Napoli, Ispezione al Carcere di Secondigliano del Sen. Luigi Compagna (Ncd) organizzata dai Radicali


Luigi Compagna e Luigi MazzottaContinuano senza sosta su tutto il territorio nazionale le ispezioni dei Radicali negli Istituti Penitenziari italiani. Nonostante i Radicali non siano più in Parlamento grazie alla disponibilità di Deputati e Senatori di altre Forze Politiche riescono ad accedere all’interno delle Carceri per accertare le condizioni di detenzione e, più in generale, le problematiche di tutta la comunità penitenziaria. Questa mattina è toccato alla Casa Circondariale di Napoli Secondigliano, situata nel “caldo” quartiere di Scampia, una delle strutture detentive più grandi d’Italia costruita nel 1982 ed inaugurata nel 1991 dotata, tra l’altro, di un Centro Diagnostico Terapeutico che ospita tantissimi detenuti ammalati cronici provenienti non solo dalla Regione Campania ed altrettanti con problemi di tossicodipendenza. La visita ispettiva è stata effettuata, con preavviso, dal Senatore della Repubblica Luigi Compagna (Nuovo Centro Destra) unitamente al Dirigente dei Radicali Italiani Luigi Mazzotta ed ha riguardato, principalmente, il Reparto di Infermeria dove sono ristretti alcuni detenuti gravemente ammalati e bisognosi di continua assistenza sanitaria.

Nel corso della visita il Senatore Compagna ed il radicale Mazzotta, su segnalazione dell’esponente radicale calabrese Emilio Quintieri, hanno incontrato anche il detenuto Sebastiano Pelle, classe 1961, originario della Provincia di Reggio Calabria, trasferito nel Penitenziario napoletano dalla Casa Circondariale di Roma Rebibbia. Come si ricorderà, nelle scorse settimane, il suo difensore di fiducia Angela Giampaolo, aveva presentato l’ennesima istanza al Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma per le sue gravi condizioni di salute. Nello specifico, l’avvocato sollecitava il trasferimento dello stesso in un Centro Clinico Specializzato per essere sottoposto ad un delicato intervento chirurgico finalizzato alla sostituzione della valvola aortica poiché, altrimenti, rischiava e rischia di morire in carcere.

Già precedentemente, negli scorsi mesi, il Gip di Roma aveva invitato la Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ad attivarsi con la massima sollecitudine per reperire un’altra idonea sistemazione per il detenuto calabrese, viste le gravi patologie riscontrate sia dal Medico Legale incaricato dall’Autorità Giudiziaria sia dal Consulente di parte. Dalle perizie che vennero effettuate emerse che le condizioni di salute del Pelle, in custodia cautelare per traffico di sostanze stupefacenti, erano assolutamente incompatibili con l’ordinario regime di detenzione inframuraria.

Il Pelle ha riferito alla delegazione che ha bisogno di essere operato con la massima urgenza poiché rischia di morire da un momento all’altro lamentando, altresì, il suo mancato trasferimento presso una struttura sanitaria esterna che attende da diversi mesi. Il detenuto ha tenuto a precisare che la necessità dell’intervento chirurgico è stata riconosciuta sia dal Servizio Sanitario Penitenziario di Rebibbia e di Secondigliano che da quello dell’Azienda Ospedaliera “Vincenzo Monaldi” di Napoli.  

Il Senatore Luigi Compagna ha promesso al detenuto calabrese il suo impegno impegnandosi a sollecitare il suo trasferimento presso l’Ospedale Monaldi di Napoli, specializzato nella cura delle patologie pneumo-cardiovascolari, o in altra struttura sanitaria pubblica della Campania presso la quale potrà, finalmente, essere operato e curato in maniera appropriata.

