Carceri, il Sen. Ichino (Pd) ed altri Parlamentari interrogano il Ministro Orlando sul 41 bis


Nei giorni scorsi, i Senatori della Repubblica Pietro Ichino, Luigi Manconi, Erica D’Adda, Gianpiero Dalla Zuanna, Maria Cecilia Guerra, Patrizia Manassero, Gianluca Susta (Pd), Karl Johann Berger (Per le Autonomie – Psi – Maie) e Serenella Fuckia (Misto) hanno presentato un atto di sindacato ispettivo al Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando in riferimento all’applicazione del regime differenziato detentivo speciale previsto dall’Art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario nei confronti dei detenuti da parte del Ministero della Giustizia.

L’Interrogazione a risposta orale n. 3-02524 è stata presentata mercoledì scorso 27 gennaio, durante la 566 esima seduta di Palazzo Madama e avrà risposta dal Governo presso la Commissione Giustizia presieduta dal Senatore Nico D’Ascola (Ncd); l’atto è “frutto del lavoro di ricerca ed elaborazione di un gruppo di esperti di cui fanno parte anche costituzionalisti, giudici penali e professionisti dell’assistenza ed educazione dei detenuti, volta a mettere a fuoco alcuni aspetti critici dell’applicazione dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario”.
“Il regime del 41-bis – spiega il senatore del Pd Pietro Ichino – è una misura di sicurezza che ha svolto e svolge una funzione indispensabile nel contrasto alla criminalità organizzata, ma viene talvolta applicata anche in situazioni nelle quali le esigenze di prevenzione originarie sono cessate, con conseguente pregiudizio per la partecipazione del condannato alle iniziative necessarie per la sua rieducazione e riabilitazione”.
“Gli autori dell’interrogazione chiedono perciò che “il ministro valuti l’opportunità di adottare linee-guida le quali, senza pregiudicare la funzione essenziale di sicurezza e legittima difesa della società civile, assicurino un’applicazione della norma costantemente attenta alle circostanze specifiche di ciascuno dei 700 casi oggi interessati, in ossequio rigoroso al principio contenuto nell’articolo 27 della Costituzione”.

Interrogazione a risposta orale n. 3-02524 del 27/01/2016 del Sen. Pietro Ichino (Pd) ed altri (clicca per leggere)

Carceri, il Ministro della Giustizia Orlando “Stiamo trasformando tutto il sistema detentivo”


OrlandoIl ministro della Giustizia Andrea Orlando risponde alla lettera pubblicata ieri a firma di Giuseppe Battaglia sul mantenimento in carcere dei detenuti.

Non vi è dubbio che esista un principio generale che obbliga chi ha responsabilità pubblica ad adempiere a quegli atti che evitino all’amministrazione di dover rispondere di danno rispetto alla gestione delle risorse. La pur dolorosa questione, sollevata dalla lettera di Giuseppe Battaglia al “manifesto”, rientra in tali obblighi: appartiene alla correttezza amministrativa provvedere all’adeguamento di tabelle e quindi oneri dovuti, come la norma stabilisce, per il mantenimento quotidiano in carcere.

Se ci si è risolti a provvedere ora è perché, contrariamente al passato, si è messa in campo una vasta operazione di trasformazione del sistema detentivo che, se per ora ha dato risultati solo sul piano della riduzione numerica delle presenze (si è passati da 66.000 a 52.000 detenuti) deve necessariamente nel breve periodo dare risultati anche sul piano della qualità della vita nelle strutture detentive e su quello della sensatezza del periodo trascorso all’interno di esse.

Gli Stati generali dell’esecuzione penale che ho avviato nei mesi scorsi stanno discutendo proprio di questo. Per offrire al termine delle soluzioni praticabili che diano la possibilità nel nostro Paese di un carcere, limitato ai casi che effettivamente richiedano questo tipo di sanzione, centrato sul ritorno alla società esterna dopo un percorso dignitoso e significativo, tale da ridurre il rischio di commettere nuovi reati.

Tuttavia la lettera coglie un punto di verità non eludibile: accanto al dovere di adeguare le cifre del mantenimento c’è anche quello di adeguare le retribuzioni per coloro che in carcere lavorano.

Qui si evidenzia una simmetrica mancanza del passato che deve essere risolta. E che sarebbe stata risolta in contemporanea con l’altra se non avessimo preferito però ripensare completamente il sistema del lavoro in carcere, nelle sua varie modalità.

L’apertura di un tavolo di lavoro su questo tema, l’avvio di un rapporto con le realtà imprenditoriali e il parallelo avvio di ambiti di studio in collaborazione con alcune Università ci ha portato a rinviare il mero adeguamento – che rischiava di restringere a questo un problema ben più complesso – e a proporre a breve un piano complessivo entro cui collocare il doveroso adeguamento delle retribuzioni del lavoro detentivo. Impegno che intendiamo mantenere con certezza e con rapidità.

Andrea Orlando (Ministro della Giustizia)

Il Manifesto, 29 ottobre 2015

Carceri, il Ministro Orlando “Chi dice buttate via la chiave va confinato in un angolo”


Ministro Orlando (2)“Mi spiace che di carceri non si ragioni più dal momento in cui si è superata la triste situazione del sovraffollamento. E non lo dico dal punto di vista di chi ha dato qualche contributo ad andare in questa direzione, ma dal punto di vista vostro. Noi abbiamo un sistema dell’esecuzione penale che è tra i più cari in Europa e che ha il più alto tasso di recidiva. Voi lavorate per mandare della gente in galera che quando esce è peggio di quando vi è entrata: credo che questo sia un elemento di frustrazione che dovremmo affrontare tutti insieme, anche in questo caso insieme.” Lo ha detto l’Onorevole Andrea Orlando, Ministro della Giustizia del Governo Renzi, intervenendo al Congresso Nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) tenutosi nei giorni scorsi a Bari.

“Perché una volta superata la situazione di sovraffollamento non abbiamo risolto il tema del modello attraverso il quale avviene la detenzione, che nel nostro Paese è un modello passivizzante, carcero-centrico, che finisce per perpetuare le gerarchie criminali che si realizzano all’esterno del carcere stesso. In questo io credo che una discussione seria, ampia – anche dei costi/benefici, senza approcci ideologici, e nel confronto fra questo e altri sistemi a livello europeo – io credo che debba essere fatta. Anche per fronteggiare quel populismo penale contro il quale il presidente Sabelli ha speso parole importanti nei mesi scorsi. Ma che va sconfitto non semplicemente con una discussione fra addetti ai lavori, ma parlando alla società italiana. Cercando di confinare – ha concluso il Ministro della Giustizia – in un angolo gli imprenditori della paura. Cercando di mettere in un angolo quelli che dicono “bisogna buttare via la chiave”. Senza considerare il fatto che la nostra Costituzione dice, non per caso, una cosa abbastanza diversa”.

