Arconti (Partito Radicale), Diritti dei detenuti: tanti Garanti e poche garanzie


Casa Circondariale 2In Svezia, patria del welfare, esiste fin dal 1809 un organo fiduciario del Parlamento che vigila sul funzionamento dell’amministrazione statale, tutelando i cittadini contro eventuali abusi da parte di pubblici funzionari. È chiamato “Ombudsman”, letteralmente “uomo che fa da tramite”.

A questa data viene solitamente fatta risalire la più recente figura del difensore civico, mentre altri studiosi ricordano che nella Roma dei primi tempi repubblicani era codificato lo “jus intercessionis” affidato ai Tribuni della plebe, con funzioni di mediazione e garanzia. In tempi recentissimi diverse risoluzioni delle Nazioni Unite raccomandano l’istituzione dell’Ombudsman, e più tardi l’Unione europea codifica il “mediatore europeo” col compito di tutelare il diritto dei cittadini ad una buona amministrazione.
In Italia, un primo istituto di garanzia è nato nel 1993 per tutelare i diritti dei clienti di Banche ed Istituti finanziari: l’Ombudsman bancario. Dieci anni dopo tutta la normativa a tutela del consumatore è stata raccolta nel Codice del Consumo e tuttavia non è stata istituita la figura del difensore dei consumatori. Sempre nei primi anni duemila è stata codificata la figura del difensore civico, che ha il compito di accogliere i reclami non accettati in prima istanza dall’Ufficio Reclami del soggetto commerciale che eroga un servizio.

Sia pure in ritardo, l’Italia dunque si è dotata di chi ha il compito di difendere i diritti dei cittadini risparmiatori o consumatori. Ma per le persone private della libertà personale e trattenute in custodia dello Stato per motivi di sicurezza non esisteva alcuna tutela. Secondo la Costituzione italiana e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, questi cittadini, siano essi in attesa di giudizio oppure già condannati, hanno comunque il diritto di esser trattati in modo umano ed aiutati per il recupero e la reintroduzione nel mondo del lavoro e del viver civile. La figura del garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale (detto anche difensore civico dei detenuti) è prevista anche dalla convenzione Onu contro la tortura, risalente al 1987, che l’Italia ha sottoscritto.
Tuttavia la figura del Garante nazionale dei diritti dei detenuti è stata istituita 27 anni dopo, con la Legge 21.02.2014 n. 10; e poi si è dovuto attendere ancora fino al Decreto 11.03.2015 n. 36 che contiene il Regolamento per la composizione dell’Ufficio del Garante Nazionale. L’entrata in vigore era prevista per il 15.04.2015, ma solo dieci mesi dopo, il 6 febbraio 2016, il ministero della Giustizia ha comunicato: “Il professor Mauro Palma è il Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. La sua nomina, insieme a quella dell’avvocato Emilia Rossi come membro, è stata formalizzata in un decreto del Presidente della Repubblica”.

L’Italia, si sa, è il Paese dell’improvvisazione individuale: ancor prima che ci fosse un Garante nazionale dei diritti dei detenuti, esistevano qua e là Garanti comunali, provinciali, regionali, ciascuno di loro nominato in base ad una legge o ad un regolamento deliberato dai relativi Consigli comunali, provinciali o regionali secondo testi diversi, che raramente hanno qualche consonanza normativa. Con l’intento di capire quanto sia stato fatto, e soprattutto quanto ancora ci sia da fare per assicurare un minimo di legalità all’esecuzione della pena detentiva, si è provato a costruire una mappa dei Garanti regionali. Infatti parrebbe logico cominciare dalle Regioni, che sono in tutto venti, sicché non dovrebbe esser difficile stabilire per ciascuna di esse in che data è stata approvata la legge istitutiva, chi è stato nominato Garante e in che data, quale durata lo statuto prevede per il mandato.

