Calabria, Quintieri (Radicali) tra i papabili alla carica di Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti


Prossimamente, il Consiglio Regionale della Calabria, sarà chiamato ad eleggere il “Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale”, istituito con Legge Regionale n. 1 del 29/01/2018. Il Garante, che opererà su tutto il territorio regionale in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e di valutazione, senza essere sottoposto ad alcuna forma di controllo gerarchico o funzionale, dovrà essere eletto con deliberazione adottata a maggioranza dei due terzi dei Consiglieri assegnati. In mancanza di raggiungimento del quorum, dalla terza votazione, l’elezione avverrà a maggioranza semplice dei Consiglieri assegnati.

Tra i papabili alla carica di Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Regione Calabria vi è il cetrarese Emilio Enzo Quintieri, laureando in giurisprudenza, membro del Comitato Nazionale dei Radicali Italiani, da tempo a capo della delegazione visitante gli Istituti Penitenziari della Repubblica con particolare riferimento a quelli delle Regioni Calabria, Puglia, Campania e Lazio, autorizzato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. Quintieri, inoltre, nel corso degli anni, è stato collaboratore di numerosi membri del Parlamento per la presentazione di atti di sindacato ispettivo e proposte di legge in ambito penitenziario nonché accompagnatore di Deputati e Senatori durante le ispezioni alle Carceri ed agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Tra l’altro è stato uno dei promotori della Legge Regionale istitutiva del Garante in Calabria, seguendo i lavori presso il Consiglio Regionale e venendo anche audito come esperto a Palazzo Campanella dalla competente Commissione Consiliare. E’ stato più volte candidato alla Camera dei Deputati, nel 2013, con la Lista “Amnistia Giustizia e Libertà” promossa da Marco Pannella ed Emma Bonino ed infine, nel 2018, con la Lista “Più Europa con Emma Bonino”, promossa da Emma Bonino, Benedetto Della Vedova e Bruno Tabacci. Negli ultimi anni, infine, ha portato centinaia di Studenti di Giurisprudenza e Scienze del Servizio Sociale dell’Università della Calabria, accompagnati dai Docenti di Diritto Penale Prof. Mario Caterini e Prof. Sabato Romano, in visita alle Carceri calabresi.

Il Garante, infatti, dovrà essere scelto tra persone di specifica e comprovata formazione, competenza ed esperienza nel campo giuridico – amministrativo e nelle discipline afferenti alla promozione e tutela dei diritti umani o che si siano comunque distinte in attività di impegno sociale, con particolare riguardo ai temi della detenzione, e che offrano garanzie di probità, indipendenza e obiettività.

Intanto, nei prossimi giorni, in attesa che il Consiglio Regionale definisca l’iter per la elezione del Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, l’esponente dei Radicali Italiani, debitamente autorizzato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia su richiesta dell’On. Riccardo Magi, farà visita alla Casa Circondariale di Paola (sabato 16), alla Casa Circondariale di Palmi (domenica 17), alla Casa di Reclusione di Rossano (sabato 23) ed infine alla Casa Circondariale di Cosenza (sabato 30). Quintieri durante le visite sarà accompagnato dalla radicale Valentina Anna Moretti, giurista e praticante Avvocato del Foro di Paola, candidata alla carica di Garante Regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Autonoma della Sardegna.

Capano (Radicali): I pentiti sono un esercito. Come Radicali chiederemo la modifica della Legge


