Confermato 41bis a Provenzano anche se in fin di vita “il regime duro tutela la sua salute”


Bernardo Provenzano arrestoIl boss di Cosa nostra, Bernardo Provenzano, resta al 41 bis. Lo dice la Corte di Cassazione spiegando il motivo per cui lo scorso 9 giugno ha bocciato il ricorso del boss. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, puntualizzando che le condizioni di salute del detenuto sono “gravi” ma se Provenzano lasciasse il ricovero in regime di carcere duro, all’Ospedale San Paolo di Milano in camera di sicurezza, per andare in un reparto ospedaliero comune, sarebbe a “rischio sopravvivenza”, per le cure meno dedicate.

Le patologie di cui soffre Provenzano sono “plurime e gravi di tipo invalidante”, evidenziano i giudici della suprema corte in riferimento al grave decadimento cognitivo, ai problemi dei movimenti involontari, all’ipertensione arteriosa, a una infezione cronica del fegato, oltre alle conseguenze degli interventi subiti per lo svuotamento di un ematoma da trauma cranico, per l’asportazione della tiroide e per il tumore alla prostata.

La Cassazione ha confermato il 41 bis nella sentenza 38813, che è stata depositata oggi. Ma secondo la Cassazione Provenzano “risponde alle terapie”. Il regime duro, tradendo la sua originaria finalità, sarebbe diventato, a quanto pare, una modalità necessaria alla vita dell’uomo che per decenni è stato in cima alla lista dei ricercati e che ora è solo un essere inerte e incosciente.

Provenzano e lo Stato che non c’è. Lettera di Rosalba Di Gregorio, Avvocato del boss mafioso in fin di vita

Caro direttore, ieri la Cassazione, dando ragione al Tribunale di Sorveglianza di Milano e respingendo il mio ricorso, ha deciso che Bernardo Provenzano, ridotto praticamente a un “vegetale”, dovrà rimanere rinchiuso in regime di 41bis. Come suo avvocato avevo chiesto non la sospensione della pena, ma la detenzione nello stesso ospedale San Paolo di Milano dove è detenuto (essendo Provenzano intrasportabile) così da togliere il vetro e permettere ai familiari di salutarlo prima che muoia.

Il Tribunale di Sorveglianza, avallato ora dalla Cassazione, ha invece ritenuto, spiegando di avere a cuore la sua salute, che al 41bis Provenzano è meglio curato. Lo trovo aberrante. La verità è che spostarlo in lunga degenza, come da me chiesto, avrebbe significato toglierlo dal 41bis, eventualità invisa al ministro della Giustizia, che nei mesi scorsi ha rinnovato il carcere duro a un detenuto che è ormai un cadavere, incapace di intendere e di volere e con il figlio a fargli da amministratore di sostegno. Si teme davvero che un “vegetale” possa ancora mandare messaggi all’esterno e dirigere Cosa Nostra? Non è questo lo Stato forte che vogliamo.

Avv. Rosalba Di Gregorio

Il Tempo, 25 settembre 2015

Giustizia: Casamonica è un boss sebbene incensurato, in Campidoglio le oche starnazzano


Casamonica Porta a PortaNell’incauta terminologia si è avventurato, con Casamonica, persino il prefetto Gabrielli. Il tormentone dell’estate continua. Quando si pensava che finalmente del funerale romano di Vittorio Casamonica non si parlasse più, ecco che le polemiche riprendono con violenza degna di miglior causa grazie al botto di Porta a Porta che, ospitando la figlia Vera e il nipote Vittorino del caro estinto, ha totalizzato più telespettatori anche di quando l’ospite del salottino di Bruno Vespa è stato il primo ministro Matteo Renzi.

Il presidente del Pd, Matteo Orfini, il Pd romano, l’assessore alla Legalità del Campidoglio Alfonso Sabella, Beppe Grillo, il coordinatore nazionale di Sinistra Ecologia Libertà (Sel) Nicola Fratoianni, il sindaco di Roma Ignazio Marino e anche il suo angelo custode e controllore per conto del governo, vale a dire il prefetto di Roma Franco Gabrielli: tutti appassionatamente prima contro il funerale e ora contro Vespa, reo di avere fatto bene il proprio mestiere, che è quello del giornalista e non del propagandista contro o a favore di qualcuno.

