Battisti: revoca 41 bis ? commutazione pena ? benefici penitenziari ? Qualche mio chiarimento …


In riferimento alla vicenda di Cesare Battisti ne sto leggendo di tutti i colori: chi scrive che abbia reso dichiarazioni confessorie al Pubblico Ministero di Milano per ottenere la “revoca del 41 bis”, la “commutazione della pena dell’ergastolo”, altri ancora scrivono che lo abbia fatto per ottenere “benefici penitenziari”, tipo la “libertà vigilata” ed il “lavoro esterno”. 

Qualche mio chiarimento ….

1) quanto alla “revoca del 41 bis”: Battisti, al pari di tutti gli altri detenuti “politici” condannati per analoghi fatti delittuosi, non è sottoposto al regime detentivo speciale 41 bis O.P. ma assegnato ad una Sezione di Alta Sicurezza (AS2) presso la Casa Circondariale di Oristano. Se ci fossero stati i presupposti per applicargli il regime speciale, la DDAA, la DNAA, il DAP ed il Ministero della Giustizia, avrebbero subito proceduto ad attivare il relativo procedimento per quanto di competenza;

2) quanto alla “commutazione della pena dell’ergastolo”: Battisti, tramite il suo difensore, ha correttamente proposto un “incidente di esecuzione” alla Corte di Assise di Appello di Milano cioè l’organo giurisdizionale che lo ha condannato e che è funzionalmente competente a conoscere ogni questione afferente l’esecuzione del provvedimento irrevocabile. Il Giudice dell’Esecuzione, al di là di quel che si legge da tutte le parti, non può “commutare la pena” poiché tale potere è attribuito, in via esclusiva, al Presidente della Repubblica, ex Art. 87 c. 11 della Costituzione. Quindi, nessuna “commutazione”, trasformazione, conversione o come altro la si voglia definire della pena dell’ergastolo compete all’Autorità Giudiziaria. Al Giudice dell’Esecuzione spetta conoscere ogni questione relativa al titolo esecutivo, quindi l’ordine di esecuzione della pena dell’ergastolo emesso dalla Procura Generale della Repubblica di Milano. In particolare, nel caso in specie, la Corte di Assise di Milano, dovrà valutare se tale ordine di esecuzione sia corretto e, qualora non lo fosse, procedere alle correzioni, ordinando al PM la pena da far eseguire al condannato. Più volte, in occasione della cattura in Bolivia del latitante Battisti, ho evidenziato l’irregolarità delle procedure adottate per il suo trasferimento in Italia da parte della Bolivia e del Brasile (evidentemente su richiesta ed in accordo con il Governo Italiano). Per quanto mi riguarda – e su questo aspetto sarà il Giudice dell’Esecuzione a decidere – la pena dell’ergastolo è illegale, né la si può applicare né, altrettanto, la si può far eseguire. Battisti, cittadino residente legalmente in Brasile, è stato estradato da tale Stato, sotto la condizione – recepita dallo Stato Italiano ai sensi dell’Art. 720 c. 4 c.p.p. tramite il suo Ministro della Giustizia – che gli fosse applicata una pena detentiva temporanea massima di 30 anni di reclusione ed esclusa la pena dell’ergastolo, non esistente in Brasile, perché espressamente vietata dall’Art. 5 c. 47 n. 2 della Costituzione. La condizione posta dal Brasile ai fini della concessione dell’estradizione, come detto, è stata accettata e l’Art. 720 c. 4 c.p.p. stabilisce che “L’Autorità Giudiziaria è vincolata al rispetto delle condizioni accettate”. Per cui, l’ordine di esecuzione (della condanna) che non rispetti tale “accordo vincolante”, è illegittimo e deve essere corretto per il tramite dell’incidente di esecuzione, attivato dal condannato, ex Artt. 666 e 670 c.p.p., riconducendo la pena a legalità. Quanto precede, anche perché l’inosservanza delle condizioni poste con l’estradizione, costituisce inadempimento agli obblighi internazionali convenzionali ex Art. 117 c. 1 Costituzione. Qualcuno obietta che l’estradando Battisti, sia stato “espulso” o comunque consegnato direttamente all’Italia dalla Bolivia, senza passare dal Brasile, per cui non debbano valere gli accordi presi col Brasile. A mio avviso non è così perché l’unico titolo valido per la cattura del Battisti era l’estradizione condizionata rilasciata del Brasile, Stato in cui era legalmente residente ed abitante. Inoltre, la procedura di espulsione o consegna diretta, da parte della Bolivia, come detto, è stata del tutto irregolare. Il difensore del Battisti, infine, ha sottolineato che negli atti che gli sono stati notificati dalla Polizia italiana, è scritto che «il connazionale Cesare Battisti è stato concesso in estradizione dalle autorità della Bolivia» ma tale circostanza non corrisponde al vero poiché nessuna domanda di estradizione è stata avanzata dalla Repubblica Italiana allo Stato Plurinazionale della Bolivia;