Prima mossa, l’esame, nel sito del ministero della Giustizia, dell’elenco dei Garanti regionali in carica. L’elenco esiste, ma è incompleto: mancano indicazioni per alcune regioni, e in alcune altre è indicato il nome di un Garante che – con riferimento alla data in cui è stato nominato e alla durata del mandato stabilita dall’atto istitutivo – decadrà ben presto oppure è addirittura già decaduto. Per scoprire in che data ciò sia accaduto o stia per accadere, bisogna trovare il testo della legge regionale istitutiva, perché le leggi sono diverse da Regione a Regione: in alcune Regioni il mandato del Garante dura cinque anni, in altre Regioni sei o sette anni e altrove il Garante decade con la decadenza della consiliatura regionale. Non basta: in alcune Regioni il Garante può essere rieletto al termine del mandato, in altre non può essere nuovamente incaricato.
È presumibile che il primo lavoro che dovrà fare il Garante nazionale appena nominato riguarderà proprio l’aggiornamento dell’elenco ufficiale presso il ministero della Giustizia; poi verranno le decisioni per mettere ordine in tutto il sistema. Per esempio, sarà interessante vedere come verrà impostato il coordinamento dei Garanti, poiché il 29 gennaio 2016 alcuni di essi si sono riuniti a Torino come libera Associazione dei Garanti e hanno eletto un coordinatore nella persona del Garante della Toscana Franco Corleone (che peraltro da poco è stato nominato commissario del Governo in sei Regioni commissariate per non aver chiuso gli ospedali psichiatrici giudiziari e che pertanto decadrà da ogni altro incarico), e due vicecoordinatori nelle persone di Bruno Mellano, Garante del Piemonte, e di Adriana Tocco, Garante della Campania “in attesa di seconda nomina”.

Il ministero della Giustizia, nel comunicare la nomina del Garante nazionale, ha precisato che egli coordinerà il lavoro dei Garanti regionali: ci si trova dunque in presenza di quattro coordinatori, di cui tre non nominati dal Presidente della Repubblica ma eletti in seno ad una riunione fraterna, e si vedrà come questa situazione sarà gestito dal professor Palma o dall’avvocato Emilia Rossi.
La costruzione di una mappa dei Garanti è lavoro arduo perché tutti gli elenchi disponibili nel web sono carenti, disordinati e spesso inattendibili ed i siti delle varie Regioni sono incompleti. Alla fine, non è rimasto che darsi da fare col telefono, chiamando gli “Urp” delle Regioni oppure chiedendo ad amici, compagni, colleghi, di andare negli uffici regionali ad informarsi. Mentre il completamento di questo lavoro è in corso, la notizia della nomina del Garante nazionale suggerisce di mettere urgentemente a disposizione i dati finora raccolti: ci si risolve pertanto a pubblicare questa sintetica presentazione, continuando nel lavoro di ricerca su tutte le Regioni.
Qual è il motivo dell’urgenza? Ecco un esempio per tutti (ma situazioni altrettanto grottesche si trovano in altre Regioni, mentre in alcune non è stata ancora neppure approvata una legge istitutiva): in Sicilia la figura del Garante è stata istituita nel 2005 (art. 33 della legge regionale n.5 del 19 maggio 2005); il mandato, affidato dal presidente della Regione con proprio decreto, ha una durata di sette anni. Nel 2006 è stato nominato Garante il senatore Salvo Fleres, che ha svolto la funzione fino alla scadenza del mandato, il 16 settembre 2013, e da allora il presidente della Regione non ha ritenuto opportuno procedere ad una nuova nomina.
Non c’è il Garante, ma l’Ufficio del Garante (che ha ben due sedi, a Palermo ed a Catania) tuttora esiste con una decina di funzionari ed impiegati che percepiscono stipendi ma non possono operare: non sono neppure autorizzati ad aprire la corrispondenza che arriva dalle carceri agli uffici, all’indirizzo del Garante che non c’è. I Radicali che vivono e operano in Sicilia hanno più volte sollecitato il presidente della Regione a nominare il Garante, e nel gennaio del 2015 hanno presentato un esposto alla Procura regionale della Corte dei conti per il danno conseguente alla mancata nomina del Garante. Il costo delle due sedi e del personale (in stipendi e contributi) è stato stimato in circa 500mila euro all’anno.
È un motivo sufficiente per informare con urgenza l’opinione pubblica ed il Garante nazionale sul disordine dannoso in cui versa la situazione dei Garanti e di cui la Sicilia è soltanto un esempio ?