Il funerale di Casamonica è diventato una sorta di marcia su Roma, la sua famiglia e il suo numeroso clan di “romanì”, cioè di rom o zingari che dir si voglia, sembrano novelli Galli che, guidati da Brenno, hanno invaso Roma. Le oche del Campidoglio si sono scatenate di nuovo per impedire la nuova invasione. Il prefetto Gabrielli è arrivato di dire che i Casamonica “la pagheranno” e non ha saputo resistere alla tentazione di definire boss il neo defunto.

Poiché però questi è morto incensurato, chiamarlo boss equivale a dire che, per farla sempre franca, si è comprato qualcuno in polizia, carabinieri, guardia di finanza e magistratura giudicante. Beh, ma allora fuori i nomi degli uomini in divisa e dei magistrati corrotti! Processarli subito e licenziarli in tronco. Altrimenti siamo alla notte nera in cui tutti i gatti sono neri e tutti possono insinuare qualunque cosa contro chiunque.

Il prefetto Gabrielli non si rende conto che, per esempio, così legittima ex post chi sulla sola base delle carte del dossier Mitrokhin, accusava i vertici dell’allora Partito Comunista Italiano di essere spie dell’allora Unione Sovietica? Per non parlare di Massimo D’Alema e Telekom Serbia, ecc.

Ma è serio che un banale funerale, pacchiano ma celebrato comunque in modo ordinato, senza incidenti né morti né feriti, tenga banco per settimane e settimane come se si trattasse di uno tsunami? Funerale scandaloso, ma scandaloso perché?

Scandaloso perché gli zingari Casamonica hanno usanze diverse dalle nostre e celebrano un funerale molto più chiassoso dei nostri? Funerali con il cocchio a 6, 8 e anche 10 cavalli sono stati celebrati anche a Milano, Torino, ecc., e nessuno ha mai reclamato. Forse per Casamonica non dovevano essere usati cavalli, ma asini o muli? Scandaloso perché un elicottero ha lanciato sulla folla petali di rosa, accolti dal coro dei moralisti e salvatori della Patria come se fosse napalm?

Mentre si strillava contro i petali di rosa piovuti dal cielo ci sono state in Europa altre due o tre stragi dovute alle solite e inutili acrobazie di aerei militari: ma nessuno ha reclamato. Scandaloso perché il defunto è stato accompagnato dalla musica della colonna sonora del film Il Padrino? Ma come? Il film Il Padrino è sempre stato acclamato come un capolavoro nonostante una certa glorificazione della mafia, e dei suoi omicidi, e ora si accusano di mafiosità i Casamonica perché, per accompagnare il loro capo (non boss, please) verso l’Aldilà ne hanno scelto la musica che tanto piaceva al loro capo clan?

Il Tg1 ha affermato che la chiesa di don Bosco dei funerali di Casamonica “è la stessa dove sono stati celebrati i funerali del boss della banda della Magliana, Enrico De Pedis”, peraltro morto anche lui incensurato. Ma i funerali di De Pedis sono stati celebrati in tutt’altra chiesa, quella di S. Lorenzo in Lucina: a non meno di 10 chilometri dall’altra. Botte in testa a Vespa e silenzio su errori così clamorosi?

Pino Nicotri

Italia Oggi, 11 settembre 2015

De Cristofaro (Sel); il 41bis ? Una Guantánamo italiana, 700 casi di tortura


Sen. Peppe De CristofaroLo chiamano 41-bis o carcere duro. Ti tengono lì, chiuso e isolato, finché non confessi. E il diritto? Roba vecchia. In Italia ci sono 700 detenuti al 41-bis. Sapete che vuol dire 41-bis? Carcere duro, un po’ come Guantánamo.

Il detenuto al 41-bis vive isolato in una cella e trascorre 1 sola ora al giorno insieme ad un altro detenuto, il cosiddetto “detenuto di compagnia”; può incontrare i familiari un’ora al mese parlando da dietro il divisorio; può avere un contatto fisico di soli 10 minuti al mese con figli e nipoti se hanno meno di 12 anni. Non può appendere foto nella cella, deve sottostare a un rigido regime nella richiesta di libri all’amministrazione penitenziaria. Peppe De Cristofaro, senatore di Sel denuncia: “Se il non detto è che il regime duro viene usato per indurre al pentimento non va bene, si tratta di tortura. Raffaele Cutolo è un vero criminale, ma il fatto che un detenuto viva da 34 anni in isolamento è un caso unico in Europa”.

