Quintieri (Radicali) : “Pelle rischia di morire. Venga subito trasferito in Ospedale”


Centro Penitenziario SecondiglianoSebastiano Pelle è gravemente ammalato ed ha bisogno, con la massima urgenza, di essere trasferito dal Carcere presso una struttura sanitaria specializzata per essere sottoposto ad un intervento chirurgico poiché, in difetto, vi è il concreto rischio che possa morire da un momento all’altro. Lo afferma Emilio Quintieri, esponente dei Radicali Italiani, all’esito della visita ispettiva effettuata domenica mattina nella Casa Circondariale di Napoli Secondigliano, dal Senatore della Repubblica Luigi Compagna (Ncd) accompagnato dal Dirigente Nazionale dei Radicali Luigi Mazzotta.

Nell’ambito dell’ispezione, la delegazione visitante, su sollecitazione di Quintieri, ha incontrato il detenuto calabrese Sebastiano Pelle, all’interno della sua cella, nel Reparto Infermeria del sovraffollato Penitenziario napoletano (capienza regolamentare 898 posti dei quali 12 non disponibili, detenuti presenti 1.278, detenuti in esubero 380).

Il Pelle, sentito dal Senatore Compagna e dal Radicale Mazzotta, ha riferito che ha necessità di essere operato con urgenza poiché rischia di morire da un momento all’altro lamentando, altresì, il suo mancato trasferimento presso una struttura sanitaria esterna che attende da diversi mesi. Il detenuto ha tenuto a precisare che la necessità dell’intervento chirurgico (ha bisogno della sostituzione della valvola aortica) è stata riconosciuta sia dal Servizio Sanitario Penitenziario di Rebibbia e di Secondigliano che da quello dell’Azienda Ospedaliera “Vincenzo Monaldi” di Napoli. 

Sebastiano PelleIl Senatore Compagna ha promesso al detenuto Pelle, difeso dall’Avvocato Angela Giampaolo, di impegnarsi per far sì che venga al più presto trasferito presso l’Ospedale Monaldi di Napoli, specializzato nella cura delle patologie pneumo-cardiovascolari o in altra struttura sanitaria esterna pubblica della Campania ove le sue gravi problematiche di salute potranno essere adeguatamente trattate.

Ci risulta – prosegue il radicale Quintieri – che siano state effettuate delle perizie medico legali che abbiano riconosciuto l’incompatibilità del Pelle con lo stato di detenzione inframuraria. Se ciò corrisponde al vero per quale motivo ancora si trova ristretto in carcere ? E comunque, per quale ragione, nonostante la gravità della situazione, attende da diversi mesi di essere trasferito in un luogo esterno di cura non essendo praticabile all’interno dell’Istituto Penitenziario l’intervento chirurgico di cui abbisogna ?

Chiediamo all’Autorità Giudiziaria competente, conclude l’esponente dei Radicali Italiani Emilio Quintieri, di disporre immediatamente il ricovero del detenuto in un luogo esterno di cura anche solo per il tempo strettamente necessario per praticare l’intervento chirurgico prima che alla lunga lista di “morti di carcere” (91 decessi nel 2014, 25 dei quali per suicidio) si aggiunga anche quello di Sebastiano Pelle.

Cronache di un ordinario orrore carcerario ….. Casa Circondariale di Milano Opera


Vicenza 6Si può cominciare con una storia emblematica: secondo il Tribunale di Milano le sue condizioni sono incompatibili con la detenzione, ma per il giovane romano che vive sulla sedia a rotelle, l’uscita dal carcere di Opera è scattata solo un paio di giorni fa. Come mai? Per “colpa” della mancanza di strutture in grado di accoglierlo e, naturalmente, la solita burocrazia.

L.V. poteva, dunque, essere scarcerato, ma dietro le sbarre c’è rimasto per nove lunghissimi mesi. Per la mancanza di strutture in grado di accoglierlo e per colpa della burocrazia. L.V. è un giovane romeno, ha tentato due volte il suicidio in cella ed è semi-paralizzato.

Il Tribunale di sorveglianza di Milano ha stabilito, nel novembre dell’anno scorso, che le sue condizioni sono incompatibili con la detenzione. Solo dopo nove mesi il Comune di Milano e il garante per i detenuti sono riusciti a trovargli un posto all’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Il suo caso era stato denunciato dalla stesso direttore del carcere, Giacinto Siciliano, durante un’audizione alla sottocommissione carcere di Palazzo Marino: “Abbiamo percorso tutte le strade possibili perché qualche struttura esterna se ne occupi ma nessuno vuole prenderlo in carico”.