Nel Penitenziario di Secondigliano, secondo quanto racconta il radicale Luigi Mazzotta, sono stati incontrati anche altri detenuti gravemente che, sicuramente, per le loro problematiche di salute non dovrebbero restare in carcere. Tra questi il napoletano Fabio Ferrara, 27 anni, condannato definivo per tentata rapina in concorso, il cui fine pena è previsto tra 2 anni e 7 mesi. Questo ragazzo – dice Mazzotta – venne ferito all’addome in uno scontro a fuoco con la Polizia di Stato e, dopo tale circostanza, finì sulla sedia a rotelle con tutta una serie di problematiche. Oggi si trova rinchiuso a Secondigliano, in una cella piccolissima dove a malapena entra la carrozzella, assistito da un altro detenuto piantone che lo aiuta a compiere anche i più elementari gesti della vita quotidiana. Porta anche il pannolone, non riuscendo ad andare in bagno. Precedentemente – continua l’esponente radicale – era detenuto nel Padiglione San Paolo della Casa Circondariale di Napoli Poggioreale dove, tutto sommato, stava meglio rispetto a Secondigliano. Da qualche giorno Fabio ha intrapreso lo sciopero della fame per protestare contro il trattamento disumano riservatogli dallo Stato.

Il Carcere di Secondigliano, ad oggi, a fronte di una capienza regolamentare di 898 posti (dei quali 12 non disponibili), ospita 1.278 persone detenute, molte delle quali appartenenti al circuito differenziato dell’Alta Sicurezza. Le celle sono piccolissime essendo state progettate per una sola persona ed invece sono occupate sistematicamente da 2 detenuti, attraverso l’utilizzo dei letto a castello. I bagni sono piccoli, privi della doccia interna e dell’acqua calda.

Non c’è dubbio che le condizioni di detenzione stabilite dalla costante giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo non vengano rispettate e, quindi, si sia in presenza di una flagrante violazione dell’Art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani che proibisce in termini assoluti la tortura ed i trattamenti inumani e degradanti.

Servizio di Radio Radicale sulla Visita Ispettiva effettuata alla Casa Circondariale di Napoli Secondigliano :

Visita al Penitenziario di Secondigliano – Radio Radicale

Schettini : Io, Magistrato in cella a Rebibbia nell’inferno del carcere preventivo


toghePer la prima volta parla Chiara Schettini, il magistrato del tribunale di Roma arrestato con l’accusa di aver pilotato i fallimenti. “L’obbrobrio di sbattere subito dentro la gente l’ho capito solo dopo aver provato la galera di Rebibbia Lo Stato toglie dignità alle persone, dentro si muore”.

Ecco il primo magistrato donna arrestato. La toga della “fallimentare” di Roma sbattuta in cella dai colleghi del penale per corruzione e peculato tristemente nota alla cronache per quella frase choc intercettata al telefono: “Io sono più mafiosa dei mafiosi”.

Parla per la prima volta il giudice Chiara Schettini sprofondato in quel “sistema atavico” di corruzioni e spartizioni tra giudici e curatori, sulle macerie delle imprese in crisi. Una donna distrutta, annichilita, spezzata da 45 giorni trascorsi negli abissi penitenziari intrisi di sofferenza e degrado, lei che abitava ai Parioli. Ammaccata da uno tsunami giudiziario violentissimo la Schettini si racconta senza freni a Il Tempo. Un’intervista agghiacciante. Un magistrato che sulla propria pelle vive l’obbrobrio della carcerazione preventiva.

Dottoressa Schettini, lei viene arrestata il 12 giugno 2012 con accuse gravissime…

“Ho l’immagine ferma alla corsa dell’auto che mi trasportava, senza senso come la follia che mi privava della libertà; il vuoto assoluto; l’abbraccio di mio figlio più grande, la sua forza, la faccia imbronciata del piccolo che sapeva che la mamma non sarebbe tornata. L’unico pensiero che avevo era: dov’è la verità? L’articolo 275 del codice di procedura penale vieta la custodia cautelare in carcere nei casi di madri con bambini inferiori ai sei anni salvo “esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”, che non potevano essere le mie trattandosi di reati datati nel tempo e per i quali gli indagati arrestati erano stati già rimessi in libertà. Sono stata trattata come una feroce criminale, trasportata nel blindo da Rebibbia a Capanne”.

