quella del pm, con vistoso detrimento del principio costituzionale del favor rei.

Sarebbe introdotta la declaratoria di inammissibilità delle impugnazioni in appello per manifesta infondatezza, con un iter che in sostanza ricalcherebbe quello analogo già operante in Cassazione: soppressione, dunque, ancorata a parametri discrezionali, di un grado di giudizio di merito e insensata ed illusoria attribuzione ad un solo giudicante delle sorti dell’imputato.

L’abolizione del ricorso per Cassazione per vizio di motivazione che sottrarrebbe al giudice di legittimità il potere di annullare le sentenze illogiche o contraddittorie: una grave menomazione delle garanzie difensive se solo si pensa al frequente approdo, alla Corte di Cassazione, di sentenze di condanna che poggiano interamente sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia in relazione alle quali fondamentale appare che il giudice di legittimità preservi il compito di verifica di coerenza e logicità dell’apparato motivazionale.

La militarizzazione degli istituti penitenziari che avrebbero, come direttori, non più civili bensì commissari di polizia penitenziaria. Un controllo interno, dunque, che non sfugge alle ansie di meccanismi corporativi (un pò come il Csm che giudica i magistrati!). Una serie, dunque, di ipotesi normative nella sostanza antigiuridiche e costituzionalmente illegittime, una minaccia concreta al giusto processo, una spada di Damocle sullo stato di diritto.

Maria Brucale

Il Garantista, 16 ottobre 2014

Marietti (Antigone) : Ecco come dovrebbero essere riformate le Carceri e l’Amministrazione Penitenziaria


Casa Circondariale 1Leggiamo su L’Espresso di un progetto di riforma della gestione penitenziaria che partirebbe dalla testa stessa di Matteo Renzi e che sarebbe affidato nell’elaborazione concreta alla guida del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. Non troppe settimane fa Gratteri, proprio alla festa del Fatto Quotidiano, aveva parlato di chiudere il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per risparmiare denari. Quella che avevamo inteso come poco più di una battuta era, pare, una linea riformatrice ben chiara.

Del funzionamento delle nostre carceri concordo che ci sia molto da riformare. Antigone è da sempre parte di tale dibattito. Ma per riformare non basta cambiare l’esistente: bisogna pur guardare in quale direzione si decide di effettuare il cambiamento.

L’articolo de L’Espresso conteneva solamente anticipazioni generiche, dunque aspettiamo di vedere un qualche documento più effettivo e dettagliato per esprimere giudizi di merito precisi. Qualcosa però si può cominciare a notare. Innanzitutto una particolarità di tutti questi dibattiti da spending review: nel valutare se e come si possano risparmiare i troppi stipendi dirigenziali di amministrazioni quali quella penitenziaria, mai si cita la possibilità di abbassare drasticamente l’importo degli stipendi stessi. O si cancella il posto di capo Dap pagato uno sproposito, oppure lo si tiene così com’è (e lo stesso dicasi per i 15 dirigenti generali). Tertium non datur. Portarlo a 3.000 euro – uno stipendio dignitoso, superiore a quel che guadagniamo in tanti, ma certo non sfacciato – sembra inconcepibile.

In secondo luogo: l’amministrazione penitenziaria è un’amministrazione pubblica pachidermica, con decine di migliaia di dipendenti, dalle cui decisioni dipende la sorte di altre decine di migliaia di persone. Il piano di Gratteri che prevede la soppressione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria farà risparmiare, si dice, centinaia di milioni di euro. Posto che, fortunatamente, non si arriverà a misure greche di licenziamento pubblico, quei lavoratori verranno dislocati altrove. Ma se una struttura alternativa al Dap e ben più snella è dunque considerata sufficiente a gestire le prigioni italiane, non si potrebbe già ora snellire il Dipartimento stesso mandando i lavoratori là dove serve e risparmiando lo stesso quei soldi?

Infine, la parte più delicata: si pianifica di eliminare la polizia penitenziaria e farla confluire in un diverso corpo di polizia che abbia compiti di ordine pubblico dentro e fuori dal carcere. Sarebbero esponenti di questo corpo di polizia a dirigere le carceri al posto degli attuali direttori. Su questo si stia davvero attenti. Una riforma in questa direzione potrebbe riportare il sistema indietro di molti decenni, collocandoci al di fuori di ogni prospettiva legata agli organismi internazionali sui diritti umani.

L’amministrazione penitenziaria ha una mission chiara, sancita dalla stessa Carta Costituzionale. Nelle carceri italiane lavorano tantissime persone di grandissimo livello professionale senza le quali non si sarebbe mai passato il tempo della crisi. Ci si dimentica di educatori, assistenti sociali, psicologi che hanno fatto miracoli in assenza di risorse.

