Napoli: io, pentito di camorra, vi racconto l’orrore della “cella zero” di Poggioreale


 La “cella zero” di Poggioreale esiste. Parola di pentito. Fiore D’Avino, storico boss della camorra campana, braccio destro del padrino Carmine Alfieri ai tempi della guerra contro le truppe cutoliane della Nco e suo luogotenente a Somma Vesuviana, in quest’intervista esclusiva a Julie, racconta la sua esperienza dietro le sbarre alle prese con picchiatori e torture.

Che cosa succede nella cella zero?

“Chiariamo prima che cosa sono e come sono fatte. Sono celle lisce, dove ci sono solo le brande per dormire. Senza lenzuola”.

Chi ci va?

“Ci portano i detenuti che, secondo gli agenti penitenziari, danno segni di squilibrio. Ti fanno denudare e vola anche qualche schiaffo, ovviamente. Al mattino presto, prestissimo, ti danno la sveglia e ti mettono in mano una scopa per pulire e lavare. A controllare tutto c’è un agente che brandisce una mazza che porta all’estremità una spugna arrotolata”.

A che cosa serve?

“Serve a picchiare i detenuti. Perché la spugna non lascia segni”.

A lei è mai capitato di essere percosso con questi sistemi?

“A me no, ma sentivo spesso gridare”.

La cella zero dunque non è una invenzione?

“Quando c’ero io, i fatti si verificavano in una parte del padiglione Genova. Ricordo ancora un episodio: era una domenica del novembre 1993, eravamo in una cella del padiglione Firenze. Non sono sicuro sul numero di detenuti, ma eravamo sicuramente in molti. Io stavo scrivendo una lettera e altri guardavano Novantesimo minuto alla tv. Venne un agente dicendo di abbassare il volume. Credetemi, si sentiva a stenti. Un ragazzo di Acerra si alzò e ubbidì. La tv era quasi muta. Dopo qualche minuto, ripassò la stessa guardia e disse, urlando, che la voce era ancora troppo alta e chiuse il blindato”.

E che cosa successe, poi?

“Mi meravigliai del comportamento dell’agente e chiesi se ci fosse qualcosa di personale tra lui e il detenuto. Volevo parlare con il capoposto per farci riaprire il blindato. Gli altri compagni di cella mi dissero che sarebbe stato meglio di no. Erano impauriti. Ma alla fine li convinsi e tutti insieme chiedemmo di parlare con il responsabile. L’agente ascoltò, si fece dare tutti i nostri nominativi e dopo un po’ ritornò da noi chiedendomi di seguirlo. Io ero detenuto da circa un mese”.

Lo segue e che cosa accade?

“Appena entrai nell’ufficio al piano terra, salutai con educazione ma venni accerchiato dagli agenti. L’appuntato mi obbligò a mettere le mani dietro la schiena e in quell’istante mi arrivò uno schiaffo da uno degli agenti alle mie spalle”.

E lei?

“Sinceramente, reagii d’istinto. Gli agenti suonarono l’allarme. Arrivò la squadretta: mi immobilizzarono e trascinarono fuori dal reparto”.

La picchiarono?

“Mi perforarono un timpano e, dopo il loro trattamento, mi ritrovai varie ecchimosi su tutto il corpo. Il giorno dopo, fui visitato da un medico al quale dissi che quei segni erano dovuti a una caduta. Era una bugia, chiaramente. Dopo qualche tempo, andai in udienza al Riesame e dissi che se mi fosse accaduto qualcosa non dovevano considerarmi matto”.

E invece?

“Fui denunciato e al processo, allora avevo già iniziato a collaborare con la giustizia, raccontai la verità. Dissi che cosa era successo, ma non ho saputo più nulla. A Poggioreale, queste cose erano una prassi. C’era una squadretta apposita, ma ho sentito dire che anche in altre carceri usavano violenza fisica e psicologica. Ti gettavano secchi d’acqua fredda addosso”.

intervista a cura di Simone di Meo

http://www.julienews.it, 17 maggio 2014

Napoli: i Radicali raccolgono le denunce dei detenuti ammalati, 300 in attesa di ricovero


Luigi Mazzotta, Radicali NapoliA fine maggio arriveranno le salate multe da parte dell’Unione Europea per le condizioni in cui versano le carceri italiane. Sovraffollamento, condizioni igienico sanitarie pessime, negazione dei diritti per i detenuti sono alcune delle motivazioni delle multe che l’Italia sarà, da qui a breve, condannata a pagare.

Per questo motivo, la scorsa settimana una delegazione di militanti dell’associazione Radicale Per la Grande Napoli, insieme ai parenti dei detenuti si è riunita davanti alla Casa Circondariale di Poggioreale per dare vita ad un presidio non violento, voluto per continuare le lotte in favore dell’amnistia e per il ripristino della legalità all’interno delle carceri per evitare i provvedimenti disciplinari dell’Europa e garantire livelli migliori di vita ai detenuti.

“La manifestazione – spiega Luigi Mazzotta, segretario dell’Associazione Radicale Per la Grande Napoli – è stata voluta soprattutto per raccogliere gli appelli dei detenuti ammalati, che sono rinchiusi in delle catacombe, senza l’adeguata assistenza medico sanitaria”. Quella di Poggioreale è solo la prima delle tappe previste dai Radicali per denunciare l’abbandono che vivono i detenuti ammalati all’interno delle carceri.

