Roma, Due Medici del Fatebenefratelli a giudizio. Cagionarono la morte di un detenuto ristretto a Regina Coeli


Carcere Regina Coeli RomaDopo oltre 5 anni, due Medici dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma, Andrea Colaci e Paolo Mascagni, sono stati citati a giudizio dalla Procura della Repubblica di Roma su disposizione del Giudice per le Indagini Prelimari Stefano Aprile che, nei mesi scorsi, aveva respinto la richiesta di archiviazione ed ordinato l’imputazione coatta nei confronti dei due sanitari per omicidio colposo. Secondo il Gip, i due medici, fecero una serie di negligenze che quell’8 febbraio 2010 provocarono il decesso di Antonio Fondelli, 52 anni, detenuto presso la IV Sezione della Casa Circondariale di Regina Coeli di Roma, il quale dal mese di febbraio 2009 si trovava cautelato in attesa di giudizio perché ritenuto responsabile di un furto e condannato, in primo grado, ad 1 anno ed 11 mesi di reclusione. Gli mancavano comunque appena 11 mesi per la libertà ma, a causa della negligenza professionale posta in essere dai predetti Colaci e Mascagni che l’operarono con 5 ore di ritardo, la sua “pena” ancora non divenuta irrevocabile poiché aveva proposto appello, terminò con largo anticipo.

L’intervento chirurgico d’urgenza si svolse presso la Clinica Nuova Itor di Pietralata, dove il detenuto era stato portato dal Pronto Soccorso dell’Ospedale “Fatebenefratelli” per un attacco di appendicite sfociato in peritonite. Fondelli morì in sala operatoria senza risvegliarsi più dall’anestesia dopo essere stato operato. I Medici, nel corso dell’intervento, accertarono l’esistenza di una peritonite e di una cancrena appendicolare.

Fondelli era anche ammalato, cardiopatico acclarato, ed infatti per qualche tempo venne ricoverato presso il Centro Clinico della struttura penitenziaria. Secondo quanto si apprese, il detenuto domenica mattina si sentì male e venne portato dal personale del 118 al “Santo Spirito” dove, secondo alcune voci, si sarebbe dimesso volontariamente tornando in cella. Lunedì 8 febbraio 2010, Antonio, si sentì nuovamente male e venne trasferito con l’ambulanza al Presidio Ospedaliero “Fatebenefratelli” e da lì portato d’urgenza alla Nuova Itor per essere operato poiché l’appendicite nel frattempo era degenerata in peritonite ma morì dopo l’intervento senza risvegliarsi più dall’anestesia.

In merito alla vicenda ci fù anche un processo ma ci finì il Medico sbagliato, un chirurgo che aveva tentato il possibile quando ormai era troppo tardi. E, per tale motivo, venne prosciolto da ogni accusa.

Appare evidente – scrive il Gip del Tribunale di Roma che ha respinto la richiesta di archiviazione del Pm – che l’intervento salva-vita avrebbe dovuto essere posto in essere a partire dalle 15 dell’8 febbraio se non addirittura prima. Con un’anticipazione di circa 5 ore. Tenuto conto che, come ha concluso il consulente tecnico del Pm, una adeguata anticipazione dell’intervento avrebbe consentito di evitare la morte (del paziente, ndr).”

Ospedale Fatebenefratelli di RomaFondelli venne condannato a morte dai Medici perché, nonostante da due giorni era in atto una violenta crisi di appendicite, confermata anche dalla Tac, non ritennero di operarlo d’urgenza poiché non c’era posto, chiedendo che venisse ricoverato in altro Ospedale “disconoscendo la prevista procedura di collocare i pazienti urgenti in astanteria o altre sale”. Tale tesi viene confermata dalla consulenza dei tecnici nominati dalla Procura della Repubblica : “Tenuto conto che, come conclude il consulente del Pubblico Ministero, una adeguata anticipazione dell’intervento avrebbe consentito di evitare l’evento morte e che la dilazione temporale verificatasi appare attribuibile ai sanitari che, pur in presenza di indicazioni della direzione sanitaria in ordine all’utilizzo di posti letto di fortuna, non disponevano l’immediato atto operatorio e optavano erroneamente per il differimento dell’intervento.”