michele-capano-tesoriere-radicali-italianiNel 2015 i collaboratori di giustizia sottoposti a misure di protezione raggiungono, insieme ai familiari, la bella cifra di 6.300 unità. Non sono un po’ troppi? Non sarebbe ragionevole rivedere la legge?
Nelle parole di Wikipedia Dairago è un “comune italiano di 6.167 abitanti situato nella città metropolitana di Milano, in Lombardia, a circa 32 chilometri a nord-ovest dal capoluogo, nell’alta pianura al limite con la provincia di Varese, in un territorio ancora in parte coperto da boschi, non lontano dai fiumi Olona (che scorre a 5 chilometri a levante) e Ticino (distante 10 chilometri a ponente)”.
Che c’entra Dairago con i collaboratori di giustizia? C’entra, c’entra eccome, perché la Relazione del Servizio Centrale di Protezione presso il Viminale ci informa che nel 2015 i collaboratori di giustizia sottoposti a misure di protezione (ben 1253, raddoppiati nel corso dell’ultimo decennio) raggiungono, insieme ai familiari ammessi allo stesso programma di protezione, la bella cifra di 6300 unità: gli abitanti del comune di Dairago.
Dobbiamo immaginare, dunque, che tutti: dall’amministrazione comunale ai consiglieri di opposizione, dal personale della scuola elementare a quello del supermercato, dai giocatori della squadra di calcio giù giù fino a medici, farmacisti, benzinai, per finire ai novantenni e ai neonati in carrozzina, proprio tutti gli abitanti di Dairago fruiscano della protezione statale con il sussidio, le provvidenze legali, i cambi di identità.
E poi dobbiamo chiederci se ne sia valsa la pena, a venticinque anni dalla legge sui pentiti di mafia e a quindici dalla riforma con cui si tentò di correggerne alcune storture e che il Presidente del Senato Pietro Grasso, all’epoca Procuratore capo della Repubblica a Palermo, il 18 marzo del 2001 in un’intervista al Corriere della Sera liquidò così: “Se fossi un mafioso, non mi pentirei più” (fosse stato per lui, insomma, non parleremmo di 6300 beneficiari di programmi di protezione, ma di almeno dieci volte tanti).
Davanti a organizzazioni criminali ancora o nuovamente vitali, dobbiamo chiederci se è valsa la pena di dare vita a un vero e proprio “paese” di persone protette a mezzo di una legislazione che ha premiato ? in nome della necessità di disarticolare la criminalità organizzata ? pluriomicidi disposti a un patto con la Repubblica in virtù del quale più o meno robusti benefici sul piano economico finanziario e dell’esecuzione della pena sono stati barattati (con rispetto parlando per il nobile istituto del baratto) con rivelazioni su fatti, circostanze e responsabilità personali criminali.
Dobbiamo chiederci se è valsa la pena di affrontare vicende dolorose, come quella di Enzo Tortora e degli altri cittadini che – per “pentito” dire – hanno sacrificato, pur essendo innocenti, anni di vita, la reputazione, la carriera, qualche volta la pelle sull’altare del Dio dell’Antimafia militante.
Dobbiamo chiederci se è valsa la pena di rinunciare all’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge in nome di una “guerra” alla criminalità organizzata che imponeva e impone un “diritto di guerra” nel quale – sul piano penitenziario come su quello delle misure cautelari, sul piano del diritto penale sostanziale come su quello dell’uso investigativo dei “premi” alla collaborazione di giustizia – non è possibile star lì a sottilizzare, a cincischiare. Bisognava debellare mafia, ‘ndrangheta, camorra. Venticinque anni or sono. Appunto.
L’impegno di Radicali Italiani, in continuità con la difesa dello Stato di diritto che Marco Pannella è stato in grado di assicurare anche nei momenti giuridicamente più bui della nostra Repubblica, è diretto a ricondurre a razionalità e “ordinarietà” quell'”enclave” caotica – sul territorio del nostro ordinamento giuridico – che è ormai divenuta il diritto “antimafia”.

Avv. Michele Capano, Tesoriere di Radicali Italiani

Il Dubbio, 29 novembre 2016

Chianciano Terme, al via il XIV Congresso Nazionale dei Radicali Italiani


Radicali Italiani campagna autofinanziamentoAl via a Chianciano il XIV Congresso di Radicali Italiani: quattro dense giornate di lavori che vedranno alternarsi sul palco ospiti istituzionali e non, e con la partecipazione straordinaria del giornalista e vignettista del Corsera Vincino che darà una mano per l’autofinanziamento del partito (disegnerà vignette che verranno messe in vendita). Molti gli ospiti presenti alle assise. Sabato pomeriggio salirà sul palco Raffaele Sollecito (autore del libro “Un passo fuori dalla notte”), uscito definitivamente dal caso Meredith dopo l’assoluzione della Cassazione. Nella stessa giornata verrà proiettato un video di Bruno Contrada con un breve intervento del suo avvocato Professor Andreana Esposito.