Oggi, infatti, ci sarà un’altra manifestazione, all’esterno del Carcere di Secondigliano, a cui parteciperà anche il Senatore del Gal, Luigi Compagna, da sempre in prima linea per i diritti dei detenuti. Intanto proseguono gli appelli con manifestazioni anche eclatanti come quelli degli scioperi della fame e della sete di Marco Pannella e dei Radicali e seguito dai detenuti del Carcere di Poggioreale, che a volte per giorni rifiutano il cibo in segno di protesta. A loro si sono, in alcune occasioni, uniti anche i detenuti di un altro carcere campano, quello di Bellizzi Irpino.

“Tra poco arriveranno le multe dell’Unione Europea – prosegue Mazzotta – e qui non è cambiato ancora nulla, nessuno prende una decisione e in carcere si continua a soffrire. Vogliamo dire ai familiari dei detenuti di non tacere e li invitiamo a fare ricorso quando si presentano casi di omissione di cure all’interno del carcere”. Nonostante la macchina burocratica sia lenta e farraginosa, a Roma, qualcosa sta andando avanti. Per il 15 maggio, infatti, doveva essere pronto il testo unificato in materia di amnistia e indulto, redatto dalla senatrice Nadia Ginetti del Pd e dal senatore Ciro Falanga, di Fi, in qualità di relatori dei quattro ddl per amnistia e indulto. L’esame congiunto dei ddl per amnistia e indulto 2014 è proprio in questi giorni al vaglio della commissione Giustizia al Senato della Repubblica.

Trecento richieste di ricovero

“Sono oltre trecento le richieste di ricovero in ospedale, da parte di detenuti, inevase all’interno delle carceri italiane dall’inizio dell’anno”. A fornire i dati è Luigi Mazzotta dei Radicali Per la Grande Napoli, che spiega: “Si tratta di richieste per operazioni chirurgiche, per le quali i detenuti aspettano anche otto mesi. Alcuni riescono ad essere operati, altri rischiano di morire prima di arrivare in sala operatoria. Invito i detenuti e i loro parenti a prendere esempio da chi ha fatto ricorso e ha ricevuto un indennizzo dalla Corte Europea di quindicimila euro per mancata assistenza sanitaria in carcere”

di Claudia Sparavigna

Roma, 18 maggio 2014

Napoli: nelle “cittadelle” di Poggioreale, reportage dalla prigione che non dovrebbe esistere


Casa Circondariale PenitenziariaPer le punizioni c’è la “cella zero”. Nelle altre, ventidue ore con la porta chiusa. La doccia è un miracolo. Qui la rieducazione è una chimera. Solo i lavoranti hanno le celle aperte nove ore al giorno. Le altre sono sempre chiuse, comprese quelle dei reclusi affetti da immunodeficienza.

Il 28 maggio scade il termine concesso dall’Europa all’Italia per risolvere il problema del sovraffollamento carcerario. E pagina 99 è andata a verificare la situazione sul campo. Entrando a Poggioreale, una delle carceri che ha suscitato le ire europee. Risultato: al di là delle parole e delle buone intenzioni, nulla è cambiato.

I 2.137 detenuti – con la sola eccezione di 200 lavoranti, ai quali è consentito uscire quotidianamente per nove ore – continuano a stare stipati tutto il giorno in celle anguste. Inclusi quelli affetti da Hiv. Qui, dove anche fare una doccia calda è un miracolo, la rieducazione resta una chimera. Nella prigione la voce dei reclusi non si sente. Chi trasgredisce la consegna del silenzio sa che rischia di finire nella cella zero. Quella delle punizioni.

Per arrivare al cuore del carcere di Poggioreale, a Napoli, bisogna fare giri infiniti. Lì è partita la solitaria campagna del capo dello Stato Giorgio Napolitano per chiedere riforme strutturali, amnistia e indulto. Ma l’appello del Presidente è stato ignorato dal Parlamento.

Per arrivare dentro quello che fu il feudo del boss della Camorra Raffaele Cutolo, nel carcere simbolo di tutte la patologie croniche del sistema penitenziario italiano, bisogna partire dal ventre della città. Dal rione di San Lorenzo, per la precisione.

Nel vicolo Trincherà il cappellano del carcere, don Franco Esposito, è riuscito a fare un “miracolo” che in altre Regioni d’Italia – dove l’attenzione alla questione penitenziaria è maggiore – è quasi un’ovvietà: ha creato una casa di accoglienza dentro un antico palazzo dell’Arcidiocesi, dove l’associazione “Liberi di Volare” ospita cinque detenuti, di cui quattro agli arresti domiciliari, per sottrarli alle patrie galere. “L’unica in Campania”, sottolinea don Franco, consapevole del terrificante significato di questa unicità.

E qui – dove ogni giorno qualcuno bussa alla porta in cerca di un rifugio, dove ogni mattina arrivano altri detenuti per lavorare al laboratorio di bigiotteria guidato da Nino Ricciolio per infilare perle di plastica acquistate dai pakistani e fare dei rosari – che alla sera si possono ascoltare i racconti, tutti da decriptare, su ciò che accade dentro Poggioreale.

Siamo nella Casa circondariale più antica d’Italia, la più problematica, la più sovraffollata. Una polveriera, insomma. Nonostante gli sforzi dell’amministrazione penitenziaria per far scendere i numeri, per ottenere quei benedetti 3 metri quadrati a disposizione di ogni detenuto, per evitare che la spada di Damocle della condanna dell’Unione europea si abbatta sullo Stato italiano dopo il 28 maggio (oggi i carcerati di Poggioreale sono passati da 2.700 a 2.137).