All’epoca dei fatti, la vicenda di Antonio Fondelli, finì anche in Parlamento. La denunciarono con una Interrogazione a risposta scritta (la nr. 4/06081 del 10/02/2010) rivolta ai Ministri della Giustizia e della Salute, i Deputati Radicali eletti nelle liste del Partito Democratico Rita Bernardini, Marco Beltrandi, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci, Maurizio Turco ed Elisabetta Zamparutti. Nell’atto di Sindacato Ispettivo, rimasto inevaso dal Governo nonostante sia stata sollecitata per ben 18 volte la risposta, i Parlamentari Radicali chiedevano di conoscere di quali informazioni disponessero i Ministri interrogati e se negli ambiti di rispettiva competenza, ed indipendentemente dalle indagini che la Magistratura aveva avviato sulla vicenda, se non ritenevano opportuno promuovere una indagine amministrativa interna al fine di verificare l’esistenza di eventuali responsabilità per la morte del detenuto Antonio Fondelli. Inoltre, chiedevano di sapere se nel corso della sua detenzione – in regime di custodia cautelare preventiva – il detenuto avesse usufruito di tutte le cure necessarie che il suo precario stato di salute richiedeva e, più in generale, quali provvedimenti urgenti il Governo intendeva adottare al fine di garantire ai detenuti una non effimera attività di cura e sostegno, nonché i livelli essenziali di assistenza sanitaria all’interno degli Istituti di Pena.

Emilio Quintieri

Giustizia: “rito abbreviato”, solo se ti inginocchi al Pm puoi avere un processo rapido


toga_avvocatoTra le notizie di cronaca è frequente l’informazione che l’imputato, in carcere o agli arresti domiciliari, ha chiesto di definire il procedimento mediante il rito abbreviato. Quest’ultimo si caratterizza per il fatto che il procedimento si svolge sulla base dei risultati delle indagini del pubblico ministero e senza che la difesa possa introdurre le prove a proprio discarico.

Il rito abbreviato si risolve, in sostanza, in un giudizio sulla base dei rapporti della polizia giudiziaria, delle testimonianze raccolte dal pubblico ministero e dei risultati delle consulenze disposte da quest’ultimo. Quasi sempre, perciò, quando vi sia uno stato di detenzione, disposto dal Gip e confermato dal Tribunale del riesame, l’esito della condanna è scontato.

In un caso del genere, sulla base degli stessi atti su cui si deve formare il giudizio, sono già intervenute ben due precedenti valutazioni di colpevolezza: quella del gip che ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare e quella del Tribunale del riesame che l’ha confermata. E facile immaginare che è del tutto improbabile che il giudice dell’abbreviato giunga ad una diversa decisione alla luce delle medesime prove, Perché, allora, se l’esito del giudizio è scontato, si fa ricorso al rito abbreviato?

A leggere il codice di procedura penale la risposta potrebbe essere che in tal modo, essendo sicura la condanna, si beneficia almeno della riduzione di un terzo della pena, che è il premio concesso a chi, evitando il dibattimento, non ingolfa i tribunali. Chi è certamente colpevole e senza alcuna possibilità di scampo è logico che si rifugi nel rito abbreviato per ottenere la riduzione della pena.

È sempre così? No! Anzi, la pratica dice che molto spesso non è così. Per comprendere cosa realmente accade occorre muovere da un dato. Per chi si trova in stato di custodia preventiva i tempi di quest’ultima si allungano se, come molto spesso avviene in questi casi, l’accusa salta l’udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. L’imputato, di conseguenza, vede dilatarsi i tempi di restrizione della libertà, con conseguenze psicologiche spesso devastanti. Il che deteriora in modo irreparabile la capacità di resistenza.

A questo si aggiunge che lo stato di detenzione, anche se domiciliare, indebolisce anche la possibilità di difendersi: alla sofferenza psicologica si aggiunge la difficoltà materiale di cercare documenti, ravvivare i ricordi, effettuare delle verifiche.

Ecco, allora, che la condanna celermente ottenuta attraverso il rito abbreviato diventa una liberazione: il Pm, soddisfatto della condanna rapidamente ottenuta, che conferma la sua visione dei fatti, consentirà benevolmente che il giudice restituisca la libertà.

Per meglio comprendere cosa realmente si verifica è utile aggiungere un altro tassello. Molto spesso, in questi casi, la custodia cautelare è giustificata con il pericolo che l’imputato possa delinquere ancora. Si tratta di vere e proprie formule di stile, in genere motivate affermando che le modalità di commissione del reato fanno presumere il rischio concreto di una reiterazione nella commissione dell’illecito. Il risultato è che la libertà personale è ostaggio dell’arbitrio e che la pena, che dovrebbe giungere al termine del processo, è scontata in anticipo.

