Nell’indifferenza generale continua la mattanza silenziosa nelle Carceri d’Italia


cella perquisizione penitenziariaNelle carceri italiane, silenziosa e tra la generale indifferenza, continua la mattanza. L’altro giorno, nella casa circondariale di Sassari “Bancali” un detenuto si è tolto la vita dopo il giro di controllo del poliziotto di turno.

Lo ha reso noto Domenico Nicotra, segretario generale Aggiunto dell’Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria), uno dei sindacati della polizia penitenziaria. Nicotra racconta che il detenuto, un uomo di 34 anni, condannato per furto, dopo il normale e previsto giro di controllo ha ricavato un cappio dalle lenzuola in suo possesso e si è impiccato nel bagno della cella.

C’è poi l’ancora più lunga lista dei suicidi sventati. Due nel solo carcere di Civitavecchia. Donato Capece leader del sindacato autonomo di polizia Sappe, spiega che il detenuto, originario della Campania “ha tentato di uccidersi nella sua cella realizzando un rudimentale cappio con le lenzuola della cella”. Un suicidio sventato “Per Il tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari, ma l’ennesimo episodio accaduto in carcere a Civitavecchia è sintomatico di quali e quanti disagi caratterizzano la quotidianità penitenziaria”.

Capece ricorda che qualche giorno prima un altro detenuto di Civitavecchia, italiano di 34 anni, ha tentato il suicidio cercando di impiccarsi, salvato anche in questo caso dagli agenti penitenziari: “Negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 16mila tentati suicidi ed impedito che quasi 113mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze”.

La situazione nelle carceri, insomma, resta allarmante. “Altro che emergenza superata”, sospira Capece. “Per fortuna delle Istituzioni, gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici. Ma devono assumersi provvedimenti concreti: non si può lasciare solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri laziali e del Paese tutto”.

Un altro suicidio è stato sventato a Torino, Anche in questo caso un detenuto di 48 anni ha tentato di farla finita con un cappio rudimentale ricavato da un lenzuolo, ma è stato fortunatamente salvato dall’intervento della polizia penitenziaria e portato in ospedale. Un episodio, osserva Leo Beneduci, leader dell’Osapp che dimostra “l’assoluta inadeguatezza dell’amministrazione penitenziaria rispetto alle esigenze e all’alta professionalità degli appartenenti alla polizia penitenziaria”.

Ci sono poi i casi di connazionali detenuti all’estero. Il caso più clamoroso è quello di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due militari italiani prigionieri in India da più di due anni, al centro di uno sconcertante caso giudiziario caratterizzato da rinvii e rimpalli di competenza che sembra non avere mai fine.

Un’altra vicenda clamorosa è quella di Roberto Berardi un imprenditore detenuto in quello che si può ben definire un lager, in Guinea Equatoriale. Accusato di truffa Berardi denuncia di aver subito sevizie e torture. Secondo la ricostruzione dei familiari, Berardi aveva formato una società di costruzioni con il figlio del presidente della Guinea. Scopre strane operazioni sul conto corrente dell’impresa, chiede spiegazioni. Come risposta lo accusano di frode fiscale e lo sbattono in carcere.

Meglio è andata a Giulio Brusadelli un ragazzo arrestato a Cuba perché in possesso di appena tre grammi e mezzo di marijuana, l’equivalente di qualche spinello. Oggi Giulio è libero, ma per cinque mesi lo hanno tenuto in galera, e per non fargli mancare nulla lo hanno anche internato in ospedale psichiatrico. Secondo l’Annuario statistico del ministero degli Esteri sono circa tremila gli italiani detenuti nel mondo. Poco meno di settecento i condannati per delitti gravi, spesso per delitti gravi, ma a volte vittime di montature e capri espiatori di vicende più grandi di loro.

Il dato più allarmante è che sono 2400 gli italiani detenuti in attesa di giudizio, la maggior parte, circa 1800, nei paesi dell’Unione europea, Germania e Spagna in testa; quasi trecento nelle Americhe, concentrati negli Stati Uniti e in Venezuela. Altri 33 detenuti sono in attesa di essere estradati in Italia. Quale che sia il reato per cui sono imputati tutti i detenuti dovrebbero avere diritto ad un giusto processo. Non sempre è così.

In diversi Paesi, infatti, sono negati anche i più elementari diritti sanciti dalle convenzioni internazionali come l’assistenza di un avvocato e la presenza di un interprete durante gli interrogatori. E in molti casi le notizie lasciate trapelare dalle autorità sono così poche e generiche che non ci si può neppure fare un’idea del processo.

Valter Vecellio

Notizie Radicali, 12 settembre 2014

Cuba: ragazzo italiano rinchiuso in carcere, rischia la vita per 3,5 grammi di marijuana


Da cinque mesi in galera con l’accusa di “traffico di droga”, ma aveva solo 3,5 grammi di marijuana. I genitori: “Aiutateci prima che sia troppo tardi”.

Cinque mesi possono essere un calvario. Soprattutto quando si è costretti a muoversi nello spazio angusto di una cella. Circondati da persone che parlano una lingua straniera. Con gli affetti lontani. Affamati e senza riuscire a dormire.