Il paradosso è che quando la struttura si trova, non si riesce a farlo uscire per problemi burocratici. “L’attuale normativa prevede infatti che debba essere garantita l’assistenza sanitaria a tutte le persone detenute o sottoposte a misure alternative alla detenzione”, afferma Alessandra Naldi, garante per i detenuti del Comune di Milano. “L.V. però non è in nessuna di queste due situazioni perché il Tribunale di sorveglianza gli concede il differimento pena per motivi di salute. Il differimento pena non è formalmente una misura alternativa alla detenzione, e quindi non rientra tra le situazioni in cui è esplicitamente prevista la garanzia dell’assistenza sanitaria anche ai cittadini stranieri”.

Per farla breve: l’Asl non concede la tessera sanitaria perché formalmente L.V. non è più un detenuto. Allo stesso tempo la Sacra Famiglia non può ricoverarlo perché non ha la tessera sanitaria e quindi il carcere di Opera non può lasciarlo libero. La situazione si sblocca quando il Comune di Milano interviene e garantisce per il giovane L.V.. “È una storia che fa anche rabbia”, dice Alessandra Naldi, “perché la lentezza e le incongruenze della burocrazia a volte creano situazioni paradossali. Per questo a fine giugno abbiamo istituito un tavolo con Asl, Regione, Comune e amministrazione carceraria per creare un protocollo che colmi questi vuoti che impediscono ai detenuti di usufruire di benefici di cui hanno diritto”.

Altra emblematica vicenda. Un po’ tutti conoscono e sanno chi è Primo Greganti, il famoso ‘compagno G.’, protagonista delle vicende tangentocratiche della prima, della seconda e della terza Repubblica. Attualmente Greganti si trova in carcere per vicende relative a tangenti e corruzioni a Expo 2015.

Sia colpevole o no, qui non interessa. Greganti aveva il cuore malandato, ha bisogno di un intervento chirurgico urgente, tuttavia impiega quasi un mese per avere l’autorizzazione dalla burocrazia carceraria. Quattro settimane per spostare Greganti dal carcere al Policlinico San Donato di Milano per poter rimediare ai danni provocati dalla rottura della valvola mitralica. Alla fine l’intervento è stato fatto, è andato bene, Greganti è fuori pericolo. Resta il fatto che per un intervento urgente sono occorse quattro settimane, a causa della burocrazia carceraria.

Si annunciano comunque novità per il mondo carcerario. Il decreto governativo convertito in legge sabato scorso prevede oltre 20 milioni di euro da qui al 2016 per indennizzare i detenuti sottoposti a trattamenti inumani, meno carcere preventivo e priorità agli arresti domiciliari, oltre a più magistrati di sorveglianza e agenti penitenziari.

Sono 204 i penitenziari in Italia, 54.414 i detenuti, 5.012 in più rispetto ai posti disponibili, un terzo sono stranieri, 36.415 condannati in via definitiva, gli altri per metà in carcere preventivo e per metà in attesa di giudizio definitivo.

Ma ecco come valuta la situazione don Virgilio Balducchi, Ispettore generale dei Cappellani delle Carceri italiane. A “Radio Vaticana” dice: “Si va verso una conduzione della giustizia che utilizzi il meno possibile il carcere. Questa scelta di costruire delle pene sul territorio è più responsabilizzante per le persone, perché le mette nella condizione di dover rispondere alle loro responsabilità: si va a lavorare per mantenere anche la propria famiglia e, se si ha un reddito, per ricominciare a riparare anche economicamente ai danni fatti, ad esempio. Gli arresti domiciliari dovrebbero però essere accompagnati da un’opera sul territorio che permetta a queste persone di fare qualche piccola attività o dei lavori socialmente utili o del volontariato”.

Pene sul territorio che vanno evidentemente organizzate, anche per quietare i timori di chi teme una ricaduta sul territorio di reiterata criminalità, perché, dice don Balducchi “il rischio aumenta se le persone non sono in grado di “reggere” economicamente…Le persone che sono in carcere, che hanno le loro responsabilità e di cui devono risponderne, sono però persone che vivono nelle nostre società. È una chiamata di corresponsabilità ad affrontare il male”.

E di “male”, chiamiamolo così, ce n’è davvero tanto. Nel loro libro ‘Viaggio nelle carcerì, Davide La Cara e Antonino Castorina descrivono così la situazione del carcere romano di Rebibbia: “Nella cella accanto dormono in undici, su una superficie che potrebbe contenerne massimo quattro, hanno risolto installando vecchi letti a castello in legno a tre piani. Vicino c’è una porta che conduce a una l’acqua per la pasta, accanto a questa, il lavandino e il water”.

