Napoli, assolto dopo 23 anni, l’avvocato cerca di rintracciarlo e scopre che è morto


giustizia1-640x436Un imprenditore napoletano è stato anche in carcere in Germania accusato dalla moglie di averle sottratto la figlia. La tenacia di una penalista napoletana gli ha restituito giustizia postuma. La moglie tedesca, Carola Hinz, lo accusò di aver sequestrato la figlia di 7 anni. Ma non era vero. Mario Ferraro, imprenditore napoletano, si fece quattro anni di carcere, adorato dalla bambina e del tutto innocente. Al contrario, fu la donna a tentare di portargliela via e a rendersi irreperibile. Il tribunale italiano gli ha restituito giustizia, dopo 23 anni. Troppo tardi. Uscito dalla prigione nel 2004, l’uomo si è ammalato ed è morto in solitudine con un tumore al cervello. Scioccato dalla profonda ingiustizia, aveva fatto perdere le sue tracce. Nemmeno la figlia, oggi trentenne, aveva più sue notizie. E quando il suo avvocato ha cercato di rintracciarlo tra i conoscenti per regalargli la consolazione della sentenza, è spuntato solo un vecchio compagno di banco: “Mario Ferraro si è spento, a 59 anni”.

La sua vicenda creò un caso diplomatico Italia-Germania. Ferraro fu arrestato a Pilsen, Repubblica Ceca e rilasciato su pressioni del governo Ciampi. Fermato di nuovo in Germania, fu condannato alla prigione, sentenza definitiva a fine 1999, quattro scontati nel penitenziario di Monaco di Baviera durante i governi D’Alema e Berlusconi. Poi sulla vicenda è calato il silenzio, anche politico. Lo ha squarciato una tenace penalista napoletana, Esther Lettieri, che nel giudizio di riconoscimento di sentenza straniera ha impugnato quella condanna del tribunale tedesco e dimostrato quello che già all’epoca appariva un incredibile errore giudiziario durante il quale l’uomo si appellò a tutti: da Maurizio Costanzo al capo dello Stato. Grazie alla ricostruzione del legale, è stato assolto dall’ottava sezione penale della Corte d’Appello di Napoli che ha rigettato in 16 punti la richiesta del tribunale tedesco.

Ferraro aveva sposato Carola Hinz a Pomezia e vissuto con la moglie e le due figlie in Germania fino all’ottobre 1992 quando si recò in visita in Italia con una delle due bambine e il consenso della moglie. Ma poco dopo la magistratura tedesca emise un provvedimento cautelare nei suoi confronti per sequestro di minore: la moglie, mentre l’uomo era lontano, lo aveva denunciato a sorpresa, chiesto e ottenuto dal tribunale tedesco un divorzio lampo e senza contraddittorio. Fu l’inizio di un calvario. Il tribunale dei minorenni di Napoli affida la piccola al padre, motivando la decisione anche con i ripetuti tentativi della moglie di rapire la bambina. Lo stallo divide come un muro di Berlino i due coniugi, lui in Italia con Manuela, la moglie in Germania con la seconda figlia. Eppure, sottolinea la Corte d’Appello, l’uomo dichiarò la sua disponibilità a riportare la figlia alla madre a patto di poterla vedere senza essere arrestato. Nonostante l’intervento del ministero degli affari esteri gli consentì di rimettere piede sul suolo tedesco, l’imprenditore finì in manette di nuovo. Gli anni del carcere, la malattia e la solitudine segneranno la sua vita. Un macabro messaggio sul suo profilo Facebook, il volto di un uomo assetato di sangue, l’ultima sua traccia. Fino alla sentenza di innocenza. Fino alla morte.