Abruzzo, Legnini (Csm) : “Bernardini sarebbe ottimo Garante dei Detenuti”. Favorevole anche il Ministro Orlando


Rita Bernardini“Nel pieno rispetto delle prerogative della libertà di scelta, che spetta al Consiglio regionale dell’Abruzzo,che lo ricordo è la mia regione e alla quale voglio molto bene, penso che la candidatura di Rita Bernardini sia una bella candidatura e mi auguro che ciascuno dei consiglieri rifletta sulla necessità di affidare a una persona capace, competente e appassionata su questi importanti temi, perché si possa fare in modo che quella  aspirazione venga soddisfatta. Sarebbe un bel segnale per la condizione carceraria in Italia  e anche per l’Abruzzo”. Lo ha detto il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, intervistato a Bari da Radio Radicale, a margine dei lavori del congresso dell’Anm, sulla candidatura di Rita Bernardini, segretaria di Radicali Italiani, alla carica di garante dei detenuti della Regione Abruzzo.

Legnini si è poi soffermato sullo sciopero della fame che la tessa Bernardini ha avviato dalla mezzanotte scorsa per la drammatica situazione degli organici nei tribunali di sorveglianza e degli uffici per la esecuzione esterna della pena. “Condivido le preoccupazioni, le forti sollecitazioni di Radicali Italiani – ha detto Legnini- all’indirizzo di un necessario rafforzamento dei ruoli della magistratura di Sorveglianza e per consentire per tale via un più effettivo esercizio dei diritti dei detenuti italiani e una maggiore attenzione per le condizioni del sistema carcerario italiano, che pure in questi anni e in questi mesi ha registrato un netto miglioramento, per esempio con un drastico abbassamento del sovraffollamento. Mi auguro che le risposte possano arrivare subito, so che il ministro della Giustizia si sente molto impegnato a conseguire questo obiettivo, ugualmente lo è il Csm, e mi auguro che Rita Bernardini voglia desistere dallo sciopero della fame”.

“Quella di Rita Bernardini e’ un’ottima candidatura”. Risponde così il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, interpellato da Radio Radicale sulla candidatura di Rita Bernardini a garante dei detenuti Abruzzo, a margine del congresso dell’Anm a Bari. “Non so quali siano le altre – aggiunge Orlando- e quindi mi rimane difficile fare una valutazione di merito”.

Confermato 41bis a Provenzano anche se in fin di vita “il regime duro tutela la sua salute”


Bernardo Provenzano arrestoIl boss di Cosa nostra, Bernardo Provenzano, resta al 41 bis. Lo dice la Corte di Cassazione spiegando il motivo per cui lo scorso 9 giugno ha bocciato il ricorso del boss. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, puntualizzando che le condizioni di salute del detenuto sono “gravi” ma se Provenzano lasciasse il ricovero in regime di carcere duro, all’Ospedale San Paolo di Milano in camera di sicurezza, per andare in un reparto ospedaliero comune, sarebbe a “rischio sopravvivenza”, per le cure meno dedicate.

Le patologie di cui soffre Provenzano sono “plurime e gravi di tipo invalidante”, evidenziano i giudici della suprema corte in riferimento al grave decadimento cognitivo, ai problemi dei movimenti involontari, all’ipertensione arteriosa, a una infezione cronica del fegato, oltre alle conseguenze degli interventi subiti per lo svuotamento di un ematoma da trauma cranico, per l’asportazione della tiroide e per il tumore alla prostata.

La Cassazione ha confermato il 41 bis nella sentenza 38813, che è stata depositata oggi. Ma secondo la Cassazione Provenzano “risponde alle terapie”. Il regime duro, tradendo la sua originaria finalità, sarebbe diventato, a quanto pare, una modalità necessaria alla vita dell’uomo che per decenni è stato in cima alla lista dei ricercati e che ora è solo un essere inerte e incosciente.

Provenzano e lo Stato che non c’è. Lettera di Rosalba Di Gregorio, Avvocato del boss mafioso in fin di vita

Caro direttore, ieri la Cassazione, dando ragione al Tribunale di Sorveglianza di Milano e respingendo il mio ricorso, ha deciso che Bernardo Provenzano, ridotto praticamente a un “vegetale”, dovrà rimanere rinchiuso in regime di 41bis. Come suo avvocato avevo chiesto non la sospensione della pena, ma la detenzione nello stesso ospedale San Paolo di Milano dove è detenuto (essendo Provenzano intrasportabile) così da togliere il vetro e permettere ai familiari di salutarlo prima che muoia.

Il Tribunale di Sorveglianza, avallato ora dalla Cassazione, ha invece ritenuto, spiegando di avere a cuore la sua salute, che al 41bis Provenzano è meglio curato. Lo trovo aberrante. La verità è che spostarlo in lunga degenza, come da me chiesto, avrebbe significato toglierlo dal 41bis, eventualità invisa al ministro della Giustizia, che nei mesi scorsi ha rinnovato il carcere duro a un detenuto che è ormai un cadavere, incapace di intendere e di volere e con il figlio a fargli da amministratore di sostegno. Si teme davvero che un “vegetale” possa ancora mandare messaggi all’esterno e dirigere Cosa Nostra? Non è questo lo Stato forte che vogliamo.

Avv. Rosalba Di Gregorio

Il Tempo, 25 settembre 2015

Giustizia, Boato : Renzi ha rotto col giustizialismo, che dagli anni 70 è stata posizione del Pci


On. Marco BoatoConversazione con Marco Boato, 71enne, piccolo padre del 1968 all’Università di Trento, poi con una lungo passato parlamentare, dai Radicali ai Verdi e all’Ulivo, si interrompe quasi subito per una chiamata al cellulare. È monsignor Loris Capovilla, storico segretario di Giovanni XXIII, oggi cardinale, che lo chiama nell’imminenza dei suoi cento anni. “Mi scusi, ma quando ho visto che era lui, non potevo non rispondere”.

Un’amicizia che dice molto di questo sociologo veneziano: cattolico, sessantottino, radicale, ecologista e grande paladino dei diritti, tanto che nel 2008, i Verdi, alleati di Prc, non lo ricandidarono perché i neocomunisti, in piena antiberlusconismo, non tolleravano il suo garantismo.