Si parla di Rebibbia, ma potrebbe essere uno qualunque degli istituti di pena italiani, dove da tempo i detenuti vivono in condizioni disperate. Sono davvero tante le storie raccolte nel libro che tracciano il panorama delle carceri italiane. Un viaggio in luoghi avvilenti che denuncia le innumerevoli carenze strutturali di cui oggi soffrono gli istituti di pena italiani.

Una delle interviste di La Cara e Castorina è a Nobila Scafuro, madre di Federico Perna, morto a Poggioreale lo scorso anno a causa di un ictus, ma sulle cui cause certe di morte, c’è ancora da fare chiarezza. “Federico mi aveva raccontato di aver subito abusi sessuali, da parte delle stesse guardie carcerarie a cui avrebbe dovuto denunciare il fatto”, racconta Nobila. “Non ho mai capito perché abbia girato 9 carceri in 3 anni. Un ragazzo malato di epatite C e di cirrosi epatica, per quale motivo viene sbattuto da carcere a carcere, per andarsi a prendere altri virus?”.

Prosegue il “viaggio” dell’Osservatorio carcere Ucpi all’interno degli Ospedali psichiatrici giudiziari italiani per valutare le condizioni di vita di chi è ristretto in queste strutture ibride, a metà tra il penitenziario e il nosocomio. Antonella Calcaterra e Annamaria Alborghetti, per l’Osservatorio Carceri, insieme al Presidente della Camera Penale di Napoli Domenico Ciruzzi sono entrati nella struttura di Napoli adiacente alla casa circondariale di Secondigliano. Ancora una volta colpiscono i numeri, in particolare quelli relativi alle presenze non necessarie sotto il profilo della gravità dei reati commessi e dell’effettiva pericolosità delle persone internate che, al contrario, avrebbero necessità di essere prese in carico, come previsto dalla legge, dai servizi di cura territoriali. Ancora una volta la chiusura degli ospedali Psichiatrici Giudiziari è stata rinviata. Una nuova proroga, pochi mesi fa, ne ha stabilito la chiusura nel 2015.

Il problema, spiega l’avvocato Ciruzzi, “sono le strutture esterne esistenti solo sulla carta perché non vengono realizzate. Il problema è a monte perché si deve stabilire se queste persone hanno bisogno di cure o di detenzione, le strutture ibride non sono efficaci”.

Non si mette in dubbio la professionalità degli operatori interni e i loro sforzi anche sotto il profilo umano, ma “questo stato di cose non può continuare ad andare avanti in questo modo, è necessario applicare misure alternative, differenti a seconda del caso e ricordare che la detenzione resta sempre l’estrema ratio. La loro professionalità non può e non deve farci dimenticare quello che il dettato normativo oggi ci impone, e cioè la rigorosa ed esclusiva applicazione delle misure di sicurezza non detentive”.

Valter Vecellio

http://www.lindro.it, 7 agosto 2014

Mattiello (Pd) : Sospendere 41 bis a Provenzano ? Sì, se è contro la sua dignità


Cella Detentiva 41 bis OP“Difendo la necessità del carcere duro contro i mafiosi, ma la lotta alla criminalità non si fa senza rispettare i diritti della persona”.

Il 41 bis è uno strumento fondamentale per il contrasto alla criminalità di stampo mafioso, che si fonda sul patto associativo. Con questo strumento viene impedito ai boss detenuti di continuare ad avere rapporti con il loro ambiente criminale. D’altra parte, se non ci sono più le condizioni per applicarlo con questa ratio, è meglio sospenderlo.

Le condizioni di salute di Bernardo Provenzano impongono una nuova valutazione sulla compatibilità tra detenuto e regime del 41 bis. Se è vero che le sue condizioni di salute sono tali da impedire la comunicazione con l’esterno, mantenendo per lui questo strumento, si rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Se il 41 bis venisse usato in maniera ingiustificata, si finirebbe col dare adito a quelli che lo attaccano in modo strumentale con l’intenzione di abolirlo. C’è chi parla di tortura riferendosi al 41 bis, ma io penso che la modalità di detenzione che è stata pensata nel 1992 sia adeguata al rigore necessario per questo tipo di reati.

Anche la richiesta di chiarimenti mossa dall’Europa per possibili violazioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo è stata evasa, e i dubbi sono decaduti. E stata riconosciuta la specialità della condizione italiana dovuta alla criminalità mafiosa. E chi conosce la mafia lo sa bene, mentre solo chi non la conosce può mettere tra parentesi il 41 bis.

So che “Il Garantista” si pone la questione a partire dalle condizioni carcerarie dei detenuti in Italia. Ma, appunto, rispetto alla drammatica situazione del sovraffollamento nelle carceri ordinarie, non credo sarebbe un favore per i detenuti al 41 bis essere spostati negli altri istituti.