Titolo del congresso (si tiene al Centro Congressi Excelsior di Chianciano Terme) che si chiuderà domenica 1 novembre: “Per lo Stato di diritto democratico federalista laico – Contro le ragion di Stato, anche per il diritto umano alla conoscenza”. Ad aprire il congresso nel pomeriggio, la relazione del Segretario di Radicali Italiani Rita Bernardini e del tesoriere Valerio Federico. Sono poi previsti gli interventi dell’ambasciatore e già ministro degli Esteri Giulio Maria Terzi di Sant’Agata e del sottosegretario agli Esteri Benedetto della Vedova. Nella giornata di sabato previsti inoltre gli interventi di: Francesco Seghetti, responsabile comunicazione e relazioni esterne Adapt; Marco Marazzi, rappresentante dei Federalisti europei e presidente di commonboarders.eu.; Sandro Gozi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega agli Affari europei; Giuseppe Di Federico, professore emerito di Ordinamento giudiziario all’Università di Bologna Mario Baldassarri, economista, già vice ministro dell’Economia e delle Finanze. Nel pomeriggio di sabato salirà sul palco Riccardo Nencini, vice ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti. Il primo novembre interverranno tra gli altri Andrea Bernaudo, presidente di “SOS Partita Iva”, Massimo Brandimarte, ex presidente del Tribunale di Sorveglianza di Taranto.

http://www.ansa.it – 29 Ottobre 2015

Dal 29 ottobre al 1 novembre a Chianciano Terme si terrà il XIV Congresso dei Radicali Italiani


On. Bernardini RadicaliLo statuto di Radicali Italiani prevede che ogni anno il congresso del Movimento si tenga “a data fissa nella decade che include il 1 novembre” (art. 3, comma 1). Lo stesso statuto conferisce al segretario la prerogativa/compito di convocarlo (art. 7, comma 2).

Nel convocare la nostra assise da giovedì 29 ottobre a domenica 1 novembre, sento il dovere di dire a ciascuno di voi ciò che ritengo fondamentale per fare dell’appuntamento un fatto politico all’altezza della storia radicale che – avendo come naturale riferimento il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito che insieme ad altri soggetti costituiamo – compie, in questi giorni, sessant’anni.

Io propongo che l’obiettivo del XIV Congresso sia quello di sostenere all’Onu – con un nostro diretto, forte impegno e adeguate lotte – la battaglia già incardinata per la transizione verso lo Stato di Diritto attraverso l’affermazione del diritto umano alla conoscenza, contro la ragion di Stato. Ed è all’Italia (che vogliamo divenga finalmente consapevole di sé, dei suoi limiti e delle ferite da decenni inferte alla democrazia e ai diritti umani) che noi intendiamo affidare la leadership della campagna alle Nazioni Unite, cosicché la sua candidatura – già avanzata – a membro del Consiglio di Sicurezza non sia la scontata occupazione di un posto di potere, ma abbia il respiro di una strategia politica per il futuro.

Indichiamo a noi stessi questa prospettiva mentre siamo al minimo della nostra rappresentanza istituzionale e allo stremo delle nostre possibilità economiche. Ciò che non mi ha fatto scoraggiare fino a mollare è stato vivere giorno dopo giorno con Marco Pannella, il quale continua a testimoniare con la sua forza morale ed intellettuale ciò di cui è intimamente convinto e che ci ha portato in passato ad ottenere, proprio all’Onu, la moratoria delle esecuzioni capitali e l’istituzione del Tribunale Penale Internazionale. Non è un caso che proprio in queste ore ci giunga un prestigioso riconoscimento da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, che ha eletto Elisabetta Zamparutti quale membro italiano del Cpt (Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura). È il tributo ad una storia, quella radicale, la nostra, la tua.
Sia chiaro: l’obiettivo che propongo al dibattito congressuale di Radicali Italiani è al cento per cento anche italiano. È il governo italiano che vogliamo e dobbiamo convincere perché faccia propria la campagna per la transizione verso lo Stato di Diritto attraverso l’affermazione del diritto umano alla conoscenza, contro la ragion di Stato. Dobbiamo ottenere questo risultato, non solo grazie alle interlocuzioni che Pannella ha avuto ed ha con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, i quali hanno voluto far sentire la loro voce – non di circostanza – alla conferenza del 27 luglio al Senato organizzata da Matteo Angioli sull’”Universalità dei Diritti Umani per la transizione verso lo Stato di Diritto e l’affermazione del Diritto alla Conoscenza”. Dobbiamo sempre più ora, attraverso le nostre articolazioni territoriali e tematiche e lottando contro la disinformazione del sistema, far sì che la battaglia divenga obiettivo conosciuto, capito e condiviso dai cittadini. Propongo che ogni radicale, ogni associazione (costituita e da costituire) si faccia, attraverso la sua concreta e diversificata presenza nel paese, testimone e soggetto di questo grande impegno capace di “concepire il nuovo possibile”.

