Le Carceri italiane costano quasi 2,6 miliardi di euro, record di spesa nell’Unione Europea


Casa CircondarialeQuasi 2,6 mld di euro. Sono questi i soldi che ogni anno la collettività spende per i detenuti nelle carceri italiane. Un totale che deriva dal costo medio giornaliero di ognuno degli oltre 50mila detenuti nei penitenziari nazionali, secondo i dati del 2016. È quanto emerge elaborando i numeri resi noti da Openpolis nel minidossier “Dentro o fuori – Il sistema penitenziario italiano tra vita in carcere e reinserimento sociale”.

Un costo che potrebbe vedere una netta diminuzione in caso si arrivasse a provvedimenti di indulto o amnistia, come quelli nei cassetti della Commissione Giustizia del Senato, dove sono quattro i disegni di legge all’esame.
Per gli “ospiti” dei penitenziari italiani si spendono poco più di 140 euro al giorno (141,80 nel 2014): di questi, meno di 10 euro servono per mantenere i detenuti, mentre oltre 100 euro servono a coprire le spese per il personale. Le spese per beni e servizi comprendono le utenze, la manutenzione ordinaria degli immobili, la formazione del personale, i rimborsi per le trasferte, l’uso dei mezzi di trasporto.

Un costo che, dopo essere salito fino a 190 euro nel 2007, risulta compresso di molto tra 2009 e 2011, sia per i tagli al bilancio sia per l’aumento dei carcerati e nel 2013 si attestava attorno ai 124 euro. Dai dati del 2014, l’Italia risulta il paese dove il costo giornaliero per detenuto è più alto (141,80 euro). Tra i paesi europei, seguono il sistema penitenziario inglese (109,72 euro), quello francese (100,47 euro) e quello spagnolo (52,59 euro per carcerato al giorno).
In Italia, inoltre, c’è il maggior numero di dipendenti dell’amministrazione penitenziaria in rapporto ai detenuti (40.176). Per ogni dipendente dell’amministrazione penitenziaria ci sono 1,4 detenuti, mentre sono 1,5 i carcerati per ogni agente di custodia. Altra caratteristica del sistema penitenziario italiano è che i suoi dipendenti sono in massima parte agenti di custodia (90,1%). In Inghilterra e Spagna il personale ha una formazione più eterogenea, con maggiore presenza di insegnanti, formatori professionali, mediatori culturali, psicologi.

Dopo anni di immobilismo, la politica è intervenuta sulle carceri, evitando gli effetti di condanne internazionali. La situazione è migliorata, ma molto resta ancora da fare. Uno sguardo al sistema penitenziario italiano, dentro e fuori gli istituti, nel nuovo minidossier openpolis.

Le riforme degli ultimi anni. L’obiettivo dei provvedimenti che si sono succeduti dal 2010, sotto governi di diverso colore politico, è sempre stato quello di contenere il sovraffollamento, attraverso una duplice strategia: 1) la costruzione di nuove carceri e l’allargamento di quelle esistenti; 2) l’ampliamento delle misure alternative al carcere. Il primo obiettivo è largamente fallito: appena l’11% del budget previsto dal piano carceri è stato speso, e solo il 37% dei posti aggiuntivi è stato realizzato nei tempi previsti. Gli interventi normativi, invece, hanno prodotto alcuni risultati di rilievo. Le statistiche che ci mettevano agli ultimi posti in Europa per condizioni dei detenuti sono migliorate. Ma restano ancora molti i punti critici da affrontare.

Il sovraffollamento. In passato il sovraffollamento è stato contenuto con provvedimenti di clemenza e altri atti simili, quasi mai risolutivi. Con le riforme degli ultimi anni, è sceso dal 151% del 2010 all’attuale 108%. Nonostante i miglioramenti, però, restiamo il sesto sistema penitenziario più affollato in Europa. E se si guardano i dati dei singoli istituti, 2/3 delle carceri italiane risultano ancora sovraffollate. In alcuni casi i detenuti sono quasi il doppio dei posti letto disponibili.

I suicidi. Pochi dati mettono il luce il disagio delle carceri come quello dei suicidi, un dramma che coinvolge sia i detenuti che gli agenti di custodia. Negli anni di massimo sovraffollamento, tra 2009 e 2011, si sono suicidati quasi 60 detenuti ogni anno, nel 2015 sono scesi a 39. Dal 2009, gli istituti con più suicidi sono stati Poggioreale, Sollicciano e Rebibbia. Il metodo di uccisione più frequente è l’impiccamento, registrato nel 77% dei casi.

Carcerazioni preventive. Agli inizi degli anni ‘90, oltre la metà di coloro che stavano in carcere erano imputati, cioè privi di una condanna definitiva (56%). Oggi questa quota è scesa al 34%; di questi, circa la metà (17%) sono persone in attesa del primo giudizio e non hanno ricevuto alcuna condanna. Sono saliti a 2/3 i detenuti che si trovano in carcere con una condanna definitiva.

