Carceri, i Dirigenti Penitenziari restano i superiori gerarchici dei Comandanti di Reparto della Polizia Penitenziaria


Le Commissioni Parlamentari Riunite Affari Costituzionali e Difesa della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica hanno espresso il loro parere sullo schema di Decreto Legislativo approvato dal Governo (Atto n. 119) in attuazione dell’Art. 1 della Legge n. 132/2018, relativo al riordino delle carriere delle Forze di Polizia dello Stato. Il Governo Conte, nelle Commissioni Riunite sia alla Camera che al Senato, era rappresentato dal Sottosegretario di Stato all’Interno Sen. Vito Crimi (M5S).

Ebbene, le Commissioni Parlamentari Riunite I (Affari Costituzionali, della Presidenza del Consiglio e degli Interni) e IV (Difesa) della Camera dei Deputati presiedute dall’On. Giuseppe Brescia (M5S), durante la seduta n. 292 del 10/12/2019, esaminato lo schema del Decreto Legislativo e considerati gli elementi emersi nel corso dell’ampio ciclo di audizioni svolto, “rilevato, con riferimento al Capo IV, afferente alla Polizia penitenziaria, come gli articoli da 29 a 33 dello schema intervengano sulla complessa materia dei rapporti tra, da un lato, vertice amministrativo del carcere e, dall’altro, polizia penitenziaria, ai cui appartenenti è giustamente riconosciuto un più visibile sviluppo di carriera; tuttavia, le nuove disposizioni il nuovo comma 1-bis dell’articolo 9 della legge n.  395 del 1990, come introdotto dall’articolo 29, comma 1, lettera c), numero 2), dello schema, non appaiono sufficientemente coordinate con i principi regolatori dell’organizzazione e della gestione degli istituti penitenziari, i quali hanno diretta derivazione dai principi costituzionali (articolo 27, terzo comma) del divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e del carattere tendenzialmente rieducativo della pena; pertanto tali interventi possono trovare la loro sede propria in un eventuale ulteriore provvedimento, che affronti in modo organico la richiamata tematica” hanno espresso il loro parere favorevole, alle seguenti condizioni : “39) con riferimento alle disposizioni dello schema che intervengono sul rapporto gerarchico tra direttore del carcere e appartenenti al Corpo della Polizia penitenziaria e sulle relative conseguenze sui poteri disciplinari e sull’impiego dell’armamento, provveda il Governo a sopprimere l’articolo 29, comma 1, lettera c), numero 1), lettera e) e numero 2); l’articolo 30, comma 1, lettera f), l’articolo 31, comma 1, lettera a), l’articolo 32 e l’articolo 39, comma 1, lettera b), capoverso 14-octies; provveda conseguentemente il Governo a espungere altresì dal testo dello schema di decreto le modifiche apportate all’attuale assetto ordinamentale per i profili che, anche indirettamente, hanno riflessi sulle funzioni dirigenziali di cui all’articolo 2 del decreto legislativo n. 63 del 2006, conservando integralmente le competenze dei dirigenti penitenziari”.

Analogamente, le Commissioni Parlamentari Riunite I (Affari Costituzionali) e IV (Difesa) del Senato della Repubblica presiedute dalla Sen. Daniela Donno (M5S), durante la 10° seduta del 09/12/2019, esaminato lo schema del Decreto Legislativo e considerati gli elementi emersi nel corso dell’ampio ciclo di audizioni svolto, rilevato, con riferimento al Capo IV, afferente alla Polizia penitenziaria, come gli articoli da 29 a 33 dello schema intervengano sulla complessa materia dei rapporti tra vertice amministrativo del carcere e polizia penitenziaria, ai cui appartenenti è giustamente riconosciuto un più visibile sviluppo di carriera: la norma di delegazione di cui all’articolo 8, comma 1, lettera a), numero 1) della legge 7 agosto 2015, n. 124 non prevede tuttavia alcun riferimento ad una riforma dell’ordinamento penitenziario, che potrà essere oggetto di un separato provvedimento; inoltre, dall’applicazione del modello proposto potrebbero sorgere difficoltà nella gestione degli Istituti di pena”, hanno espresso il loro parere favorevole, con le seguenti condizioni, “2) con riferimento alle disposizioni dello schema che intervengono sul rapporto gerarchico tra direttore del carcere e appartenenti al Corpo della Polizia penitenziaria e sulle relative conseguenze sui poteri disciplinari e sull’impiego dell’armamento, provveda il Governo a sopprimere l’articolo 29, comma 1, lettera c), numero 1) e 2); l’articolo 30, comma 1, lettera f); l’articolo 31, comma 1, lettera a) e l’articolo 32; coerentemente espungere altresì dal testo le modifiche apportate dallo schema all’attuale assetto ordinamentale nei profili che, anche  indirettamente, hanno riflessi sulle funzioni dirigenziali di cui all’articolo 2 del decreto legislativo n. 63 del 2006, conservando, ove siano state escluse nel testo del decreto, le competenze dei dirigenti penitenziari.”