Le condizioni dei carcerati devono essere assolutamente migliorate, ma questo non ha a che vedere con la messa in discussione dell’istituto del 41 bis. Non dimentichiamoci che l’abolizione del 41 bis era il primo punto indicato nel papello che Riina aveva mandato allo Stato per trattare. I mafiosi non lo vogliono il 41 bis, per questo è importante tenerlo.

Ma invito il Ministro Orlando, che ha già dimostrato grande sensibilità, a verificare se il 41 bis venga applicato sempre correttamente, anche nel caso di Provenzano. Il carcere non deve essere mai uno strumento di vendetta, e sono convinto che l’antimafia, così come lo Stato, debba sempre partire dal rispetto della dignità e dei diritti della persona. Altrimenti non è credibile nella lotta alle mafie, strumenti di violenza e sopraffazione.

On. Davide Mattiello, Deputato Pd e già Dirigente di Libera

Il Garantista, 08 Agosto 2014

«Sebastiano Pelle, detenuto a Napoli, rischia la vita. Ha urgente bisogno di un intervento cardiaco»


Carcere-di-Secondigliano“Se non verrà, al più presto, sottoposto, in un centro clinico specializzato, ad un delicato intervento chirurgico finalizzato alla sostituzione della valvola aortica, Sebastiano Pelle, rischia di morire in carcere”. È quanto scrive, in un’istanza presentata al Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma, l’avvocato Angela Giampaolo, legale di Pelle, di 54 anni, di Careri (Reggio Calabria), attualmente ristretto nel Carcere di Napoli Secondigliano.

Sebastiano Pelle, originario di San Luca, soprannominato “Pelle-Pelle”, è stato coinvolto nell’operazione antidroga “Good Luck”, eseguita nel maggio del 2012 su direttive della Procura della Repubblica di Roma. Dopo un periodo di irreperibilità, Pelle è stato arrestato dai Carabinieri di Bianco e dallo Squadrone Cacciatori a Careri, in contrada Ancone, nei pressi di un capannone vicino alla sua abitazione, nell’agosto del 2013. Nel processo col rito abbreviato, conclusosi nel maggio scorso, Pelle è stato condannato ad 8 anni di reclusione per traffico di droga.

“Il Gip del Tribunale di Roma – aggiunge l’avvocato Giampaolo – nel maggio scorso, rispondendo ad una nostra precisa istanza, ha invitato il Dap ad attivarsi con la massima sollecitudine per reperire un’altra idonea sistemazione per Pelle, viste le gravi patologie accertate non solo dal nostro consulente ma anche dal perito nominato dal giudice. Dalle perizie effettuate è chiaramente emerso che le condizioni di Pelle sono assolutamente incompatibili con l’ordinario regime di detenzione carceraria. Insistiamo, quindi, affinché Sebastiano Pelle venga trasferito al più presto in una struttura sanitaria adeguata quale cittadino italiano e padre di sei figli e a tutela del suo diritto alla salute, costituzionalmente garantito e previsto anche dalle convenzioni internazionali”.

Giustizia, Alessio Ricco incompatibile con il regime carcerario. Concessi i domiciliari. Soddisfatti Pd e Radicali.


Carcere Siano - reparti detentiviIl Tribunale del Riesame di Catanzaro, in riforma dell’Ordinanza emessa dalla Corte di Appello di Catanzaro ed all’esito degli accertamenti specialistici effettuati, ha disposto la immediata scarcerazione del giovane cetrarese Alessio Ricco, 29 anni, detenuto in custodia cautelare presso la Casa Circondariale di Catanzaro Siano, gravemente ammalato di artrite reumatoide. Al Ricco, condannato in appello per narcotraffico, difeso dagli Avvocati Giuseppe Bruno del Foro di Paola e Cesare Badolato del Foro di Cosenza, i Giudici del Riesame hanno concesso gli arresti domiciliari presso la sua abitazione in Cetraro dalla quale, potrà uscire con il consenso dell’Autorità Giudiziaria, per effettuare tutte le cure necessarie di cui ha bisogno.