Le misure alternative. Il tasso di recidiva, ovvero la quota di detenuti che, una volta liberati, tornano a commettere nuovi reati, mostra un calo significativo se il condannato sconta l’ultima parte della pena con misure alternative al carcere. Queste ultime sono state molto potenziate, ma tra i grandi paesi europei il nostro resta l’ultimo per ricorso alle misure alternative: in Italia sono il 45% dei condannati contro oltre il 70% di Germania e Francia e il 64% in Inghilterra e Galles.

Rieducazione in carcere. La quota di detenuti che lavorano rimane molto bassa, inferiore al 30%, e le mansioni offerte difficilmente daranno la possibilità di un reinserimento una volta usciti dal carcere. La partecipazione ai corsi professionali si è dimezzata rispetto ai primi anni ‘90: era all’8% mentre oggi è al 4%. In compenso è aumentato il numero di promossi tra i partecipanti, dal 36% del 1992 a oltre l’80% attuale.

I costi del sistema. Il nostro sistema penitenziario ha un costo giornaliero per detenuto superiore a quello degli altri stati: 141,80 euro contro 100,47 della Francia, 109,72 di Inghilterra e Galles e 52,59 della Spagna. Nel 2013, solo il 7,5% del budget dell’amministrazione penitenziaria è servito al mantenimento dei detenuti, mentre l’82% ha coperto le spese per il personale. In Italia ci sono 1,4 detenuti per ogni dipendente, mentre negli altri paesi considerati il rapporto è di 2,6 a 1. Oltre il 90% del personale nelle carceri italiane è un agente di custodia.

Dentro o Fuori – Dossier di Openpolis sulle Carceri italiane

Carceri, Vanna Iori (Deputato Pd): l’Italia non abbia paura della pena rieducativa


On. Vanna Iori, Deputato PDLa funzione rieducativa della pena rischia di rimanere oggi un paradosso che alimenta una rielaborazione rabbiosa, mortificando la dignità umana, o può davvero tradursi in un progetto possibile che consenta una pena “riflessiva” in grado di riattraversare le ombre della devianza e del reato commesso per poter concepire un nuovo progetto per il proprio futuro e un reinserimento sociale ?

Questo interrogativo si pone oggi come necessario e legittimo. È un interrogativo che comporta una riflessione sul senso che può avere la pena dietro le sbarre, riflessione resa ancor più necessaria in un contesto di crescente populismo giustizialista, superficiale ed emotivo. La pericolosità sociale di alcune categorie di persone è spesso più apparente che reale e la detenzione risponde più all’esigenza di allontanare e segregare i “devianti” per la loro differenza che per l’effettiva pericolosità sociale. Il carcere diventa in tal modo una struttura “sostitutiva” delle strutture di recupero sociale inesistenti o insufficienti, che consentano l’uscita dal carcere anche per chi fuori non ha un domicilio.

Ma questi sentimenti sono motivati anche dal fatto che non c’è nel nostro Paese il senso della certezza della pena e di una giustizia penale rapida e efficace. Il passo decisivo per superare la visione meramente punitiva e riuscire ad affermare una effettiva funzione rieducativa della pena sia riportare l’attenzione principalmente sul rapporto tra l’interno e l’esterno del carcere.

Il carcere conserva le caratteristiche di istituzione totale, chiusa e separata tramite un isolamento fisico e simbolico dal contesto della società esterna, caratteristiche del sistema penitenziario ottocentesco, accentuate dal fascismo e ancora rimaste in quello repubblicano, nonostante le successive riforme abbiano apportate modifiche, dal 1975 ad oggi. Questa separazione interno-esterno colloca chi sta “dentro, “detenuto”, “ristretto” in una struttura impermeabile all’esterno, dove chi sta “fuori”, è “in libertà”, “in sicurezza” poiché i gli autori delle azioni “malvagie” e portatrici di disordine stanno, appunto, “rinchiuse”, dietro le sbarre, le mura, i fili spinati, presidiate delle garitte e dalle guardie.

Questo isolamento nei confronti del mondo esterno rende il carcere una “città nella città” dove si vive un sovraffollamento interno, dove le condizioni non sono quelle dell’abitare che caratterizza l’esterno: “là”, oltre le sbarre e i portoni metallici, le persone sono libere di muoversi, scegliere e vivere. L’interno non può protendersi verso l’esterno, allo stesso modo non giunge all’interno la voce del mondo esterno e il mondo esterno non accoglie e ascolta le voci dell’interno.

Favorire il contatto tra l’interno e l’esterno è quindi decisivo. E può essere realizzato innanzitutto attraverso la territorializzazione della pena, un passo fondamentale, perché recidere il collegamento col territorio, la realtà locale, le famiglie, gli amici, acuisce la separatezza e i vissuti di abbandono al mondo spesante, violento e disumano dell’esperienza detentiva.

Certo non è facile rispondere al disagio della detenzione, ma una via per cercare di uscire dalle ombre della depressione e della perdita di speranza di chi si sente oppresso dal passato e si vede privo di futuro è innanzitutto quella che si basa sul recupero delle relazioni interpersonali e degli affetti familiari, dove è ancora possibile non disperderli. Sarà necessario ripensare il senso delle misure “alternative” che, come efficacemente esprime la stessa scelta linguistica del termine, presuppongono una “norma” nella cui logica si riconosce la centralità del carcere e si vede nella detenzione la formula prioritaria di erogazione della pena.