Ferruccio Fabrizio

La Città di Salerno, 20 ottobre 2016

 

Napoli, Aperte le Palestre al Carcere di Poggioreale annunciate dai Radicali


Palestre Reparto Poggioreale«È una giornata storica per Poggioreale, perché questo carcere non ha mai avuto una palestra. L’inaugurazione dei primi spazi dedicati all’attività fisica dei detenuti e degli agenti, segna una piccola, grande conquista per la quale non smetterò mai di ringraziare la generosità delle chiese valdesi e metodiste». Sono queste le parole che il dott. Antonio Fullone, direttore della casa circondariale di Napoli, ha pronunciato il 23 febbraio scorso in occasione della presentazione ufficiale di «Poggioreale in-forma», progetto curato dall’associazione Alba Chiara e finanziato con i fondi Otto per mille dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi. Grazie al finanziamento sono state acquistate 30 palestre multifunzione, 30 cyclette e 30 panche, che saranno installate nei padiglioni dove vige il «regime aperto», oltre ad altri attrezzi (pesi, manubri, corde) destinati ai soli agenti.

Fullone, insieme alle vice-direttrici Gabriella Niccoli e Chiara Masi, ha accolto con grande disponibilità la piccola delegazione formata da: il pastore Jens Hansen, membro della Tavola valdese; Giovanni Napolitano, sovrintendente del XIII Circuito delle chiese valdesi e metodiste; il past. Remo Cristallo, presidente della Federazione delle chiese pentecostali; Salvatore Cacace, fornitore di articoli sportivi, e alcuni membri dell’ass. Alba Chiara tra cui il presidente, Michele Altieri, ispettore di polizia a Poggioreale da 21 anni, membro della chiesa pentecostale Nuova Pentecoste di Aversa, che ha pensato e voluto fortemente questo progetto.

«Il carcere è un luogo di sfida – ha detto Hansen –. Sappiamo bene che molti pensano al carcere solo come un luogo di reclusione, uno spazio in cui confinare un colpevole in una cella chiusa a chiave, che poi va buttata via. Per noi credenti non è così: partendo dalle Scritture sappiamo che c’è la pena per un’azione malvagia compiuta, ma anche il perdono e la possibilità che una persona possa cambiare. Il carcere deve essere il luogo in cui la persona recupera la sua dimensione di socialità e compie un percorso di riabilitazione che gli consenta di cambiare vita una volta scontata la pena. È per tutto questo che la Tavola valdese non ha avuto dubbi sul finanziamento del progetto: la palestra è uno spazio in cui i detenuti possono vivere più concretamente l’aspetto della socializzazione, e anche migliorare le condizioni psico-fisiche».

«La mancanza di attività fisica quotidiana – ha affermato Fullone – è un problema molto sentito in questo istituto, e trovare una realtà, come la Tavola valdese, che investe su Poggioreale dà un ulteriore sostegno al progetto di riorganizzazione che abbiamo avviato da un po’ di tempo in questo carcere».

Con l’arrivo di Fullone alla direzione di Poggioreale nel luglio 2014 sono stati introdotti importanti cambiamenti riguardanti le coordinate dello spazio e del tempo che in un penitenziario sono fondamentali. Oggi per oltre 500 detenuti è previsto il «regime aperto» con le celle aperte per 8 ore al giorno con la possibilità per i detenuti di rimanere nel corridoio del reparto e di socializzare; all’esterno, i detenuti possono utilizzare il campo di calcetto quotidianamente (prima solo un paio di volte all’anno), e la permanenza all’aria aperta è assicurata in 12 cortili passeggio; le pareti di alcuni dei padiglioni sono state ritinteggiate con colori caldi; sono state ristrutturate e messe a norma del Regolamento di esecuzione penitenziaria ben 12 sale colloquio; inoltre è già operativo uno spazio verde esterno dove i detenuti possono incontrare i propri familiari, e sta per essere realizzata anche una ludoteca dove assicurare un’accoglienza per i minori durante le visite familiari. Altra novità importante sul fronte dell’affettività riguarda la possibilità che i colloqui – grazie ad una turnazione pomeridiana e alla disponibilità del personale penitenziario – possano avvenire anche durante i giorni festivi in modo che i minori non facciano assenze scolastiche.