La riforma all’Ordinamento del Corpo di Polizia Penitenziaria, in particolare modo quella relativa alla trasformazione della dipendenza gerarchica in funzionale dei Comandanti di Reparto che abbiano la qualifica di Primo Dirigente nei confronti dei Dirigenti Penitenziari, Direttori di Istituto, era stata pesantemente criticata da numerosi Dirigenti dell’Amministrazione Penitenziaria, dai Garanti dei Diritti dei Detenuti, dalle Camere Penali, dal Partito Radicale, dai Radicali Italiani, dall’Associazione Antigone e dal Coordinamento Nazionale dei Magistrati di Sorveglianza.

Quintieri, Non aderisco a Marcia dei Radicali. Contrario a passerella Regione Calabria


Regione CalabriaNon aderisco e non parteciperò alla IV Marcia per l’Amnistia, la Giustizia e la Libertà, organizzata dal Partito Radicale, che si terrà a Roma il prossimo 6 novembre 2016.
Com’è noto, tra gli altri, ha aderito e partecipa alla Marcia anche la Regione Calabria con una mozione proposta dal Partito Democratico e votata, all’unanimità, da tutti i Consiglieri Regionali.
Più volte, inutilmente, ho sollecitato il Presidente, la Giunta ed i Consiglieri Regionali, ad occuparsi anche del disastrato sistema penitenziario calabrese nell’ambito delle loro competenze.
Il Presidente Mario Oliverio aveva preso degli impegni ben precisi al riguardo, che sono chiaramente riportati nel suo programma elettorale di candidato Governatore. Non ne ha mantenuto nessuno !
Negli Istituti Penitenziari calabresi, ma non è soltanto questo il problema, i detenuti continuano a subire trattamenti inumani e degradanti e tanti di loro, per questi motivi e per la mancanza di sostegno ed assistenza, hanno tentato il suicidio, riuscendoci svariate volte anche grazie alla cronica carenza di personale del Corpo di Polizia Penitenziaria. Tanti altri hanno compiuto gravi atti autolesionistici, soprattutto gli stranieri, per veder riconosciuti i loro più elementari diritti fondamentali. Tanti altri ancora sono morti in carcere per l’inefficienza e l’inoperosità del Servizio Sanitario Penitenziario dipendente dalla Regione Calabria (e non dall’Amministrazione Penitenziaria come invece qualcuno crede). Non è stato istituito nemmeno l’Ufficio del Garante Regionale per i Diritti dei Detenuti ed una delle proposte di Legge d’iniziativa del Consigliere Regionale Nicola Irto è ferma da anni.