Domanda. Boato, lei, uomo di sinistra, come si trova nell’Italia di Matteo Renzi? Per qualcuno è l’anticamera dell’autoritarismo.

Risposta. La sorprenderò ma non ho maturato idee, né ho quelle tranchant di chi è più giovane di me. Su Renzi, in pratica, ho sospeso il giudizio.

D. Sorprende, in effetti, in un’Italia così visceralmente pro e contro il premier. Perché non giudica?

R. Perché sono stato colpito, e molto negativamente, dal passaggio di Renzi al governo. Un colpo di mano molto partitocratico, con la conquista della maggioranza interna di un partito, il Pd. E c’erano state quelle ampie e pubbliche rassicurazioni a Enrico Letta…

D….hashtag #enricostaisereno…

R. Esatto e poi contraddette clamorosamente e la cosa, dico la verità, mi aveva disgustato. Sono un po’ all’antica e la lealtà, secondo me, viene prima di tutto. Questa era una tara così grossa che, per non avere pregiudizi ideologici, ho pensato di sospendere il giudizio.

D. Lei è ancora in attesa di farsi un’idea, ma di questo esecutivo avrà visto cose che le sono piaciute e cose no.

R. Sì, luci ed ombre. Partiamo dalle prime.

D. Prego.

R. Fra queste c’è il fatto che il governo Renzi ha segnato una svolta nel Paese. Siamo andati avanti con Silvio Berlusconi, con Mario Monti e anche con Letta a dire, anno dopo anno, che si intravedeva la luce in fondo al tunnel della crisi. Non era vero. Oggi, con Renzi, pur con tutta la cautela, lo si deve affermare. E non solo per merito solo suo, intendiamoci.

D. Una congiuntura favorevole?

R. Sì, il petrolio a prezzi bassi, un rapporto euro dollaro ridimensionato verso la parità, la Banca centrale europea col quantitative easing: tutti fattori che agevolano la possibilità di ripresa e che danno la sensazione della fi ne di una fase di recessione che pareva non avere limiti, una recessione anche morale ed etica.

D. Ombre? Anche lei lo vede come un rischio per la democrazia?

R. Avendo combattuto, negli anni 70, la strategia della tensione, fra Piazza Fontana e i colpi di Stato striscianti, non me la sento di condividere questa immagine che una parte della sinistra del Pd e Sel danno di Renzi. Per quanto anche Berlusconi, di recente, abbia parlato di “regime”.

D. Sì ha detto che Renzi è bulimico di potere.

R. Ma io mi sono rifiutato di parlare di regime anche quando lo addebitavano al Cavaliere, figurarsi se lo accetto adesso.

D. E poi ci sono i costituzionalisti alla Gustavo Zagrebelsky, quelli che Renzi chiama i “professoroni”…

R. Sì, sì dicono che siamo sull’orlo di una democrazia autoritaria, qualcuno ha recuperato il termine di “democratura”, ma mi pare davvero fuori luogo.

D. Veniamo alle ombre…

R. Le ravviso nella legge elettorale, che non mi convince per i capilista bloccati, incostituzionali come lo era il Porcellum che nominava tutti, ma più di tutto per il passaggio dell’attribuzione del premio di maggioranza, al partito anziché alla coalizione e l’impossibilità di fare apparentamenti sotto il 40%.

D. Perché non vanno questi dettagli dell’Italicum?

R. Perché violentano un pluralismo politico che oggi è irrinunciabile, come mostrano anche altri sistemi, una volta bipolari o tripolari, come la Germania o la Gran Bretagna, e dove si registra un moltiplicarsi di nuove sigle. Se l’eccesso di frammentazione è negativo, anche l’eccesso di semplificazione non va bene. E, mi faccia aggiungere, anche il ricorso alla fiducia, per una norma elettorale, fatto mai avvenuto in Italia, è stato abbastanza brutale.

D. Dovrebbe tornare indietro, come sostengono alcuni?

R. Sì, perché potrebbe finire per essere un gigantesco boomerang. Ha fatto questa forzatura, perché nella prima stesura il premio era alla coalizione, quando ha vinto alle europee, ma ora i sondaggi, l’ultimo quello di Repubblica sabato, dicono che il Pd è poco sopra il 30%.

D. Vabbè non si può fare le leggi e modificarle a proprio uso e consumo.

R. Sì, ma il rischio, per Renzi, è andare al ballottaggio con il M5s e perdere, perché magari al secondo turno si coalizzano tutti gli scontenti. E non è solo un rischio per Renzi, lo è anche per l’Italia.

D. I grillini al governo sarebbero una jattura?

R. Guardi non demonizzo, perché quando una forza ottiene i voti di un Italiano su quattro va rispettata, però sarebbe una sciagura se arrivassero al governo. Beppe Grillo è simpaticissimo, come comico, ma lui e i suoi uomini non sono all’altezza di governare un Paese, anche se si stanno facendo le ossa in alcune amministrazioni comunali. Ma mi faccia tornare a Renzi.

D. Prego.

R. Credo che sull’Italicum potrebbe avere l’intelligenza politica di tornare indietro su capi-lista e premio alla coalizione anziché al partito, con una leggina ordinaria, mediando sia con la sua sinistra interna, sia col centrodestra.

D. E della riforma costituzionale del Senato sulla quale, secondo alcuni, il governo rischia grosso?

R. Sono abbastanza critico. Quando Renzi e Maria Elena Boschi dicono che per 30 anni non si era fatto niente su Parlamento e Titolo V, dicono una gigantesca bugia: si è fatto il federalismo, nel 2001, il centrodestra ci ha provato nel 2005, si è fatta l’elezione diretta dei presidenti regionali. E quella del governo è una riforma che, a livello costituzionale, lascia intatte alcune parti, dalla presidenza della Repubblica, alla magistratura, alla Corte costituzionale.

D. Ma sul Senato, nello specifico?

R. Che ci possa essere una camera con una rappresentanza indiretta, come in Francia, può andare anche bene, si sbaglia quando ci si richiama al Bundesrat, il senato tedesco, che non c’entra nulla: quelli sono rappresentanti dei governi dei Länder, non dei consigli. Ma non è il Senato la vera questione.

D. Vale a dire?

R. Il Titolo V, di cui si parla pochissimo, e con cui si vogliono riportare in capo allo Stato quasi tutte le competenze concorrenti di materia regionale, non solo l’energia e le infrastrutture.