L’obiettivo è al cento per cento italiano anche – infine – per la requisitoria severa e circostanziata che vogliamo continuare a portare avanti contro uno Stato che ha violato e viola sistematicamente i diritti umani nei settori vitali della giustizia con la sua ignobile appendice carceraria, dell’economia, dell’ambiente, delle libertà civili e politiche. Lo abbiamo sempre fatto nei sessant’anni di vita del Partito Radicale. E in questi ultimi anni, via via che l’arroganza del regime diveniva sempre più indecente negando fino a renderla nulla la possibilità dei cittadini del nostro paese di poterci ascoltare attraverso i mass media, abbiamo praticato la via delle giurisdizioni nazionali, europee e internazionali per affermare diritto e diritti. Ce lo ha riconosciuto Giuseppe De Rita quando il 2 agosto scorso sul “Corriere della Sera” ha scritto che abbiamo aperto una strada oggi percorsa anche da altri.

Solo se lo Stato italiano e i suoi massimi rappresentanti e istituzioni prenderanno coscienza di ciò che è accaduto e sta accadendo al nostro Paese sarà possibile quella transizione verso lo Stato di Diritto democratico federalista e laico che alcuni esponenti del mondo arabo hanno suggerito per loro stessi e per noi quando li abbiamo coinvolti nella campagna per il riconoscimento del diritto umano alla conoscenza in sede Onu.

Ecco, care compagne e cari compagni, è questo l’obiettivo assolutamente necessario per noi e per tutta la galassia radicale che ritengo debba essere il tema di confronto e incontro del nostro XIV Congresso.

Vi prego di essere presenti fin dall’apertura dei lavori alle ore 16:00 di giovedì 29 ottobre, lavori che, come da tradizione, si apriranno con la relazione mia e del Tesoriere Valerio Federico. La nostra assemblea proseguirà per le intere giornate di venerdì 30 e sabato 31 ottobre per concludersi domenica 1° novembre con l’approvazione dei documenti e l’elezione dei nuovi organi statutari.

Un abbraccio forte pieno di gratitudine per aver sostenuto il Movimento nell’anno politico che volge al termine.

Rita Bernardini, Segretario Nazionale di Radicali Italiani

Giustizia: decalogo del rifiuto alla richiesta del Papa di una “grande amnistia”


Cella Carcere ItaliaLa richiesta del Papa “di una grande amnistia” per il Giubileo Straordinario della Misericordia, può anche essere respinta al mittente. Purché lo si motivi con ragioni all’altezza dell’interlocutore, il quale possiede carisma, progettualità, credibilità in quantità che la politica ha smarrito da tempo.

Ovvio l’entusiasmo dei favorevoli, a cominciare dalla voce ragionevolmente visionaria di Pannella. Quanto agli altri, il silenzio generale è stato interrotto da poche risposte verosimili, ma non vere. Eccone il catalogo.

La risposta orgogliosa è, in apparenza, convincente. Rivendica il primato della politica sull’indulgenza cristiana. La misericordia è una virtù morale, che dispone alla compassione e opera per il bene del prossimo perdonandone le offese. Non può però dettare tempi e contenuti delle scelte giuridiche che, laicamente, rispondono all’etica della responsabilità, preoccupandosi delle conseguenze concrete più che dei buoni propositi.