Se il non detto è che il regime duro viene usato per indurre al pentimento non va bene, si tratta di tortura. Raffaele Cutolo è un vero criminale ma il fatto che un detenuto viva da 34 anni in isolamento è un caso unico in Europa”.

A parlare così è il parlamentare di Sinistra Ecologia e Libertà Giuseppe De Cristofaro, membro della Commissione Antimafia e di quella per i Diritti Umani. Parole durissime che squarciano il silenzio su un regime carcerario che, se si può definire di tortura, almeno numericamente ha poco da invidiare al famigerato campo di prigionia americano di Guantánamo. Ottocento i terroristi e presunti terroristi che gli Stati Uniti tenevano chiusi a Guantánamo nel pieno del suo funzionamento, settecento gli italiani che si trovano a scontare la pena del carcere duro.

De Cristofaro, accostando il 41-bis al termine “tortura” ha rotto un tabù del mondo di una certa anti-mafia…

“Non è la prima volta che parlo in questi termini della questione. È arrivato il momento di interrogarci sull’efficacia del 41-bis. Con la commissione per il rispetto dei diritti umani stiamo facendo un’indagine conoscitiva al riguardo e ho visitato diverse carceri che applicano il carcere duro. L’idea che mi sono fatto è che questo strumento spesso risulti fallace sia dal punto di vista dell’incomunicabilità con l’esterno, il fine per cui è previsto, sia dal punto di vista del rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti.

C’è poi un non detto, ovvero che la carcerazione dura spesso è utilizzata per istigare al pentimento: questo è inaccettabile”.

Portare al pentimento è anche il fine, abbastanza dichiarato, dell’ergastolo ostativo.

“Sì, infatti anche sull’ergastolo ostativo ho una posizione molto critica. La considero una sorta di pena di morte bianca”.

Le sue posizioni immagino che siano abbastanza isolate nel commissione anti-mafia.

“Sì, ma non solo in Commissione: lo sono proprio nella società. Quando si parla di questi temi spesso si preferisce parlare alla pancia della gente invece che alla testa. Sia chiaro, io non sono per nulla indulgente con chi fa parte della criminalità organizzata. La mia esperienza politica passa anche dalle associazioni anti-camorra di Napoli, non c’è nulla di più distante da me che la galassia mafiosa ma il tasso di democraticità di un Paese si misura soprattutto da come tratta le persone che hanno commesso i reati più gravi ed efferati”.

L’obiezione che qualcuno fa a chi mette in discussione il 41-bis è che anche la mafia spinge per la sua abolizione.

“Mi sembra un’obiezione non fondata. Lo strumento era nato come misura temporanea, emergenziale non come costituente della lotta alla mafia. La repressione ai clan non si può fare ignorando i diritti umani”.

Propende quindi per un’abolizione del carcere duro?

“Parlerei piuttosto di una rimodulazione. Credo che vadano separati i casi in cui effettivamente c’è la necessità di impedire contatti esterni con quelli in cui si usa il 41-bis per altri fini. In ogni caso, anche quando c’è effettivamente la necessità di ostacolare possibili comunicazioni con chi sta fuori dal carcere non capisco la necessità di tenere inalterate le norme che, ad esempio, impediscono ai detenuti in questo regime di accedere liberamente alla lettura dei libri che desiderano o di poter stare con il proprio bambino solo per 10 minuti”.

Eccessivo parlare della detenzione al carcere duro come la Guantánamo italiana?

“Mi sembra un paragone un po’ forte, è vero però che spesso la dignità dei detenuti al 41-bis viene calpestata non essendo riconosciuti alcuni tra i diritti umani più elementari”.

De Cristofaro (Sel): 41bis è tortura se usato per pentimento

Sono quasi 700 i detenuti in Italia al 41 bis, ovvero in regime di carcere duro, e il loro numero negli ultimi anni è in aumento. Si tratta di una decina donne, il resto sono uomini. Due sono terroristi, tutti gli altri sono membri della ‘ndrangheta, della camorra, della Sacra Corona Unita, delle mafie.