Le competenze che servono dentro una prigione non sono quelle che servono per la strada ai tutori dell’ordine. Il direttore di un carcere, così come tutti gli operatori che vi lavorano, deve avere una formazione ampia, legata – oltre che al management – ai diritti umani, alla più alta giurisdizione, alla capacità relazionale.

Da sempre andiamo dicendo che la polizia in carcere non può avere il solo ruolo di aprire e chiudere cancelli. Su questo concordo pienamente con Gratteri. I poliziotti devono avere compiti di responsabilità e impegno nella gestione della pena.

Tutto il lavoro fatto in questi anni sulla cosiddetta sorveglianza dinamica – un modello di custodia che ha dato ottimi risultati anche in termini di abbassamento della recidiva, basato non sulle barriere fisiche quanto piuttosto sulla responsabilizzazione dei detenuti – non era dispendioso e andava nella giusta direzione. Ma non può andarvi una riforma che pensa a risparmiare soldi gestendo un carcere con i soli strumenti dell’ordine pubblico.

Susanna Marietti (Associazione Antigone)

l Fatto Quotidiano, 30 settembre 2014

Carceri, Corleone : Meno male che il Pm Gratteri non è diventato Ministro della Giustizia


Franco CorleoneA leggere i resoconti dell’intervento svolto dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri il 5 giugno davanti alla Commissione diritti umani del Senato sull’applicazione del regime penitenziario per gli appartenenti ai vertici delle organizzazioni mafiose, si tira un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo di avere questo pubblico ministero ministro della giustizia.

L’analisi di Gratteri sul funzionamento del 41bis è stata davvero a tutto campo. Ha contestato la distribuzione dei 750 detenuti in regime di carcere duro in 12 istituti, con i rischi di interpretazioni diverse da parte dei direttori delle norme e ha individuato la soluzione nella costruzione di 4 nuovi carceri dedicati allo scopo con 4 direttori specializzati.

Gratteri si è domandato anche la ragione della chiusura negli anni novanta delle carceri di Pianosa e dell’Asinara, auspicando la loro riapertura con questa destinazione. La mancanza di memoria storica è davvero una maledizione, perché attribuisce scelte motivate e dibattute a pura casualità o superficialità.

Va ricordato che la scelta di chiudere le carceri speciali fu dovuta al rifiuto doveroso da parte dello stato democratico di sopportare condizioni di violenza inaudita e di gestioni paranoiche da parte di direttori immedesimati nella parte di vendicatori e aguzzini. Si vuole tornare a quella pratica di tortura appena ora che l’Italia ha evitato una condanna definitiva per violazione dell’art. 3 della Convenzione dei diritti umani da parte della Cedu per trattamenti crudeli e degradanti? Va riconosciuto al procuratore anti ‘ndrangheta di avere proposto una diminuzione dei detenuti a regime speciale a 500 per una applicazione seria affidata al Gom, il reparto specializzato della Polizia Penitenziaria, potenziando i controlli anche durante i colloqui. Infatti “nel momento in cui c’è un colloquio bisogna guardare la mimica facciale, i segni che il detenuto fa ai parenti con braccia e mani”.

A questo proposito il procuratore ha invitato il legislatore ad intervenire su un vuoto enorme, cioè il caso della moglie del detenuto che è anche avvocato, perché in quel caso il colloquio non si può registrare. Non è chiara la soluzione proposta: obbligare a cambiare avvocato (comunque i colloqui non sarebbero registrati) o a divorziare? Nell’incertezza si legge anche che alla mancanza di personale esperto si può ovviare con il trasferimento di militari dell’esercito adeguatamente formati e comunque diminuire il numero sovrabbondante di agenti della polizia penitenziaria presenti in via Arenula, la sede del ministero della giustizia.

Il culmine dello slancio riformatore si è espresso sulla questione del lavoro per i detenuti. “Io sono per i campi di lavoro, non per guardare la tv. Chi è detenuto sotto il regime del 41 bis coltivi la terra se vuole mangiare. In carcere si lavori come terapia rieducativa. Occorre farli lavorare come rieducazione, non a pagamento. Se abbiamo il coraggio di fare questa modifica, allora ha senso la rieducazione. Farli lavorare sarebbe terapeutico e ci sarebbe anche un recupero di immagine per il sistema”.

Ci vorrebbe davvero un bel coraggio a fare strame delle norme penitenziarie europee, delle sentenze della Corte Costituzionale, della legge Smuraglia e della riforma penitenziaria del 1975, peggiorando addirittura il Regolamento di Alfredo Rocco del 1932! Nei resoconti dell’audizione non si leggono le reazioni dei commissari. Il silenzio glaciale appare la risposta adeguata. Di fronte a simili derive è il caso che il ministro Orlando avvii subito le procedure per la nomina del garante nazionale dei diritti dei detenuti.

di Franco Corleone

Il Manifesto, 18 giugno 2014