visita_esponenti_radicali_carcere_siano_catanzaroNei mesi scorsi, la sua situazione, era giunta all’attenzione del Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri grazie all’intervento di Emilio Quintieri, esponente del Partito Radicale. Successivamente, Quintieri, insieme a Sabatino Savaglio ed a Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia, si erano recati in visita ispettiva presso l’Istituto Penitenziario di Catanzaro per far visita al giovane ammalato, protestando per le cattive condizioni in cui veniva tenuto prigioniero. Inoltre, proprio di recente, la Parlamentare particolarmente sensibile ai problemi del “pianeta carcere”, aveva effettuato con i Radicali una ulteriore ispezione per accertare le condizioni di detenzione. Secondo gli esponenti politici la sua problematica di salute non era compatibile con il regime carcerario per cui ne sollecitavano la scarcerazione o, diversamente, il ricovero in una struttura sanitaria idonea. Alla fine, hanno avuto ragione. Infatti le conclusioni medico legali dei Medici Saverio Natì e Giovanni Pepe, sono state abbastanza chiare “a distanza di circa 6 mesi dall’inizio del trattamento con Methotrexate, la malattia non ha ancora raggiunto la remissione clinica né la condizione di low disease activy (malattia a lenta attività): il Ricco Alessio è da ritenere, pertanto, un non – responder al Methotrexate. Non solo non si è raggiunta la remissione clinica ma, addirittura, il caso in esame concreta una malattia in fase attiva, come dimostrano i segni e i sintomi di malattia tutt’ora presenti ed altamente invalidanti. Tale condotta terapeutica impone un ravvicinato monitoraggio delle condizioni cliniche che non è possibile eseguire all’interno di una Casa Circondariale dove rileva la scarsità di servizi sanitari specialistici e di personale specializzato nel trattamento del methotrexate ad elevato dosaggio. Si rende, quindi, necessario il trasferimento del Ricco Alessio in un Centro Reumatologico ad alta specializzazione, sia esso di ordine penitenziario o – in sua assenza – extracarcerario, atteso che l’attività della malattia di cui è portatore è tale da non consentire una adeguata cura in stato di detenzione in carcere. In subordine, ove l’Amministrazione Penitenziaria dello Stato, si dimostri non solo in grado di curare adeguatamente il Ricco Alessio, attraverso l’istituto degli arresti domiciliari presso un idoneo luogo di cura ad alta specializzazione, ritengo che sia opportuno porre il Ricco Alessio nelle condizioni di provvedere alle cure di cui ha bisogno in modo autonomo. Relativamente all’ambiente carcerario in cui il Ricco Alessio è detenuto, certamente non è possibile affermare che esso sia congruo e adeguato a chi soffre di artrite reumatoide : sovraffollamento, stato delle cose degradate, celle piccole e grondanti di umidità, igiene personale con acqua fredda sono tutti fattori che sicuramente non favoriscono la remissione clinica della malattia”.

MontecitorioSul caso di Ricco, proprio questa mattina, l’Onorevole Daniele Farina, Capogruppo di Sinistra Ecologia e Libertà in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati, aveva interrogato i Ministri della Giustizia e della Salute Andrea Orlando e Beatrice Lorenzin, per sapere quali informazioni disponesse il Governo in merito, quale sia stata l’assistenza sanitaria prestata al detenuto e se la stessa sia stata adeguata, per quali motivi lo stesso non fosse stato immediatamente trasferito in un Centro Clinico dell’Amministrazione Penitenziaria nonostante le sollecitazioni effettuate in tal senso e quali iniziative i Ministri interrogati, ognuno per la parte di propria competenza, intendevano adottare per garantire il fondamentale diritto alla salute del detenuto, assicurandogli un trattamento penitenziario che non fosse contrario al senso di umanità come previsto dalla Costituzione Repubblicana e dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Ricco avrebbe dovuto essere già stato scarcerato da tempo – dice il radicale Quintieri – perché le sue gravi condizioni erano evidenti ma, anche in questo caso, si è voluto perdere inutilmente del tempo prezioso. Ovviamente, a mio avviso, ci sono delle omissioni e responsabilità precise e lo Stato sarà chiamato a risponderne dinanzi alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo. Stiamo già preparando il ricorso per Ricco, conclude Emilio Quintieri, chiedendo la condanna dello Stato per violazione dell’Art. 3 della Convenzione Europea con richiesta di congruo risarcimento danni.

L’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DELL’ON. DANIELE FARINA, CAPOGRUPPO DI SEL IN COMMISSIONE GIUSTIZIA

 CAMERA DEI DEPUTATI

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE GIUSTIZIA

 

Al Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando

Al Ministro della Salute On. Beatrice Lorenzin

Premesso che :

secondo quanto riferito all’interrogante da Emilio Enzo Quintieri, esponente dei Radicali italiani, presso la Casa Circondariale “Ugo Caridi” di Catanzaro Siano, in Calabria, si trova ristretto in custodia cautelare il detenuto Alessio Ricco, nato a Cetraro (CS) il 08/10/1984, per violazione della normativa sugli stupefacenti;

il Ricco, soggetto con pregressa tossicodipendente da cocaina, è affetto da “sindrome ansioso – depressiva nonché artrite reumatoide in fase acuta con tumefazione e dolore alle articolazioni ed in particolare modo ai polsi, alle mani d alla caviglia dx, impossibilitato a deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore e non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita senza assistenza continua”, come attestato dal Certificato Medico nr. 2014AD45252 del 14/03/2014, a firma del Dottor Antonio Tavano, Medico in servizio presso la predetta Casa Circondariale propedeutico in sede di visita per il riconoscimento dello status di invalido civile e portatore di handicap ;