Il quadro sul regime del 41 bis e sulla sua applicazione in Italia arriva da Giuseppe De Cristofaro, vicepresidente del gruppo misto-Sinistra ecologia e libertà che, oltre a far parte della Commissione parlamentare Antimafia, è vicepresidente della Commissione Affari Esteri e membro della Commissione straordinaria per la tutela dei diritti umani. “Mentre in Commissione diritti umani guardiamo prevalentemente il diritto umano del detenuto – spiega senatore parlando con l’Ansa – in Commissione Antimafia ci soffermiamo sull’efficacia del carcere duro. Quando il 41 bis nel 1992, dopo l’omicidio di Giovanni Falcone, fu istituito – prosegue De Cristofaro – si disse che era una misura transitoria ma così non è stato. La domanda che mi pongo è: può uno stato democratico usare un regime particolarmente duro di carcere non per evitare che il detenuto comunichi con l’esterno, perché se si fa questo è giustissimo, ma per farlo pentire? Secondo me non lo può fare”.

Il detenuto in 41 bis vive isolato in una cella e trascorre 1 ora al giorno insieme ad un altro detenuto, il cosiddetto “detenuto di compagnia”; può incontrare i familiari un’ora al mese parlando da dietro il divisorio; può avere contatto un fisico di soli 10 minuti al mese con figli e nipoti se hanno meno di 12 anni. Poi ci sono un’altra serie di norme: dal divieto di appendere foto nella cella ad un rigido regime nella richiesta di libri all’amministrazione penitenziaria. “Se il non detto è che il regime duro viene usato per indurre la pentimento – ragiona De Cristofaro – non va bene, si tratta di tortura. Raffaele Cutolo è un vero criminale ma il fatto che un detenuto vive da 34 anni in isolamento è un caso unico in Europa”.

Daniel Rustici

Il Garantista, 15 marzo 2015

Tribunale Sorveglianza di Roma “no a revoca del regime di 41 bis per Provenzano”


Aula Udienza Tribunale“Il Collegio ritiene che le restrizioni trattamentali in esame siano pienamente giustificate e funzionali rispetto alla finalità di salvaguardia dell’ordine e delle sicurezza pubblica, sussistendo il pericolo di continuità di relazioni criminali tra Bernardo Provenzano e la potente organizzazione di appartenenza, che annovera latitanti di massimo spicco (quale Matteo Messina Denaro); con la conseguenza che il regime speciale di cui all’articolo 41 bis deve essere confermato”.

Lo sostiene il Tribunale di sorveglianza di Roma rigettando il reclamo proposto dai difensori di Bernardo Provenzano contro la proroga del regime di carcere duro. Il capomafia corleonese è attualmente detenuto presso il carcere milanese di Opera, nel reparto di medicina protetta dell’ospedale San Paolo e in regime di 41 bis. I giudici del Tribunale di sorveglianza prendono atto, dalla relazione del 25 novembre scorso dei sanitari del San Paolo, che “il detenuto trascorre le giornate allettato alternando periodi di sonno e vigilanza… l’atteggiamento del paziente, le condizioni neurologiche primarie e la storia clinica lasciano supporre un grave decadimento cognitivo”.

Tuttavia, secondo i giudici che hanno rigettato il reclamo, “tali condizioni non consentono di ritenere venuto meno il pericolo che il detenuto, capo indiscusso da tempo remoto dell’associazione Cosa Nostra – possa mantenere contatti con l’organizzazione criminale”. I giudici del Tribunale di sorveglianza sostengono che “invero, la valutazione dei sanitari, formulata comunque in termini supposizione circa il grave deterioramento cognitivo… indica non già la totale incapacità di attenzione e orientamento spazio temporale, bensì il degrado, tra l’altro neanche quantificato, delle funzioni attentive e cognitive, tale da non escludersi del tutto e in termini di assoluta certezza che il medesimo non possa impartire direttive di rilevanza criminale o strategiche per le attività dell’organizzazione attraverso i familiari o persone di fiducia”.