Miglioramenti sono avvenuti anche sul piano lavorativo: oltre 250 detenuti sono alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria grazie ad un sistema di rotazione trimestrale. Vi sono laboratori di falegnameria, tipografia, sartoria ed un’officina per fabbri.

La delegazione ha potuto visitare la prima «mini-palestra» allestita nel padiglione «Firenze», dove si trovano le persone alla prima esperienza detentiva e dove vige il «regime aperto». Nella stanzetta dove sono stati sistemati gli attrezzi, sono giunti alcuni detenuti. Il portavoce del gruppo – un giovane diplomato Isef che svolgeva attività di personal trainer – a nome di tutti i detenuti del padiglione ha ringraziato i promotori del progetto Poggioreale in-forma: «L’attività sportiva ci fa bene a livello fisico ma soprattutto mentale in quanto ci permette di scaricare lo stress e di contrastare la pesantezza delle giornate. Inoltre, vorrei esprimere un elogio personale al direttore Fullone: da quando è arrivato, il carcere di Poggioreale si è trasformato. È una persona umilissima: nonostante le sue grandi capacità sta sempre in punta di piedi e questo per me è un ulteriore pregio». L’umiltà, unita alla capacità del neodirettore di dialogare e ascoltare i suoi interlocutori, ha conquistato anche gli agenti più anziani, tradizionalmente più restii ai cambiamenti.

Delegazione visitante il Carcere di PoggiorealeA Poggioreale sembra veramente che soffi un vento nuovo. Anche i Radicali italiani – da sempre attenti al tema delle carceri e del rispetto al loro interno dei diritti umani – in una recente visita ispettiva alla Casa circondariale di Poggioreale hanno evidenziato che le condizioni di detenzione sono sensibilmente migliorate rispetto agli anni passati, quando venivano fatte numerose segnalazioni di violazione dei diritti umani fondamentali proprio per le condizioni detentive degradanti, contrarie al principio di umanità della pena sancito dall’art. 27 della Costituzione.

«Tante cose sono state fatte ma ancora tantissime sono da fare – afferma Fullone –. Si tratta di un processo lungo, nel quale è importante il contributo di tutti: dirigenti, dipendenti dell’amministrazione e agenti della polizia penitenziaria. La collaborazione determina un clima sempre più disteso in cui cresce la fiducia e la qualità dello stare insieme. Il carcere è e resterà un luogo di sofferenza, dove vigono delle regole che vanno rispettate, ma deve essere innanzitutto un luogo umano, dove va preservata la dignità di ciascuno. Inoltre sono convinto che non c’è benessere dei detenuti che non passi attraverso il benessere del personale. Il poliziotto del penitenziale svolge un ruolo difficilissimo perché oltre ad essere custode è anche il primo rieducatore della persona ristretta». Ne è pienamente convinto l’ispettore Michele Altieri, infaticabile promotore di Poggioreale in-forma, che ha dichiarato di essere stato contagiato dal modo in cui il dott. Fullone gestisce le risorse umane. «Alcuni amici mi hanno detto: “Ma non potevi presentare piuttosto un progetto a favore dei bambini, dei poveri o dei senza fissa dimora?”. Io ho risposto che nella Bibbia c’è scritto “ricordatevi dei carcerati” (Ebrei 13, 3): è a partire da queste parole che Dio ha fatto nascere nel mio cuore l’idea di questo progetto che oggi si realizza con la soddisfazione di tanti».

Marta D’Auria

http://www.riforma.it

Gli Opg dovrebbero essere chiusi ma le Regioni sono inadempienti. Chiesto l’intervento del Governo


OPG Barcellona Pozzo di GottoRegioni senza Rems verso il commissariamento? che potrebbe non risolvere il problema di una legge mal fatta. Suicidi in carcere: la domanda è questa: perché, nonostante tutti gli sforzi, effettivi o promessi; nonostante l’indubbio impegno di tanti agenti della Polizia penitenziaria e della comunità penitenziaria in genere, perché il numero di suicidi o tentati suicidi tra i detenuti italiani è sempre più in aumento?