Ma se le pene diverse dalla detenzione sono delle “alternative” è evidente che le erogazioni diventano “eccezioni”, sussidiarie o premiali. Nella logica rieducativa della pena dovrebbe in teoria essere proprio il contrario, ovvero dovrebbe essere il carcere la misura “alternativa” ove non esistano le condizioni per altre misure che esprimano la funzione rieducativa e l’obiettivo del reinserimento.

Il decreto 2978, approvato il 23 settembre contiene, specificamente all’articolo 30, indicazioni per la revisione dell’ordinamento penitenziario in cui si indicano strumenti per il valore rieducativo della pena, principalmente attraverso facilitazioni per il ricorso alle misure alternative, eliminando automatismi e preclusioni nell’accesso ai benefici penitenziari. Ma soprattutto si indica nella valorizzazione del lavoro uno strumento di rieducazione propedeutico al reinserimento nella società. Inoltre si riconosce il diritto all’affettività come opportunità per la riduzione delle recidive. Ma forse siamo ancora lontani dall’attuazione dell’articolo 27 della Costituzione.

On. Vanna IORI

Deputata del Partito Democratico

Responsabile Nazionale del Partito per l’Infanzia e l’Adolescenza

Cosenza, Poco personale, Uepe al collasso. Ci sono 4 Assistenti Sociali sui 22 previsti dalla pianta organica


Santi Consolo Capo DAPL’Ufficio per l’Esecuzione Penale Esterna (Uepe) di Cosenza è al collasso. Non c’è personale ed a farne le spese sono soprattutto i detenuti per i quali diventa sempre più difficile ottenere i benefici e le altre misure alternative alla detenzione previste dall’Ordinamento Penitenziario che, al momento, per tanti cittadini restano solo sulla carta. Lo dichiara Emilio Quintieri, esponente dei Radicali Italiani, che da anni segue tenacemente i problemi di tutta la comunità penitenziaria calabrese anche collaborando con diversi Deputati e Senatori in attività di sindacato ispettivo all’interno delle strutture penitenziarie.

L’Uepe di Cosenza, Ufficio periferico del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) del Ministero della Giustizia, diretto da Emilio Molinari, soffre di una gravissima carenza di personale di servizio sociale pari all’80% della scopertura. Infatti, al momento – prosegue Quintieri – vi sono in servizio solo 4 Assistenti Sociali su una pianta organica che ne prevede ben 22. E, tra qualche giorno, la situazione continuerà ad aggravarsi poiché uno di questi Funzionari che, tra l’altro, attualmente, ricopre l’incarico di Responsabile dell’Area di Segreteria, andrà in pensione per sopraggiunti limiti d’età. Inoltre, all’Ufficio di Cosenza, non è mai stato assegnato il funzionario dell’organizzazione e delle relazioni, pur essendo previsto nella pianta organica ed il Direttore Molinari, da alcuni anni, è costretto a svolgere servizio in missione anche presso l’Ufficio Territoriale di Catanzaro.

Da circa un anno, continua l’esponente del Partito Radicale, una dipendente del Ministero della Giustizia, in servizio presso la Casa Circondariale “Ugo Caridi” di Catanzaro ma distaccata all’Uepe di Cosenza, avendo i requisiti culturali e professionali richiesti, ha chiesto alla competente Direzione Generale del Personale e della Formazione del Dap, il passaggio dal profilo di funzionario informatico a quello di funzionario dell’organizzazione e delle relazioni. L’istanza è stata trasmessa, con parere favorevole del Direttore dell’Ufficio, al Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria di Catanzaro per quanto di competenza. La nomina della suddetta dipendente, che negli anni passati ha già svolto le funzioni di Coordinatrice dell’Area di Segreteria, risolverebbe ed in maniera definitiva, la problematica evitando di attribuire tale incarico ad altro funzionario di servizio sociale che verrebbe inevitabilmente sottratto dal proprio compito istituzionale che è quello di seguire i condannati ristretti negli Istituti Penitenziaria o sottoposti ad altre misure restrittive della libertà. Come al solito, prosegue il radicale Quintieri, nessuno, né il Provveditorato Regionale né il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si è degnato di rispondere all’istanza e comunque di assumere le dovute determinazioni per risolvere la situazione venutasi a creare. 

Non è possibile che un Ufficio importante come quello dell’Uepe di Cosenza che ha competenza su 4 Istituti Penitenziari, 3 Case Circondariali (Cosenza, Paola e Castrovillari) ed 1 Casa di Reclusione (Rossano) e su tanti altri cittadini sottoposti a misure alternative alla detenzione intramoenia, possa svolgere le numerose funzioni assegnategli dall’Ordinamento Penitenziario : tra le tante, quelle di svolgere, su richiesta della Magistratura, le inchieste utili a fornire i dati occorrenti per l’applicazione, la modificazione, la proroga e la revoca delle misure di sicurezza; di svolgere le indagini socio-familiari per l’applicazione delle misure alternative alla detenzione ai condannati; di proporre all’Autorità Giudiziaria il programma di trattamento da applicare agli imputati ed ai condannati che chiedono di essere messi alla prova, affidati al servizio sociale e/o sottoposti alla detenzione domiciliare; di controllare l’esecuzione dei programmi, da parte degli ammessi alle misure alternative, e di riferirne all’Autorità Giudiziaria, proponendo eventuali interventi di modificazione o di revoca; di prestare consulenza, su richiesta delle Direzioni degli Istituti Penitenziari, per favorire il buon esito del trattamento penitenziario e tantissime altre funzioni nei confronti dei detenuti ristretti in carcere e dei loro familiari.