tale detenuto, dalla scorsa stagione estiva, ha iniziato a lamentare dolori alle articolazioni e per questi motivi, in data 09/08/2013, gli veniva prescritta terapia con fans e richiesti esami di laboratorio. Vista l’alterazione degli indici di flogosi e dei fattori reumatici nonché la resistenza alla terapia praticata, in data 24/09/2013, veniva richiesta una visita specialistica reumatologica presso l’Azienda Ospedaliera “Pugliese – Ciaccio” di Catanzaro. Quest’ultima, eseguita in data 10/10/2013, richiedeva  l’esecuzione di ulteriori accertamenti consistenti in esami rx mani e polsi, bacino e piedi ed altri esami di laboratorio dopo 20 giorni, in assenza di terapia cortisonica. Esperiti gli accertamenti richiesti, in data 04/12/2013, il detenuto veniva inviato nuovamente allo Specialista Reumatologo il quale chiedeva di visionare direttamente i radiogrammi effettuati prima di diagnosticare definitivamente la malattia sospettata. Tali radiogrammi, nonostante le sollecitazioni del detenuto e dei familiari, non sono state mai recapitate allo specialista reumatologo dalla Direzione della Casa Circondariale di Catanzaro causando un notevole ritardo nella diagnosi e nel trattamento della patologia che, nel frattempo, peggiorava rapidamente ed alla quale si aggiungeva una ingravescente difficoltà a deambulare che esitava in un grave pregiudizio della deambulazione autonoma, tanto che il Ricco Alessio fa attualmente uso di bastoni canadesi e di carrozzina ortopedica nonché di supervisione per gli spostamenti ;

soltanto in data 20/01/2014, dopo lo sciopero della fame ed il rifiuto della terapia attuato dal detenuto, la diffida della moglie Francesca Scornaienchi e la protesta dei Radicali, il Servizio Sanitario Penitenziario di Catanzaro ha preso contatti telefonici con il reumatologo ospedaliero assicurandolo che, a breve, avrebbe ricevuto quanto richiesto in modo da sciogliere la riserva sulla diagnosi e sulla terapia farmacologica da intraprendere. Nella nota Prot. nr. 225 M.I. del 20/01/2014 trasmessa alla Corte di Appello di Catanzaro il Servizio Sanitario Penitenziario scrive che “il detenuto al momento presenta un’artralgia ricorrente che molto probabilmente è dovuta ad artrite reumatoide all’esordio. Infatti gli accertamenti fin qui effettuati indirizzano a questa diagnosi. Nei prossimi giorni sarà sottoposto a nuova valutazione specialistica reumatologica con conseguente prescrizione di terapia specifica, dal momento che quella praticata finora si è dimostrata poco efficace. Il trattamento una volta stabilito, prevede un monitoraggio clinico – laboratoristico che può essere effettuato in istituto (salvo diversa indicazione specialistica) e dei periodici controlli specialistici più approfonditi che potranno essere eseguiti ambulatorialmente in ospedale. Al momento il detenuto si presenta sofferente e con limitazione funzionale dell’articolazione della caviglia dx che rende difficoltosa la deambulazione, tuttavia al momento non necessita di ricovero e può essere adeguatamente seguito in istituto.” ;

precedentemente, il detenuto era stato visitato dal Dottor Luigi Tundis, uno specialista reumatologo di fiducia, che come si evince nella relazione peritale datata 07/01/2014, aveva riscontrato che “il detenuto Ricco Alessio è portatore di menomazioni attinenti all’apparato scheletrico in particolare ai piedi, mani e gomiti. All’esame clinico si apprezza un evidente dolenzia alle articolazioni di ambedue le mani con diminuita prensilità e forza; il dolore si accentua in particolar modo alla digito – pressione, a livello della falange ed interfalangea delle suddette mani. Inoltre si apprezza notevole dolorabilità, sempre alla digito – pressione, a livello tibio-tarsica di ambedue i piedi con presenza di tumefazione e presenza di piccoli noduli reumatoidi. Presenza, inoltre, di dolorabilità a livello di ambedue i gomiti con piccoli noduli reumatoidi. Il Ricco riferisce rigidità mattutina e difficoltà alla deambulazione ed alla postura. Le menomazioni accertate, se lasciate a se, possono evolvere solo in senso negativo portando ad un peggioramento delle condizioni di salute del detenuto. Il che riverbererebbe i suoi effetti sul diritto alla salute costituzionalmente garantito, la cui violazione sarebbe fatto di evidenza solare.”. In conclusione lo Specialista reumatologico nel richiedere un attento monitoraggio clinico strumentale ed esami ematochimici e, quindi, una adeguata terapia medico e fisioterapica al fin di migliorare la qualità di vita del Ricco, affermava che tutto ciò “può essere espletato presso delle vostre strutture chiaramente idonee alla patologia del Ricco oppure in ambienti extracarcerari per poter favorire se non la completa restituito ad integrum quanto meno un recupero funzionale soddisfacente dello stato di salute del detenuto”;