Il giudizio abbreviato e una condanna rapida diventano, perciò, l’unico mezzo per svincolarsi da questo arbitrio e riacquistare la libertà. Ecco, allora, che quando si legge in cronaca che Tizio, agli arresti domiciliari e sottoposto a giudizio immediato, ha fatto richiesta del rito abbreviato, bisogna chiedersi se la richiesta sia il frutto di un calcolo di convenienza o la resa ad un potere esercitato al di fuori delle regole.

Astolfo Di Amato

Il Garantista, 8 ottobre 2014

Calderone (A Buon Diritto) : “Basta con le mezze verità sulle morti in Carcere”


Valentina CalderoneDella vicenda di Giovanni Lorusso ci eravamo già occupati. Lorusso, 41 anni, muore nel carcere di Palmi il 17 novembre 2009. Le prime spiegazioni delle cause del decesso sembrano essere univoche: suicidio tramite inalazione del gas della bomboletta con cui i detenuti cucinano.

La vicenda carceraria di Lorusso è tristemente esemplare. Assuntore di sostanze stupefacenti fin dall’età giovanile, Lorusso commette più reati a causa del suo stato di tossicodipendente. Alterna, così, periodi di libertà a periodi in carcere e in comunità terapeutica e il motivo della sua ultima carcerazione è il furto di uno zaino sulla spiaggia di Rimini. Per quel reato, essendo recidivo, viene condannato a 4 anni e 5 mesi.

Inizia a scontare la pena nel carcere di Rimini e il suo difensore fa istanza affinché vengano concessi a Lorusso i domiciliari presso una comunità terapeutica. In attesa della risposta del tribunale, però, Lorusso viene trasferito nel carcere di Ariano Irpino, lontano dalla famiglia che vive in Lombardia. Chiede di essere riavvicinato a casa ma, per tutta risposta, ottiene solo un trasferimento ancora più a sud: il carcere di Palmi in Calabria.

Da qui scrive una lettera alla sorella in cui confessa di aver provato a suicidarsi e in cui denuncia di essere stato picchiato dagli agenti di polizia penitenziaria di Ariano Irpino. Nel frattempo arriva la risposta dal tribunale, che acconsente ai domiciliari in comunità a partire dal 20 novembre. Il fax con la comunicazione arriva in carcere il 16 novembre e, dopo i controlli di rito, può essere comunicata al detenuto dalle ore 12 del 17 novembre. La comunicazione non avverrà mai, e Lorusso viene trovato privo di vita nella sua cella quel pomeriggio stesso.

I punti controversi sono molti e, dopo varie richieste di archiviazione e un processo mai partito, in questo momento siamo a un punto fondamentale. Il 26 giugno scorso si è svolta un’ennesima udienza e un giudice, nei prossimi mesi, farà conoscere la sua decisione: dibattere la vicenda di Lorusso in un tribunale decidendo per il rinvio a giudizio del direttore, di due agenti e del medico psichiatra del carcere di Palmi, oppure concludere che le tante questioni ancora aperte non siano meritevoli di risposta. Ecco i punti su cui l’avvocato Martina Montanari ha chiesto l’integrazione delle indagini, motivando l’opposizione all’archiviazione.

a. La comunicazione del provvedimento di affidamento in comunità, che per legge e prassi doveva essere immediatamente trasmessa a Lorusso. Probabilmente, se quella comunicazione fosse avvenuta nei tempi corretti, il suicidio si sarebbe evitato.

b. L’attitudine del detenuto a compiere atti di autolesionismo, come emerge dagli interrogatori degli imputati: nel diario clinico della casa lavoro dove si trovava prima dell’ultima detenzione sono stati riportati numerosi episodi di autolesionismo; il dirigente sanitario di Palmi “verbalizza minacce di gesti autolesionistici” da parte di Lorusso nel caso in cui non venisse soddisfatta la richiesta di trasferimento; uno degli indagati riporta in cartella clinica il tentativo di Lorusso di tagliarsi le vene ma, nel corso dell’interrogatorio, riferisce di non averlo valutato come gesto autolesionistico.

c. Nel carcere di Palmi viene applicata la “grande sorveglianza” proprio per garantire un maggiore controllo, ma evidentemente la misura non risulta efficace.