Da magistrato a detenuta. Una sorta di contrappasso giudiziario…

“Prima dell’interrogatorio col Gip non ero mai stata interrogata né dalla Guardia di Finanza né dallo stesso pm, sebbene ne avessi fatto ufficialmente richiesta. Ma non sono riuscita a parlare e a fermare il pianto nemmeno davanti al Riesame. Ero sola, senza il mio difensore di sempre. Era difficile per me ricordare e non hanno mi hanno dato il tempo di leggere gli appunti che avevo scritto con tanta fatica”.

Cosa ha provato entrando nel carcere a Rebibbia?

“Ho avuto paura di non farcela. Mi hanno scaricato in una realtà sconosciuta dove da giudice non ero ben vista inizialmente da alcune detenute. Ho avuto paura di non riabbracciare i miei figli, ho provato impotenza, un’ansia che a fatica riuscivo a governare. In carcere fallisce anche il più misero tentativo di ribellione. Rabbia e rassegnazione sono due concetti inscindibili”.

Com’è il quotidiano là dentro?

“Ogni giorno è di ordinaria follia. Il ritmo della vita è paralizzato, schiacciato sotto il peso insostenibile della monotonia. La tolleranza e la pazienza solo raramente prevalgono perché sono sopraffatte dall’oscuro ma riconoscibile desiderio di vendetta. Eppure in tanta oscurità si avverte la purezza dell’anima. In carcere si prega moltissimo: l’unico punto di riferimento sicuro è la fede. Non c’è spazio per la gentilezza a meno che non si faccia capire che venga trasmessa dal cuore”.

Dai Parioli alla cella stretta.

“Dentro le strutture non funzionano. Quella che chiamo “aria”, e cioè la possibilità di sgranchirti le gambe, è troppo limitata, le porzioni di vitto sono ridotte, il cibo non è commestibile; le “domandine”, necessarie per ogni cosa che si possa o voglia fare, spesso si perdono. E le visite mediche che tardano di mesi, se fa freddo ci si riscalda con le bottiglie di acqua bollente. Ovunque si sentono voci straziate immerse in una pozza di sangue che chiedono disperate l’intervento degli infermieri che non arrivano mai o giungono in ritardo; si litiga, ci si ammazza di botte, si vive in uno spazio irrisorio. Non ci sono percorsi rieducativi seri che diano la possibilità di lavorare o studiare”.

Cosa vorrebbe non avere mai visto o provato?

“Ho negli occhi scene che non scorderò mai. A Rebibbia c’è Biura: drogata o pazza, parla in un linguaggio misterioso, si dispera, tenta di rompersi il collo, sputa. Con la pancia gonfia perché incinta si lancia contro il vetro della cella; vomita e si strappai capelli. La disperazione negli occhi e la voglia di morire ed allora toccandosi, senza pudore, per avere già perso la dignità mille volte, ha un orgasmo. Mi sono chiesta che significato può avere la vita per Biura? Ricordo di Valeria, consumata dalla droga e che sta cercando di disintossicarsi ma non ce la fa. I calzoncini sono abbassati sotto le mutande e lasciano vedere una pancia rigonfia, tatuata con una grande croce nera. L’aspetto è trasandato ma l’aria è dolce, da bambina, quando grida a Rita: “Amò fantine vedè l’arcobaleno, famme sognà!”.

In quel pezzetto di giardino, Rita, sciacquandosi la faccia sudata, proietta il tubo verso l’alto e l’acqua, con il sole che filtra dentro, lascia in-travedere ed immaginare l’arcobaleno. A Capanne invece c’era Hesna reclusa per furto. Quand’è nata la bambina più piccola, in carcere, le avevano diagnosticato un fibroma, che avrebbe dovuto operare. Ma non le hanno mai detto la verità. Urlava dal dolore, le avevano spiegato che si trattava di cirrosi epatica ma i suoi bambini erano troppo belli. Prima di morire chiedeva dei figli ma erano scomparsi. Non sappiamo dove e se sia stata sepolta.

Caterina, omicida, deve scontare 35 anni: il fidanzato fatto a pezzi e trovato nel frigorifero. All’ennesima richiesta di permesso negata, Caterina, urlando e muovendosi scompostamente, ficcandosi le mani in gola, si lancia contro il blindo con tutta se stessa fracassandosi la testa. Il sangue le cola sul viso ma riescono a bloccarla soltanto tre assistenti”.