Sul punto, come concordato con il Consigliere Regionale Franco Sergio, Presidente della Commissione Affari Istituzionali e Relatore della predetta Proposta di Legge (che ho anche coinvolto facendo una visita ispettiva congiunta alla Casa Circondariale di Castrovillari “Rosetta Sisca”), avevo tramesso osservazioni e proposte al fin di migliorare il provvedimento. Ho perso il conto di quante volte sono stato preso in giro; tutti gli impegni assunti in questi mesi non sono stati rispettati e si continua a rinviare all’infinito, nonostante l’importanza e la prepotente urgenza di deliberare in merito atteso che si tratta di tutelare e garantire quei diritti minimi, naturali ed inalienabili, connessi alla sola qualità di essere umano di tutte le persone detenute o sottoposte ad altre misure restrittive della libertà personale.
Per non parlare della situazione degli internati cioè delle persone sottoposte a misura di sicurezza detentiva. Non c’è stato verso di far rispettare alla Regione Calabria le norme varate dal Parlamento per il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.
Nonostante una formale diffida al Presidente Oliverio da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, su proposta dei Ministri della Giustizia e della Salute, nulla è stato effettuato ed infatti, dopo tante nostre sollecitazioni, il Governo Renzi è stato costretto a nominare un Commissario Straordinario per porre fine alla perdurante condotta omissiva della Regione Calabria, più volte duramente denunciata persino dai Magistrati di Sorveglianza competenti.
Niente è stato fatto dalla Regione anche per quanto riguarda l’apertura ed il funzionamento del Centro Diagnostico Terapeutico annesso alla Casa Circondariale di Catanzaro “Ugo Caridi”.
Quindi, l’adesione e la partecipazione alla Marcia della Regione Calabria, oltre ad esser una inutile e vergognosa “passerella” costituisce una offesa per tutti i detenuti, per le loro famiglie e per quelli che realmente si battono per la difesa dei loro diritti, reiteratamente violati col menefreghismo e la complicità degli organi della Regione.

Emilio Enzo Quintieri (Radicali Italiani)

Carceri, Cassazione “boccia” Magistratura di Sorveglianza di Cosenza e Catanzaro


Corte di cassazione1La Corte Suprema di Cassazione, Sezione Prima Penale (Chieffi Severo, Presidente, Di Tomassi Maria Stefania, Relatore), pronunciandosi sui reclami di alcuni detenuti, ristretti negli Istituti Penitenziari di Cosenza e Catanzaro, ha sonoramente bocciato l’operato della Magistratura di Sorveglianza di Cosenza e Catanzaro, annullando i provvedimenti impugnati e disponendo la trasmissione degli atti ai Magistrati di Sorveglianza competenti per un nuovo giudizio che si attenga ai principi di diritto statuiti nelle sentenze.

In particolare, i Supremi Giudici hanno esaminato il ricorso proposto dal detenuto Lorenzo Ruffolo, assistito dall’Avvocato Cristian Cristiano del Foro di Cosenza – avverso il Decreto emesso il 26/11/2014 dal Magistrato di Sorveglianza di Cosenza nonché il ricorso proposto dal detenuto Rocco Alvaro, assistito dall’Avvocato Giacomo Iaria del Foro di Reggio Calabria – avverso il Decreto emesso il 07/12/2014 dal Magistrato di Sorveglianza di Catanzaro. In entrambi i casi, i rispettivi Magistrati di Sorveglianza hanno dichiarato inammissibili, senza alcun contraddittorio, le istanze avanzate dagli stessi ai sensi dell’Art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario (Legge nr. 354/1975) per ottenere il risarcimento per il trattamento carcerario degradante ed inumano subito a causa della detenzione in spazi vitali inadeguati in quanto inferiori ai 3 metri quadrati : il Ruffolo nella Casa Circondariale di Cosenza e l’Alvaro nelle Case Circondariali di Palmi, Rossano, Paola e Catanzaro.

Secondo i Magistrati di Sorveglianza, le istanze proposte dai detenuti, erano inammissibili, in quanto difettavano i presupposti principali per l’azionabilità della domanda e cioè l’esistenza di un pregiudizio “attuale e grave” tanto al momento della domanda quanto al momento della decisione (dovendosi perciò escludere la possibilità di ricorrere alla Magistratura di Sorveglianza sia con riferimento a violazioni subite in detenzioni pregresse e diverse sia per violazioni medio tempore venute meno per intervento dell’Amministrazione Penitenziaria o della stessa Magistratura di Sorveglianza) e perché le istanze erano formulate genericamente, non avendo i detenuti dedotto e documentato specifiche e dettagliate condizioni di detenzione, tali da integrare eventuali violazioni in atto dell’Art. 3 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, neppure chiedendo alle predette Autorità Giudiziarie, di azionare poteri istruttori ufficiosi, per accertare i pregiudizi lamentati.