I magistrati ritengono, respingendo il reclamo, che si sia in presenza di un quadro sanitario non ostativo alla sempre possibile veicolazione all’esterno di messaggi, indicazioni, direttive criminali, che “essendo provenienti dal capo supremo di Cosa Nostra, soggetto depositario di innumerevoli segreti e conoscenze… È di tutta evidenza – scrivono nell’ordinanza di rigetto – che, anche una esternazione apparentemente frammentaria e semplice, assumerebbe una valenza estremamente significativa e pericolosa se fatta pervenire con qualunque mezzo all’interno dell’organizzazione criminale, solo sulla base della mera provenienza da Bernardo Provenzano”.

Bernardini (Radicali): conferma del 41-bis a Provenzano decisione sconcertante

“Appaiono sconcertanti le motivazioni con le quali il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha confermato il 41-bis a Bernardo Provenzano. La proroga del “carcere duro” ad un ultraottantenne incapace di intendere e di volere, alimentato artificialmente e allettato, offende l’intelligenza ed è la dimostrazione del basso livello di democraticità del nostro Stato che usa metodi peggiori di quelli delle cosche per contrastare la criminalità organizzata di stampo mafioso”.

Lo dichiara in una nota Rita Bernardini, segretaria nazionale di Radicali italiani. “In un attimo di lucidità Bernardo Provenzano potrebbe ancora impartire direttive criminali”, così i giudici motivano il loro provvedimento, palesemente dimostrando l’inefficienza di uno Stato che – denunciano i Radicali – senza la gabbia di vetro del 41-bis, non è in grado di stoppare il passaggio di un pizzino che peraltro Provenzano non è nemmeno in grado di scrivere”. “Ciò che rattrista di più è che, nonostante tutti questi magistrati ‘lottatori’, la criminalità mafiosa prospera e si diffonde in ogni angolo nel Paese – conclude Rita Bernardini – a scapito dello Stato democratico sempre più anoressico, ormai agonizzante”.

Legale: conferma 41-bis Provenzano è insulto a logica

“Di fronte ad una decisione come questa mi viene da chiedere: a chi giova una motivazione cosi’? Si puo’ dire che, se questi sono i provvedimenti, allora dovremmo stare molto attenti a tutti i rinnovi di 41 bis?”. Non usa mezzi termini l’avvocato Rosalba Di Gregorio, legale di Bernardo Provenzano, per commentare la decisione del Tribunale di sorveglianza di Roma di rigettare la richiesta di revoca del regime di carcere duro a cui è sottoposto l’anziano e malato boss corleonese. “Avevamo chiesto -aggiunge il legale- una perizia che non è stata realizzata. Avevamo inoltre chiesto di acquisire i colloqui videoregistrati, avvenuti con i parenti, al fine di verificare l’effettivo stato di Provenzano. Ricorreremo in Cassazione. Per gli insulti alla logica -conclude il legale- non occorre parlare, basta leggere il provvedimento”.

Provenzano crepi pure al 41 bis. Così ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Roma


Bernardo Provenzano arrestoPer i medici il corleonese non sa più parlare, non risponde agli stimoli, ma per i giudici è ancora in grado di fare il boss. Bernardo Provenzano deve crepare al 41 bis. Così ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Roma nel respingere il reclamo presentato dai suoi legali.

Nel chiedere la revoca del regime di detenzione speciale, ormai oltre un anno addietro, i legali avevano allegato la relazione dei sanitari che avevano in cura Provenzano: “Grave decadimento cognitivo e sindrome ipocinetica, dovuta a sindrome estrapiramidale ed agli esiti di una devastante emorragia cerebrale, neoplasia prostatica in trattamento ormono-soppressivo”. Avevano sollecitato la trattazione dell’udienza ricevendo come risposta che le condizioni di salute del soggetto non avevano rilievo per valutare la legittimità del 41 bis.

La prima udienza di trattazione, il 20 giugno scorso, veniva rinviata al 3 ottobre, poi di nuovo al 5 dicembre. Il Tribunale aveva richiesto al San Paolo di Milano, nel reparto detentivo del quale si trova Provenzano, “informazioni più dettagliate e precise in ordine alla storia clinica, alla diagnosi, alle patologie riscontrate, con indicazione di esami clinici e strumentali effettuati e relativi esiti soprattutto in merito alle patologie neurologiche”.