Per cercare di arrivare al centro dei dodici padiglioni – a cui sono stati dati i nomi delle città, come se ognuno fosse simbolo di cittadelle arroccate e inespugnabili – che si susseguono, uno accanto all’altro, bisogna ricordarsi che qui dentro c’è davvero un’altra Italia: un Paese parallelo, pieno di zone grigie, su cui sono stati puntati finalmente i riflettori.

E bisogna leggere le lettere scritte in italiano stentato che un detenuto mi lascia per ricordo, come se fosse un omaggio, di nascosto, per ricordarmi cosa accade di notte, nelle celle di transito, al piano terra, dove spesso vengono portati i carcerati per essere puniti. L’hanno chiamata la cella zero, ma sono tante le celle zero, secondo i loro racconti, fatti in modo teatrale e in dialetto, mentre mimano come avvengono le punizioni. E non esagerano, visto che in procura a Napoli ci sono 71 denunce e due inchieste aperte per lesioni e maltrattamenti.

C’è chi racconta di quella volta che un agente usò una racchetta da tennis, chi addirittura un martello di legno, persino per una televisione accesa con il volume forte. Forse esagerano, ma una cosa è certa: tutti gli sforzi del Dap, del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, per indurre gli agenti a concepire un carcere più normale, basato sulla sorveglianza dinamica, relazionale, per riuscire finalmente con 40 anni di ritardo a far applicare l’ordinamento penitenziario, che aspira alla rieducazione, non passano di qui.

Qui i detenuti, siano tossicodipendenti, omicidi, rapinatori, spacciatori (eccetto gli affiliati ai clan della Camorra) devono essere contenuti, sorvegliati e puniti. Certo, qualcosa è cambiato, qualche padiglione è stato ristrutturato, il sovraffollamento è diminuito e secondo la direttrice, Angela Abate, oraci sono finalmente 1.300 docce nelle celle.

“Un miracolo per una struttura fatiscente dove sono riuscita a sistemare molte cose in economia, senza l’aiuto finanziario dell’amministrazione, con il lavoro dei detenuti”, afferma rigida e un po’ spaventata perché il Dap ha deciso di trasferirla dopo la pubblicazione del severo rapporto della delegazione europea su Poggioreale il 9 aprile scorso.

E forse trasformata in capro espiatorio di un carcere che non dovrebbe esistere, perché qui la soglia fisiologica dell’illegalità è stata superata troppe volte. E così, una volta varcata la soglia di Poggioreale, la direttrice ci tiene a farmi vedere le cose che sono migliorate, la sala colloqui per 9 (sic) detenuti in un piccolo spazio verde con addirittura un angolo per i giochi dei bambini.

E se è vero che Poggioreale è Poggioreale, e che qui dentro negli anni Ottanta i camorristi si sparavano addosso, è anche vero che nessuno può dimenticare la commozione di Napolitano, dopo la sua visita, a settembre, le denunce ripetute dei Radicali Italiani, dell’associazione Antigone, del cappellano di Poggioreale, don Franco, che mi ha mostrato la lettera della direttrice in cui lo accusava di sobillare i detenuti, perché durante la sua omelia affermava che fra i banchi della cappella non si stava in carcere, ma in libertà.

E poi ci sono quelle celle, che dovrebbero essere aperte secondo la riforma che sta portando avanti l’amministrazione penitenziaria, gradualmente socchiuse in molti istituti, perché un carcerato deve essere rieducato e non rinchiuso 20-22 ore in spazi angusti e sovraffollati. Non a Poggioreale però, dove entro dopo molte resistenze, e per la prima volta vedo un casa di reclusione, ora molto meno sovraffollata, dove non si sente la voce dei detenuti.

Un silenzio assordante per un carcere di oltre 2000 persone, interrotto solo al padiglione Roma, dove ci sono i tossicodipendenti. E infatti le uniche parole che sento sono quelle della direttrice che mi fa l’elenco di tutte le cose buone fatte in due anni, persino le sale colloqui senza vetri divisori. Finché un detenuto in sedia a rotelle da una cella strepita: “Sono chiuso qua dentro 22 ore al giorno e ora le fanno vedere che è tutto a posto, le hanno preparato una visita guidata, perché lei non veda e non senta niente, non si fidi!”.

Lei reagisce stizzita per dire al detenuto che lui non è autorizzato a parlare con me, mentre il comandante di Poggioreale, da vent’anni alla guida della casa di reclusione, Salvatore D’Avanzo, mi ripete per più volte che quello è un falso disabile, “perché quando ha fatto la rapina stava in piedi”.

Per cercare di trovare il cuore di Poggioreale, senza riuscirci, mi chiedo perché prima dell’arrivo della direttrice che vuole mostrarmi i miglioramenti fatti, alcune celle dove si insegna per dare un diploma elementare a 6 detenuti (sic) e persino un passeggio deserto, dove si gioca a basket due volte alla settimana -si narra che quando venne Napolitano provarono a portarlo proprio qui, a vedere una partita, e che il presidente chiese stizzito di essere subito condotto nei reparti detentivi – il comandante deve dirmi che i provvedimenti presi a Roma per aumentare i giorni di liberazione anticipata sono uno sbaglio, “perché poi tornano fuori a delinquere”, mentre un agente, sincero, afferma: “Qui dentro c’è solo la feccia, scarti di società”.