Il Governo ed il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria pare che abbiano completamente dimenticato la Calabria, aggiunge ancora l’esponente radicale Emilio Quintieri. Nella nostra Regione, ormai da 5 anni, dopo il suicidio di Paolo Quattrone, manca un Provveditore Regionale in pianta stabile. C’è il Dirigente Generale Salvatore Acerra, in missione, poiché è Provveditore Regionale in Basilicata con sede a Potenza. Ci auguriamo che l’Amministrazione Penitenziaria guidata dal Capo Dipartimento Santi Consolo, in tempi brevi, provveda a dotare l’Uepe di Cosenza dei mezzi e delle risorse umane necessari, assicurando la copertura dei posti di servizio previsti dalla pianta organica, attualmente vacanti, al fin di rendere più efficace l’attività istituzionale cui è preposto, contribuendo, altresì, alla crescita del livello di sicurezza sociale e, contestualmente, che proceda alla nomina del Provveditore Regionale della Calabria, revocando l’incarico di missione attribuito al Provveditore della Basilicata.

 

Carceri, Braccialetti elettronici finiti; niente arresti domiciliari i detenuti restano in cella


arresti-domiciliari-con-braccialetto-elettronico-820x427Non ascoltato l’allarme lanciato un anno fa dal Capo della Polizia Pansa. La gara d’appalto per la nuova partita non è stata svolta: mancano i fondi.

Era il 19 giugno 2014 quando con una circolare inviata ai vertici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria il Capo della Polizia Alessandro Pansa accendeva i riflettori sull’emergenza braccialetti elettronici ormai dietro l’angolo: entro la fine del mese corrente, annunciava il prefetto nel documento recapitato al Dap, la scorta di 2.000 apparecchi diventata largamente insufficiente dopo le nuove leggi dei governi Letta e Renzi in materia di sorveglianza sugli stalker, decongestionamento carcerario e misure alternative alla detenzione per le pene inferiori ai tre anni, sarebbe finita.

Per i nuovi braccialetti, osservava ancora Pansa, si sarebbe dovuto attendere fino ad aprile del 2015, vista la necessità di predisporre un capitolato per una gara europea di fornitura. Dopo un anno e due giorni di fatalista e inerte attesa, oggi quell’allarme si trasforma nel disastro ampiamente annunciato sotto gli occhi del governo.

Perché non solo la circolare di Pansa in allora è caduta nel vuoto ma nel frattempo nemmeno la gara europea fissata per la primavera di quest’anno è stata ancora fatta. Ed è così che negli ultimi mesi a più di un detenuto ospite delle patrie galere è stata offerta l’ennesima variazione sul tema dei diritti umani calpestati: sapere che un giudice ha firmato l’ordinanza che ti permette di tornare a casa, ai domiciliari, ed essere nonostante questo costretto a rimanere in cella a oltranza perché il braccialetto che dovrà sorvegliarti non c’è.

L’ultima tragicomico obbrobrio prodotto dal sistema giudiziario e dall’universo carcerario italiano è cristallizzato in una nuova lettera, stavolta scritta da un magistrato e inviata proprio al Capo della Polizia che un anno fa sollecitava il ministero della Giustizia, quasi a sottolineare plasticamente l’ennesimo rimpallo di competenze dal sapore inconfondibilmente nostrano.

A fine aprile, mentre si vedeva obbligato a trattenere dentro le sbarre un carcerato che a suo parere meritava l’attenuazione della misura cautelare, un gip romano ha infatti scritto al prefetto Alessandro Pansa ricordando “la scarsezza degli strumenti e sollecitando l’adozione di opportune iniziative atte ad evitare che il perdurare della condizione di detenzione del sopracitato imputato dipenda dalla occasionale inadeguatezza di strumenti tecnici”.

Il detenuto, nella circostanza, è stato scarcerato solo un mese dopo la firma del magistrato. Un destino che riguarda centinaia di altri carcerati che rimangono in cella a oltranza anche se il gip ha concesso l’attenuazione della misura. Ogni nuova attivazione al momento dipende infatti dal termine di un’altra custodia cautelare. Il contratto firmato nel 2004 tra Viminale e Telecom per la fornitura, l’installazione e il monitoraggio di 2.000 braccialetti elettronici scade a fine 2018.