tale situazione, per come riferisce il Quintieri, era stata opportunamente segnalata dallo stesso, in data 14/01/2014, con una lettera al Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri che, per opportuna conoscenza, aveva inviato anche al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ed all’Ufficio di Sorveglianza di Catanzaro; a seguito di questa lettera la Segreteria del Ministro comunicava al Quintieri di aver chiesto esaustive delucidazioni in merito e di aver incaricato il Dott. Francesco Cascini, Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, di seguire con attenzione il caso del detenuto;

in data 30/01/2014 il Servizio Sanitario Penitenziario di Catanzaro ha sollecitato la Direzione dell’Istituto a chiedere ai Superiori Uffici dell’Amministrazione Penitenziaria “il trasferimento presso idoneo Centro dell’Amministrazione Penitenziaria con posto letto infermeria e vicino Centro Reumatologico per una migliore gestione” ;

in data 06/03/2014 il Servizio Sanitario Penitenziario di Catanzaro ha sollecitato nuovamente la Direzione dell’Istituto a chiedere “il trasferimento in Centro Diagnostico Terapeutico (CDT) vicino Centro Reumatologico del detenuto in oggetto, affetto da artrite reumatoide. Si fa presente che in Calabria non esiste Centro Reumatologico di riferimento; inoltre Siano è Carcere umido e particolarmente freddo. Il detenuto presenta grave impotenza funzionale e limitazione della autonomia.” ;

in data 05/04/2014 il Servizio Sanitario Penitenziario di Catanzaro, per l’ennesima volta, ha sollecitato la Direzione dell’Istituto a chiedere “il trasferimento presso Centro Reumatologico poiché il detenuto con diagnosi di sospetta artrite reumatoide all’esordio non trae beneficio dalla terapia in atto da circa 2 mesi. Lamenta persistenza delle artralgie alle mani e caviglia dx, limitazione funzionale delle articolazioni con difficoltà alla deambulazione che viene effettuata con l’aiuto di stampelle.” ;

le summenzionate richieste, allo stato, risultano tutte non essere state evasa dal competente Ufficio Dipartimentale poiché il Ricco si trova ancora detenuto presso la Casa Circondariale di Catanzaro ;

in data 15/04/2014, presso la Casa Circondariale di Catanzaro, il detenuto Alessio Ricco è stato sottoposto ad accertamenti peritali disposti dal Tribunale della Libertà di Catanzaro per verificare la natura e la gravità della malattia di cui il detenuto è portatore, accertare l’adeguatezza della cura della infermità e la compatibilità con il regime carcerario. Il Dottor Giovanni Pepe, Medico Legale, nella sua relazione del 23/04/2014, scrive che “a distanza di circa 6 mesi dall’inizio del trattamento con Methotrexate, la malattia non ha ancora raggiunto la remissione clinica né la condizione di low disease activy (malattia a lenta attività); il Ricco Alessio è da ritenere, pertanto, un non – responder al Methotrexate. Non solo ma, pur nella impossibilità da parte dello scrivente di fornire una compiuta misurazione dell’attività della malattia attraverso i su citati tests clini metrici di pertinenza strettamente specialistica, non appare difficile affermare che non solo non si è raggiunta la remissione clinica ma che addirittura il caso in esame concreta una malattia in fase attiva, come dimostrano i segni e i sintomi di malattia tutt’ora presenti ed altamente invalidanti. Tale condotta terapeutica impone un ravvicinato monitoraggio delle condizioni cliniche secondo il su citato approccio del “tight control e treat to target”, monitoraggio che non è possibile eseguire all’interno di una Casa Circondariale dove rileva la scarsità di servizi sanitari specialistici e di personale specializzato nel trattamento del methotrexate ad elevato dosaggio. Si rende, quindi, necessario il trasferimento del Ricco Alessio in un Centro Reumatologico ad alta specializzazione, sia esso di ordine penitenziario o – in sua assenza – extracarcerario, atteso che l’attività della malattia di cui è portatore è tale da non consentire una adeguata cura in stato di detenzione in carcere. In subordine, ove l’Amministrazione Penitenziaria dello Stato si dimostri non in grado di curare adeguatamente il Ricco Alessio, attraverso l’istituto degli arresti domiliciari presso un idoneo luogo di cura ad alta specializzazione, ritengo che sia opportuno porre il Ricco Alessio nelle condizioni di provvedere alle cure di cui ha bisogno in modo autonomo. Relativamente all’ambiente carcerario in cui il Ricco Alessio è detenuto, certamente non è possibile affermare che esso sia congruo e adeguato a chi soffre di artrite reumatoide: sovraffollamento, stato delle cose degradate, celle piccole e grondanti di umidità, igiene personale con acqua fredda sono tutti fattori che sicuramente non favoriscono la remissione clinica della malattia.” ;