Per cercare quel cuore, che mi è stato raccontato all’esterno, e resistere all’elenco delle cose positive sciorinato dalla direttrice, legittimamente nervosa, perché non vuole andare via, perché è convinta di aver fatto cose che nessuno prima di lei aveva osato fare, mi chiedo come mai in tutto il carcere, 2.100 detenuti, ad avere le celle aperte per nove ore al giorno siano solo i detenuti del padiglione Italia, dove ci sono 200 lavoranti. Lì dove tre detenuti scelti da lei hanno l’autorizzazione a parlarmi, per dirmi che lì si sta bene (mai sentito un detenuto che dica di stare bene in un carcere: un ossimoro) grazie al supporto della direttrice.

E mi chiedo perché ovunque quasi, tranne nelle celle dove ci sono dei lavoranti, i blindati siano sempre chiusi, nonostante le indicazioni del Dap. Anche nel padiglione Roma, dove ci sono 264 detenuti, fra cui anche quelli affetti da Hiv, che si lamentano sommessamente perché non possono uscire dalle celle, tranne due ore al giorno. Neanche per giocare a basket, “perché i sieropositivi non hanno la forza per giocare”, spiega un agente.

Quando chiedo perché devono stare sempre chiusi, la direttrice mi spiega che non ci sono abbastanza spazi per la socialità, per la rieducazione e che forse in futuro, ora che il carcere è meno sovraffollato, lo farà, anzi lo vuole fare. E insiste che sono già in tanti a seguire i corsi di attività rieducativa, ma appena esco dal protocollo della visita guidata e chiedo a uno di loro (sono otto in cella) perché non ci vanno alle attività rieducative, loro dicono che hanno fatto la “domandina”, ma non hanno ricevuto alcuna risposta. “Impossibile”, nega la direttrice. Furiosa contro quella delega-zione di parlamentari europei, che hanno scritto cose false.

Perché nel loro rapporto, che ha suscitato un putiferio, hanno scritto “i detenuti passano 22 ore in cella, alcuni 24, poche celle sono dotate di docce, in alcuni padiglioni non arriva l’acqua calda, l’assistenza sanitaria è scadente, alcuni carcerati con patologie psichiatriche sono in celle d’isolamento”. Anche se poi lo si poteva leggere anche nel rapporto dell’anno scorso scritto dal presidente campano di Antigone, Mario Barone, che era riuscito a far fare pure un’interrogazione parlamentare per chiedere chiarezza sulle zone grigie, le celle lisce del padiglione Avellino, per chiedere conto dell’isolamento in cui si trovavano alcuni carcerati con problemi psichiatrici.

Dopo molte insistenze riesco a visitare la cucina centrale del carcere, da dove esce il cibo per quasi tutti in detenuti, (in realtà ce n’è una più piccola che mi mostrano prima di cedere alle mie insistenze): pasta al forno all’apparenza incollata, spinaci e carne, dentro contenitori di latta, che arriveranno freddi nelle celle di un carcere troppo grande per essere governato, una città nella città, dove i detenuti della commissione per il controllo della qualità del cibo, interpellati dalla direttrice, dicono “tutto a posto dottoressa, il cibo va bene”.

E per dimostrarmi la sua disponibilità mi mostra le nefaste docce comuni, vecchie e fatiscenti, che si trovano in diversi padiglioni dove le docce in cella non ci sono, e si possono fare “per tre volte alla settimana”, anche se i medici penitenziari poi mi diranno che se uno vuole fare una doccia calda in più deve avere un attestato che dimostri di avere problemi dermatologici.

E così in quel silenzio di carcere, dove ci sono solo 715 detenuti definitivi, gli altri tutti appellanti o in attesa di giudizio, dove nei passeggi non si vede nessuno, forse perché è giorno di colloqui, ma molti agenti, circa 400 destinati alla sorveglianza, e i pavimenti sono puliti, troppo puliti, la visita guidata finisce nel reparto Napoli (il Livorno dove ci sono i camorristi è off-limits) dove qualcuno dice “siamo inguaiati”.

E allora bisogna fare molti giri fra il ventre di Napoli e la parte superiore, su nella zona ospedaliera, dove la direttrice dell’Asl di Napoli 1, Antonella Guida, che coordina la medicina penitenziaria, ci tiene a spiegare le difficoltà di una sanità penitenziaria ora gestita dai medici esterni, che non hanno la necessaria agibilità per fornire l’assistenza sanitaria, “perché quello è un mondo chiuso, perché noi possiamo assistere solo i detenuti segnalati dalla direzione o dagli agenti, perché la buro-crazia impedisce ogni cambiamento”.

E forse ha ragione anche il direttore amministrativo dell’Asl Napoli 1, quando dice che loro hanno subito 45 processi per danni erariali perché hanno tolto privilegi e budget gonfiati a quella pletora di medici specialisti penitenziari, ma forse hanno ragione anche i detenuti quando dicono che loro chiamano il Buscopan la medicina di padre Pio, perché ogni volta che lamentano un dolore ricevono solo e sempre le stesse medicine.

E allora se il Dap ha fatto qualsiasi cosa per cercare di evitare la condanna europea, per me che ho dovuto fare giri infiniti per arrivare al cuore nascosto di Poggioreale, senza trovarlo, è rimasto impresso un racconto. Quello di un detenuto, che era recluso nel padiglione Avellino, dove l’acqua calda arrivava – e per molto tempo questo stato un segreto per tutti. E i detenuti dovevano nascondersi dagli agenti per fare la doccia calda tutti i giorni. Perché nelle celle lisce si finiva, e forse ancora si finisce, anche per questo. Per una doccia calda di più.

di Cristina Giudici

Pagina99, 17 maggio 2014

Napoli. Carcere di Poggioreale, Abate «condannata» dagli ispettori Ue: «Situazione infernale»


Teresa Abate, Direttore CC NapoliDieci giorni di tempo. Bisognerà attendere ancora poco più di una settimana per sapere quale sarà l’esito dell’iter avviato dal Dap (il Dipartimento della pubblica amministrazione) che ha «invitato» la direttrice della casa circondariale di Poggioreale a indicare al ministero della Giustizia un’altra sede lavorativa.