In poche parole, la domanda è la seguente: nel carcere di Palmi si era a conoscenza del fatto che Lorusso potesse mettere in atto gesti autolesionistici? A leggere gli atti la sensazione che si ricava è quella di persone che, a vario titolo e con vari ruoli, non avrebbero esercitato la propria funzione né rispettato il proprio dovere. E che provano a scaricare le responsabilità le une sulle altre. Nelle vicenda di morti in carcere – frequentissime purtroppo, 82 nel solo 2014, di cui 24 per suicidio – è difficilissimo riuscire a risalire a responsabilità precise.

A volte si mischiano colpa, incuria, omissione, superficialità. Un mix di azioni e mancate azioni spesso letale. Qualunque siano le circostanze, i diversi ruoli di chi in carcere lavora, le difficoltà innegabili di chi si trova a operare all’interno dei nostri istituti penitenziari, una cosa è certa: non è possibile continuare ad accontentarsi di mancate risposte e di mezze verità quando si parla della vita di uomini che sono stati affidati alla custodia dello Stato.

Valentina Calderone (Direttrice di “A buon diritto”)

Il Manifesto, 2 agosto 2014

«Sebastiano Pelle, detenuto a Napoli, rischia la vita. Ha urgente bisogno di un intervento cardiaco»


Carcere-di-Secondigliano“Se non verrà, al più presto, sottoposto, in un centro clinico specializzato, ad un delicato intervento chirurgico finalizzato alla sostituzione della valvola aortica, Sebastiano Pelle, rischia di morire in carcere”. È quanto scrive, in un’istanza presentata al Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma, l’avvocato Angela Giampaolo, legale di Pelle, di 54 anni, di Careri (Reggio Calabria), attualmente ristretto nel Carcere di Napoli Secondigliano.

Sebastiano Pelle, originario di San Luca, soprannominato “Pelle-Pelle”, è stato coinvolto nell’operazione antidroga “Good Luck”, eseguita nel maggio del 2012 su direttive della Procura della Repubblica di Roma. Dopo un periodo di irreperibilità, Pelle è stato arrestato dai Carabinieri di Bianco e dallo Squadrone Cacciatori a Careri, in contrada Ancone, nei pressi di un capannone vicino alla sua abitazione, nell’agosto del 2013. Nel processo col rito abbreviato, conclusosi nel maggio scorso, Pelle è stato condannato ad 8 anni di reclusione per traffico di droga.

“Il Gip del Tribunale di Roma – aggiunge l’avvocato Giampaolo – nel maggio scorso, rispondendo ad una nostra precisa istanza, ha invitato il Dap ad attivarsi con la massima sollecitudine per reperire un’altra idonea sistemazione per Pelle, viste le gravi patologie accertate non solo dal nostro consulente ma anche dal perito nominato dal giudice. Dalle perizie effettuate è chiaramente emerso che le condizioni di Pelle sono assolutamente incompatibili con l’ordinario regime di detenzione carceraria. Insistiamo, quindi, affinché Sebastiano Pelle venga trasferito al più presto in una struttura sanitaria adeguata quale cittadino italiano e padre di sei figli e a tutela del suo diritto alla salute, costituzionalmente garantito e previsto anche dalle convenzioni internazionali”.

Padova: il direttore Pirruccio; droghe e telefoni in carcere ? non ho mai saputo nulla


Carcere di Padova“Non sapevo nulla dello spaccio e dei favori che avvenivano all’interno del carcere altrimenti sarei intervenuto”. Lo ha detto Salvatore Pirruccio direttore della Casa di reclusione del carcere Due Palazzi, interrogato ieri mattina, come persona informata sui fatti, dal sostituto procuratore Sergio Dini nell’ambito dell’operazione “Apache” che un paio di settimane fa aveva portato all’arresto di 15 persone, e tra loro di diversi agenti della polizia penitenziaria.

L’accusa ha portato alla luce dei favori sistematici di alcune guardie corrotte che portavano all’interno delle celle telefonini, sim card, droga, dispositivi di memoria e in alcuni episodi film pornografici. Il magistrato, inoltre, ha voluto capire come mai nessuno si era accorti che alcuni agenti arrivavano al penitenziario dopo aver assunto stupefacenti.

Pirruccio ha spiegato al magistrato che non sono previste verifiche in grado di far emergere casi del genere. L’unica visita accurata, infatti, viene fatta all’agente all’atto dell’assunzione, poi più nulla visto che i medici che lavorano all’interno del penitenziario hanno competenza esclusivamente sui detenuti e non sugli agenti.

Nel frattempo il giudice Mariella Fino ha negato la scarcerazione, attualmente ai domiciliari, dell’avvocato polesano, Michela Marangon di Porto Viro. Secondo il giudice il quadro accusatorio contro di lei si è ulteriormente aggravato.