Laura Arconti (Partito Radicale)

L’Opinione, 10 marzo 2016

Malagiustizia, quanto ci costi ! Esposto dei Radicali alla Corte dei Conti


Corte dei ContiIeri una delegazione di Radicali composta da Marco Pannella, Rita Bernardini, Laura Arconti e io, si è recata presso la Corte dei Conti del Lazio per depositare un esposto volto a richiedere un’indagine in merito al danno erariale causato dall’ormai ultradecennale malfunzionamento della giustizia in Italia. Abbiamo inteso renderci ancora una volta strumento di attivazione delle istituzioni, nel tentativo di portare a conoscenza di tutti gli italiani il grave costo che incombe su ognuno di loro a causa della disastrosa situazione del sistema giustizia e carceri, più volte condannato dalla Corte Europea.

In questo modo noi Radicali abbiamo voluto celebrare l’anniversario del messaggio alle Camere del presidente della Repubblica nel quale veniva ricordato il principio stabilito dalla Corte Costituzionale, che fa obbligo per i poteri dello Stato, ciascuno nel rigoroso rispetto delle proprie attribuzioni, di adoperarsi affinché gli effetti normativi lesivi della Convenzione cessino.

Siamo stati ricevuti personalmente dal procuratore Angelo Raffaele De Dominicis. Nel corso del lungo e cordiale colloquio abbiamo illustrato il contenuto dell’esposto redatto da me in qualità di avvocato. In tale documento si evidenzia in modo particolareggiato come lo stato di assoluta illegalità del sistema giustizia italiano abbia ormai delle enormi ripercussioni sull’economia nazionale, andando ad incidere fortemente sul debito pubblico.

Sul fronte civile l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sancisce il diritto di ognuno ad ottenere giustizia in termini ragionevoli. Dalla cronica irragionevole durata dei processi in Italia consegue il diritto, per chi li ha subiti, a chiedere ed ottenere un congruo risarcimento ai sensi della Legge Pinto.

Tale rimedio meramente risarcitorio doveva essere temporaneo, in attesa di riforme strutturali in grado di rendere i processi più veloci e quindi conformi alla convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nei tredici anni di vigenza della legge Pinto non si è avuta però alcuna riforma in grado di evitare il reiterarsi della violazione e lo Stato italiano si rende altresì moroso rispetto a detti risarcimenti.

Sul bilancio del ministero della Giustizia gravano quindi pesantemente i costi dei risarcimenti che hanno avuto nel corso degli anni un andamento crescente. Già nel 2007 la commissione tecnica per la Finanza Pubblica (Ctfp) rilevava che tale contenzioso era una delle voci di spesa più significative (ed una delle cause principali di indebitamento) del ministero della Giustizia: era costato negli ultimi cinque anni circa 41,5 milioni di euro, di cui 17,9 nel solo 2006.

La commissione evidenziava come l’inefficienza del sistema giustizia non rappresenta soltanto un costo sociale, ma la fonte di costi rilevanti per il sistema produttivo in termini di crescita e produttività, soprattutto in sistemi di mercato aperti e concorrenziali. L’incertezza sui tempi delle decisioni ed il loro procrastinarsi in tempi non ragionevoli, ha ripercussioni distorsive sulle transazioni commerciali e sulle decisioni di investimento. In particolare la commissione stimava il rischio economico dello Stato per le (future e probabili) condanne ex Legge Pinto in circa 500 milioni di euro all’anno.

Stesse considerazioni allarmanti in riferimento al danno causato all’economia nazionale sono state espresse nel 2011 dalla Banca d’Italia; secondo quest’ultima, in termini economici, il costo dell’inefficienza della giustizia italiana può essere misurato come pari all’1 % del Pil. Da ultimo si ricorda che lo stesso ministero della Giustizia, nella relazione presentata all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2014, ha ammesso che i ritardi della giustizia ordinaria determinano ricadute anche sul debito pubblico e che l’alto numero di condanne dello Stato ed i limitati stanziamenti sul relativo capitolo di bilancio, hanno comportato un forte accumulo di arretrato del debito Pinto ancora da pagare che, ad ottobre 2013, ammontava ad oltre 387 milioni di euro.

Le somme sopra riportate si riferiscono unicamente alle condanne ai sensi della Legge Pinto, e non tengono conto delle condanne subite dallo Stato in materia di violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che riguarda il divieto di trattamenti inumani e degradanti con riferimento ai detenuti delle nostre carceri.