Torniamo a lei. Si difende dalle accuse di aver pilotato una serie di fallimenti traendone consistenti vantaggi economici, scaricando tutte le accuse sul suo ex compagno, unno-to commercialista, che anche in cella ha continuato a proteggere?

“Contro la volontà del mio difensore, essendo certa che se lo avessi denunciato non sarei stata arrestata, ho deciso di non farlo perché ha prevalso il rispetto nei confronti di colui che è il padre di mio figlio. Quando però, sapendomi innocente, mi ha ingiustamente coinvolta, denunciandomi e sottraendomi il bambino, di tre anni, che ha vissuto continuativamente con me e che mi ha impedito di vedere e sentire per quasi quattro mesi, ho pensato che non avevo nessuna giustificazione nel tutelarlo e ho lasciato prevalere la verità, non nascondendo quello che sapevo e che mi ricordavo mi aveva detto lui stesso. Voglio, però, precisare che, dopo anni di indagini patrimoniali pesantissime ed invasive da parte della Guardia di Finanza sui miei conti e su quelli dei miei familiari – con il divieto di espatrio per controllare che non avessi denaro all’estero – è stato accertato che per le ruberie per 13 milioni di euro – alle quali, secondo le dichiarazioni accusatorie del mio ex compagno avrei preso parte come giudice delegato, non ho ricevuto un euro da nessuno. Sono indagata per peculato ed il vantaggio economico è elemento costitutivo del reato… compartecipare ad una truffa, di tale importo per affetto mi sembra un tantino eccessivo”.

Sì ma il suo compagno…

“Ex compagno. È un collaboratore pentito, che per la sua “collaborazione” nell’affermazione della mia compartecipazione, ha tentato di ottenere un vantaggio: il patteggiamento. Essere collaboratore di giustizia significa avere fatto una scelta di carattere processuale, essere pentito significa avere intrapreso un percorso che si sviluppa su un piano interiore, che porta al distacco consapevole, dal reato. Ma può accadere che il collaboratore di giustizia, fingendosi pentito, tenti di ottenere in cambio di “qualche verità adatta al caso”, un benefìcio, che non merita. Non dico una cosa nuova quando raccomando a tutti di stare attenti ai pentiti”.

Per l’opinione pubblica, lei è il magistrato che al telefono si definitiva “più mafiosa dei mafiosi”. La gente si è chiesta: come può un giudice esprimersi in questo modo? Cosa risponde?

“Capisco solo avendolo vissuto il dramma di quanti finiscono triturati, e rovinati, da una singola frase estrapolata dal contesto intercettato. Emi viene da ridere amaro. Si finisce sui giornali, indipendentemente da come termina la sto -ria, massacrati: tutto quello che hai cercato di fare di buono viene cancellato e dimenticato. Le parole, dette d’istinto, per proteggermi, per apparire cattiva e tentare di incutere timore, ma che non hanno alcun fondamento nella realtà, devono essere inserite in un colloquio privato tra me e il mio ex compagno, con il quale all’epoca mi sono scusata. Però mi lasci dire che persino le ragazze del carcere di Capanne (dove da Rebibbia sono stata trasferita) leggendo gli atti hanno immediatamente capito che si trattava di un’ enfatizzazione”.

La accusano di avere accumulato un patrimonio ingente. “Non ho mai avuto “bisogno” di dover utilizzare il mio ruolo negli acquisti. Non solo non ho mai comprato alcunché alla fallimentare, nemmeno da colleghi o tramite amici, considerando il fatto gravissimo e censurabile disciplinarmente, ma sono uscita dalle società immobiliari, di cui facevo parte per successione ereditaria. Come da rapporto della Finanza mia mamma ha venduto, dalla morte di mio padre, circa 250 immobili e tutti gli acquisti a cui lei si riferisce, che sono stati al vaglio del precedente pm di Perugia Sergio Sottani, sono stati fatti da mia madre, per me, con parte dei denari provenienti dalla liquidazione come socia. Specifico, visto che si insiste su queste benedette “tante case”, che via del Colosseo, l’appartamento che non è sotto sequestro, è stato acquistato da mia madre nel 2002; quello di piazza Margana nel 2003; quello di Miami, trasferito dal mio ex alla sua società, le cui quote sono sotto sequestro – quando mia madre era già morta, è stato venduto dallo stesso senza alcuna autorizzazione da parte mia. Era stato acquistato sempre da mia madre per mio figlio quale rendita per l’Università a Londra, come quello di Campiglio, intestato dall’ex compagno sempre alla sua società”.