E anche se nessuno ufficialmente lo conferma, l’idea che l’esortazione a scegliersi una nuova sede nasconda in realtà un trasferimento bello e buono – nonostante i meriti da più parte riconosciuti a Teresa Abate – si fa di ora in ora più concreto. Lo confermano, per esempio, i risultati dell’ispezione svolta a Napoli, proprio a Poggioreale, alla fine dello scorso mese di marzo da parte di una delegazione di parlamentari europei che dopo aver visitato il carcere romano di Rebibbia si trasferirono nel capoluogo campano per verificare con i propri occhi la situazione in cui versa il carcere italiano detentore dei più tristi record che da anni lo proiettano in coda alle speciali classifiche, quanto a vivibilità e a degrado. Sono pagine forti, quelle scritte dagli europarlamentari al loro rientro a Strasburgo dopo la «full immersion» nella struttura penitenziaria più affollata d’Italia e dell’intero Vecchio Continente. Pagine forti soprattutto per i giudizi finali che vengono dati: con qualcosa di molto più simile a una stroncatura che a una semplice bocciatura delle condizioni dello storico carcere napoletano. «Poggioreale è una vecchia prigione – esordisce il rapporto – ed è molto conosciuto soprattutto a causa delle lunghe code dei familiari in visita ai detenuti». La commissione stigmatizza poi alcuni aspetti: dalla capacità di ospitare circa il doppio dei 1400 detenuti, numero massimo consentito (ma solo sulla carta), al numero di posti letto per ogni cella, con casi limite anche di 12 reclusi in poco spazio; dalle due ore d’aria in cui ai detenuti viene garantito un «passeggio» in un cortile «di dimensioni inadeguate», dai problemi dovuti alla mancanza di luce e ventilazione in alcuni padiglioni, alle situazioni igieniche.

carcere letti-2«Solo pochissime celle – scrivono ancora i delegati in visita a Napoli – hanno una doccia e la maggior parte dei detenuti devono condividerne una in comune (in un edificio visitato dalla delegazione, c’erano tre docce per 87 detenuti). Di conseguenza essi hanno diritto a due docce alla settimana, e in alcuni edifici non c’è il riscaldamento e l’acqua calda». Radiografia impietosa che disegna un girone dantesco. «Ci sono solo due cucine per l’intero stabilimento – proseguono gli europarlamentari – e senza finestre termiche, ragion per cui la maggior parte dei detenuti riceve in cella un cibo freddo e di qualità molto scadente: il che spinge molti detenuti a cucinarsi da soli il vitto, utilizzando stufe rudimentali nei bagni». Anche i numeri colpiscono in maniera assolutamente negativa i delegati del Parlamento Europeo. Tornando al sovraffollamento, i commissari rilevano che «il numero di detenuti ospitati in questa prigione sono 2354, di cui 800 sono in custodia cautelare e 850 sono condannati con sentenza definitiva. Il resto è composto da soggetti che attendono i successivi gradi di giudizio». Inoltre «non c’è quasi alcuna possibilità di formazione o altre attività sociali, mentre pochissimi sono i detenuti coinvolti in attività lavorative.

Il sovraffollamento e le condizioni igieniche pessime facilitano la diffusione di malattie. In particolare i tossicodipendenti non ricevono una terapia appropriata. I detenuti possono essere messi in celle di isolamento per motivi di salute o disciplinari: un certo numero di detenuti con problemi psichiatrici sono stati trovati a essere detenuti in celle di isolamento. Suicidi, tentativi di suicidio e atti di autolesionismo sono molto frequenti. Un tentato suicidio da un detenuto si è verificato solo un’ora prima che la delegazione entrasse nella prigione».

Giuseppe Crimaldi
Il Mattino di Napoli, 01 Maggio 2014

Poggioreale nel caos, il Ministero revoca l’incarico al Direttore del Carcere


Casa Circondariale Napoli«Indulto indulto». Gridano da dietro le sbarre i detenuti dell’inferno Poggioreale nella mattinata in cui è in forse il direttore del carcere sovraffollato per eccellenza del sud d’Italia. Bufera sul penitenziario napoletano: a Teresa Abate l’amministrazione penitenziaria ha notificato un provvedimento nel quale si chiede di indicare una nuova sede per un incarico diverso. A Radio Radicale che le chiedeva conto dei pestaggi denunciati dai detenuti, così replicava la direttrice: «A me non risulta. Il carcere non è più quello di una volta: è trasparente». Il Dap di Roma ha disposto un cambio della guardia, il cui iter è cominciato ieri, quando il provveditore regionale alle amministrazioni penitenziarie, Tommaso Contestabile, ha consegnato alla direttrice Abate i documenti sull’avvio di un provvedimento di revoca: «Una richiesta di rappresentare se può essere adibita ad altro tipo di incarico e a quale  spiega il provveditore  Lo prescrive la legge 241 sulla trasparenza qualora si immagini un cambio di direzione». Il contratto triennale della dirigente sarebbe scaduto nel 2015, entro 15 giorni è prevista la replica. 