Già un anno fa la stessa Telecom aveva avvisato il ministero retto da Angelino Alfano che i braccialetti non sarebbero bastati. La risposta è stata che si sarebbe fatta una nuova gara (quella prevista per l’aprile scorso) che però non è stata ancora indetta. Il capitolato è pronto, si è appreso da fonti del Viminale. A mancare sarebbero però i soldi, ovvero i necessari stanziamenti del Ministero dell’Economia che permetterebbero di tamponare una situazione di crisi la cui potenziale esplosività era nota a tutti gli attori da tempo.

Per un decennio il braccialetto è rimasto un oggetto misterioso e trascurato, poi due anni fa il gip del tribunale di Roma Stefano Aprile impose alla questura di Roma di utilizzare sistematicamente gli apparecchi disponibili visto che il sistema risultava regolarmente attivato. In pochi mesi il braccialetto elettronico ha preso piede anche in altre procure e tribunali d’Italia.

Ci hanno pensato poi gli ultimi governi a trasformare l’apparecchio in uno strumento cardine nella politica di alleggerimento dei penitenziari: solo dieci giorni dopo l’allarme lanciato da Pansa lo scorso anno, infatti, il 28 giungo 2014 è entrato in vigore il decreto 92. In base alla norma ogni nuovo arrestato, ma anche chi è già detenuto in attesa di giudizio o con una sentenza non ancora definitiva, deve essere inviato agli arresti domiciliari se il giudice competente prevede per lui una pena non superiore ai tre anni. Prima ancora c’erano stati il decreto sul femminicidio, che nell’estate del 2013 ha introdotto il braccialetto come strumento di controllo per gli stalker. E poi la svuota carceri varata nell’inverno 2014, che li fece diventare praticamente obbligatori per i detenuti assegnati agli arresti domiciliari.

Il gip lo manda ai domiciliari. In cella un altro mese

Detenuto in attesa di scarcerazione. A distanza di 44 anni dal film di denuncia di Nanni Loy, da quel “Detenuto in attesa di giudizio” in cui Alberto Sordi viaggiava attraverso i soprusi e i meccanismi infernali della giustizia e del sistema penitenziario italiani sviscerandoli impietosamente con una delle sue massime prove d’attore, dall’arcipelago carcerario italiano spuntano nuovi e aggiornati capolavori di kafkiana assurdità.

Sarebbe dovuto uscire di prigione subito, dopo che il gip di Roma lo scorso 21 aprile gli aveva concesso i domiciliari a una condizione: data la sua potenziale pericolosità, gli doveva essere applicato il braccialetto elettronico. Invece un uomo detenuto a Roma, condannato in primo grado per rapina e sottoposto a custodia cautelare, prima di poter lasciare il penitenziario come deciso dallo Stato è stato costretto (sempre dallo Stato) a rimanere un altro buon mesetto dietro le sbarre a causa della penuria di braccialetti elettronici che sta mettendo a dura prova l’applicazione concreta delle già contestate misure “svuota-carceri” varate dagli ultimi due governi. La vicenda viene denunciata in una lettera spedita al ministero dell’Interno proprio dal gip che aveva concesso i domiciliari vincolati all’impiego del braccialetto.

“Ritengo doveroso rappresentare la grave situazione che si verifica a seguito della indisponibilità dei dispositivi in oggetto”, esordiva il giudice il 30 aprile scorso nella missiva spedita al Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Viminale. “A distanza di alcuni giorni dall’ordinanza”, denuncia il magistrato, “senza avere avuto alcun riscontro in merito all’esecuzione dell’ordinanza, con nota 27 aprile 2015 si sono richieste informazioni alla casa circondariale”.

È così che il gip ha scoperto che il suo provvedimento non aveva avuto applicazione. Infatti il commissariato di Spinaceto informava che il sopralluogo nel domicilio del detenuto per l’installazione dell’apparecchiatura si era concluso positivamente. Il problema, però, è che si era in attesa della “conferma di disponibilità dell’apparato”. Tenendo conto delle rassicurazioni fornite “anche in sede parlamentare”, chiosava il gip, “si sollecita l’adozione di opportune iniziative atte ad evitare che il perdurare della condizione di detenzione del sopra citato imputato dipenda dalla occasionale inadeguatezza di strumenti tecnici”.

Parole rimbalzate nel vuoto. Prima di lasciare il carcere, l’uomo ha dovuto attendere altri 20 giorni prima che venisse il suo turno di indossare uno dei preziosi e contesi braccialetti disponibili nella seleziona “parure” del Viminale.

Martino Villosio

Il Tempo, 22 giugno 2015

Sono illegali le udienze a “porte chiuse” nei Tribunali di Sorveglianza se i detenuti chiedono “il pubblico”


Corte CostituzionaleLa Consulta: diritti umani negati se non c’è il “pubblico”. Processi “aperti” se l’imputato lo chiede e si deve decidere sulle misure alternative, dice la Corte Costituzionale.

Sarà pure delicata la condizione in cui si svolgono le udienze pressi i magistrati di sorveglianza, ma questo non può impedire che il procedimento si svolga in forma pubblica, qualora l’imputato lo richieda e nel caso in cui si debba decidere sulle misure cautelari, è quanto afferma una sentenza della Corte costituzionale destinata a cambiare in modo radicale le procedure previste per i detenuti.