È la storia di tanti italiani che da colpevoli, ma spesso da innocenti, si trovano detenuti all’estero. Un numero impressionante: oltre 3.200. È la storia di Giulio Brusadelli, un ragazzo romano di 34 anni che per l’appunto da 5 mesi si trova in carcere a Cuba.

Venerdì l’Huffington Post ha pubblicato la lettera indirizzata dai genitori al senatore Luigi Manconi (presidente della Onlus A Buon Diritto). Una lettera che riassume in poche righe tutto il dramma di un padre e di una madre che, proprio in questi giorni, sono volati a Cuba per verificare di persona le condizioni del figlio.

La storia di Giulio comincia il 4 marzo di quest’anno con quello che anche i genitori definiscono un “errore”. A Santiago de Cuba viene trovato in possesso di 3,5 grammi di marijuana. Una quantità modica, ma l’accusa è pesantissima: traffico di droga. Il ragazzo viene arrestato. Dopo due mesi viene trasferito presso il carcere di Aguadores, sempre a Santiago, e lì resta in attesa del processo. Che si svolge il 14 luglio. Giulio, particolare tutt’altro che irrilevante, soffre da circa 20 anni di una sindrome bipolare maniaco depressiva. Viene riconosciuto dalla commissione medico-legale come “tossicodipendente”. Secondo i testimoni presentati dalla difesa è incompatibile con il regime carcerario.

L’accusa, tra l’altro, non riesce in alcun modo a dimostrare la sua natura di “trafficante di droga”. Anche per questo, dagli iniziali 8 anni di reclusione, si passa ad una richiesta di 3-5 anni. Il 22 luglio la sentenza: condanna a 4 anni di detenzione, da scontare dopo essere stato ricoverato presso un centro di disintossicazione.

Gli avvocati del ragazzo preparano il ricorso in appello. Chiedono al ministero degli Interni cubano di concedergli la possibilità di scontare la pena in Italia. Un trattato tra il nostro Paese e L’Avana, ratificato nel 2000, offre questa possibilità anche se fissa alcune condizioni (ad esempio il fatto che la sentenza sia “passata in giudicato”).

Ed è a questo punto che quella che a prima vista potrebbe sembrare una disavventura come tante si trasforma in un dramma. Giulio resta in cella, il ricovero nel centro di disintossicazione non avviene, la sua depressione si acuisce fino a quando non viene trasferito nel reparto psichiatrico dell’ospedale “Juan Bruno Zayas” vicino a Santiago.

È lì che il 28 agosto lo hanno incontrato i suoi genitori. Ed ecco la loro descrizione: “Giulio era in stato catatonico, visibilmente prostrato e depresso, dimagrito in maniera impressionante (…), incapace di pronunciare parola e di riconoscere i propri genitori (…)”.

Per questo Paolo e Patrizia Brusadelli hanno deciso di rivolgere il loro disperato appello a Manconi. Che oggi racconta: “Ormai siamo in presenza di un caso che non è più giudiziario, si tratta di una vicenda umanitaria. Purtroppo nell’ultimo anno mi sono occupato di altre storie come quella di Giulio. Compresa quella di Roberto Berardi (l’imprenditore detenuto da gennaio 2013 nella galera di Bata, una piccola città della Guinea Equatoriale, dove subisce quotidianamente maltrattamenti e pestaggi ndr )”.

Manconi ci tiene a sottolineare che sia il ministero degli Esteri italiano che l’Ambasciata italiana a Cuba stanno lavorando per arrivare ad una soluzione. “Ma soprattutto – aggiunge – ho trovato molta sensibilità da parte dell’Ambasciata cubana a Roma”. Purtroppo è difficile fare previsioni su cosa succederà. Ma il grido dei genitori di Giulio ci dice che non c’è tempo da perdere: “Aiutateci prima che sia troppo tardi”.

La lettera dei genitori di Giulio

Gentile Senatore Manconi, siamo i genitori di Giulio Brusadelli e le scriviamo da Cuba. Ieri, 28 agosto, abbiamo incontrato nostro figlio nel reparto psichiatrico dell’ospedale “Juan Bruno Zayas” vicino a Santiago, dove si trova recluso e piantonato.

Giulio era in stato catatonico, visibilmente prostrato e depresso, dimagrito in maniera impressionante (…), incapace di pronunciare parola e di riconoscere i propri genitori (…). Nostro figlio soffre da vent’anni di una sindrome bipolare, maniaco-depressiva, ma mai c’era accaduto di vederlo in una simile condizione.

Fino a qualche giorno fa, si trovava detenuto nel carcere della città di Santiago, dopo essere stato arrestato perché trovato in possesso di 3,5 grammi di marijuana; e dopo essere stato condannato a quattro anni per un “traffico” del quale non risulta alcuna prova. Giulio ha commesso un errore ma non può certo, per questo motivo, rischiare di morire (…). Il nostro è un grido di aiuto (…). Prima che sia troppo tardi.

Paolo e Patrizia Brusadelli

Nicola Imberti

Il Tempo, 31 agosto 2014