Un cambio di marcia chiesto da Roma per uno dei penitenziari con la maggiore criticità in Italia, accolto all’ora della refezione di Poggioreale con una rivolta “sonora”, in gergo carcerario “battitura”: posate che percuotono pentole, metallo di oggetti quotidiani contro metallo delle finestre occluse dai letti a castello dove manca l’aria. Restano i cinque vicedirettori, mentre anche il comandante delle guardie, Salvatore D’Avanzo, se ne andrà a fine anno per raggiunti limiti d’età. Non ci saranno altre mobilità in Italia, fatta eccezione per un altro pensionato, il direttore del carcere di Fuorni nel salernitano. 

Per la successione a Poggioreale si fa il nome di Antonio Fullone, l’attuale dirigente (dal 2011) della casa circondariale di Lecce, che ha dovuto vedersela con una situazione simile a quella di Napoli: 1230 detenuti quando il carcere pugliese poteva ospitarne fino a 650. Nessun nesso diretto tra la revoca alla direttrice Abate e le criticità cresciute negli anni, facendo di Poggioreale un carcere con la piaga del sovraffollamento e di un turnover continuo.

Ministero Giustizia DAPAnche se l’amministrazione si sta muovendo per ridurre le presenze: da 2.750 di qualche mese fa, ora i detenuti sono 2.100 e entro la fine di maggio, quando la Corte di Strasburgo potrebbe sanzionare l’Italia per la situazione carceri, dovranno scendere sotto i duemila. Il problema, il ministro della Giustizia Andrea Orlando l’ha trovato sulla scrivania e anche questo deve aver consigliato un cambio di rotta. Insieme con la minaccia dei giudici della Cedu di multe miliardarie,

Orlando ha dovuto subire gli strali della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo, venuta in visita il 28 marzo. La missione, guidata dal socialista spagnolo Juan Fernando Lopes Aguilar, ha ascoltato il sindaco de Magistris, la Garante dei detenuti Adriana Tocco, il cappellano del carcere don Franco Esposito, il responsabile della sanità penitenziaria Amendola e il sindacalista Emilio Fattorello del Sappe Campania. Severi i giudizi della commissione, che ha definito “medioevale” la situazione di Poggioreale.

«Non sarebbe giusto  osserva il senatore del Pd Vincenzo Cuomo  far ricadere sul corpo della polizia e sul personale dell’amministrazione i deficit strutturali che hanno determinato le condizioni registrate dalla commissione europea attesa l’inefficacia nell’adozione di misure strutturali da parte del ministero della Giustizia da 15 anni. Non saranno certo amnistie e indulto legiferate ad intermittenza a risolvere i problemi».

Stella Cervasio, 30 Aprile 2014

La Repubblica – Napoli 

Napoli: le celle di Poggioreale teatro di episodi di maltrattamento, malasanità, abbandono


Radicali Carcere Poggioreale NapoliDuemila e cento detenuti a oggi, a fronte di una capienza di 1.500. Presenza media 2.800, punta massima raggiunta nel settembre 2013 con 2.900 detenuti. Praticamente quasi il doppio del previsto. Tanto da diventare dodici in una cella per sei. Di questi almeno mille “definitivi”, che dunque non dovrebbero essere in quel carcere.

Poggioreale inferno a Napoli, ma anche frequente passerella di massime autorità che spesso sollevano il problema sovraffollamento nelle celle. E ancora: teatro di episodi di maltrattamento, malasanità, abbandono. Un carcere dove vengono gestiti in media ben 115mila colloqui tra detenuti e familiari all’anno. È una città.

Ma una città senza servizi per i suoi pur costretti cittadini. Basta un dato dell’osservatorio Antigone: su dodici padiglioni solo tre hanno le docce in cella, un quarto le ha solo per metà. Basta questo, per avvertire il disagio di chi ci vive. C’è una sola cucina in tutto il carcere. Di contro, il super lavoro della polizia penitenziaria. 730 agenti in servizio a fronte di una pianta organica che ne prevede 946.

Cifre che supportano l’allarme “sovraffollamento”, causato in buona parte dai tanti casi di custodia cautelare preventiva, di fatto pene scontate prima della condanna che magari non arriverà. Tema ricorrente, sollevato periodicamente dalle proteste dei detenuti che si affidano al fracasso delle “battiture”, le stoviglie battute contro le sbarre. Perché costretti a convivere fino a dodici in una cella. È il carcere più affollato d’Italia, richiama più volte la preoccupata attenzione del presidente della Repubblica. Napolitano viene più di una volta a Napoli. “Non è giustizia – dirà ai detenuti durante la visita del 2013 – essere costretti a scontare la pena nel modo in cui molti di voi sono costretti a scontarla”.

Invia un messaggio alle Camere, chiede l’indulto. Nulla succede. Fino alla condanna nero su bianco del Consiglio d’Europa, che arriva a un mese di distanza della visita dell’europarlamentare Juan Fernando Lopez Aguilar, capo delegazione della Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari istituzionali del Parlamento Europeo. “Solo la Serbia è peggio dell’Italia per sovraffollamento delle carceri in Europa”, si legge ora nel rapporto europeo.