Insomma non ha davvero nulla da rimproverarsi?

“Sono innocente. Lo grido disperatamente ma nessuno mi ascolta. Dal al punto di vista professionale, non devo rimproverarmi alcuna leggerezza. Credo questo sia piuttosto chiaro per chi conosce il diritto fallimentare. D’altra parte la mia seconda lettera di encomio da parte del Presidente del Tribunale di Roma è datata 2006 e mi ringrazia per la mia professionalità, per la mia correttezza e per lamia moralità. Credo che, purtroppo, sia nella natura dello stesso pm farsi un’idea, prima ancora di leggere approfonditamente tutte le carte, e tentare di avvalorare l’opinione precostituita, trascurando spesso argomenti importanti e dettagli giuridici, di logica e di obiettività”.

Ora che c’è passata lei, come pensa dovrebbe comportarsi un pubblico ministero?

“L’indagine dovrebbe essere fondata su una valutazione che deve essere rigorosamente dettata dall’equilibrio e dalla serenità di giudizio, lontana da opinioni e da condizionamenti personali e fondata sull’imparzialità. Ci vogliono le prove”.

Interrogata dai pm romani lei descrive la fallimentare di Roma come un “sistema atavico” in cui si sarebbero verificati gravi episodi di corruzione. Le accuse da lei fatte ai suoi colleghi non hanno però avuto seguito.

Lei è mai stata ascoltata dai pm perugini, che indagano per competenza, su quelle frasi?

“Sono andata a rendere interrogatorio a Roma, invitata dal mio difensore, per reati collegati. Sono stata sentita a Perugia ma non ho confermato quando detto ai pm romani, denunciando invece degli ignoti per una lettera, indirizzata a me con timbro napoletano, dove si diceva che “se avessi ancora voluto decidere di mio figlio avrei dovuto fare il mio dovere”. Non riesco a capire da chi possa provenire…”.

Ritiene che la situazione, alla fallimentare, oggi sia diversa rispetto al periodo in cui vi lavorava lei?

“Non mi interessa quello che avviene alla sezione fallimentare”.

Suo padre Italo, avvocato di fama e consigliere provinciale della Dc, fu ucciso dalle Brigate Rosse nel 1979.

“Mio padre è stato un uomo eccezionale. Ho immediatamente percepito, anche se allora non avevo la capacità di condividere le sue scelte, la sua grandezza nella determinazione di morire per rimanere fedele ai suoi valori, ai suoi principi. Ed io, per rispettare il mio giuramento, credendo nell’apoliticizzazione della magistratura, non mi sono mai iscritta ad alcuna corrente. Ma è una trappola mortale, si finisce senza tutela, soli e derisi. Il destino, che con me si diverte, a volte gioca in modo pesante e così, giovanissima, appena entrata in magistratura, mi sono trovata a dover interrogare Seghetti, l’esecutore materiale dell’omicidio di mio padre, recluso nel carcere di massima sicurezza di Fossombrone. Non ce l’ho fatta, mi sono rifiutata e sono stata messa sotto procedimento disciplinare ma prosciolta e richiamata a Roma. Oggi, dopo molta riflessione, dopo lunghi anni di sofferenza, ho imparato a non odiare”.

In attesa della conclusione delle indagini, che cosa fa?

“Spero in una giustizia giusta, cerco di fare la mamma al meglio. Ho scritto un libro sulla mia devastante esperienza, mi è servito. Mi accingo a scriverne un altro”

Il carcere l’ha cambiata?

“In carcere l’anima è più libera e costringe alla riflessione. Non si può mentire, né fingere. Ho imparato ad ascoltare, ad essere umile e disponibile e a pensare che tutti possiamo commettere errori e che la differenza sta nel voler ricominciare in modo diverso.