E peraltro a ritenere non infondata l’eccezione di costituzionalità, e a rimettere gli atti alla Consulta, è stato proprio un magistrato di sorveglianza, sei Tribunale di Napoli, che si è trovato ad ascoltare le ragioni della difesa in un’udienza relativa a una richiesta di concessione dei domiciliari.

Vengono dunque cancellati perché incompatibili con la Carta gli articoli 666, comma 3, e 678 al primo comma, del Codice di procedura penale “nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, il procedimento davanti al tribunale di sorveglianza nelle materie di sua competenza si svolga nelle forme dell’udienza pubblica”.

Nel caso sollevato, il Tribunale eccepiva il contrasto tra gli articoli del codice e la Convenzione europea sui diritti dell’ uomo. La Consulta, dopo aver rilevato che anche “la Corte europea dei diritti dell’uomo ha già avuto modo di ritenere in contrasto con l’indicata garanzia convenzionale taluni procedimenti giurisdizionali dei quali la legge italiana prevedeva la trattazione in forma camerale”, sottolinea che “per un verso la posta in gioco nel procedimento in questione è elevata” e “per altro verso non si è neppure di fronte ad un contenzioso a carattere spiccatamente tecnico, rispetto al quale il controllo del pubblico sull’esercizio dell’attività giurisdizionale possa ritenersi non necessario alla luce della peculiare natura delle questioni trattate. Deve, di conseguenza, concludersi che, anche nel caso in esame, ai fini del rispetto della garanzia prevista dall’articolo 6, paragrafo 1, della Cedu, occorre che le persone coinvolte nel procedimento abbiano la possibilità di chiedere il suo svolgimento in forma pubblica”.

Il Garantista, 6 Giugno 2015

Corte Costituzionale, Sent. n. 97 del 2015, Criscuolo, Presidente, Frigo, Relatore

Bruno Bossio (Pd) : La Legge Penitenziaria va cambiata. No all’ergastolo ostativo !


On. Bruno Bossio PdLa mia proposta di legge va a modificare quelle norme dell’Ordinamento Penitenziario (Art. 4 bis) che prevedono il divieto di concessione di ogni beneficio e misura alternativa alla detenzione ai condannati per taluni delitti definiti “ostativi” per il solo fatto della loro mancata “collaborazione”. In particolare, questo divieto, nel caso dei condannati all’ergastolo, si traduce in una vera e propria “pena di morte occulta” come recentemente l’ha definita Papa Francesco.

Infatti, oggi, gli ergastolani ristretti nelle nostre Carceri sono 1.584, molti di loro reclusi da oltre 26 anni, senza liberazione condizionale, altri da più di 30 anni, durata massima stabilita per le pene detentive. Tra questi, quelli “ostativi”, sono circa 1.000 ed il loro “fine pena”, come si evince dai rispettivi certificati di detenzione, è il 31/12/9999, una data fissata tra circa 8 mila anni. Per loro, se non “collaborano”, le porte del carcere non si apriranno mai più. Anche se questa “collaborazione” non potrà più avvenire poiché il detenuto non è più in grado di esprimerla o perché non può farlo avendo paura di ritorsioni nei confronti dei propri familiari da parte dei suoi vecchi sodali. Questo tipo di pena trasforma il reo in vittima: l’uomo e la sua dignità vengono totalmente annullati ed è chiaramente in contrasto con il principio costituzionale della rieducazione del condannato a cui la pena deve tendere e con quanto prescrive la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. Da qui la mia proposta di legge per la revisione delle norme”.

Lo dichiara l’Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia, prima firmataria della coraggiosa proposta di legge A.C. n. 3091 che reca “Modifiche agli articoli 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e 2 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, in materia di revisione delle norme sul divieto di concessione dei benefìci penitenziari nei confronti dei detenuti o internati che non collaborano con la giustizia” , iniziativa che riprende per la gran parte la proposta avanzata dalla Commissione Ministeriale istituita dall’ex Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri e presieduta dal Prof. Francesco Palazzo, Ordinario di Diritto Penale all’Università degli Studi di Firenze.

La proposta, oltre all’On. Bruno Bossio, è stata condivisa e sottoscritta dall’On. Walter Verini, Capogruppo del Partito Democratico in Commissione Giustizia a Montecitorio e dai Deputati Roberto Rampi, Luigi Lacquaniti, Danilo Leva, Chiara Scuvera, Camilla Sgambato, Ernesto Magorno, Gea Schirò, Federico Massa, Cristina Bargero, Romina Mura e Alfredo Bazoli del Partito Democratico, Pia Locatelli del Partito Socialista Italiano, Paola Pinna di Scelta Civica per l’Italia e Franco Bruno di Alleanza per l’Italia.