Certo su quel giudizio devono aver influito molto le cifre di Poggioreale, se questo è il carcere più affollato d’Italia. I suoi numeri hanno alzato la media italiana. Poggioreale che è fonte di polemiche anche su altri fronti. Ad esempio le inchieste della magistratura in seguito a denunce di ex detenuti (settanta in un primo fascicolo, cinquanta in un secondo). È il caso della “Cella zero”. È una fantomatica cella dove verrebbero portati i detenuti per essere pestati a sangue da una “squadretta” di agenti penitenziari.

penitenziaria poggiorealeViene aperta un inchiesta in Procura, mentre il sindacato Uil-Pa Penitenziari spiega che invece si tratta di una cosiddetta “cella liscia”, dove vengono isolati detenuti a rischio suicidio. Inchiesta ancora in corso, nulla è stato fino a questo momento provato, c’è una indagine del Dipartimento amministrazione penitenziaria ma l’attenzione, nel solo 2014, torna di nuovo ad accendersi su Poggioreale per due nuovi gravi episodi. 8 novembre 2013: muore il detenuto trentaduenne Federico Perna.

Era malato di tumore, in gravi condizioni, in attesa di trapianto di fegato. È sua madre a lanciare l’allarme, non le hanno detto neanche dove è morto il figlio, è stata informata dell’accaduto con una lettera del compagno di cella di suo figlio. I sospetti che Perna abbia subito una aggressione spingono l’allora ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri a disporre una ispezione nel carcere di Poggioreale. L’autopsia, in seguito, escluderà pestaggi.

Ma è una storia amara di abbandono. La madre di Perna riceverà anche le condoglianze del giurista Stefano Rodotà durante la sua visita nel carcere. Gennaio 2014: il detenuto Vincenzo Di Sarno, trentacinquenne condannato a sedici anni per omicidio, malato di tumore, chiede a Napolitano di concedergli l’eutanasia. Sua madre preme per la grazia. Il presidente della Repubblica lo conosce, lo ha incontrato durante la sua visita a Poggioreale.

Ma il magistrato di sorveglianza rigetta la richiesta di differimento della pena presentata dai difensori di Vincenzo Di Sarno, il detenuto viene infine trasferito al Cardarelli. Due episodi a fronte di inquietanti statistiche, ad esempio delle morti per varie cause in carcere. Nel 2013 a Poggioreale ci sono stati nove decessi.

di Irene De Arcangelis

La Repubblica, 30 aprile 2014

Dramma carceri in Italia, l’inferno è Poggioreale: lo conferma il rapporto europeo.


Situazione tragica nel penitenziario napoletano. Lo conferma il rapporto della Commissione Libertà Civili dell’Unione europea, che striglia l’Italia sulle carceri: “Molto deve essere ancora fatto”.

Casa Circondariale Napoli PoggiorealeUna vecchia prigione sovraffollata, con 2.534 detenuti dove potrebbero esserci al massimo 1.400 persone.  ”I detenuti trascorrono 22 ore al giorno nelle loro celle, con “un’ora gratuita al mattino e una al pomeriggio, che spendono in un cortile di dimensioni inadeguate per il gran numero di persone. Alcuni di essi trascorrono 24 ore al giorno nelle loro celle e mai uscire”. Poche docce: 3 ogni 87 detenuti, in un edificio, alcuni non hanno acqua calda e riscaldamento. Nella migliore delle ipotesi, ci si può lavare due volte alla settimana. E poi, “problemi dovuti alla mancanza di luce e ventilazione”.

Manca anche l’aria, a Poggioreale,  secondo il rapporto sulle carceri italiane, che Fanpage.it ha visionato, presentato dopo la missione dei parlamentari della Commissione Libertà Civili dell’Ue in Italia, alla fine di marzo. La missione, guidata dal socialista spagnolo Juan Frenando Lopes Aguilar, ha visitato tra l’altro le carceri di Rebibbia (maschile e femminile), a Roma, e Poggioreale, a Napoli, e la delegazione ha incontrato diverse personalità: il ministro Orlando, il Dap, il senatore Manconi, l’associazione Antigone, il segretario dei Radicali Rita Bernardini, la garante dei detenuti della Campania, il sindacato di polizia penitenziaria, il Csm.

Inferno Poggioreale: la cella zero – Nel carcere di Poggioreale c’è anche la presunta “cella zero”, la cella delle torture sulla quale la magistratura sta indagando dopo l’inchiesta di  Fanpage.it e le denunce di oltre 50 detenuti. Sulla presunta cella zero la Commissione Libertà Civili scrive: “Una stanza vuota dove un certo numero di prigionieri sarebbe stato picchiato dalla polizia penitenziaria. Sulla questione è in corso un’inchiesta a seguito di una serie di denunce da parte dei detenuti per maltrattamenti”. Non c’è solo questo. Un’altra inquietante circostanza è arrivata alla delegazione. E oggi, nel rapporto si legge: “I detenuti sono messi in celle di isolamento per motivi di salute o disciplinari . Un certo numero di reclusi con problemi psichiatrici sono stati trovati a essere detenuti in celle di isolamento”. A Poggioreale, il capitolo suicidi è un altro incubo senza fine: “Suicidi , tentativi di suicidio e atti di autolesionismo sono molto frequenti – scrive la delegazione – Un detenuto ha tentato il suicidio solo un’ora prima che la delegazione visitasse il penitenziario”. Ma la tortura è continua, si instilla nei momenti che scandiscono la giornata. Come il pranzo: “Ci sono solo due cucine per l’intero stabilimento e senza  scatole termiche , quindi la maggior parte dei detenuti riceve cibo freddo”. In totale, per il vitto di un detenuto lo Stato stanzia 3,5 euro: “Di conseguenza  – continua il rapporto – Il cibo è freddo e di qualità molto scadente ; molti detenuti si cucinano su cucinini rudimentali nei bagni”. Se si sta male, ed è facile che in carcere si stia male (come nel caso di Federico Perna, gravemente ammalato e morto nel penitenziario napoletano in circostanze tutte da chiarire, caso che abbiamo sollevato sul nostro giornale), “l’assistenza sanitaria in questa prigione è molto scarsa , anche a causa della mancanza di risorse e ad un grande turnover di detenuti , dal momento che tutti i nuovi detenuti sono sottoposti ad una visita medica . Il sovraffollamento e le condizioni igieniche pessime facilitano la diffusione di malattie. In particolare , i tossicodipendenti non ricevono una terapia appropriata”. Difficili anche le condizioni della polizia penitenziaria e di tutto il personale che vi opera: in dieci anni sono stati ottanta i suicidi tra il personale di polizia penitenziaria.