3) quanto ai “benefici penitenziari”: non compete alla Procura della Repubblica di Milano o alla Corte di Assise di Appello di Milano, concedere benefici (o “vantaggi” come li definisce qualche altro) di qualunque genere e tipo al condannato Battisti. Tale prerogativa appartiene alla Magistratura di Sorveglianza, nella specie all’Ufficio di Sorveglianza di Cagliari ed al Tribunale di Sorveglianza di Cagliari, competenti per l’Istituto Penitenziario di Oristano ove il Battisti si trova attualmente ristretto. Ed in ogni caso, i “benefici penitenziari”, non si ottengono con le dichiarazioni confessorie del condannato;

4) quanto alla “libertà vigilata”: la libertà vigilata non è un beneficio penitenziario ma una misura di sicurezza personale non detentiva che viene disposta dal Magistrato di Sorveglianza, al termine della pena, se la persona è ancora socialmente pericolosa, ed affidata all’Autorità di Pubblica Sicurezza, per la sorveglianza, ed all’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna, per il sostegno e l’assistenza. Tale misura, inoltre, deve essere ordinata dal Tribunale di Sorveglianza, nel caso in cui al condannato sia concessa la liberazione condizionale ex Art. 176 c.p. Nessuna competenza, anche in questo caso, appartiene alla Procura della Repubblica di Milano od alla Corte di Assise di Appello di Milano;

5) quanto al “lavoro esterno”: l’assegnazione al lavoro esterno non viene concessa dalla Procura della Repubblica di Milano o dalla Corte di Assise di Appello di Milano. Il detenuto può essere assegnato al lavoro esterno ex Art. 21 O.P., dopo l’esecuzione di un quantum di pena stabilito dalla Legge Penitenziaria, su disposizione del Direttore dell’Istituto Penitenziario, dopo l’approvazione del Magistrato di Sorveglianza.

Detenuto ammesso al lavoro esterno al Carcere di Paola. Soddisfatti i Radicali


Casa CircondarialeFinalmente anche nella Casa Circondariale di Paola, uno dei detenuti è stato ammesso al lavoro esterno. Speriamo che non sia l’unico e che, presto, questa possibilità venga data anche ad altri cittadini ristretti. Lo riferisce l’esponente dei Radicali Italiani Emilio Quintieri che, nell’occasione, ringrazia per l’attività svolta la Direzione della Casa Circondariale di Paola e la Magistratura di Sorveglianza di Cosenza, ognuna per la parte di propria competenza. Da qualche giorno, infatti, Luca Cicerale, un detenuto lavorante all’interno dell’Istituto e già beneficiario di permessi premio, attualmente allocato nel reparto a custodia attenuata, potrà uscire tutti i giorni dal Carcere e farvi ritorno la sera per andare a lavorare in un locale commerciale sul Tirreno.