Nelle prigioni italiane si registra un tasso di suicidi 20 volte maggiore rispetto a quello della popolazione libera. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità viene commesso un tentativo di suicidio circa ogni tre secondi, ed un suicidio completato ogni minuto. Nelle carceri poi, si registrano numeri maggiori sempre in aumento, rispetto a quelli della comunità circostante. Il sovraffollamento delle carceri non si arresta, calano le forze di Polizia penitenziaria, e questa bomba a orologeria esplode tra i detenuti sotto forma di suicidio. Eccetto per una leggera flessione registrata nel 2013, quando i detenuti suicidi furono il 30 per cento, i dati sono allarmanti. Nelle carceri italiane si registra un tasso di suicidi 20 volte maggiore rispetto a quello della popolazione libera.

Nel corso di questi ultimi dodici anni sono avvenuti complessivamente 692 suicidi, più di un terzo di tutti i decessi avvenuti in carcere. Nel 2012 i detenuti hanno raggiunto i 7.317 atti di autolesionismo e 1.308 tentativi di suicidio. Le morti sono state complessivamente 154, 60 per suicidio, con una più elevata frequenza tra le persone più giovani.

Ospedali Psichiatrici Giudiziari: 31 marzo scorso: a partire da quel giorno gli Opg sarebbero dovuti sparire. Una promessa e un annuncio dato con molta enfasi, l’evento storico. Fine di una pagina spesso drammatica del sistema penale del nostro Paese.

A che punto siamo? La realtà è ben diversa da quella auspicata. Gli Opg non si sono affatto svuotati. In Campania attualmente sono presenti 122 internati, 67 ad Aversa, 55 a Secondigliano. Di questi circa la metà sono campani, gli altri provengono da altre regioni. Le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza che avrebbero dovuto sostituire gli OPG, non sono ancora pronte. In Campania ne sono previste due: a Calvi Risorta, e S. Nicola la Baronia, 20 posti ciascuna. Se tutto andrà come si spera saranno completate entro l’estate, le prime funzionanti a livello nazionale. Sono state individuate tre Rems provvisorie: 38 posti letto, solo due sono aperte.

Finito l’effetto annuncio, si deve prendere atto che non si è pronti. La legge 81 del 2014 che definisce la chiusura degli Opg, rileva evidenti limiti che non si sono voluti vedere, ma che fin dal primo momento erano chiarissimi: per esempio si prevede il commissariamento per le Regioni inadempienti. Con questo provvedimento, del resto non attuato pur talvolta essendoci le condizioni, il commissario dovrebbe predisporre in un tempo ragionevole i piani per la definizione delle Rems e riorganizzare i Dipartimenti di Salute Mentale, avviando nel contempo i progetti terapeutici individuali. Ma ecco emergere un’altra criticità: la difficoltà di prendere in carico i pazienti più problematici, gli internati rimasti in OPG, e quelli per cui fallisce la licenza finale di esperimento. Le incognite sul futuro, comunque, riguardano soprattutto i nuovi ingressi che nel frattempo continuano ad essere predisposti nelle Rems, con un intasamento che nei prossimi mesi diventerà ingestibile.

Al di là dello specifico caso campano, almeno 300 persone restano rinchiuse nei cinque Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, Aversa, Napoli, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, e quasi 250 persone sono rinchiuse nell’OPG di Castiglione delle Stiviere. Nelle otto Rems sinora attivate nelle altre regioni vi sono meno di 100 persone. È la denuncia del Comitato StopOpg. Il comitato chiede che le regioni che non hanno ancora accolto i loro pazienti siano immediatamente commissariate, “per assicurare le dimissioni e il trasferimento delle persone internate. Il Commissariamento è indispensabile per superare i ritardi nella chiusura degli Opg e per l’attuazione integrale della Legge 81/2014; misure e progetti che il Ministero della Salute è tenuto a monitorare e a sollecitare”.