Tutto giusto ma sbagliato se riferito al tema della clemenza, dove la voce di Bergoglio si è aggiunta (e non sostituita) a quella del capo dello Stato e della Corte costituzionale che, da tempo, hanno invocato una legge di amnistia e indulto. Il primo, motivandone le ragioni strutturali nel suo unico messaggio alle Camere, ignorato al Senato, discusso solo di sponda alla Camera. La seconda, evocandolo in un’importante sentenza del 2013 in tema di sovraffollamento carcerario. Rispondere picche al Papa, come già al Presidente Napolitano e ai Giudici costituzionali (tra i quali, allora, sedeva anche Sergio Mattarella), testimonia della politica non l’autonomia, ma la grave afasia.

La risposta pavloviana è quella di chi ama vincere facile. C’è la sua variante rozza (“Mai più delinquenti in libertà”) e quella più forbita (“Le carceri devono essere luoghi di rieducazione, ma chi è condannato deve stare in carcere fino all’ultimo giorno”). È un mantra costituzionalmente stonato. Se le pene “devono tendere” alla risocializzazione, durata e afflittività dipendono, in ultima analisi, dal grado di ravvedimento del reo: questo, alle corte, è quanto imposto dalla Costituzione. La certezza della pena è, dunque, un concetto flessibile, più processuale che sostanziale. Scambiarla con la legge del taglione significa abrogare l’intero ordinamento penitenziario, benché vigente da quarant’anni.

C’è poi la risposta causidica. Interpretare le parole del Papa come un appello alla politica ne fraintenderebbe il senso, esclusivamente ecclesiale. Che tale precisazione venga dal portavoce vaticano non stupisce: già nel 2002 la richiesta di clemenza di Papa Wojtyla – coperta da applausi in Parlamento – fu poi ignorata da deputati e senatori. Prudenzialmente, oltre Tevere, si vorrebbe evitare il déjà-vu.

Se Bergoglio ha usato – per la prima volta – la parola “amnistia”, l’ha fatto a ragion veduta, soppesandone l’inevitabile impatto politico. Non ha improvvisato. Ha proseguito la sua riflessione (sul senso delle pene, sulla necessità di un diritto penale minimo, sui pericoli del populismo penale) e la sua azione riformatrice (abolizione dell’ergastolo, introduzione del reato di tortura), entrambe costituzionalmente orientate. Isolare da ciò il suo appello alla clemenza è come divorziare dalla realtà delle cose.

Dal governo, invece, è giunta la risposta stupefatta: “Ma come? Proprio ora che il tasso di sovraffollamento è calato, grazie a misure deflattive adeguate? Proprio ora che si è aperto un grande cantiere per la riforma della giustizia e dell’ordinamento penitenziario?”. Lo stupore nasce da un fraintendimento di fondo: quello per cui un atto di clemenza generale sarebbe alternativo a riforme strutturali, quando invece ne rappresenta un tassello essenziale. Amnistia e indulto sono previsti in Costituzione come utili strumenti di politica giudiziaria e criminale, a rimedio di una legalità violata da un eccesso di processi e detenuti. È solo la sua rappresentazione collettiva (decostruita efficacemente da Manconi e Torrente nel loro libro La pena e i diritti, Ed. Carocci, 2015) ad aver trasformato una legge di clemenza da opportunità a catastrofe per i propri dividendi elettorali.

Resta la risposta possibilista. Fare in modo che “una legittima aspirazione della Chiesa possa diventare un fatto politico” (così il Presidente Grasso); tradurre questa richiesta “in qualche cosa di strutturale, che rimanga anche dopo” (così il ministro Orlando). Come? Le maggioranze dolomitiche necessarie e le divisioni tra le forze politiche, temo, bloccheranno i disegni di legge ora fermi in Commissione al Senato. Perché, allora, non riformare l’art. 79 della Costituzione che, nel suo testo attuale, oppone così rilevanti ostacoli alla loro approvazione? L’ultima amnistia risale al 1990, l’ultimo indulto al 2006. Restituire agibilità politica e parlamentare agli strumenti di clemenza: questa sarebbe una risposta possibile, e all’altezza della misericordia giubilare.

Andrea Pugiotto

Il Manifesto, 9 settembre 2015

 

Carceri, Bernardini (Radicali): “Governo schizofrenico, Orlando e Costa su fronti opposti”


carcere 3Abbiamo final­mente un mini­stro di Giu­sti­zia che ha ammesso cla­mo­ro­sa­mente che le car­ceri sono cri­mi­no­gene, in altre parole che lo Stato, vio­lando le sue stesse norme, obbliga a un per­corso verso le reci­dive e non di ria­bi­li­ta­zione. Ma allora, cosa si aspetta a far sì che dav­vero, e non solo negli orien­ta­menti acca­de­mici, il car­cere sia l’extrema ratio? Il governo invece agi­sce in modo schi­zo­fre­nico e rin­corre i popu­li­smi giu­sti­zia­li­sti senza riflet­tere sulle conseguenze».