La Cassazione, invece, passando ad esaminare la declaratoria di inammissibilità delle istanze reclamo dei ricorrenti Ruffolo e Alvaro, ha rilevato che queste recavano, oltre al richiamo all’Art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario ed alla richiesta di riparazione per il trattamento carcerario assertivamente degradante subito, adeguati riferimenti al periodo complessivo di detenzione patito negli Istituti Penitenziari di Cosenza, Palmi, Rossano, Paola e Catanzaro.

Le ragioni delle richieste (causa petendi) e l’oggetto delle stesse (petitum), contenute nelle istanze – reclamo dei detenuti, risultando chiaramente enucleabili, non potevano, dunque, ritenersi affette da una genericità talmente assoluta da essere riconducibile alla categoria della manifesta infondatezza, per difetto delle condizioni di legge.

Per gli ermellini, non c’è bisogno che le istanze – reclamo debbano avere una forma specifica essendo sufficiente l’indicazione del petitum e della causa petendi e comunque, la disciplina del procedimento di cui all’Art. 35 comma 3 dell’Ordinamento Penitenziario, implica che l’attività di accertamento sia demandata, anche mediante l’esercizio di poteri officiosi, al Magistrato di Sorveglianza che è chiamato a pronunciarsi sul reclamo, esercitando, evidentemente, gli ampi poteri istruttori di cui è titolare ai sensi dell’Art. 666 comma 5 del Codice di Procedura Penale.

Proprio la natura essenzialmente “compensativa”, più che “risarcitoria” in senso stretto, del rimedio introdotto dall’Art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario, finalizzato a “garantire una riparazione effettiva delle violazioni dell’Art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo derivanti dal sovraffollamento”, richiesta dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo nella Sentenza pilota Torreggiani, esclude che la domanda debba essere corredata dalla indicazioni precisa e completa degli elementi che si pongono a fondamento della stessa ed, in specie, che configurano il pregiudizio da ristorare. E’ quindi, soltanto necessario che vengano indicati i periodi di detenzione, gli Istituti di Pena e la riconducibilità delle condizioni detentive alle suddette violazioni derivanti dal sovraffollamento, mentre la sussistenza del pregiudizio per specifiche violazioni dell’Art. 3 della Convenzione Europea costituisce thema probandum.

La Corte Suprema di Cassazione, infine, ha ritenuto errata la tesi sostenuta dai Magistrati di Sorveglianza di Cosenza e Catanzaro che la condizione di accoglibilità della domanda riparatoria rivolta agli stessi sia la “attualità” del pregiudizio, anche perché la ritenuta esclusione del rimedio risarcitorio di competenza del Magistrato di Sorveglianza, disciplinato dal comma 1 e 2 dell’Art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario, per coloro che in costanza di detenzione lamentino il pregiudizio derivante da condizioni di carcerazione inumane in violazione dell’Art. 3 della Convenzione Europea non più attuali, perché rimosse, non risulta conforme, sotto il profilo logico-sistematico, alle finalità proprie delle disposizioni introdotte dal legislatore in materia di Ordinamento Penitenziario nel 2013 e 2014, per porre termine alle condizioni di espiazione delle pene detentive ritenute in contrasto con la Convenzione dei Diritti dell’Uomo secondo le indicazioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (a partire dai casi Sulejmanovic e Torreggiani), per risarcire i pregiudizi derivanti da tali condizioni e, più in genere, per realizzare un sistema di tutela dei diritti dei soggetti ristretti con maggiori caratteristiche di effettività e tempestività rispetto a quello esistente, sia pure modulato ed applicato secondo i correttivi interventi della Corte Costituzionale e, in specie, della sentenza n. 26 del 1999.

La ratio complessiva delle modifiche, tra le quali la disciplina dei particolari rimedi risarcitori di cui all’Art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario, va rintracciata – come già precedentemente indicato dalla Corte di Cassazione – nel “rafforzamento complessivo degli strumenti tesi alla riaffermazione della legalità della detenzione con estensione dei poteri di verifica e di intervento dell’Autorità Giurisdizionale”.