Valter Vecellio

L’Indro, 25 giugno 2015

Carceri, Il Presidente Emerito Napolitano “E’ arrivato il momento di riformare la Legge Penitenziaria del 75”


Si è commosso il presidente emerito Giorgio Napolitano, a Napoli per la tavola rotonda sul tema delle carceri. “È importante fare le leggi con audacia – ha dichiarato – ma oggi non ci troviamo di fronte solo ad un problema normativo, ama anche e soprattutto culturale. Noto un impoverimento sul piano dei valori della società italiana”.

Napolitano, al convegno organizzato dalla Garante dei detenuti Adriana Tocco, nella sala del Circolo degli Ufficiali di Palazzo Salerno, ha proseguito ribadendo la necessità di cambiare la riforma penitenziaria: “Nel nostro Paese non sono state fatte le riforme necessarie. Penso che sia arrivato il momento di riformare la legge del 75.

Il presidente Mattarella, che degnamente esercita la funzione di capo dello Stato, avrà sicuramente al centro della sua attenzione la questione penitenziaria. Con il mio intervento sui diritti dell’uomo ho scommesso e mi è andata bene – ha affermato commuovendosi e ricordando il suo intervento alle Camere nel 2013 dopo la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo – ci sono stati dei miglioramenti, come ricorrere a pene alternative in certi casi. Molto ancora non è stato, penso agli gli stranieri che finiscono in carcere solo per aver violato la legge sull’immigrazione clandestina”.

L’ex inquilino del Quirinale, durante il suo discorso, ha rimproverato i giornalisti: “L’informazione adesso partecipa alla polemica sulle riforme, quelle in particolare che riguardano il senato, si preoccupano – ha evidenziato – che questa modifica potrebbe indebolire la democrazia parlamentare, ma quanto spazio hanno dedicato all’attività stessa del Parlamento? Zero. Quello che fanno le Camere – ha sottolineato – non viene pubblicato. Da poco sono rientrato e non sono entusiasta di ciò che ho trovato”.

Napolitano, accompagnato dalla moglie e compagna di sempre Clio, ha dunque approfittato della sua Napoli per lanciare un monito agli organi di informazione e alla politica stessa: “Oggi si pensa a condannare un intercettato, prima ancora che si arrivi alla conclusione delle indagini, o che ci sia un rinvio a giudizio. Mi dispiace dirlo, ma oltre a rivolgermi ad un anello fondamentale come quello dell’informazione, chiamo in causa la politica. Non voglio soffermarmi sul solito tema della decadenza della politica – ha poi concluso Napolitano – ma proprio la politica deve essere capace di rilanciare il Paese e soprattutto deve essere portatrice di valori sani”.

http://www.ilvelino.it – 09 Giugno 2015

Isernia: detenuto morto, l’autopsia conferma “cranio sfondato da più parti”


Carcere IserniaL’avvocato Galeazzo: “Nessun dubbio, è stato ucciso. Nessuna caduta accidentale. Il medico legale Vincenzo Vecchione, nominato dalla Procura, la esclude”. Non fu una caduta accidentale. A escludere l’incidente come causa della morte di Fabio De Luca, detenuto nel carcere di Isernia deceduto lo scorso novembre in seguito a gravi ferite riscontrate alla testa, è ora, finalmente, l’autopsia effettuata dal medico legale Vincenzo Vecchione, consulente tecnico nominato dalla procura della Repubblica.

La perizia, depositata già da qualche giorno, è stata letta attentamente dall’avvocato del Foro di Isernia Salvatore Galeazzo, legale della famiglia del detenuto, il quale fornisce anche qualche dettaglio al riguardo. “Il mezzo che ha prodotto le lesioni è da ricercare in un oggetto contundente a superficie liscia, di consistenza duro-elastica, che ha attinto il capo del De Luca in più punti”.

Di cosa si sia trattato – se un bastone di legno, un manganello di ferro, forse ricoperto da un telo o da un panno o cos’altro – non è dato sapere e il legale non si sbilancia. Anche perché in cella non è stato trovato nulla di corrispondente alla descrizione del dottor Vecchione. Dal grave trauma cranico e dalle conseguenti lesioni cerebrali all’altezza della nuca, sarebbe poi derivata la morte per arresto cardiocircolatorio.