Anche in questo caso Governo e Parlamento, lungi dal voler prendere in seria considerazione un provvedimento di amnistia quale unico strumento in grado di abbattere il reiterarsi delle violazioni e le conseguenti condanne, hanno preferito optare per rimedi meramente risarcitori, con ulteriori costi per le casse dello Stato. Di tutti questi costi non è dato rintracciare una stima certa nei bilanci dello Stato ed anche su questo punto l’esposto presentato alla Corte dei Conti chiede di fare chiarezza.

Visto l’interesse e la cordialità dimostrati dal procuratore De Dominicis, i Radicali si augurano che oltre al “Giudice a Berlino” vi siano un procuratore ed un Giudice in Italia che abbiano il coraggio di fornire risposte, nell’interesse di ogni italiano cui lo Stato chiede enormi sacrifici, specialmente in questo periodo di crisi economica, senza smettere di violare la sua stessa legalità, e causando con tale comportamento gravi ripercussioni sull’intera economia nazionale.

Deborah Cianfanelli

Il Garantista, 10 ottobre 2014

Carceri, i dati segreti sbugiardano Orlando. Il Ministro: c’è meno sovraffollamento. Ma un dossier dei Radicali lo smentisce


Andrea OrlandoChiedere più tempo al Consiglio d’Europa per evitare una condanna pesantissima da parte della Corte dei diritti dell’uomo. La «mission» più o meno «impossible» del ministro Andrea Orlando di ieri a Strasburgo è stata questa. Ma nonostante le rassicuranti dichiarazioni del membro italiano di detto Consiglio, il segretario generale Gabriella Battaini Dragone, che si dichiara possibilista su un ulteriore rinvio, il Guardasigilli del governo Renzi non troverà un tappeto rosso ad accoglierlo. Perché nel frattempo sempre ieri i radicali, a firma di Rita Bernardini Laura Arconti e l’avvocato Debora Cianfanelli, hanno depositato un dossier di 54 pagine per contestare tutti i dati sin qui forniti da via Arenula su un presunto alleggerimento del sovraffollamento dei nostri 205 penitenziari italiani. E intanto sempre da Strasburgo fanno sapere che sino a oggi sono 6829 le cause che sono state già incardinate su istanza di altrettanti detenuti delle nostre patrie galere. E tutte potrebbero finire come quella di Torregiani che nel gennaio 2013 è stato risarcito con circa 11 mila euro insieme ad altre sei persone.

Il ministro ieri in un’intervista al quotidiano dei vescovi «Avvenire» sostiene che adesso i «numeri» sono in regola, sia nei tre metri quadrati a detenuto, sia nella capienza totale. Questo per i radicali invece non sarebbe affatto vero: non sarebbero 48.309 i posti disponibili ma a malapena 40 mila. Quando il 2 aprile il ministro comunicò la «sua» cifra a Strasburgo lo stesso Dap lo smentiva in un comunicato parlando di poco più di 43 mila posti disponibili per circa 60 mila detenuti. In realtà secondo la Bernardini anche alla cifra di 43mila 389 posti disponibili andrebbero sottratti quelli delle carceri sarde, 1800, che sono semivuote e inutilizzate (oltre 800 posti liberi) e quelli dei manicomi giudiziari: altri circa mille posti. Inoltre ci sono centinaia di celle non riscaldate, manca l’assistenza sanitaria in quasi tutte le carceri italiane, i detenuti si suicidano a cifre di 100 l’anno e nessuno li aiuta psicologicamente.

I magistrati di sorveglianza non visitano mai le celle e anche le guardie penitenziarie si tolgono la vita, circa duecento negli ultimi dieci anni. Nella maggior parte dei penitenziari il bagno e la cucina stanno nello stesso locale, non esiste un minimo di privacy, le ore d’aria sono due o tre al giorno e la rieducazione prevista dall’articolo 27 della Costituzione è solo dottrina. Sembra quasi che Orlando voglia risolvere il tutto trovando la sponda dell’euroburocrazia. Credendo di potersela cavare citando i provvedimenti quali lo «svuota carceri», la messa alla prova e le altre misure tampone approvate dal 2010 a oggi. Che secondo i radicali non avrebbero fatto defluire più di sei o settemila detenuti in quattro anni. Non certo i 20 mila e passa che servirebbe. E che solo un provvedimento di amnistia e indulto (così come auspicato anche dal Capo dello stato nel messaggio alle camere dell’8 ottobre scorso) può fare uscire. Insomma una guerra di dati e di numeri, con evidenti gaffe ministeriali, quasi che le persone in carcere, il 40 per cento delle quali è ancora in attesa di un giudizio definitivo (e di esse circa il 40 per cento alla fine dei tre gradi di giudizio risulterà innocente), siano cose.