D. E non va bene?

R. Fatte 100 le competenze, almeno 80 si riaccentrano. Ora, per quanto i consigli regionali abbiano dato scandalo, credo che travolgere l’intero regionalismo italiano sia un grosso errore. Anche perché non è che lo Stato centrale funzioni benissimo. Eppure si parla solo dell’elettività dei senatori.

D. Forse perché è un dissenso tutto politico della minoranza Pd, per bloccare la riforma e quindi disarcionare Renzi?

R. Mi spiace riconoscerlo, perché ho buoni amici nella minoranza dem, ma è così: giocano questa partita delle riforme contro Renzi. Legittimamente, intendiamoci, ma non nel merito delle questioni. Aspettino due anni e, al congresso, trovino qualcuno che sconfigga il segretario attuale.

D. Da vecchio ecologista, boccia Renzi sulle questioni ambientali, come fanno i suoi amici di Green Italia, Francesco Ferrante e Roberto Della Seta, che criticano lo Sblocca Italia?

R. Sui temi ambientali, questo esecutivo va all’indietro, ma succede anche per come è composta la squadra di governo.

D. Perché?

R. Perché Gian Luca Galletti all’ambiente non è un capolavoro di ambientalismo, e Federica Guidi alle attività produttive, non è un campione di innovazione nella politica industriale. Ecco, quando si polemizza sull’uomo solo al comando, non concordo tanto sul tema della leadership, ma l’essere il primus inter pares, in una compagine di governo non certo di alto livello.

D. Senta e sulla giustizia, qualche luce la vede?

R. Sì, perché Andrea Orlando, viceversa dai colleghi, così com’era stato un decente ministro dell’ambiente, ora lo è della giustizia, ed esercita l’arte del dialogo e del buon compromesso. Quello della giustizia, è un capitolo di una complessità e pericolosità enorme, io c’ho ancora le abrasioni per essermene occupato. E la magistratura, quando decide di far fuori un ministro, lo fa. Come nel 2008, dimostrò la vicenda di Clemente Mastella. A me non potevamo farmi fuori, ma decine di magistrati, lo avrebbero fatto quando ero relatore della Bicamerale: le organizzazioni corporative si opponevano a ogni ipotesi di riforma.

D. C’è chi dice che Renzi sia stato troppo morbido, alla fine, con la responsabilità civile dei giudici e abbia dato peso a magistrati come Raffaele Cantone e Nicola Gratteri per pararsi le spalle.

R. Renzi ha rotto in qualche modo col giustizialismo. Ai miei tempi, negli anni 70, la sinistra era il garantismo, ho imparato tanto nei congressi di Magistratura democratica e anche del Pci a questo riguardo, poi…

D. Poi?

R. Poi sull’onda delle tre emergenze, terrorismo, antimafia e, successivamente, la corruzione, la sinistra ha cambiato di 180 gradi la sua attitudine alla giustizia. Una mutazione genetica: ricordo colleghi di grande valore, del Pds prima, dei Ds poi, ma anche della Margherita, epurati per essersi esposti per le garanzie e lo Stato di diritto. Renzi ha dato qualche forte segnale di discontinuità. Quanto a Cantone e Gratteri…

D. Glielo stavo per chiedere…

R. Vede, sono persone stimabili, ma anche il prodotto di una stagione in cui c’è stato un conflitto permanente fra politica e giustizia. Per cui oggi ci sono troppe toghe, in aspettativa o no, che svolgono ruoli politici. Persone stimabili, ripeto, come Michele Emiliano o Luigi de Magistris, anzi sulla stima al sindaco di Napoli mi faccia mettere un punto interrogativo, persone, dicevo, che segnano una sconfitta della politica. Che quando ha paura, ricorre a un pubblico ministero o a un poliziotto.

D. Come a Roma dove, per fare l’assessorato alla legalità, hanno chiamato un ex pubblico ministero, Alfonso Sabella.

R. Nel conflitto permanente, la politica si è indebolita e, in una logica emergenziale, arriva la supplenza dei magistrati.

Goffredo Pistelli

Italia Oggi, 16 settembre 2015

Pannella (Radicali), “Contento che anche il Ministro Orlando dica che le nostre Carceri sono criminogene”


On. Marco Pannella“Saluto quanto detto oggi dal ministro della giustizia Andrea Orlando e cioè che oggi il carcere è criminogeno. Ci tengo a dire al ministro Orlando formalmente che sono felice di una cosa per nulla scontata. Dico ad Orlando grazie di questa posizione che avrà ascoltato anche il Presidente della Repubblica Mattarella”.

Così Marco Pannella ha commentato quanto detto oggi dal ministro della giustizia Andrea Orlando a Napoli, e cioè che attualmente le carceri sono criminogene. “Il ministro della giustizia – aggiunge – ha detto ufficialmente che il carcere è criminogeno, quando secondo Costituzione e scienza la funzione del carcere è proprio quella di decriminalizzare.

Non è capitato spesso che un ministro abbia detto quello che ha detto lui oggi. Saluto questo pubblico riconoscimento. Prima ancora ricordo che abbiamo avuto lo splendido messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica Napolitano che faceva proprie le nostre tesi e che noi abbiamo fatto nostra mozione di Radicali Italiani“.

 “In Italia ci sono norme che producono e non riducono il crimine”. Così il ministro della Giustizia Andrea Orlando intervenendo alla tavola rotonda del seminario “Il carcere dei diritti, verso gli Stati Generali” in corso di svolgimento presso il Circolo Ufficiali di Napoli, a Palazzo Salerno. “Spendiamo tre miliardi di euro l’anno per l’esecuzione delle pene – il ragionamento del Guardasigilli – e abbiamo i tassi di recidiva più alti d’Europa. Perché la paura ha generato paura, ha innescato una spirale che non si interrompe mai”.

Di qui l’impegno del ministro affinché, in vista degli Stati generali dello status delle carceri e rispetto alla riforma dell’ordinamento penitenziario, “dobbiamo riempire di contenuti la delega e porci la domanda su quale sia la chiave di volta per cambiare l’opinione comune”. Perché, appunto, se in Italia le norme esistenti “producono e non riducono il crimine”, allora, Questo deve essere un elemento di riflessione su cui si deve richiamare l’attenzione del forze politiche e dell’opinione pubblica”

Carceri, Per l’ex Presidente Napolitano ed il Ministro Orlando “sono criminogene”


Ministro Orlando (2)Il Presidente Emerito si affida a Mattarella: “avrà a cuore la questione penitenziaria”. Il ministro: “norme da rifare”. Non capita tutti i giorni di ascoltare un ministro della Giustizia che definisce “criminogene” le carceri.