Per la morte di De Luca – avvenuta dopo qualche giorno di ricovero all’ospedale Cardarelli di Campobasso – sono indagati i due detenuti originari di Napoli che si trovavano nella cella quando la vittima fu colpita, più un terzo individuo, probabilmente un’altra persona rinchiusa nel carcere. Il reato ipotizzato è quello di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto. Ma ora, con la svolta nelle indagini determinata dall’autopsia, non è da escludere che il pubblico ministero possa intravedere nuove ipotesi di reato a carico degli accusati e richiedere nuove misure cautelari.

Cosa sia accaduto davvero a Ponte San Leonardo, però, resta ancora un mistero fitto. Un omicidio? Ma per quale movente? Una lite tra detenuti finita male? Difficile fare qualsiasi congettura, al momento. La certezza, però, è che De Luca – 45 anni – originario di Roma – aveva il cranio sfondato in più punti. Per opera di qualcuno.

L’uomo, secondo le ricostruzioni della Squadra Mobile di Campobasso, che indaga sul caso, si era recato in un’altra cella per prendere una gruccia quando, alla presenza di due detenuti, avrebbe battuto la testa e sarebbe finito in coma. A dare l’allarme furono proprio i due detenuti che si trovavano con De Luca.

http://www.isernianews.it, 25 marzo 2015

Napoli: Poggioreale, l’inchiesta sui pestaggi nella “cella zero”, indagati quattro Agenti Penitenziari


Carcere di Poggioreale Manifestazione RadicaliSono quattro le persone finite sul registro degli indagati per i presunti pestaggi all’interno del carcere di Poggioreale. Sono agenti di polizia penitenziaria. Stiamo parlando dell’inchiesta sulle presunte violenze consumate all’interno della cosiddetta “cella zero”, luogo di soprusi e botte da orbi all’interno della struttura penitenziaria napoletana, venuta alla luce dopo le denunce il garante dei detenuti della Regione Campania Adriana Tocco. Nel suo ufficio sono arrivate oltre 150 testimonianze dei detenuti.

Sono quattro le persone finite sul registro degli indagati per i presunti pestaggi all’interno del carcere di Poggioreale, sono tutti appartenenti alla polizia penitenziaria. I reati contestati; abuso di autorità, sequestro di persona e maltrattamenti. Stiamo parlando delle presunte violenze consumate all’interno della cosiddetta “cella zero”, luogo di soprusi e botte da orbi all’interno della struttura penitenziaria napoletana, venute alla luce dopo le denunce il garante dei detenuti della Regione Campania Adriana Tocco. L’inchiesta prende le mosse lo scorso anno: la procura di Giovanni Colangelo recepisce le oltre 150 denunce che gli ex detenuti hanno messo nero su bianco a inoltrato anche all’ufficio del garante.

E approfondisce i racconti che le sono pervenuti.

Indagine complessa e difficile quella dei sostituti Valentina Rametta e Giuseppina Loreto, coordinate dall’aggiunto Alfonso D’Arino. Ma la vicenda è tutt’altro che chiusa, le indagini proseguono percepire se si sia trattato solo di episodi sporadici oppure di una condotta stabile riservata ai detenuti. Una vicenda, questa dell’esistenza della “cella zero” che allora come oggi suscita grande stupore e l’inchiesta da atto del lavoro del lavoro dell’ufficio del Garante. “L’indagine della Procura partenopea – commenta la garante Adriana Tocco – in seguito alla presentazione delle mie segnalazioni, ha permesso di far cambiare aria a Poggioreale”.