L’ho scritto così nel libro: “In un’umanità disarmata di fronte ad un sorriso, disarmante nella richiesta sfrenata di amore, ho capito che stavo vivendo una vita non mia, che la mia realtà non era quella effettiva, nella quale mi muovevo, ma frutto di immaturità ed illusione, che avevo giocato con il destino e che avevo perso”. Mi auguro che ci sia una qualche sensibilità nell’interpretazione di questa mia frase: in carcere, in un’umanità brutalizzata, devastata dalla rabbia, dal rimpianto, dall’impotenza, mi sono fermata, mi sono recuperata. Ho capito tante cose che molti miei colleghi, malati di manette, non possono capire”.

Martino Villosio

Il Tempo, 21 luglio 2014

Vercelli, Condannati l’ex Direttore del Carcere ed altri tre ex Agenti di Polizia Penitenziaria


Casa Circondariale di VercelliL’ex Direttore della Casa Circondariale di Vercelli e tre ex Agenti della Polizia Penitenziaria sono stati condannati oggi per una vicenda legata al sequestro di un cellulare appartenente a un detenuto.

Ad Antonino Raineri, l’ex Direttore, il Giudice Monocratico del Tribunale Ordinario di Vercelli Marco Dovesi, dopo oltre due ore di Camera di Consiglio, ha inflitto 1 anno e 6 mesi di reclusione, oltre al risarcimento delle spese procedurali perché ritenuto colpevole del reato di peculato: aveva sequestrato il telefonino di un detenuto e invece di consegnarlo alla Procura della Repubblica lo aveva tenuto in cassaforte; inoltre, per le pressioni esercitate su un’Ispettrice di Polizia Penitenziaria, era accusato di lesioni. Per quest’ultima vicenda inizialmente l’imputazione era di maltrattamenti, reato poi derubricato. E’ stato assolto, invece, dall’imputazione di abuso d’ufficio. Raineri, infatti, era accusato anche di avere sottratto del cibo dalla dispensa del carcere. Per lui il Pubblico Ministero Pier Luigi Pianta aveva chiesto la condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione.

Sempre per peculato (si sarebbero impossessati di generi alimentari destinati alla mensa del carcere) sono stati condannati tre ex Agenti della Polizia Penitenziaria in servizio presso il Carcere di Vercelli: Davide Straullu, Alberto Pili, entrambi a 2 anni con la condizionale, mentre 1 anno e 4 mesi è stato inflitto a Mario Corvino. Per Straullo il Pm aveva chiesto 2 anni, per Pili 2 anni e 6 mesi e per Corvino 3 anni di reclusione. Altri due Agenti imputati, Robertino Pisanu e Filippo Calandra, sono stati assolti. Per questi ultimi la pubblica accusa aveva chiesto, rispettivamente, 2 anni e 3 mesi e 2 anni di reclusione.

Tutti gli imputati sono stati difesi dagli avvocati Roberto Rossi e Roberto Scheda. «Siamo soddisfatti di come l’impalcatura dell’accusa sia stata disattesa – ha commentato Roberto Scheda, che insieme con Roberto Rossi ha difeso gli imputati – per le altre condanne ricorreremo in Appello».

Durante la requisitoria, il Sostituto Procuratore della Repubblica Pianta ha ricostruito il “sistema” che esisteva all’interno del Carcere Biliemme, in cui i detenuti si lamentavano per la scarsità di cibo, ma dove esisteva un deposito attiguo alla cucina pieno di scatolame, confezioni di latte, tonno e pane. Un magazzino definito dal pm “improprio”, mai autorizzato, ma del quale Raineri ne era a conoscenza.

Carceri, al San Sebastiano la legalità cedette il passo alla “galleria degli orrori”


Carcere di Sassari San SebastianoIl 3 aprile del 2000 settanta agenti in mimetica fecero una mattanza nelle celle. I detenuti furono fatti spogliare e poi furono massacrati prima di essere trasferiti. Il giudizio più duro, una fotografia fatta di parole, è contenuto nella sentenza che applica la prescrizione.