Né di sentire un Presidente Emerito della Repubblica come Giorgio Napolitano pregare il suo successore Sergio Mattarella di “avere al centro della sua attenzione la questione penitenziaria”. Sono proprio queste però le espressione pronunciate ieri nel corso del seminario “Il carcere dei diritti, verso gli Stati Generali”, organizzato dal Garante per i detenuti della Campania, Adriana Tocco, insieme con la Fondazione Mezzogiorno Europa.

“Il tema del sovraffollamento non dico è stato completamente risolto ma sicuramente oggi siamo in condizioni migliori di un anno fa”, esordisce Orlando. Che spiega come l’attenuarsi dell’emergenza di tipo strettamente “numerico” sia proprio il presupposto utile per affacciarsi sulla nuova sfida, ossia “il tema del trattamento e dell’esecuzione della pena”, che poi è proprio l’oggetto centrale degli Stati generali, che si svolgeranno in vari “tavoli” fino al prossimo autunno.

Il guardasigilli ha ricordato che nei prossimi giorni sarà a Strasburgo per illustrare i “progressi compiuti” alla Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, l’organismo chiamato a verificare l’attuazione degli ammonimenti seguiti alla sentenza Torreggiani “Rappresenteremo cosa l’Italia ha fatto nel corso di quest’anno, pur nella consapevolezza che c’è ancora molto da fare”. I numeri d’altronde dicono che la forbice tra reclusi e posti disponibile nelle carceri si è molto assottigliata, con 53mila reclusi per una capienza di 49mila, ma non siamo ancora all’allineamento.

Ma appunto Orlando lascia nell’uditorio una certa impressione soprattutto quando dichiara apertamente che “oggi il carcere come è in Italia produce crimine e non riduce le potenzialità criminali nel Paese”. Un’affermazione pesantissima proprio perché fatta dal ministro della Giustizia, in linea d’altronde con le posizioni sempre più nette assunte dal numero uno di via Arenula su questo tema negli ultimi tempi. La valutazione si trasforma in atto d’accusa quando il guardasigilli dice che “chi ha utilizzato la paura ha davvero generato paura”.

Non si tratta però solo di propaganda. A parte le chiassate di partiti come la Lega, nel nostro Paese c’è un problema strutturale, dovuto a “norme cancerogene. Spendiamo tre miliardi di euro l’anno per l’esecuzione delle pene e abbiamo i tassi di recidiva più alti d’Europa”. Si cercherà di rimediare proprio con le proposte che verranno fuori dagli Stati generali dell’esecuzione penale, destinate a dare corpo alla legge delega sulla riforma dell’ordinamento penitenziario: “Dobbiamo riempirla di contenuti e porci la domanda su quale sia la chiave di volta per cambiare l’opinione comune”, dice ancora il ministro.

La commozione di Napolitano

Giorgio Napolitano cella NapoliNel corso del suo intervento, Giorgio Napolitano non riesce a nascondere la commozione. Parte “da lontano”: “È importante fare le leggi con audacia, ma oggi non ci troviamo di fronte solo ad un problema normativo, ma anche e soprattutto culturale. Noto un impoverimento sul piano dei valori della società italiana”, sono le parole del presidente emerito della Repubblica. Che ribadisce quindi l’urgenza della questione specifica alla base del convegno, la riforma penitenziaria: “Nel nostro Paese non sono state fatte le riforme necessarie. Penso che sia arrivato il momento di cambiare la legge del 1975.

Il presidente Mattarella, che degnamente esercita la funzione di Capo dello Stato, avrà sicuramente al centro della sua attenzione la questione penitenziaria”, è la previsione di Napolitano, che nel corso del proprio mandato a mostrato di aver così a cuore l’argomento da farne oggetto del suo unico messaggio alle Camere con il suo intervento nel 2013 dopo la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, ed è qui che arriva la commozione.

“Ci sono stati dei miglioramenti, come ricorrere a pene alternative in certi casi. Molto ancora non è stato, penso agli gli stranieri che finiscono in carcere solo per aver violato la legge sull’immigrazione clandestina”.

Non manca un pur misurato atto d’accusa al sistema mediatico: “L’informazione adesso partecipa alla polemica sulle riforme, quelle in particolare che riguardano il Senato, si preoccupano del fatto che questa modifica potrebbe indebolire la democrazia parlamentare, ma quanto spazio hanno dedicato all’attività stessa del Parlamento? Zero. Quello che fanno le Camere”, fa notare il presidente emerito, “non viene pubblicato.

Da poco sono rientrato e non sono entusiasta di ciò che ho trovato”. Napolitano è accompagnato dalla moglie e compagna di sempre Clio, e approfitta dunque della sua Napoli per lanciare un monito agli organi di informazione e alla politica stessa: “Oggi si pensa a condannare un intercettato, prima ancora che si arrivi alla conclusione delle indagini, o che ci sia un rinvio a giudizio.

Mi dispiace dirlo, ma oltre a rivolgermi ad un anello fondamentale come quello dell’informazione, chiamo in causa la politica. Non voglio soffermarmi sul solito tema della decadenza della politica, ma proprio la politica deve essere capace di rilanciare il Paese e soprattutto deve essere portatrice di valori sani”. Parole che pesano, e che forse alla politica, a questo punto, non conviene più ignorare.

Errico Novi

Il Garantista, 10 giugno 2015

La proposta dell’On. Bruno Bossio (Pd) ? Una modifica costituzionalmente orientata


Alcuni detenuti sono più detenuti degli altri e non possono accedere al percorsi di rieducazione. Critico anche il Ministro della Giustizia Orlando.

L’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario stabilisce che alcune categorie di reati siano sottratte per legge alla rieducazione ed al reinserimento nella società. Ma nessuna pena può essere costituzionalmente legittima se non è proiettata al raggiungimento della libertà. Nessuna punizione può essere utile se manca lo scopo del subirla.

Per questo è importante la proposta di legge presentata alla Camera dei Deputati dall’onorevole Enza Bruno Bossio una modifica costituzionalmente orientata dell’art. 4 bis della legge penitenziaria.