A ventisei anni dalla morte di Enzo Tortora la situazione carceraria in Italia è ancora all’anno zero.

Dimitri Buffa

IlTempo.it – 23 Maggio 2014

Carceri, i Radicali : chiediamo a Papa Francesco una parola a favore dell’Amnistia


Laura ArcontiSanto Padre, noi cittadine laiche credenti nella religione della libertà e del Diritto, ci rivolgiamo alla Santità Vostra unite da un comune sentimento di umanità e di rispetto dei diritti universali.

Vs Santità è di sicuro al corrente della situazione in cui versa la Giustizia italiana con particolare riguardo alle carceri. Sa che il Presidente della Repubblica lo scorso 8 ottobre ha inviato al Parlamento un solenne messaggio, suggerendo provvedimenti di indulto ed amnistia.

Grazie ad Emma Bonino Vs Santità è venuto a conoscenza della lotta nonviolenta che il leader radicale Marco Pannella sta conducendo nella sua forma più grave dello sciopero della sete, per chiedere che lo Stato italiano esca dalla criminale flagranza di reato per la quale è condannato dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo.

Flagranza riconosciuta grazie a decenni di lotta nonviolenta cui anche noi, da militanti oltre che dirigenti radicali, abbiamo dato corpo al fianco del nostro leader, unendoci nello straordinario cammino della storia radicale nel quale abbiamo appreso la forza della non violenza nel dar corpo e voce agli ultimi, ai dimenticati, perii riconoscimento dei loro diritti e della loro dignità, per la vita del diritto ed il diritto alla vita.

Pannella sta lottando contro il parere dei medici e fa del suo corpo il simbolo della fame e della sete di Giustizia, nel totale silenzio degli organi di informazione. Silenzio interrotto dalla notizia che Vs Santità ha voluto telefonargli, assicurandogli che parlerà della scandalosa situazione delle carceri per aiutarlo nella sua domanda di giustizia e clemenza: noi siamo grate dal profondo del cuore perla naturalezza del gesto di conforto e la promessa di una Sua parola.

Secondo Costituzione Stato e Chiesa cattolica sono indipendenti e sovrani: non saremo certo noi a chiedere alla Santità Vostra un intervento nei confronti dello Stato italiano. Tuttavia fatti storici suggeriscono di rivolgerci al Romano Pontefice chiedendogli una parola che richiami le coscienze di ciascuno in virtù dell’alto magistero spirituale della Chiesa.

Giovanni XXIII il 26.12.58 fu il primo pontefice a recarsi in visita al carcere di Regina Coeli. Giovanni Paolo II, la cui elezione nel 1978 venne salutata da Pannella con la frase “Dio ce lo ha dato guai a chi me lo tocca” e che ricevette Pannella ed Emma Bonino durante la lotta contro lo sterminio per fame, andò al Parlamento italiano nel 2002 e chiese un segno di clemenza verso i detenuti. Anche la Cei si è ufficialmente espressa per la necessità di una amnistia contro il sovraffollamento delle carceri.

Fra poche ore saranno canonizzati due Pontefici che hanno avuto a cuore i diritti umani e civili, e la protezione e la cura dei prigionieri. C’è un filo rosso che unisce la lotta nonviolenta di Pannella alla volontà di protezione e cura dei detenuti espressa da Giovanni XXIII e da Giovanni Paolo II: noi ci rivolgiamo alla Santità Vostra perché con l’augusta parola che vorrà pronunciare richiami le esortazioni dei due pontefici predecessori e le renda vive, presenti, urgenti, alle coscienze di tutti. Questa parola è “Amnistia”.

Laura Arconti  – Presidente dei Radicali Italiani

Deborah Cianfan – Direzione Nazionale Radicali Italiani

Il Tempo, 27 aprile 2014