“Quel giorno nella casa circondariale di Sassari si passò da un luogo di detenzione legale, dove la libertà è privata a seguito di precise regole, anche costituzionali, a luogo dove la legalità cedette il passo alle manifestazioni di istinti, di rancori repressi, di spirito di rivalsa, di volontà di mostrare la propria durezza al nuovo comandante”.

Quando scrisse queste parole, nel 2010, il giudice Massimo Zaniboni del tribunale di Sassari era consapevole che il tempo aveva giocato a favore dei sette agenti imputati di avere partecipato alla più violenta ritorsione collettiva che uomini in divisa abbiano mai messo in atto nei penitenziari italiani. Quando il giudice descrisse quella che definì “la galleria degli orrori” di San Sebastiano, nelle motivazioni della sentenza di uno dei tanti processi, erano trascorsi dieci anni da quella mattina del 3 aprile del 2000.

Era l’ora d’aria quando, rispondendo a una chiamata collettiva ai penitenziari di tutta l’isola, settanta agenti in mimetica entrarono nelle celle e nei “passeggi” del carcere e cominciarono a picchiare selvaggiamente i detenuti dopo averli costretti a spogliarsi. Ad attenderli nella grande rotonda c’erano i vertici dell’amministrazione penitenziaria: il provveditore regionale Giuseppe Della Vecchia, la direttrice del carcere Maria Cristina Di Marzio, il nuovo comandante Ettore Tomassi. Di quest’ultimo è rimasta, a eterna memoria del delirio collettivo di quel giorno, l’immagine di un uomo ebbro di potere che nella sala colloqui trasformata in stanza delle torture urlava “sarò il vostro dio” ai detenuti nudi e sanguinanti.

Poi si disse che la situazione era sfuggita di mano, che qualcuno si era fatto male durante un trasferimento di massa ma solo perché aveva reagito. Non era andata così. Tutto era cominciato il 17 marzo quando, richiamati dal clamore mediatico scatenato dalla rumorosa “rivolta delle posate” sbattute dai detenuti contro le sbarre per protestare contro le condizioni di vita nel carcere, a San Sebastiano erano arrivati cinque commissari del Comitato parlamentare per i problemi nei penitenziari.

Quel giorno i detenuti parlarono, raccontarono, denunciarono ad alta voce cose che raggelarono il sorriso sui volti dei vertici dell’amministrazione penitenziaria. E anche il carcere, la vecchia prigione, si presentò nella sua veste lisa e indecente. Giuseppe Della Vecchia disse di non essersi mai vergognato tanto. Qualcuno doveva pagare per quella cocente umiliazione. Il 3 aprile, mentre i detenuti sfilavano nudi verso la sala colloqui, qualcuno in divisa forse provò paura e vergogna. Ma nessuno alzò un dito per ristabilire lo stato di diritto. Anche questa è storia.

Daniela Scano

La Nuova Sardergna, 02 Luglio 2014

Padova, Scambiò un infarto per un mal di stomaco. Condannato a 2 anni Medico Penitenziario. Dovrà pagare 250 mila Euro


Casa Circondariale di PadovaHa violato la posizione di garanzia che un medico del carcere deve assicurare nei confronti di un detenuto in precarie condizioni di salute. È una colpa grave quella che, nei giorni scorsi, ha portato alla condanna del dottor Annibale Cirulli, 45 anni, medico con studio a Dolo, all’epoca dei fatti in servizio di guardia medica alla Casa circondariale di Padova. 2 anni di reclusione. È la pena inflittagli dal Giudice per le Indagini Preliminari Dott.ssa Lara Fortuna con rito abbreviato. Per la condanna si era espresso anche il Pubblico Ministero Dott.ssa Orietta Canova che aveva però sollecitato una pena di 18 mesi.

Al dottor Cirulli, assistito dall’avvocato Lino Roetta, è stata concessa la sospensione condizionale della pena a patto che risarcisca il danno entro sei mesi dal giorno in cui la sentenza diventerà definitiva e cioè il 25 luglio (salvo ricorso in appello).