Il senso della pena, della restrizione di un uomo in carcere, dell’inflizione allo stesso della privazione del bene supremo della libertà, deve essere la restituzione alla società. Il carcere non può, non deve, essere la facile soddisfazione offerta a pance dolenti per le troppe afflizioni del vivere quotidiano, il pronto ristoro per biechi populismi vendicativi, uno specchietto per allodole avvizzite dal bisogno cieco di giustizia sociale e di legalità. Il senso della pena deve essere la riabilitazione e la proiezione al ritorno alla vita. L’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario stabilisce che alcune categorie di reati – ergo, alcune categorie di persone – siano sottratte per legge alla rieducazione e al reinserimento nella società.

Per le persone condannate a pene temporanee, nega la possibilità di ripristino graduale e progressivo alla vita nella società polche preclude l’accesso ad ogni beneficio penitenziario e a qualunque alternativa alla pena detentiva. Per le persone condannate alla pena perpetua, recide definitivamente ogni speranza, toglie ogni senso al carcere che rende non proiezione alla “restituzione” ma silenziosa, inerme, indolente attesa della morte. Nessuna pena può essere costituzionalmente legittima se non è proiettata al raggiungimento della libertà.

Ministro OrlandoNessuna punizione può essere utile se manca lo scopo del subirla. L’ergastolo ostativo sottrae senso perfino al pentimento, quello dell’anima, all’analisi dei propri errori, alla rivisitazione dei propri percorsi deviati. Crea un tempo circolare destinato ad un infinito ed immutabile ripetersi. Immutabile e inutile. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.

La sola speranza di una detenzione finalizzata al recupero del sé e, per le categorie di persone condannate per reati di cui all’art. 4 bis, la collaborazione con la giustizia. Mercanteggiare la libertà di un uomo con la sua collaborazione è, però, uno strumento pericoloso e drammaticamente dannoso: si può tradurre in delazioni del tutto fasulle che hanno il solo scopo, per chi le esprime, di conseguire la libertà.

Non solo. Il ricatto della collaborazione può essere una tragedia ulteriore per chi si trovi in carcere ingiustamente condannato. E ancora: è la negazione e la mortificazione di un diritto, quello di proclamare e difendere, anche a dispetto di una sentenza di condanna, la propria innocenza. Nessuno può essere coartato all’autoaccusa, ad affermare la propria responsabilità penale; nessuno può essere privato del diritto di professarsi innocente. È una tutela offerta dalla costituzione e racchiusa nei principi di inviolabilità del diritto di difesa e di non colpevolezza posti a presidio della libertà – da intendersi come valore assoluto e preminente – ma anche del decoro e della reputazione del soggetto nel contesto in cui il vive.

La correlazione tra aspirazione all’accesso ai benefici penitenziari e obbligatorio approdo a condotte auto ed etera accusatorie – quando non meramente debitorie – si pone in feroce contrapposizione con il diritto di qualunque soggetto, perfino condannato con sentenza definitiva, a proclamare la propria innocenza.

Nella effettività ri educati va della pena si proietta la delega di governo depositata il 23 dicembre 2014 dal ministro della giustizia, di concerto con il ministro dell’interno, e con il ministro dell’economia e delle finanze.

L’art. 26 del disegno di legge elabora “Princìpi e criteri direttivi per la riforma dell’ordinamento penitenziario” e propone al legislatore “l’eliminazione dì automatismi e di preclusioni che impediscono o rendono molto difficile, sia per i recidivi sia per gli autori di determinate categorie di reati, l’individualizzazione del trattamento rieducativo e revisione della disciplina di preclusione dei benefici penitenziari per i condannati alla pena dell’ergastolo”, E un passo in avanti, un passo importante che risponde ad una impellente urgenza costituzionale ed a un monito europeo di rispetto dell’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo che vieta la tortura ed i trattamenti inumani e degradanti.

E tortura, stabilisce la Corte Europea nelle sentenze Vinter c/Regno Unito e Trabelsi c/Belgio, la pena perpetua che non contempli la possibilità di revisione del proprio percorso di vita e di conseguente aspirazione alla libertà, “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte” (art. 27, comma 3 della Costituzione). “Un articolo per lungo tempo inattuato”, afferma il ministro della giustizia, Orlando, al convegno tenutosi a Roma il 7 maggio sulla delega per la riforma dell’ordinamento penitenziario e ricorda che “il tema della pena e delle condizioni della sua esecuzione rappresentano una priorità di assoluto rilievo” anche in virtù della cogente necessità di “colmare il divario tra il dettato costituzionale e il sistema penale”.

La strada intrapresa, anche a fronte delle pesanti bacchettate inflitte e promesse dalla Corte Europea, è nella direzione di un ricorso sempre minore al carcere (riforma della custodia cautelare) e nel sempre maggiore potenziamento delle misure alternative alla detenzione. La condanna di Strasburgo, sottolinea il ministro, è stata “l’occasione per l’avvio di un complesso di interventi, non in chiave meramente emergenziale e difensiva, ma per un generale ripensamento della politica della sanzione penale e della detenzione nel nostro Paese”. Un sistema, quello cui aspira il ministro Orlando, nel quale la costrizione e la privazione della libertà non costituiscano lo sbocco naturale per qualsiasi reato e che “sia pienamente finalizzato alla riabilitazione ed al recupero del condannato”.

Maggiore pena, maggiore afflizione, non equivalgono a maggior sicurezza, anzi! L’incoerenza della afflizione genera la ricaduta nel crimine e l’incancrenirsi di atteggiamenti deviati. Si impone, allora, “un allineamento dell’ordinamento penitenziario agli ultimi pronunciamenti della corte costituzionale che ha più volte affermato l’incostituzionalità di un sistema sanzionarono che si fondi su automatismi o preclusioni assolute”.

Orlando non reputa di poter smantellare l’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario ma ravvisa la concreta esigenza che se ne rivisiti il contenuto in una proiezione di legittimità costituzionale e di aderenza agli scopi della sanzione penale. In tale direzione si muove la proposta di legge presentata alla Camera dei Deputati dall’on. Enza Bruno Bossio, deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia: una modifica costituzionalmente orientata dell’Art. 4 bis della legge penitenziaria.

On. Enza Bruno BossioAl momento, oltre dall’on. Walter Verini, Capogruppo del Pd in Commissione Giustizia alla Camera, la proposta è stata sottoscritta anche da altri deputati: Danilo Leva, Gea Schirò, Luigi Lacquaniti, Chiara S cu vera, Roberto Rampi, Mario Tulio, Federico Massa, Cristina Bargero, Ernesto Magorno, Romina Mura, Camilla Sgambato, Alfredo Bazoli, Vanna lori, Edoardo Patriarca, Ernesto Preziosi (Pd), Pia Elda Locatelli (Partito Socialista Italiano), Franco Bruno (Alleanza per l’Italia) Paola Pinna (Scelta Civica per l’Italia) Daniele Farina, Celeste Costantino e Gianni Melilla, deputati di Sinistra Ecologia e Libertà.