E le informazioni erano arrivate: “Paziente solo a tratti contattabile, non esegue gli ordini della visita; si oppone all’apertura delle palpebre. Muove spontaneamente gli arti superiori e ruota i globi oculari in tutte le direzioni. L’eloquio è incomprensibile per afonia e disartria.

Non può eseguire ordini o fornire risposte”. Nel frattempo, il Tribunale di Milano incaricava medici specialisti perché redigessero una perizia, le cui conclusioni, depositate ai Giudici di Roma, erano del seguente tenore: “Per ciò che concerne le problematiche di natura cognitiva i periti hanno ribadito la valutazione di uno stato cognitivo gravemente ed irrimediabilmente compromesso ed annotato come il paziente, all’atto della visita peritale, “è risultato risvegliabile ma sostanzialmente non contattabile, con eloquio privo di funzione comunicativa, probabilmente confabulante, incapace di eseguire ordini semplici. Tale condizione risulta di fatto evoluta in senso peggiorativo rispetto a quanto descritto nella valutazione neuropsicologica dell’aprile 2014.

Anche la collaborazione appare oggi sostanzialmente non valutabile per l’incomprensibilità della produzione verbale”. Tutti i medici e i sanitari interpellati, ritenevano che il malato fosse del tutto incompatibile con qualunque regime carcerario ed in progressivo peggioramento.

Ma il Tribunale di Sorveglianza di Roma, dopo oltre un anno e tre rinvii istruttori ha ritenuto il detenuto ancora pericoloso. Potrebbe ancora mantenere contatti con l’organizzazione criminale! Il gravissimo e irreversibile decadimento cognitivo – attestato dai medici che lo hanno in cura e che lo hanno sottoposto a perizia – che rende l’ex boss privo di funzione comunicativa non basta. Se detenuto in condizioni di alta sicurezza, ma non più in 41 bis – sempre in un reparto di lungodegenza ospedaliera perché staccato dai macchinari che lo tengono in vita morirebbe in poche ore – potrebbe venire in contatto con un sodale

che – questo sembrano dire i giudici di sorveglianza – da un movimento dell’arcata sopracciliare potrebbe trarre un comando di mafia. Per sostenere questa incredibile tesi, il collegio di magistrati usa una relazione redatta dalla polizia penitenziaria nella quale agenti deputati al controllo del detenuto hanno affermato di avergli sentito, fino al maggio 2014, proferire alcune espressioni di senso compiuto (sebbene del tutto decontestualizzate, assi sporadiche e frammentarie e, all’evidenza, non rispondenti ad alcuna logica).

Ci si domanda come mai affermazioni del medesimo tenore non siano state fatte da alcun soggetto del personale ospedaliero e non si rinvengano nelle relazioni sanitarie. Ma il dato inquietante e decisivo è che, da allora, otto mesi e tre rinvii di udienza sono passati e nel corso di essi il quadro clinico del Provenzano è drammaticamente peggiorato.

Da molto tempo Provenzano non è un boss e non è più nemmeno un uomo se a tale concetto si correla la capacità di muoversi, di parlare, di comunicare in qualunque forma, di trasmettere emozioni. Quando il diritto muore lo Stato muore. Ogni volta che un giudice non applica la legge, che si sostituisce ad essa, la giustizia si spegne.

Non importa che a subire l’abuso sia un boss, un assassino, un pedofilo, uno stupratore. È un abuso e deve suscitare lo sdegno di chiunque si senta cittadino di un Paese che ha voluto, ha preteso, che anche la magistratura si inchini alla legge. Oggi la giustizia è morta, lo Stato di diritto è morto. In quanti lo piangono ?

Avv. Maria Brucale e Avv. Rosalba Di Gregorio

Il Garantista, 08 Gennaio 2015

Giustizia : il 1992 fu un anno di giustizia sommaria… come fanno a dimenticarsene ?


Giustizia 2E proprio una storia di patacche e pataccari quella del circo equestre giudiziario che, imbarcatosi a Palermo, si è spinto fino alle stanze del Quirinale a celebrare il trionfo degli storiografi della “trattativa Stato-mafia”. Ma per fare gli storiografi bisogna conoscere la storia, o perché la si è vissuta o perché la si è studiata. Se si è invece spacciatori di patacche, si vendono solo fandonie, addomesticando la realtà a proprio piacimento.