Rita Ber­nar­dini, segre­ta­ria dei Radi­cali ita­liani, ha appena con­cluso una visita ispet­tiva nel car­cere mila­nese di Opera, come dele­gata mini­ste­riale per gli Stati gene­rali del car­cere che si con­clu­de­ranno nel pros­simo autunno con pro­po­ste orga­ni­che di riforma del sistema peni­ten­zia­rio italiano.

Le con­di­zioni delle car­ceri sono miglio­rate rispetto al 2013 quando la Corte di Stra­sburgo con­dannò l’Italia. A fine luglio, nei 49.655 posti dei 198 isti­tuti sono recluse 52.144 per­sone. Con­ti­nuano a morire, però, forse più di prima: i dati aggior­nati all’11 ago­sto di Ristretti oriz­zonti par­lano di 71 morti, di cui 27 sui­cidi. La sua impressione?

Dati alla mano posso assi­cu­rare che il sovraf­fol­la­mento è ancora un pro­blema in almeno una ses­san­tina di isti­tuti, con tassi che vanno dal 130 al 200%. A Reg­gio Cala­bria, per esem­pio, nel car­cere di Arghillà inau­gu­rato solo un paio di anni fa, c’è un reparto com­ple­ta­mente chiuso per man­canza di per­so­nale e di con­se­guenza i dete­nuti sono ammas­sati negli altri reparti. Ma sa qual è l’unica cosa che ha svuo­tato dav­vero le car­ceri ? La sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale sulla Fini-Giovanardi (la legge proi­bi­zio­ni­sta sulle dro­ghe, ndr). Per­si­stono invece tutti gli altri pro­blemi: da quello sani­ta­rio, con la man­canza di cure soprat­tutto per i dete­nuti affetti da pato­lo­gie molto gravi, alla man­canza di lavoro, per non par­lare del diritto vio­lato all’affettività e alla pros­si­mità ter­ri­to­riale. Sono tutte cose che come Radi­cali ita­liani abbiamo denun­ciato in un’altra memo­ria inviata al comi­tato dei mini­stri del Con­si­glio d’Europa, orga­ni­smo che deve veri­fi­care l’attuazione della sen­tenza Tor­reg­giani. Non è un caso, dun­que, che sia aumen­tato l’indice dei sui­cidi, anche rispetto alla popo­la­zione libera. La mia impres­sione poi è che i casi psi­chia­trici di una certa gra­vità sono aumen­tati per­ché la magi­stra­tura non può più inviare negli Opg — for­mal­mente, ma non real­mente, chiusi — tanto che alcuni car­ceri si sono attrez­zati con repar­tini ad hoc. A Pog­gio­reale il diret­tore Anto­nio Ful­lone denun­cia la pre­senza di almeno 40 casi psi­chia­trici gravi. Que­sto dimo­stra che l’operazione di chiu­sura degli Opg rischia il fal­li­mento totale, se non si for­ni­scono risorse alle strut­ture ter­ri­to­riali che dovreb­bero seguire i malati prima che si tra­sfor­mino in casi drammatici.

Infatti nell’ultimo mese tre per­sone sono morte durante un trat­ta­mento sani­ta­rio obbligatorio…

Sicu­ra­mente è aumen­tato l’esito tra­gico di que­sti Tso: senza risorse per i Dipar­ti­menti di salute men­tale, manca il per­so­nale sani­ta­rio che ese­gue i trat­ta­menti. Nel caso di Torino, per esem­pio, c’era solo un medico psi­chia­tra. Che peral­tro a quanto sem­bra pren­deva ordini dagli agenti, men­tre dovrebbe essere il contrario.