Il lavoro esterno al carcere non è nulla di “eccezionale” – continua il radicale Quintieri – perché questo strumento, di ampia operatività, è espressamente previsto dall’Art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario anche se, purtroppo, in Calabria, è quasi del tutto inattuato. Possono essere ammessi al lavoro esterno i condannati, gli internati e gli imputati sin dall’inizio della detenzione per svolgere attività lavorativa, per frequentare corsi di formazione professionale e, grazie ad un recente provvedimento del legislatore proposto dall’ex Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, per prestare attività a titolo volontario e gratuito in progetti di pubblica utilità in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le comunità montane, le unioni di comuni, le aziende sanitarie locali, o presso enti o organizzazioni, anche internazionali, di assistenza sociale, sanitaria e di volontariato o, infine, per prestare la propria attività a titolo volontario e gratuito a sostegno delle vittime dei reati da loro commessi. Ci sono alcuni “limiti” per l’ammissione dovuti, ad esempio, ai condannati per reati associativi o altri di grave allarme sociale previsti dall’Art. 4 bis. Questi detenuti possono essere assegnati al lavoro all’esterno solo dopo aver espiato almeno un terzo della pena o comunque di non più di cinque anni. Anche gli ergastolani, esclusi quelli ostativi, vi possono essere ammessi dopo aver scontato almeno dieci anni di pena. Non possono, invece, essere ammessi al lavoro all’esterno per svolgere lavori a titolo di volontariato i detenuti e gli internati per il delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso (Art. 416 bis c.p.) e per reati commessi per favorire le attività di stampo mafioso.

Il lavoro all’esterno deve essere previsto nel programma di trattamento elaborato dall’Equipe dell’Istituto, disposto dal Direttore ed approvato dal Magistrato di Sorveglianza se si tratta di condannati ed internati o disposto dal Direttore dell’Istituto previa approvazione dell’Autorità Giudiziaria competente nel caso di imputati. Le disposizioni previste dall’Art. 21 possono essere applicate anche per l’assistenza all’esterno dei figli minori di dieci anni (Art. 21 bis) e per consentire visite al minore infermo (Art. 21 ter). La possibilità di svolgere un’attività lavorativa costituisce, per i detenuti, se non l’unico, il più importante strumento rieducativo. Ed infatti, l’Art. 15 della Legge Penitenziaria, annovera esplicitamente tra gli “elementi del trattamento” il lavoro tra i mezzi per darvi attuazione prevedendo che venga assicurato salvo impossibilità. L’Art. 20, poi, dedicato alla disciplina dello stesso, sottolinea la necessità che gli Istituti Penitenziari favoriscano in ogni modo la destinazione dei detenuti al lavoro perché svolge una funzione normalizzatrice e correttiva in quanto sottrae i reclusi alle conseguenze negative dell’ozio, favorisce il loro trattamento rieducativo ed offre loro la possibilità di ricavare un guadagno, col quale soddisfare le loro necessità, pagare il mantenimento carcerario e sussidiare la famiglia.

Nel dicembre 2012, per come ci ha riferito in Parlamento il Vice Ministro della Giustizia On. Enrico Costa, rispondendo ad una delle Interrogazioni da me sollecitate – prosegue Emilio Quintieri – il Comune di Paola ha sottoscritto un Protocollo di intesa con la locale Casa Circondariale, avente validità triennale, con il quale avrebbero dovuto essere avviati al lavoro esterno ai sensi dell’Art. 21 della Legge Penitenziaria, un congruo numero dei detenuti ristretti nell’Istituto per lavori di pubblica utilità. Ad oggi, sono quasi trascorsi i 3 anni, ma non è stata data esecuzione al protocollo stipulato e non se ne comprendono i motivi. Pertanto – conclude l’esponente del Partito Radicale – mi auguro che il Sindaco di Paola Basilio Ferrari e la sua Giunta rispettino il Protocollo che hanno stipulato con il Carcere e lo rinnovino visto che siamo in prossimità della sua scadenza, dando la possibilità ai detenuti di uscire dall’Istituto per svolgere un attività lavorativa, a titolo volontario ed a beneficio della collettività.