Il succo della patacca “trattativa Stato-mafia” racconta che nel biennio 1992-93 i vertici dello Stato (presidente della Repubblica, ministri degli Interni e della Giustizia, presidenti di Camera e Senato) minacciati di morte e ricattati dalla mafia, decisero di salvare la propria vita e di sacrificare quella di magistrati e di cittadini innocenti. La mafia avrebbe così cambiato la direzione degli attentati, spostandoli dai palazzi del potere ad altri obiettivi.

E in che modo i vertici dello Stato avrebbero “pagato” il pizzo alla mafia? Eliminando dagli incarichi di potere i “duri”, i repressori della criminalità organizzata, sostituendoli con persone più morbide e disponibili nei confronti della criminalità organizzata. Fino a non prorogare il provvedimento di carcere duro per un notevole gruppo di mafiosi.

Qualunque testimone dell’epoca dovrebbe essere in grado di smentire la Grande Patacca, se tanta smemoratezza non avesse colpito i protagonisti del tempo. Spremiamo allora un po’ le meningi. Di garantisti ne circolavano ben pochi, in quegli anni, stretti come erano governi e parlamento tra il massacro (giudiziario e carcerario) di tangentopoli e quello cruento delle stragi di mafia. Tanto che provvedimenti spesso incostituzionali (come il decreto Scotti-Martelli) o autolesionistici (come l’abrogazione dell’immunità parlamentare) venivano votati a grande maggioranza e alla velocità delle luce.

Così anche un ministro socialista come il guardasigilli Claudio Martelli divenne protagonista di leggi speciali e fautore del regime di 41-bis che introdusse un regime di vera tortura nei confronti di persone in attesa di giudizio (di cui la metà verrà assolta) nelle carceri speciali di Pianosa e Asinara. Gli aspiranti storiografi pataccari hanno persino detto che Martelli a un certo punto si dimise (o addirittura fu fatto dimettere) per lasciare il posto al duttile Conso, più propenso a trattare con la mafia.

Allora va precisato prima di tutto che il ministro socialista si dimise il 10 febbraio 1993 in seguito a una telefonata del procuratore capo di Milano Saverio Borrelli il quale gli comunicava di aver emesso nei suoi confronti un avviso di garanzia. In secondo luogo che il suo successore Conso non fu affatto più “morbido”.

Basterebbe agli apprendisti storiografi andare a leggere il resoconto dell’audizione del ministro alla commissione giustizia della Camera il 3 novembre del 1993, quando sostenne con forza l’uso indiscriminato dell’articolo 41-bis proprio perché, diceva, attraverso questa forma di repressione si otteneva più facilmente che i mafiosi “si pentissero”.

Certo, gli fu obiettato, sappiamo tutti che basta torturare per far parlare le persone. Che importa se magari inventano?

L’altra Grande Patacca degli apprendisti storiografi è quella della sostituzione al vertice del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) del presidente Nicolò Amato, nel giugno 1993, con la coppia Capriotti-Di Maggio. Il dottor Amato fa torto a se stesso e alla propria storia di vero garantista dicendo di esser stato cacciato dalla mafia che avrebbe preferito Di Maggio perché più “morbido”.

Bisognerebbe chiederlo ai detenuti dell’epoca se ci fu morbidezza nel colloqui investigativi, inventati e santificati proprio da Di Maggio, che divennero il pentitificio e crearono mostri come Domenico Scarantino, il falso pentito dell’omicidio Borsellino. La verità è il contrario di quella raccontata da pataccari e travaglini.

Amato non voleva i trasferimenti dei detenuti alle isole e aveva chiesto la revoca dei provvedimenti di 41-bis addirittura in un documento del 6 marzo 1993. Fu il presidente Scalfaro in persona a sollecitarne l’allontanamento per far spazio a quel Francesco Di Maggio che creò pentiti e patacche. Questi sono pezzetti di storia vissuta, cari apprendisti storiografi.

Tiziana Maiolo

Il Garantista, 30 ottobre 2014