Dovrà infatti rifondere i tre fratelli e i due genitori di Adel Mzoughi, il pusher tunisino trentaseienne morto tra le sbarre della sua cella, mentre era in attesa di giudizio, il 13 marzo 2011, con una provvisionale di complessivi 250 mila euro (50 mila euro per uno dei tre fratelli, 30 mila euro a testa per gli altri due, 70 mila euro a testa per i genitori). L’esatta quantificazione del risarcimento ai familiari, costituiti parte civile con l’avvocato Annamaria Beltrame, dovrà essere stabilita in sede civile.

Cirulli era accusato di non aver diagnosticato l’infarto in tempo utile. Quella mattina Mzoughi aveva chiesto di essere accompagnato in infermeria. Lamentava forti dolori epigastrici e retrosternali. Il medico l’avrebbe visitato in maniera sommaria. Si sarebbe limitato a prescrivergli un gastroprotettore senza disporre ulteriori esami nè accertamenti di natura diagnostica. Ad un’ora di distanza il tunisino si era sentito male un’altra volta. Il farmaco non era servito ad arrestare il dolore. Cirulli non aveva però ritenuto necessario il trasferimento in ospedale. Gli aveva prescritto soltanto un valium. Nemmeno un’ora dopo il cuore di Mzoughi aveva cessato di battere. Per la Procura il medico non si era reso conto della gravità della sindrome coronarica in atto.

Giustizia: Anm; ok a superamento degli Opg, ma niente forzature sulla pericolosità sociale


ospedale-psichiatrico“Piena condivisione” della legge che prevede la sostituzione degli attuali ospedali psichiatrici giudiziari – “il cui complessivo sistema non appare in linea con le esigenze di cura e con i principi di rispetto della dignità degli internati” – con le cosiddette “Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza” (Rems), ma evitare “forzature e incrinature di fondamentali categorie”, come quella della pericolosità sociale, “senza una generale e meditata rivisitazione della materia”.

Così l’Associazione nazionale magistrati, con il Coordinamento dei magistrati di sorveglianza (Conams), interviene nel dibattito sugli Opg.

In particolare, le toghe esprimono “perplessità e preoccupazioni” su un punto del testo approvato dal Parlamento che ha ripercussioni in merito al giudizio di pericolosità sociale che “potrà pertanto essere desunto esclusivamente dalle qualità soggettive della persona”, tra cui “le sole condizioni biologiche, caratteriali e di salute psichica del soggetto” e “non anche da quelle di vita individuale, familiare e sociale”.

In tal modo, rilevano Anm e Conams, “la pericolosità sociale sarà legata in definitiva solo alla malattia”. I magistrati, dunque, auspicano la “piena attuazione” della legge, il “rapido completamento delle Rems sull’intero territorio senza ulteriori rinvii”, e, nel contempo, “l’avvio di una seria riflessione per una revisione complessiva della materia”, anche sugli “istituti dell’imputabilità e della pericolosità sociale, senza affrettate, riduttive e regressive reinterpretazioni che rispondono – concludono Anm e Conams – più a impulsi contingenti che a una sana logica sistematica”.

Ferri: no allarmismo su Opg, internati non abbandonati

“Sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari non bisogna fare allarmismo: gli internati non saranno abbandonati, ma verranno affidati a delle strutture sanitarie idonee e il giudice potrà applicare misure di sicurezza non detentive come la libertà vigilata, per cui questi soggetti resteranno controllati”. Lo ha detto il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri, commentando l’allarme lanciato dal giudice di Roma Paola Di Nicola su una disposizione della legge sul superamento degli Opg.

Secondo il giudice Di Nicola, un comma della legge costringerebbe i giudici a revocare le misure di sicurezza per gli internati pericolosi che abbiano superato il limite massimo della pena con l’effetto di liberare dei soggetti socialmente pericolosi. “Si tratta di una polemica sterile – ha aggiunto Ferri a margine di un convegno sulla sentenza Torreggiani nel carcere di Rebibbia – questi soggetti non saranno abbandonati e potranno completare la loro terapia in strutture più adeguate degli Opg. Si tratta di un principio di civiltà che siamo riusciti ad affermare, per la prima volta, dopo anni e anni di discussioni. Mi dispiace che ad aver lanciato l’allarme sia stato un magistrato. Non c’è alcun motivo per farlo perché ci sarà una collaborazione con le strutture sanitarie che accoglieranno questi soggetti”.