A conoscere tristemente e a fondo la situazione di Poggioreale è Antigone Campania, tra le realtà che sono state ascoltate dai membri della delegazione: “La relazione ha recepito gran parte dei problemi che da anni solleviamo – afferma Mario Barone, presidente di Antigone Campania e membro dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione in Italia – A Poggioreale si sta in cella 22 ore su 24; gli spazi esterni dedicati ai passeggi sono di dimensioni inadeguate; l’istituto ha una funzione eminentemente “abitativa” (non vi sono, Padiglione per Padiglione, spazi destinati alla socialità); soltanto una minoranza di detenuti può accedere alla doccia in cella; scarsa è la tutela della salute e delle condizioni igieniche”. E nelle conclusioni, “il rapporto invita a migliorare le condizioni di detenzione con particolare riferimento a Poggioreale – continua Barone – Un posto in cui sono particolarmente carenti le attività trattamentali e le opportunità di lavoro”.

L’Italia condannata: davanti a noi solo Serbia e Grecia – In totale, il numero dei detenuti in Italia è di 60.828. Ben oltre la capienza, che secondo le autorità è di 47.857 detenuti, ma secondo diverse organizzazioni (Radicali, Antigone, l’Osservatorio Ristretti Orizzonti) le cose non stanno così, segnala il rapporto: calcolano, infatti, “una capacità di 41.000″. Dopo che l’Italia è stata condannata per aver violato l’articolo 3 (divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti) della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali,  i detenuti sono diminuiti, “ma la differenza tra capienza e numero di ristretti resta “significativa”, secondo la delegazione. “L’Italia -scrive il rapporto della delegazione europea – ha il terzo più alto sovraffollamento carcerario, con 147 detenuti per 100 posti disponibili, e viene solo dopo la Serbia e la Grecia”. Abbiamo più delinquenti? Niente affatto: “Questo – precisa il rapporto – nonostante l’Italia abbia un rapporto tra detenuti e popolazione di circa 1, che corrisponde alla media europea”. Il 38 per cento dei detenuti sta scontando una pena inferiore ai 5 anni, il 38 per cento è dietro le sbarre per reati di droga, 29mila stranieri e il record: il 40 per cento è in attesa di giudizio. La percentuale più alta nell’Unione europea.

La Fini – Giovanardi, legge carcerogena – Dopo il giudizio della Corte Costituzionale, “le pene devono essere ri- determinate e molti detenuti condannati per reati connessi alle droghe leggere potrebbero essere rilasciati  – scrive la delegazione guidata da Lopes Aguilar –  Inoltre , condanne future per reati legati alla droga saranno , in media , più brevi; questo contribuirà anche a ridurre il sovraffollamento delle carceri. Tuttavia, gli effetti della presente sentenza per le carceri italiane sono ancora poco chiare e le discussioni sono ancora in corso, in particolare sulla possibilità di rideterminare la pena per i detenuti la cui condanna è diventata definitiva”. In ogni caso, sottolinea il rapporto, l’impatto di questo cambiamento sarà probabilmente molto forte, “dal momento che circa un terzo dei detenuti è recluso per reati legati alla droga”.

Il reato di tortura – Già nel 2012, ricorda il rapporto della Commissione, il Comitato europeo per la prevenzione detta tortura ha esortato l’Italia a introdurre, al più presto, il reato. “Ma tuttora il reato non esiste – si ricorda – nel codice penale italiano e la violenza contro i detenuti è punibile solo come lesioni personali, che non sono perseguite d’ufficio se la prognosi medica non supera i 20 giorni”. E poiché in pochi denunciano e tanta è la paura, “molti atti di tortura restano impuniti”. Il rapporto sulle carceri continua ricordando che il Senato ha approvato un ddl per l’introduzione del reato di tortura, ma striglia l’Italia perché il testo è stato modificato e, se a torturare è un pubblico ufficiale, questo rientra solo tra le aggravanti: “Mentre nella proposta originaria era un elemento costitutivo del reato – si legge  – Per questo motivo il testo modificato è stato fortemente criticato, anche perché non conforme alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ratificata dall’Italia nel 1989″.

Le conclusioni – Nelle conclusioni si “accolgono gli sforzi delle autorità italiane per risolvere il problema del sovraffollamento”, ma “molto deve ancora essere fatto”. Il rapporto esorta ad affrontare con maggiore efficacia anche la questione dei detenuti per droga. Una menzione particolare proprio al carcere di Poggioreale, dove mancano le opportunità di lavoro e le attività.  Inoltre, la Commissione parlamentare “condanna l’uso di violenza contro i detenuti” e si appella alle autorità “perché prendano le necessarie misure” contro tali violenze. Infine, i parlamentari si dicono “preoccupatissimi per l’uso della carcerazione preventiva”.

Gaia Bozzahttp://www.fanpage.it