Per le ragioni esposte, i provvedimenti impugnati sono stati annullati senza rinvio e sono stati trasmessi ai competenti Magistrati di Sorveglianza di Cosenza e Catanzaro affinché le istanze-reclamo dei detenuti vengano trattate nel contraddittorio delle parti ai sensi dell’Art. 35 bis comma 1 dell’Ordinamento Penitenziario.

Cass. Pen. Sez. I, Sent. n. 873 del 2016 – Pres. Chieffi, Rel. Di Tomassi, Ric. Alvaro (clicca per leggere)

Cass. Pen. Sez. I, Sent. nr. 876 del 2016 – Pres. Chieffi, Rel. Di Tomassi, Ric. Ruffolo (clicca per leggere)

Carceri, i Detenuti AS di Parma “Siamo chiusi come maiali in piccole celle che puzzano di water”


Cella Carcere ItaliaSiamo i detenuti del Reparto di Alta Sicurezza del carcere di Parma. Siamo già tanti, ma vogliono trasferire altri dal carcere di Padova”.

Lettera inviata al Capo dello Stato, al Ministro della Giustizia, al Capo dell’amministrazione Penitenziaria, ai Magistrati di Sorveglianza di Reggio Emilia, al Direttore della Casa di reclusione di Parma, al Garante dei diritti dei detenuti Emilia-Romagna. Per conoscenza al senatore Luigi Manconi e altri.

Siamo i detenuti del Reparto di Alta Sicurezza della Casa di reclusione di Parma. Abbiamo deciso di rivolgerci a voi dopo essere venuti a conoscenza del fatto che la sezione dì alta sicurezza di Padova sarà dimessa e che i detenuti di quel reparto – secondo notizie giornalistiche – verranno trasferiti presso il reparto di alta sicurezza del carcere di Parma. Vogliamo, innanzitutto rivolgerci a voi in termini civili, quei termini che ci consentono di affrontare una comunicazione responsabile e cosciente atta a fare conoscere e comprendere quali sono le difficoltà che segnano la nostra quotidianità. Gli argomenti che tratteremo, per quanto complessi, sono indissolubilmente legati alla vivibilità all’interno delle celle e alla qualità della vita al di fuori di esse. La sezione di alta sicurezza del carcere di Parma, attualmente ospita 27 detenuti, per una capienza max di 25 posti.

Tra gli ospiti qui reclusi, 19 sono ergastolani, i rimanenti 8 scontano condanne ventennali o trentennali. Nel computo dei 27 ci sono persone affette da malattie debilitanti, altri soffrono di problemi psi-co-fisici-claustrofobici, altri ancora sono studenti universitari, infine ci sono individui con discrete condizioni fisiche. Per tutti, nessuno escluso, vale il principio del rispetto della dignità umana. Dignità citata nelle premesse delle regole penitenziarie europee del 2006, ma anche all’art. 18 (I locali di detenzione e, in particolare, quelli destinati ad accogliere i detenuti durante la notte devono soddisfare le esigenze di rispetto della dignità umana e, per quanto possibile, della vita privata e rispondere alle condizioni minime richieste in materia di sanità e di igiene, tenuto conto delle condizioni climatiche, segnatamente per quanto riguarda la superficie e la cubatura).

Noi stiamo chiusi in cella 20 ore su 24. Le 4 ore sono assegnate ai passeggi. Locali questi non idonei ad ospitare 27 persone, se si considerala superficie minima disponibile per ogni maiale che, secondo la direttiva Cee 91/630 (recepita dall’Italia) è di 6 metri quadri. Le celle detentive, per capienza, possono ospitare solo un detenuto. Se all’interno venissero collocate 2 persone lo spazio disponibile calpestabile pro-capite scenderebbe sotto i 3 metri quadri, spazio calcolato al netto dell’ingombro del mobilio. La cella è provvista di un piccolo wc privo di finestra. Il ricambio d’aria dovrebbe avvenire attraverso un aeratore, ma questo non avviene e giornalmente chi vive stipato in due all’interno della stessa cella è costretto a respirare gli odori maleodoranti causati dai bisogni fisiologici del compagno di cella. Per le operazioni di pulizia corporale la porta del wc rimane aperta. Abbiamo costatato l’impossibilità di lavarsi nel lavabo con la porta chiusa. Questa situazione non è sufficientemente adeguata ad assicurare un minimo di privacy.