recentemente, il detenuto ha presentato al Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Calabria una istanza di trasferimento per gravi motivi familiari con la quale ha chiesto di essere trasferito alla Casa Circondariale di Cosenza o, in subordine, alla Casa Circondariale di Paola, istituti prossimi al luogo di residenza della famiglia soprattutto per non aggravare le già precarie condizioni economiche e per riuscire a mantenere una migliore e costante relazione con i propri familiari e, in particolare, con la figlia in tenera età che non vede da tempo ; tale istanza, allo stato, risulta non essere stata evasa dal competente Provveditorato Regionale ;

a giudizio dell’interrogante l’accoglimento dell’istanza avanzata dal Ricco consentirebbe allo stesso, oltre ad un migliore contatto con i propri congiunti, di essere seguito e monitorato con attenzione poiché nelle immediate adiacenze della Casa Circondariale di Cosenza si trova il Presidio Ospedaliero “Annunziata” dotato di Reparto di Reumatologia; diversamente, nel Comune di Catanzaro ed altri Centri della Calabria, non esisterebbero strutture sanitarie dotate di reparti specializzati per il trattamento di patologie reumatiche ;

la Casa Circondariale di Catanzaro è uno degli istituti penitenziari della Calabria con il più alto tasso di sovraffollamento poiché, a fronte di una capienza regolamentare di 354 posti ospita 474 persone (120 detenuti in esubero) ;

il diritto alla salute, sancito dall’Art. 32 della Costituzione, rappresenta un diritto inviolabile della persona umana, non suscettibile di limitazione alcuna e idoneo a costituire un parametro di legittimità della stessa esecuzione della misura cautelare, che non può in alcuna misura svolgersi secondo modalità idonee a pregiudicare il diritto del detenuto alla salute ed alla salvaguardia della propria incolumità psicofisica ;

la costante giurisprudenza della Corte Suprema di Cassazione ha più volte stabilito che “il diritto alla salute del detenuto va tutelato anche al di sopra delle esigenze di sicurezza sicché, in presenza di gravi patologie, si impone la sottoposizione al regime degli arresti domiciliari o comunque il ricovero in idonee strutture”;

la pacifica giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte stabilito che “l’Articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo impone allo Stato l’obbligo positivo di garantire che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che l’attuazione della misura non sottoponga la persona a disagi o prove di un’intensità superiore al livello d’ inevitabile sofferenza insita nella detenzione ed impone che, tenuto conto delle esigenze pratiche della prigionia, la salute e il benessere del prigioniero siano assicurati adeguatamente, specialmente con la somministrazione di cure mediche” ; -:

Per sapere:

le informazioni dei Ministri in indirizzo in merito ai fatti descritti in premessa;

quali siano le patologie di cui è affetto il detenuto Alessio Ricco e se le stesse, a parere dei Ministri interrogati, siano compatibili con lo stato di detenzione nella Casa Circondariale di Catanzaro ove si trova tutt’ora assegnato ;

quale sia stata l’assistenza medico – sanitaria prestata al detenuto e se la stessa sia stata adeguata ;

se esistano dei Centri Diagnostici Terapeutici dell’Amministrazione Penitenziaria in grado di ospitare il detenuto per trattare, nella maniera più appropriata, la malattia di cui è affetto ed in caso affermativo, per quale motivo, ad oggi, nonostante il lasso di tempo trascorso dalle ripetute richieste avanzate dal Servizio Sanitario Penitenziario, non sia stato trasferito presso detto Centro ;

quale sia la determinazione assunta dal competente Ufficio del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Calabria in ordine all’istanza di trasferimento per gravi motivi familiari avanzata dal detenuto Ricco e se non si ritenga di doverla accogliere in considerazione anche dei motivi in premessa evidenziati dall’interrogante;

quali iniziative i Ministri interrogati, ognuno per la parte di propria competenza, intendano adottare per garantire il fondamentale diritto alla salute del detenuto in questione, assicurandogli un trattamento penitenziario che non sia contrario al senso di umanità come previsto dalla Costituzione Repubblicana e dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Roma lì 07 Maggio 2014

On. Daniele Farina