È un progetto importante teso ad inserire nell’ordinamento meccanismi di superamento di preclusioni e sbarramenti assoluti all’accesso ai benefìci penitenziari, proiettato, conformemente agli obiettivi della delega, a restituire al carcere, senza eccezioni, una prospettiva di rieducazione, di reinserimento, di recupero sociale della persona condannata.

È una proposta che contempla, in aderenza al dato reale, possibilità per il recluso, anche diverse dalla collaborazione con la giustizia, dì dimostrare il ripudio di scelte criminali (esemplificativamente vengono indicate la dissociazione esplicita; le prese di posizione pubbliche; l’adesione fattiva a modelli sociali di legalità; l’impegno profuso per risarcire le vittime; il radicamento in diversi contesti territoriali). Una proposta che, in aderenza alla giurisprudenza della Corte Europea, è coerente al principio in virtù del quale “a tutti i detenuti, compresi gli ergastolani, deve essere offerta la possibilità di rehabilitation” (Vinter c/Regno Unito), che nessun uomo può giungere al pentimento, quello autentico, se non sarà mai perdonato; nessuna spinta positiva può esercitare una pena che non ha fine né emenda.

Avv. Maria Brucale

Il Garantista, 13 Maggio 2015

Carceri, il Ministro della Giustizia Orlando favorevole alla proposta dell’On Bruno Bossio


 

On_Vincenza_Bruno_BossioNei giorni scorsi, alla Camera dei Deputati, l’On. Enza Bruno Bossio, Deputato Pd e membro della Commissione Bicamerale Antimafia, ha presentato una proposta di legge (la n. AC 3091 del 04/05/2015) per delle “Modifiche agli articoli 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e 2 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, in materia di revisione delle norme sul divieto di concessione dei benefìci penitenziari nei confronti dei detenuti o internati che non collaborano con la giustizia”.

L’iniziativa legislativa assunta dall’On. Bruno Bossio, basata anche sulla proposta della Commissione Palazzo istituita dall’ex Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, è stata condivisa anche dall’On. Walter Verini, Capogruppo del Partito Democratico in Commissione Giustizia a Palazzo Montecitorio nonché dal altri Deputati : Danilo Leva, Gea Schirò, Luigi Lacquaniti, Chiara Scuvera, Roberto Rampi, Mario Tullo, Federico Massa, Cristina Bargero, Ernesto Magorno, Romina Mura, Camilla Sgambato, Alfredo Bazoli, Vanna Iori, Edoardo Patriarca, Ernesto Preziosi (Pd), Pia Elda Locatelli (Partito Socialista Italiano), Franco Bruno (Alleanza per l’Italia) e Paola Pinna (Scelta Civica per l’Italia). E non si esclude che, nei prossimi giorni, la proposta di legge possa essere sottoscritta da altri membri del Parlamento.

Nel frattempo, tale proposta, lo scorso 8 maggio è stata assegnata alla II Commissione Giustizia, in sede referente, ed inviata per il parere alle Commissioni I Affari Costituzionali e XII Affari Sociali della Camera dei Deputati. Tra l’altro, proprio nella Commissione Giustizia presieduta dall’On. Donatella Ferranti (Pd), si sta esaminando il Disegno di Legge n. 2798 proposto dal Governo che, tra le altre cose, prevede anche una delega per la revisione delle norme dell’Ordinamento Penitenziario che prevedono l’esclusione all’accesso ai benefici penitenziari per i condannati alla pena dell’ergastolo. Dunque, l’Art. 4 bis della Legge Penitenziaria, quello che con la proposta dell’On. Bruno Bossio si intende modificare.

Andrea OrlandoIl Ministro della Giustizia, On. Andrea Orlando, qualche giorno fa, intervenendo a Roma ad un Convegno promosso dal Prof. Glauco Giostra, Coordinatore del Comitato Scientifico degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, quanto al parametro di delega che fa riferimento alla revisione dei limiti di pena per facilitare l’accesso alle misure alternative, ha dichiarato che “si potrà dare rilievo e significato ad eventuali esperienze di conciliazione e riparazione, per anticipare ulteriormente la liberazione del condannato. Credo che ci possa essere ampia e matura condivisione, al netto di dettagli tecnici, sul terzo criterio di delega : esso prescrive l’eliminazione di automatismi e di preclusioni che impediscano o rendano molto difficile, sia per i recidivi sia per gli autori di determinate categorie di reati, l’individualizzazione del trattamento rieducativo; nonché la revisione della disciplina di preclusione dei benefici penitenziari per i condannati alla pena dell’ergastolo. Ponendo comunque al riparo le istanze di effettività della sanzione e di sicurezza collettiva.”

“Si impone un allineamento dell’Ordinamento Penitenziario agli ultimi pronunciamenti della Corte Costituzionale – dice il Ministro – che più volte ha affermato l’incostituzionalità di un sistema sanzionatorio che si fondi irragionevolmente su automatismi o preclusioni assolute. Si tratta, dunque, di un intervento necessario, che va però calibrato con prudenza, tenendo conto che l’equilibrio tra esigenze di sicurezza e di recupero del condannato, impone un’attenta riflessione per i reati di criminalità organizzata e di terrorismo.”

Non può e non deve essere smantellato l’Articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, per quanto sia concreta l’esigenza di una rivisitazione del suo contenuto che ne assicuri la coerenza sistematica e la ragionevolezza delle applicazioni pratiche. Il criterio di delega che incide sull’ergastolo ostativo – continua il Ministro della Giustizia Andrea Orlando – tiene conto della giurisprudenza della Cedu. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nella decisione del 25 novembre 2014 sul caso Vasilescu contro il Belgio, ha affermato che, quando manca una prospettiva di liberazione anticipata per l’ergastolano, il trattamento è inumano e viola l’Art. 3 della Convenzione. Se è vero che attualmente l’Ordinamento contempla dei correttivi che permettono anche ai condannati all’ergastolo, a determinate condizioni, di poter uscire dal carcere e rientrare nella collettività – quali la semilibertà o la liberazione condizionale – sono moltissimi i casi di detenuti in espiazione della pena dell’ergastolo per reati ostativi; è indispensabile sul punto una adeguata riflessione, che assicuri il raccordo di tutte le istanze complessivamente coinvolte.”.