Ai fini della determinazione dello spazio individuale minimo intra-murario, la giurisprudenza nazionale ha precisato che, dalla superficie lorda della cella debba essere detratta la superficie occupata dagli arredi, individuando nel suolo calpestabile il parametro di calcolo. Una misura questa calcolata sulla base del criterio di 9 mq per singolo detenuto, più 5 mq per gli altri. Lo stesso spazio per cui in Italia viene concessa l’abitabilità alle abitazioni, condizione più favorevole rispetto ai 7 mq per singolo detenuto più 4 mq – stabiliti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura – per gli altri. (Fonte Dap, Ufficio per lo sviluppo e la gestione del sistema informativo statistica e automazione di supporto dipartimentale).

Sulla questione spazio individuale esiste una elaborazione giurisprudenziale da parte della: Corte di Cassazione, magistratura di Sorveglianza di Padova, magistratura di Sorveglianza di Verona. Tra gli aspetti della qualità della vita di noi detenuti del reparto di alta sicurezza da segnalare la mancanza di una biblioteca, di una scuola, di lavoro, l’esclusione alle nomine a Commissioni esterne, a corsi professionali finalizzati.

Ma la questione dell’inumanità della pena non si esaurisce nello spazio messo a disposizione a una persona in carcere, ma vanno contemplati altri parametri, tra i quali spicca quella evidenziata nello standard del Comitato per la prevenzione della tortura, che, nello specifico, afferma: “Tra i 3 ed i 7 mq a disposizione la disumanità è inversamente proporzionale al grado di implementazione di una serie di fattori compensativi, il primo fra tutti è assicurare che i detenuti possano trascorrere una ragionevole parte della giornata – 8 ore o più – fuori dalla cella occupati in attività motivanti di vario tipo.

Per i condannati i regimi dovrebbero essere di livello ancora più elevato”. In considerazione di quanto descritto pare opportuno rivelare che l’eventuale – quanto probabile – arrivo di altri detenuti restringerebbero i già esigui spazi vitali in cella e se lo spazio recluso diventa incapace di garantire lo spazio vitale, viola la dignità umana. Ci appelliamo alla vostra sensibilità e vi chiediamo una pena coerente con la dignità umana, spazi di vita umani, trattamento umano, riconoscimento pieno di diritti, salvaguardando l’integrità psico-fisica della persona qui detenuta, nel rispetto dell’articolo 27 della Costituzione.

I detenuti: Avarello Giovanni – Cavallo Aurelio – Mafrica Giovanni – Stolder Ciro – Piscopo Giuseppe – Di Girgenti Antonino – Farraioli Domenico – Barranca Giuseppe – Testa Domenico – Donatiello Giovanni – Pulcinelli Ciro – Rua Gianfranco – Reitano Roberto – Favara Corrado – Gangitano Andrea -Romeo Antonio – Benigno Salvatore – fiocchetti Gaetano – Bevilacqua Fioravantio – Donatello Giovanni – Capozza Luigi – Sorrento Antonio – Morelli Domenico – Di Bona Enzo – Mazzara Vito.

Il Garantista, 25 giugno 2015

Lettera Detenuti AS1 Parma (clicca per leggere)

 

Grido di dolore dei Magistrati : “Uffici di Sorveglianza ormai allo stremo delle forze”


giustizia2Condividendo con la Comunità nazionale la soddisfazione per l’esito del verdetto europeo nella procedura pilota scaturita dalla sentenza Torreggiani, rivendica i meriti della Magistratura di sorveglianza che ha grandemente contribuito, con spirito di sacrificio e di abnegazione istituzionale, alla realizzazione di tale risultato positivo, pur parziale e provvisorio, adoperandosi anche al di là delle proprie forze al fine di garantire la sollecita e corretta applicazione degli istituti introdotti dal legislatore per attenuare la pressione del sovraffollamento carcerario (dall’esecuzione presso il domicilio alla liberazione anticipata speciale), cumulando queste nuove competenze al buon governo discrezionale delle misure alternative alla detenzione e all’attenta e assidua opera di tutela della dignità e dei diritti fondamentali dei detenuti.