“Sono stati cambiati i vertici dell’Istituto (a maggio del 2014 il Dap aveva deciso di avviare le procedure per il trasferimento della direttrice, Teresa Abate, ndr), della Polizia Penitenziaria, dell’area educativa che con l’apertura delle celle e l’aumento di varie attività, mi hanno permesso di riscontrare il fatto che non ricevo più denunce, né verbali né scritte per abusi di violenze”. Intanto, sulla vicenda della “cella zero” nei giorni scorsi è stato pubblicato il documentario pubblicato realizzato dal fotoreporter Salvatore Esposito che attraverso le testimonianze di numerosi ex detenuti del carcere partenopeo – ricostruisce una realtà agghiacciante, tragica e, allo stesso tempo, drammatica raccontata dai protagonisti dei presunti pestaggi nel carcere partenopeo.

Antonio Scolamiero

Corriere del Mezzogiorno, 24 febbraio 2015

Catanzaro: 2,3 milioni di risarcimenti per ingiuste detenzioni, un record negativo


carcere-620x264Catanzaro conquista il secondo posto a livello nazionale nella drammatica classifica dei rimborsi dovuti a chi è stato ingiustamente in carcere. Un record per nulla positivo, secondo solo a Palermo. Le cifre provengono dal Ministero dell’Economia, che materialmente liquida le somme.

La statistica semestrale dei fascicoli per ingiusta detenzione vede in testa proprio la città siciliana, con 35 casi e risarcimenti per 2 milioni e 790 mila euro. Seguono Catanzaro, con 2,3 milioni; Roma, con 1,3 milioni, e Napoli con 1 milione e 235mila euro.

Solo nei primi sei mesi del 2014 lo Stato ha già pagato 16 milioni e 200 mila di euro di risarcimenti per 431 casi di ingiusta detenzione nelle carceri. Un dato che si aggiunge a quello degli oltre 567 milioni di euro pagati a partire dal 1992 per le 22.689 richieste autorizzate. E ai 30 milioni e 650 mila euro sborsati per i soli errori giudiziari, cioè quelli sanciti dopo un processo di revisione che ha dichiarato innocenti soggetti precedentemente condannati in via definitiva.

Ma “al di là delle cifre – osserva il vice ministro della Giustizia, Enrico Costa – che certo servono a misurare l’entità del fenomeno, bisogna comprendere meglio quali vicende si nascondano dietro i numeri. Bisogna andare oltre i dati, per capire meglio come si produca l’errore: per questo ritengo si debba quanto prima avviare un’istruttoria in merito”.

“Il solo passaggio all’interno del carcere – afferma Costa – è un’esperienza che segna e spesso spezza una vita. Dietro i numeri ci sono storie personali che vanno analizzate non solo per prevenire il pagamento di ingenti somme da parte dello Stato, ma anche per capire perché e in che fase, principalmente, si apra la falla: se per esempio prevalga un’errata valutazione di fatti e circostanze o piuttosto una applicazione della custodia cautelare non corretta.

Noi, per esempio, non desumiamo dai dati se la percentuale maggiore di ingiusta detenzione si determini nella fase preliminare con ordinanze dei gip o in quelle successive. Ma sarebbe importante capirlo”.

Per Costa, un veicolo di possibile intervento per introdurre contromisure potrebbe essere proprio il provvedimento sulla custodia cautelare all’esame della Camera. Ma in prima battuta serve un supplemento di indagine per comprendere il fenomeno. Un’istruttoria, appunto. Che tra l’altro Costa riterrebbe utile anche su un altro versante: quello della responsabilità civile dei magistrati. L’ambito e i meccanismi non sono esattamente gli stessi, ma alla base c’è comunque un errore che può essere riconosciuto come danno, sebbene i casi di risarcimento siano stati molto pochi nel corso degli anni.

L’intenzione di Costa è di “chiedere ed esaminare anche i fascicoli relativi alla responsabilità civile per avere un quadro chiaro”, tanto più in un momento in cui l’intera materia oggetto di un disegno di legge di riforma all’esame del Senato. E l’idea di una commissione sugli errori dei magistrati piace all’Unione camere penali, che invita l’Anm, “stabilmente impegnata in un’azione di contrasto a tutto campo delle politiche di riforma del sistema giudiziario”, a riflettere sulle cifre fornite da Costa.

L’Opinione, 16 ottobre 2014