Con la proposta dell’On. Bruno Bossio, viene, infatti, proposto di aggiungere alle ipotesi contemplate nell’articolo 4 bis quella secondo cui i medesimi benefìci possono essere concessi anche quando risulti che la mancata collaborazione non fa venir meno il sussistere dei requisiti, diversi dalla collaborazione medesima, che di quei benefìci permettono la concessione. Con ciò rimanendo fermo il presupposto generale per l’applicabilità del nuovo comma 1 bis, costituito dal fatto che «siano stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva»: presupposto attraverso il quale resta previsto, con riguardo ai condannati o internati per i delitti di cui al comma 1, un regime più rigoroso, circa la concessione dei benefìci in oggetto, rispetto ai condannati o internati per i delitti di cui al comma 1-ter, il quale richiede, per il medesimo fine, che «non vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva». 
La proposta di legge, pertanto, non abroga la disposizione del comma 1 dell’articolo 4-bis, che per certe tipologie di delitto subordina, ordinariamente, l’applicabilità dei benefìci ivi previsti alla collaborazione con la giustizia, bensì intende eliminare l’attuale sussistere di casi in cui tale disposizione risulta insuperabile: ipotesi, quest’ultima, che si configura drammatica nell’eventualità (frequente per i reati di cui al citato comma 1) della condanna all’ergastolo precludendo, di fatto, al non collaborante – senza alcuna considerazione dei motivi o del contesto della mancata collaborazione – qualsiasi prospettiva di affrancamento dalla condizione detentiva o anche di uscita solo temporanea dal carcere (a parte il caso eccezionale del permesso di necessità di cui all’Art. 30 della Legge n. 354/1975). La proposta di legge, piuttosto, trasforma l’attuale previsione della mancata collaborazione come presunzione ordinariamente assoluta di insussistenza dei requisiti che consentono, di regola, l’accesso del detenuto o dell’internato ai benefìci previsti dalla Legge n. 354/1975 in una presunzione relativa e in quanto tale superabile, con adeguata motivazione, da parte del giudice: fermo restando sempre, come detto, che «siano stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva». 

All’articolo 4-bis della legge n. 354 del 1975 si propone di aggiungere un nuovo comma 3-ter sancendo che le informazioni richieste dall’autorità giudiziaria agli organi preposti per l’ammissione dei condannati o degli internati ai benefìci penitenziari non debbano contenere alcun parere sulla concessione di tali benefìci ma fornire elementi conoscitivi concreti e specifici fondati su circostanze di fatto espressamente indicate che dimostrino in maniera certa la permanenza dell’attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva. Si ritiene opportuno, altresì, stabilire che gli eventuali pareri espressi nelle note informative non possono essere utilizzati nella motivazione della decisione. Infatti, frequentemente, per come riportato dalla giurisprudenza di legittimità, la magistratura di sorveglianza per negare la concessione dei benefìci in questione si limita a trascrivere in modo apodittico, riproducendo il contenuto generico delle informative del comitato provinciale per la sicurezza pubblica o delle Forze di polizia, senza enunciare gli elementi di fatto dai quali ha tratto il proprio convincimento afferente i collegamenti del condannato con la criminalità.

262780_455911204467755_282597913_nIl comma 2 dell’articolo unico della proposta di legge ha l’effetto di estendere la disposizione del comma 1 dell’articolo 2 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, che preclude ai condannati e agli internati, in assenza di collaborazione, anche l’accesso alla liberazione condizionale, un istituto che «rappresenta un particolare aspetto della fase esecutiva della pena restrittiva della libertà personale e si inserisce nel fine ultimo e risolutivo della pena stessa, quello, cioè, di tendere al recupero sociale del condannato. (Corte costituzionale, sentenza n. 204 del 1974). L’aggiunta, al secondo periodo del comma 1 dell’articolo 2 del citato decreto-legge n. 152 del 1991, del riferimento nella sua interezza al comma 1-bis dell’articolo 4-bis della legge n. 354 del 1975, pone rimedio, fra l’altro, all’inconveniente tecnico determinatosi in forza delle modifiche introdotte con il decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, attraverso lo scorporo in più commi di quanto in precedenza previsto unitariamente al comma 1 dell’articolo 4-bis della legge n. 354 del 1975 per cui, non essendo stato richiamato, nel nuovo testo del primo periodo del comma 1 dell’articolo 2 del decreto-legge n. 152 del 1991, anche il suddetto nuovo comma 1-bis dell’articolo 4-bis della legge n. 354 del 1975 (in quanto norma non indicante elenchi di delitti rilevanti ai fini delle ipotesi di preclusione dell’accesso alla liberazione condizionale), tale comma 1-bis non risulta più ripreso, ora, con riguardo alla liberazione condizionale (pure per la parte che non costituisce contenuto della presente proposta di legge). 

La proposta sopra formulata trova la sua motivazione principale nell’insostenibilità della presunzione assoluta del mancato realizzarsi del fine rieducativo della pena, o dei progressi nella rieducazione ritenuti rilevanti dalla legge ai fini dei benefìci penitenziari, per il mero sussistere di una condotta non collaborante ai sensi dell’articolo 58-ter della legge n. 354 del 1975 da parte del detenuto che pure sia stato autore di uno dei reati particolarmente gravi di cui al comma 1 dell’articolo 4-bis della medesima legge n. 354 del 1975.

     PROPOSTA DI LEGGE

 Art. 1.      1. All’articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

          a) al comma 1-bis sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «e altresì nei casi in cui risulti che la mancata collaborazione non escluda il sussistere dei presupposti, diversi dalla collaborazione medesima, che permettono la concessione dei benefìci citati»;

          b) dopo il comma 3-bis è aggiunto il seguente:
      «3-ter. Le informazioni previste dal presente articolo non devono contenere pareri sulla concessione dei benefìci, bensì fornire elementi conoscitivi concreti e specifici fondati su circostanze di fatto espressamente indicate che dimostrino in maniera certa l’attualità di collegamenti dei condannati o internati con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva. Gli eventuali pareri espressi dagli organi preposti non possono essere utilizzati nella motivazione della decisione».

      2. Al comma 1 dell’articolo 2 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, le parole: «commi 2 e 3» sono sostituite dalle seguenti: «commi 1-bis, 2 e 3».

Proposta di Legge AC 3091 dell’On. Bruno Bossio ed altri

Intervento del Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando