Padova: i racconti-choc dei detenuti “gli agenti ci offrivano eroina e film porno…”


Carcere di PadovaDopo il blitz che ha portato all’arresto di 15 persone, tra cui 6 agenti della polizia penitenziaria, la ricostruzione dei reclusi: mazzette di denaro, sigarette e stupefacenti I pacchi con dentro la merce e i vaglia arrivavano alle mogli dei carcerieri per sviare i sospetti.

Guardie penitenziarie strafatte di droga anche durante il servizio. E un carcere-groviera dove entra ed esce di tutto. È il 5° blocco (il quinto piano del grattacielo), in particolare, il supermarket della casa di reclusione Due Palazzi dove si compra e si vende dallo stupefacente ai filmini pornografici, dai cellulari a schede sim e chiavi usb. E dove qualunque contatto con l’esterno è possibile.

Lo racconta uno dei detenuti che hanno collaborato all’inchiesta, Andrea (nome fittizio) che ricorda come fossero gli agenti a “offrire” droga ai detenuti: “La prima volta ti veniva regalata una riga di eroina o una canna e ti veniva detto “tieni dai, fai festa…”, così da quel momento capivano che eri diventato loro cliente acquirente”.

Il capo-posto del 5° blocco è l’assistente di polizia penitenziaria Pietro Rega. “Prima di me” continua Andrea, “vi era tale A.A. (un detenuto) il quale era incaricato da Rega di portare i pacchi contenenti droga, telefoni e chiavette usb nel reparto alta sicurezza a un detenuto di nome Ivan, poi trasferito… A.A. se ne è andato. Nel frangente Strisciuglio (membro di un clan della Sacra Corona Unita detenuto nel reparto massima sicurezza) scriveva in alcuni bigliettini diretti a Rega che il pacco di Ivan doveva essere dato a lui…”.

Andrea insiste: “Rega mi ha fatto arrivare a casa somme di danaro in cambio del fatto che, per suo conto, consegnavo a Strisciuglio hashish in panetti da 100 a 200 grammi l’uno con tanto di logo che cambiava ogni volta… E ho consegnato sempre a Strisciuglio una chiavetta usb con scheda telefonica, forchette, coltelli…”. L’assistente Rega aveva “anche dell’eroina in sasso. Quando aveva la droga lo faceva sapere in giro, poi quando ne faceva uso perdeva un po’ il controllo e diceva tutto”.

Nel luglio 2013 Rega ha paura “perché ha sentito che un detenuto stava parlando con la magistratura o la polizia e non ha più voluto che i pacchi fossero indirizzati a sua moglie Zaccaria Iolanda… ma alla moglie del collega Telesca Angelo, il Condor, che ho letto sempre sui bigliettini si chiama Pugliese Francesca. Non so quale fosse il contenuto dei pacchi, presumo hashish, cocaina o eroina… Lo dico perché, poco dopo che i pacchi arrivavano, girava la droga al piano… Ho saputo da Rega che il pacco è regolarmente arrivato alla moglie di Telesca ma quest’ultimo si è tenuto il contenuto (la droga), dicendo a Strisciuglio che il pacco non è mai arrivato”.

Andrea conferma che, passata la paura, tutto torna come prima: “Rega ha capito che non vi erano grossi problemi e ha ricominciato a ricevere i pacchi a nome di sua moglie”. Rega aveva un precedente analogo: era stato indagato, poi condannato in primo grado, infine assolto in via definitiva dal tribunale di Napoli. Lo spiega sempre il detenuto Andrea: “Rega mi ha raccontato di essere stato in galera per associazione a delinquere, poi ha aggiunto “comunque gliela ho messa nel culo perché mi hanno assolto”.

Rega era un agente-pusher dentro il carcere: “Per un anno e mezzo l’ho visto cedere eroina e hashish… Le cessioni avvenivano nell’ufficio degli agenti e partecipavano, oltre a Rega, anche i suoi colleghi, l’assistente capo Bellino Luca detto ‘u cafone, l’assistente Giordano Paolo detto il poeta, l’agente Telesca Angelo detto condor… Telesca e Bellino cedevano pure metadone ai detenuti che ne avevano bisogno… Entrambi, per quanto ne so, sono in cura al Sert”.

Domanda spontanea: come è possibile che due agenti di un carcere di massima sicurezza siano tossicodipendenti in cura?

Gli agenti sono “comprati” a dosi di droga. E di stecche di sigarette. Il detenuto Andrea aveva regalato all’agente Telesca due stecche di Marlboro. In cambio “di un apparecchio telefonico con scheda… Era il suo telefono e ho chiamato la mia convivente”. Bastava pagare o distribuire regalie, e tutto (o quasi) era possibile. “Rega ha sempre fornito di panetti di hashish Arrab Imame (un detenuto)…”. Spesso gli agenti si tenevano parte della droga (in qualche caso tutta) spedita ai detenuti con la loro complicità: “Rega mi ha raccontato di aver ricevuto un pacco destinato al magrebino e di aver ricevuto in cambio del favore 70 grammi di eroina e 100 grammi di hashish”.

Ma come uscivano gli ordini dal carcere? Attraverso ex detenuti come “Mohamed El Ins, il contatto telefonico di Rega che fa da tramite tra lui e chi fornisce lo stupefacente… È Mohamed che i marocchini detenuti chiamano, utilizzando un telefono gestito dai rumeni che lo prestano in cambio di quattro pacchetti di sigarette. Anche gli albanesi hanno telefoni a disposizione e li prestano in cambio di sigarette o soldi… I telefoni cellulari sono stati portati in carcere da Rega e questo è risaputo da tutti”.

Il quadro è allucinante. Avverte il detenuto Andrea: “Quando sono sotto l’effetto dell’eroina, le guardie carcerarie parlano di tutto e raccontano tutto”.

Paolo Giordano è l’assistente di polizia pornostar. Oltreché far arrivare in carcere eroina, metadone (lo “sciroppo” suggerito a un collega come antidepressivo), e subutex (un oppiaceo), droghe che assume, distribuisce filmini hard realizzati “in casa”. Racconta un detenuto: “Ti offriva la droga in cambio di danaro oppure, se avevi un contatto esterno, andava a ritirarla e ne teneva per sé la metà”. Ma l’aspirazione di Giordano, detto il poeta e a volte il pittore, è quella di diventare un divo del porno. Così si cimenta in filmini a luci rosse, realizzati con amiche compiacenti, che distribuisce in carcere grazie alle chiavette usb. Filmini in cui è protagonista indiscusso.

Cristina Genesin

Il Mattino di Padova, 9 luglio 2014

Padova : Blatta nell’orecchio, detenuto in ospedale: fatti che dicono più di tante denunce


Casa Circondariale di PadovaCi sono piccoli fatti che raccontano più di tante denunce: qualche giorno fa un detenuto è stato portato al Pronto Soccorso perché nessuno riusciva a togliergli dall’orecchio uno scarafaggio. Il degrado c’è a Poggioreale, ma c’è anche, eccome, nel carcere di Padova. E i motivi sono tanti: certo, il sovraffollamento, che fa vivere tre persone in spazi che sarebbero decenti per una, ma anche la miseria diffusa, perché in carcere ci finiscono sempre più spesso le persone prive di risorse, e l’amministrazione però ha sempre meno soldi per distribuire prodotti per l’igiene.

E poi ancora il fatto che in questi anni sono stati ridotti moltissimo i finanziamenti per il lavoro “domestico” dei detenuti, e questo vuol dire che le carceri sono sempre più sporche perché le ore pagate ai “lavoranti” per pulire le aree comuni sono sempre meno e i detenuti che non hanno i soldi neppure per comprarsi detersivi e disinfettanti sempre di più.

Ma finché buona parte della società resterà convinta che queste sono lamentele e non la giusta rivendicazione del diritto alla dignità, è sempre più difficile che venga davvero rispettata la Costituzione, là dove dice che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”.

Carceri che qualche volta assomigliano a un film horror

Un urlo mi fa sobbalzare sul letto, quasi sbatto la testa sopra la seconda branda, ma l’allenamento negli anni mi ha fatto prendere in modo magistrale le misure di quei 2 metri e 88 centimetri quadrati che mi spettano per scontare la mia condanna in una cella delle carceri italiane.

Butto uno sguardo dalla finestra, fuori è ancora buio e nel frattempo l’urlo si prolunga in tutte le sue sfumature, paura, angoscia e ricerca d’aiuto, cerco di capire cosa sta succedendo, in due passi e mezzo raggiungo il bagno e agguanto lo specchietto, mi fiondo davanti al blindo e da una fessura di 25 centimetri tiro fuori la mano con lo specchietto cercando di intravedere se ci sono movimenti di agenti penitenziari, per me il calcolo da fare è semplice: se vedi tre agenti scelti e un brigadiere significa che qualcuno ha tentato di impiccarsi e stanno attendendo la barella per portarlo fuori dalla cella, ma non vedo nulla, nessuno si trova lì vicino, intanto l’urlo non smette e comincia a diventare fastidioso per gli altri in sezione: questi posti infatti ci hanno resi insensibili, e solitamente quando qualcuno cerca di impiccarsi lo sgomento dura poco, ma questo è già venti minuti che urla.

Di persone che tentano di impiccarsi ne vediamo una o due a settimana, oramai non ci stupisce più nulla, siamo attori contro voglia di un film horror di cui è responsabile quella parte della politica che non si vuole assumere impegni concreti per cercare di umanizzare le carceri. Ma torniamo a questa trama raccapricciante, proprio così, una cosa da non crederci: ai giorni nostri, in una società colta ed evoluta, uno scarafaggio è entrato all’interno dell’orecchio di un detenuto, uno dei peggiori incubi che un essere umano possa avere si è avverato qui nel carcere penale di Padova, questo carcere pochi mesi fa fu definito bellissimo dall’allora ministra Cancellieri, ora io mi domando se qui succede questo figuriamoci cosa succederà in quelle carceri che non sono “bellissime”.

Questa è una di quelle situazioni che dobbiamo affrontare oltre alla privazione della nostra libertà, ma se con azioni non rispettose della società abbiamo noi stessi contribuito a farci privare della libertà, la galera può starci anche bene, ma chi ci ha condannato nel nome del popolo italiano si rende conto a cosa ci sta mandando incontro? L’uomo dell’urlo è stato portato in ospedale dopo un’ora e verso mezzogiorno lo si è rivisto in sezione, e noi abbiamo cercato di scherzare chiedendogli “ma sei ancora vivo?”, e anche per lui che non gridava più la giornata è continuata poi normalmente. Usare il termine normale non è però proprio azzeccato, perché gli incubi che siamo costretti a subire stanno diventando realtà quotidiana.

Ma come si fa ad alzare la voce contro questa disumanità se poi non sai dove finirai, come puoi combattere questa quasi totale indifferenza se non hai speranza di cambiare le cose? noi detenuti ci abbiamo provato ma quasi nessuno ci ascolta, e questo però non significa che dobbiamo smettere di chiedere i nostri diritti: perché una giustizia sia veramente giusta bisogna infatti avere la forza di riconoscere i detenuti come essere umani e non alieni.

Il carcere dovrebbe essere una specie di riparazione al danno che subisce la società per azioni delinquenziali, ma dovrebbe soprattutto aiutare chi commette reati a reinserirsi nella società stessa una volta scontata la pena. E però come si fa a non portare rancore quando per anni ti hanno rinchiuso in luoghi degradati fra violenza sporcizia ignoranza, senza mai darti la possibilità di fermarti una volta a pensare al perché dei gesti che hai commesso, come si fa a non essere incazzati quando si è ricevuta tanta indifferenza?

Erjon Celaj

Infestati dagli insetti (a Catania anche ratti)

Quando mi hanno raccontato che a un nostro compagno è entrato uno scarafaggio nell’orecchio e lo hanno portato in ospedale per levarglielo non potevo credere a quell’assurdità, poi un suo compagno di sezione ha detto che gli hanno dovuto estrarre lo scarafaggio con un divaricatore, allora ho capito che la storia non era frutto della fantasia.

È un dato di fatto che nelle carceri oltre al sovraffollamento dei detenuti, c’è il sovraffollamento di blatte, che io chiamo “inquilini indesiderati”, è una cosa schifosa anche solo descriverla.

Devo dire che la Direzione fa fare la disinfestazione nelle sezioni e nelle celle detentive almeno due volte al mese, ma niente, il problema è che tutto il carcere è infestato da questi parassiti e ci vorrebbero delle disinfestazioni e una pulizia radicali.

Nelle tante carceri dove sono stato ho visto di tutto, ricordo che nel carcere di Catania Piazza Lanza, nei gabinetti alla turca dovevamo mettere una bottiglia piena d’acqua nel buco di scarico, perché uscivano i ratti, e una volta ad un detenuto lo hanno dovuto portare in ospedale, perché mentre era seduto a fare i suoi bisogni un ratto lo ha assalito mordendolo, non so neppure spiegare la paura di quando dovevi levare quella bottiglia per poter usare la turca. Ma in che schifo di posti veniamo rinchiusi? È normale convivere con tutte queste bestie, rischiando giorno dopo giorno di prendere malattie e infezioni a causa di condizioni di miseria e degrado che ti privano anche della dignità?

Eppure non siamo più nell’era delle pestilenze o delle guerre, quando le galere erano posti dove trovavi di tutto, questo senso di abbandono è allucinante, se si pensa che siamo nel 2014 e il diritto alla salute dovrebbe essere garantito a tutti.

Io su questo penso che mi vergogno di essere un cittadino italiano: anche se al momento sono detenuto, sono ancora cittadino di questo paese e non credo che sia da Paese civile tenere degli esseri umani in situazioni così degradanti: non solo infatti dobbiamo stare nelle carceri sovraffollate, ma dobbiamo anche rischiare di prenderci delle malattie o delle infezioni. Io ricordo che sono entrato in buona salute e a questo punto non sono così sicuro di uscirne nella stessa maniera.

Spero che questo mio sfogo arrivi a chi di dovere, perché finalmente si riesca a risolvere questi problemi di degrado. E voglio per lo meno credere alla sensibilità delle ASL, che dovrebbero monitorare lo stato di igiene di tutte le nostre carceri.

Luca Raimondo

Il Mattino di Padova, 12 maggio 2014