Cionondimeno, esprime il profondo disagio degli Uffici e dei Tribunali di Sorveglianza, oberati da gravosissimi carichi di lavoro in crescita esponenziale, ed eleva un grido d’allarme per il rischio concreto di un prossimo collasso di tali Uffici ormai allo stremo delle forze.

Come già rappresentato in due lettere rivolte il 19 maggio u.s., rispettivamente al Capo dello Stato ed al Ministro della Giustizia, senza un piano “straordinario” che destini in tempi rapidi mezzi e risorse in dimensione adeguata, la Magistratura di Sorveglianza non solo non potrà più garantire l’espletamento dei suoi ordinari compiti di istituto, ma neppure sarà nelle condizioni di raggiungere (o di tentare di raggiungere) le finalità che i recenti interventi normativi si ripromettono in termini di deflazione carceraria e di effettiva e urgente tutela dei diritti fondamentali dei detenuti.

In tale quadro dobbiamo registrare con profonda amarezza che l’insieme delle proposte formulate non ha trovato alcuna sostanziale accoglienza: in particolare, l’invocato aumento proporzionato della dotazione organica di magistrati e di personale amministrativo “strutturato” e “stabilizzato”, attraverso urgenti interventi normativi ed amministrativi, nonché la prospettata modifica necessaria al fine di rendere effettivo, efficace e tempestivo il rimedio preventivo, avente carattere prioritario secondo la Corte Europea, estendendo l’ottemperanza – in presenza di lesioni gravi ed attuali dei diritti dei detenuti – alle ordinanze provvisoriamente esecutive che tali diritti tutelano.

Si apprende, invece, dagli organi di stampa che l’unico sussidio organizzativo che si prefigura è l’autorizzazione all’impiego di Volontari a supporto della Magistratura di sorveglianza che, per quanto utile, costituisce un risorsa precaria, eventuale e del tutto insufficiente.

Si apprende, altresì, dalla lettura del comunicato del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e dalle anticipazioni dei mass-media, l’imminente varo di ulteriori misure di carattere compensativo, con l’elevata probabilità dell’attribuzione della relativa competenza alla Magistratura di sorveglianza.

Pur condividendo la necessità di efficaci rimedi compensativi siccome prescritti dalla sentenza Torreggiani, al di là delle conseguenze disastrose che tali nuove competenze avrebbero sulla produttività e sull’efficienza della Magistratura di Sorveglianza, acquistano valore risolutivo le considerazioni nel merito di tali annunziate misure:

l’ulteriore liberazione anticipata “speciale” con esplicite ed “eteronome” finalità risarcitorie per il condannato detenuto, di difficile applicazione pratica e dal modesto effetto deflattivo, ed il risarcimento pecuniario in misura forfettaria che, a fronte dell’incommensurabilità del bene supremo della dignità umana che non conosce prezzo, percorre una via indennitaria diversa dalla strada maestra della garanzia giurisdizionale del diritto al risarcimento integrale dei danni conseguenti ai trattamenti disumani e degradanti, di competenza del giudice naturale che la Suprema Corte di Cassazione ha indicato nel Giudice civile.

Nella speranza che il grido di dolore della Magistratura di Sorveglianza, ma soprattutto le sue proposte ragionate, frutto di scienza ed esperienza, conquistate sul campo e accumulate nel tempo, non restino ancora una volta inascoltati, si confida in un supplemento di saggezza politico-istituzionale, nella profonda convinzione che il rispetto dei diritti contemplati dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione europea esige il rispetto e la piena funzionalità delle Magistrature che tali diritti devono garantire e concretamente tutelare.

dal Coordinamento nazionale dei Magistrati di Sorveglianza (Conams)

Ristretti Orizzonti, 14 giugno 2014