“Con questa norma sarà possibile – prosegue l’On. Bruno Bossio – far venir meno il divieto d’accesso al lavoro esterno, ai permessi premio e alle misure alternative alla detenzione diverse dalla liberazione anticipata anche quando risulti che la mancata collaborazione del condannato non faccia venir meno il sussistere dei requisiti, diversi dalla collaborazione medesima, che di quei benefici permettono la concessione, ai sensi dell’Ordinamento Penitenziario”. Infatti, per la concessione dei benefici e delle misure alternative alla detenzione in carcere vengono richieste informazioni a diversi Uffici Giudiziari e di Polizia circa il mantenimento di collegamenti, da parte dei condannati, con la criminalità organizzata. Ebbene, nella maggior parte dei casi, le note informative si limitano a riferire i fatti precedenti alla carcerazione ed alle condanne, vecchi di decenni, esprimendo sempre parere negativo per l’accoglimento delle istanze formulate alla Magistratura di Sorveglianza.

Questa proposta, invece, prevede che non si debbano esprimere pareri ma fornire elementi conoscitivi concreti e specifici fondati su circostanze di fatto espressamente indicate che dimostrino in maniera certa l’attualità di tali collegamenti e che gli eventuali pareri espressi non possano essere utilizzati nella motivazione delle decisioni giurisdizionali. “In tal modo soprattutto la pena dell’ergastolo verrà finalmente resa maggiormente compatibile con gli standard richiesti dalla nostra Costituzione e dal diritto dell’Unione Europea ribadendo il principio secondo il quale, dopo un lungo periodo di detenzione, debbano prevalere le esigenze umanitarie”, conclude l’On. Bruno Bossio.

Scheda Lavori Progetto di Legge On. Bruno Bossio (Pd)

Intervista di Radio Radicale all’On. Bruno Bossio

 

Cronache di un ordinario orrore carcerario ….. Casa Circondariale di Milano Opera


Vicenza 6Si può cominciare con una storia emblematica: secondo il Tribunale di Milano le sue condizioni sono incompatibili con la detenzione, ma per il giovane romano che vive sulla sedia a rotelle, l’uscita dal carcere di Opera è scattata solo un paio di giorni fa. Come mai? Per “colpa” della mancanza di strutture in grado di accoglierlo e, naturalmente, la solita burocrazia.

L.V. poteva, dunque, essere scarcerato, ma dietro le sbarre c’è rimasto per nove lunghissimi mesi. Per la mancanza di strutture in grado di accoglierlo e per colpa della burocrazia. L.V. è un giovane romeno, ha tentato due volte il suicidio in cella ed è semi-paralizzato.

Il Tribunale di sorveglianza di Milano ha stabilito, nel novembre dell’anno scorso, che le sue condizioni sono incompatibili con la detenzione. Solo dopo nove mesi il Comune di Milano e il garante per i detenuti sono riusciti a trovargli un posto all’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Il suo caso era stato denunciato dalla stesso direttore del carcere, Giacinto Siciliano, durante un’audizione alla sottocommissione carcere di Palazzo Marino: “Abbiamo percorso tutte le strade possibili perché qualche struttura esterna se ne occupi ma nessuno vuole prenderlo in carico”.

Il paradosso è che quando la struttura si trova, non si riesce a farlo uscire per problemi burocratici. “L’attuale normativa prevede infatti che debba essere garantita l’assistenza sanitaria a tutte le persone detenute o sottoposte a misure alternative alla detenzione”, afferma Alessandra Naldi, garante per i detenuti del Comune di Milano. “L.V. però non è in nessuna di queste due situazioni perché il Tribunale di sorveglianza gli concede il differimento pena per motivi di salute. Il differimento pena non è formalmente una misura alternativa alla detenzione, e quindi non rientra tra le situazioni in cui è esplicitamente prevista la garanzia dell’assistenza sanitaria anche ai cittadini stranieri”.

Per farla breve: l’Asl non concede la tessera sanitaria perché formalmente L.V. non è più un detenuto. Allo stesso tempo la Sacra Famiglia non può ricoverarlo perché non ha la tessera sanitaria e quindi il carcere di Opera non può lasciarlo libero. La situazione si sblocca quando il Comune di Milano interviene e garantisce per il giovane L.V.. “È una storia che fa anche rabbia”, dice Alessandra Naldi, “perché la lentezza e le incongruenze della burocrazia a volte creano situazioni paradossali. Per questo a fine giugno abbiamo istituito un tavolo con Asl, Regione, Comune e amministrazione carceraria per creare un protocollo che colmi questi vuoti che impediscono ai detenuti di usufruire di benefici di cui hanno diritto”.

Altra emblematica vicenda. Un po’ tutti conoscono e sanno chi è Primo Greganti, il famoso ‘compagno G.’, protagonista delle vicende tangentocratiche della prima, della seconda e della terza Repubblica. Attualmente Greganti si trova in carcere per vicende relative a tangenti e corruzioni a Expo 2015.

Sia colpevole o no, qui non interessa. Greganti aveva il cuore malandato, ha bisogno di un intervento chirurgico urgente, tuttavia impiega quasi un mese per avere l’autorizzazione dalla burocrazia carceraria. Quattro settimane per spostare Greganti dal carcere al Policlinico San Donato di Milano per poter rimediare ai danni provocati dalla rottura della valvola mitralica. Alla fine l’intervento è stato fatto, è andato bene, Greganti è fuori pericolo. Resta il fatto che per un intervento urgente sono occorse quattro settimane, a causa della burocrazia carceraria.