Marco Pan­nella ha inter­rotto lo scio­pero della fame e della sete, ini­ziato per denun­ciare la per­si­stente ille­ga­lità dello Stato ita­liano nelle car­ceri, dopo la tele­fo­nata del pre­si­dente Mat­ta­rella. Le sem­bra che l’attuale capo dello Stato abbia la stessa sen­si­bi­lità del suo pre­de­ces­sore, Napo­li­tano, rispetto alla con­di­zione dei detenuti?

Lo vedremo. Le parole pro­nun­ciate dal pre­si­dente sono state molto impor­tanti per­ché ha detto di con­di­vi­dere la bat­ta­glia per i diritti civili e umani e per la lega­lità che con­duce Marco. Ora però biso­gna inter­ve­nire: non a caso nell’ottobre 2013 Napo­li­tano aveva par­lato di obbligo della lega­lità da parte dello Stato. Siamo in un momento di sbando gene­rale. Per fare un esem­pio, dopo aver speso in dieci anni 110 milioni per met­tere in fun­zione una decina di brac­cia­letti elet­tro­nici, ora tutti i due­mila dispo­si­tivi pro­dotti dalla Tele­com sono impe­gnati. E dall’inizio dell’anno siamo ancora in attesa del bando per pro­durne altri. Per­ciò i magi­strati sono costretti a tenere in car­cere chi potrebbe andare ai domi­ci­liari, altro che pene alter­na­tive. Ma allora, che senso ha fare gli stati gene­rali del car­cere, cer­care solu­zioni al sovraf­fol­la­mento, se poi lo Stato ita­liano non rispetta nem­meno le leggi che ci sono già? O se il sot­to­se­gre­ta­rio Enrico Costa pre­senta in com­mis­sione Giu­sti­zia, alla Camera, emen­da­menti al ddl delega di riforma del codice di pro­ce­dura penale e dell’ordinamento peni­ten­zia­rio per aumen­tare le pene per i reati che lui chiama di allarme sociale? C’è chi nel governo pre­fe­ri­sce seguire i Sal­vini e i Grillo, la pan­cia piut­to­sto che la testa.

Eleonora Martini

Il Manifesto, 12 Agosto 2015

Pannella (Radicali), “Contento che anche il Ministro Orlando dica che le nostre Carceri sono criminogene”


On. Marco Pannella“Saluto quanto detto oggi dal ministro della giustizia Andrea Orlando e cioè che oggi il carcere è criminogeno. Ci tengo a dire al ministro Orlando formalmente che sono felice di una cosa per nulla scontata. Dico ad Orlando grazie di questa posizione che avrà ascoltato anche il Presidente della Repubblica Mattarella”.

Così Marco Pannella ha commentato quanto detto oggi dal ministro della giustizia Andrea Orlando a Napoli, e cioè che attualmente le carceri sono criminogene. “Il ministro della giustizia – aggiunge – ha detto ufficialmente che il carcere è criminogeno, quando secondo Costituzione e scienza la funzione del carcere è proprio quella di decriminalizzare.

Non è capitato spesso che un ministro abbia detto quello che ha detto lui oggi. Saluto questo pubblico riconoscimento. Prima ancora ricordo che abbiamo avuto lo splendido messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica Napolitano che faceva proprie le nostre tesi e che noi abbiamo fatto nostra mozione di Radicali Italiani“.

 “In Italia ci sono norme che producono e non riducono il crimine”. Così il ministro della Giustizia Andrea Orlando intervenendo alla tavola rotonda del seminario “Il carcere dei diritti, verso gli Stati Generali” in corso di svolgimento presso il Circolo Ufficiali di Napoli, a Palazzo Salerno. “Spendiamo tre miliardi di euro l’anno per l’esecuzione delle pene – il ragionamento del Guardasigilli – e abbiamo i tassi di recidiva più alti d’Europa. Perché la paura ha generato paura, ha innescato una spirale che non si interrompe mai”.

Di qui l’impegno del ministro affinché, in vista degli Stati generali dello status delle carceri e rispetto alla riforma dell’ordinamento penitenziario, “dobbiamo riempire di contenuti la delega e porci la domanda su quale sia la chiave di volta per cambiare l’opinione comune”. Perché, appunto, se in Italia le norme esistenti “producono e non riducono il crimine”, allora, Questo deve essere un elemento di riflessione su cui si deve richiamare l’attenzione del forze politiche e dell’opinione pubblica”