Si annunciano comunque novità per il mondo carcerario. Il decreto governativo convertito in legge sabato scorso prevede oltre 20 milioni di euro da qui al 2016 per indennizzare i detenuti sottoposti a trattamenti inumani, meno carcere preventivo e priorità agli arresti domiciliari, oltre a più magistrati di sorveglianza e agenti penitenziari.

Sono 204 i penitenziari in Italia, 54.414 i detenuti, 5.012 in più rispetto ai posti disponibili, un terzo sono stranieri, 36.415 condannati in via definitiva, gli altri per metà in carcere preventivo e per metà in attesa di giudizio definitivo.

Ma ecco come valuta la situazione don Virgilio Balducchi, Ispettore generale dei Cappellani delle Carceri italiane. A “Radio Vaticana” dice: “Si va verso una conduzione della giustizia che utilizzi il meno possibile il carcere. Questa scelta di costruire delle pene sul territorio è più responsabilizzante per le persone, perché le mette nella condizione di dover rispondere alle loro responsabilità: si va a lavorare per mantenere anche la propria famiglia e, se si ha un reddito, per ricominciare a riparare anche economicamente ai danni fatti, ad esempio. Gli arresti domiciliari dovrebbero però essere accompagnati da un’opera sul territorio che permetta a queste persone di fare qualche piccola attività o dei lavori socialmente utili o del volontariato”.

Pene sul territorio che vanno evidentemente organizzate, anche per quietare i timori di chi teme una ricaduta sul territorio di reiterata criminalità, perché, dice don Balducchi “il rischio aumenta se le persone non sono in grado di “reggere” economicamente…Le persone che sono in carcere, che hanno le loro responsabilità e di cui devono risponderne, sono però persone che vivono nelle nostre società. È una chiamata di corresponsabilità ad affrontare il male”.

E di “male”, chiamiamolo così, ce n’è davvero tanto. Nel loro libro ‘Viaggio nelle carcerì, Davide La Cara e Antonino Castorina descrivono così la situazione del carcere romano di Rebibbia: “Nella cella accanto dormono in undici, su una superficie che potrebbe contenerne massimo quattro, hanno risolto installando vecchi letti a castello in legno a tre piani. Vicino c’è una porta che conduce a una l’acqua per la pasta, accanto a questa, il lavandino e il water”.

Si parla di Rebibbia, ma potrebbe essere uno qualunque degli istituti di pena italiani, dove da tempo i detenuti vivono in condizioni disperate. Sono davvero tante le storie raccolte nel libro che tracciano il panorama delle carceri italiane. Un viaggio in luoghi avvilenti che denuncia le innumerevoli carenze strutturali di cui oggi soffrono gli istituti di pena italiani.

Una delle interviste di La Cara e Castorina è a Nobila Scafuro, madre di Federico Perna, morto a Poggioreale lo scorso anno a causa di un ictus, ma sulle cui cause certe di morte, c’è ancora da fare chiarezza. “Federico mi aveva raccontato di aver subito abusi sessuali, da parte delle stesse guardie carcerarie a cui avrebbe dovuto denunciare il fatto”, racconta Nobila. “Non ho mai capito perché abbia girato 9 carceri in 3 anni. Un ragazzo malato di epatite C e di cirrosi epatica, per quale motivo viene sbattuto da carcere a carcere, per andarsi a prendere altri virus?”.

Prosegue il “viaggio” dell’Osservatorio carcere Ucpi all’interno degli Ospedali psichiatrici giudiziari italiani per valutare le condizioni di vita di chi è ristretto in queste strutture ibride, a metà tra il penitenziario e il nosocomio. Antonella Calcaterra e Annamaria Alborghetti, per l’Osservatorio Carceri, insieme al Presidente della Camera Penale di Napoli Domenico Ciruzzi sono entrati nella struttura di Napoli adiacente alla casa circondariale di Secondigliano. Ancora una volta colpiscono i numeri, in particolare quelli relativi alle presenze non necessarie sotto il profilo della gravità dei reati commessi e dell’effettiva pericolosità delle persone internate che, al contrario, avrebbero necessità di essere prese in carico, come previsto dalla legge, dai servizi di cura territoriali. Ancora una volta la chiusura degli ospedali Psichiatrici Giudiziari è stata rinviata. Una nuova proroga, pochi mesi fa, ne ha stabilito la chiusura nel 2015.

Il problema, spiega l’avvocato Ciruzzi, “sono le strutture esterne esistenti solo sulla carta perché non vengono realizzate. Il problema è a monte perché si deve stabilire se queste persone hanno bisogno di cure o di detenzione, le strutture ibride non sono efficaci”.

Non si mette in dubbio la professionalità degli operatori interni e i loro sforzi anche sotto il profilo umano, ma “questo stato di cose non può continuare ad andare avanti in questo modo, è necessario applicare misure alternative, differenti a seconda del caso e ricordare che la detenzione resta sempre l’estrema ratio. La loro professionalità non può e non deve farci dimenticare quello che il dettato normativo oggi ci impone, e cioè la rigorosa ed esclusiva applicazione delle misure di sicurezza non detentive”.

Valter Vecellio

http://www.lindro.it, 7 agosto 2014