All’interno del carcere arrivava di tutto ai detenuti, bastava pagare gli agenti di polizia penitenziaria (sei quelli finiti nei guai, due in carcere a Santa Maria Capua Vetere e quattro ai domiciliari) e così la cella diventava – seppur con i limiti del caso – un hotel a cinque stelle. Siamo tra l’agosto e il settembre scorso e la Squadra mobile della polizia, guidata dal vicequestore Marco Calì, sta intercettando un gruppo di marocchini sospettati di un traffico di droga. Un’indagine di routine come tante altre che prende una piega particolare quando gli investigatori (coordinati dal pm Sergio Dini con la supervisione del procuratore aggiunto Matteo Stuccilli) scoprono che uno degli acquirenti è un agente della polizia penitenziaria.

Scattano accertamenti e intercettazioni, ed emerge il caso delle “mazzette” in carcere: i secondini portavano dentro di tutto in cambio di soldi dai detenuti e dai loro parenti. Alcuni agenti in servizio alla Casa di reclusione – secondo le contestazioni – erano dediti, in pianta stabile e in concorso con familiari ed ex detenuti, a un sistema illecito finalizzato all’introduzione in carcere di droga (eroina, coca, hashish, metadone), di materiale tecnologico (telefonini, schede sim, chiavette usb, palmari) ai detenuti.

Il Mattino di Padova, 24 luglio 2014

Spacciava droga in Carcere a Brindisi. Condannato Agente di Polizia Penitenziaria


Carcere di BrindisiAgevolato dalla divisa che indossava, riusciva ad introdurre nel carcere di Brindisi dosi di hashish e cocaina, che poi spacciava ai detenuti che ne facevano richiesta. Un corriere della droga insospettabile, il 48enne brindisino Salvatore Papadonno, Assistente Capo di Polizia Penitenziaria, che finì in carcere grazie proprio alla “soffiata” di un detenuto e che, recentemente, ha chiuso i conti con la giustizia che rappresentava, patteggiando la pena a due anni e mezzo di reclusione (pena sospesa) e al pagamento di una multa di 10 mila euro.

La sentenza di condanna è stata emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Paola Liaci, che ha accolto la richiesta avanzata dal difensore del basco azzurro “infedele”, l’avvocato Vito Epifani.

L’agente-pusher, secondo le indagini svolte dai carabinieri della Compagnia di Brindisi, si procacciava la droga da smerciare nel penitenziario di via Appia, dove lo stesso lavorava, dai due brindisini Vito Braccio ed Aldo Cigliola, di 33 e 42 anni, che lo rifornivano di “fumo” e “bianca” nonostante entrambi si trovassero ristretti ai domiciliari.

Tutti e tre i brindisini finirono in manette all’alba dell’11 marzo scorso, quando i militari eseguirono le tre ordinanze di custodia cautelare in carcere (Braccio e Cigliola erano già detenuti per vicende precedenti), emesse dal gip Maurizio Saso, su richiesta del sostituto procuratore Milto Stefano De Nozza.

Papadonno svolgeva il ruolo di “fattorino” della droga, in barba all’uniforme che indossava. In violazione dei doveri inerenti alla sua pubblica funzione, infatti, il 48enne era accusato di avere acquistato, trattenuto, trasportato all’interno dell’istituto carcerario e, infine, ceduto a diversi detenuti dosi di sostanze stupefacenti. Un'”attività” parallela ed antitetica, che il carceriere avrebbe svolto almeno fino all’agosto del 2013.

La droga che il basco azzurro spacciava nel carcere brindisino, come emerso dalle indagini dei carabinieri (che piazzarono cimici anche nell’auto del 48enne), nella maggior parte dei casi gli era fornita dai suoi spacciatori di fiducia, ossia Braccio e Cigliola. Il primo, difeso dall’avvocato Cinzia Cavallo, ha proposto una pena a due anni di reclusione ed attende la decisione del giudice; Cigliola, invece, difeso dall’avvocato Laura Beltrami, dovrà comparire davanti al gip Liaci il prossimo 23 ottobre.

A mettere in allarme tanto i carabinieri quanto i vertici della Polizia Penitenziaria del carcere di Brindisi – come detto – fu un “rigurgito di giustizia” da parte di un detenuto: una fonte interna che, con dovizia di particolari, rivelò alla direzione del penitenziario nomi, cognomi, fatti e circostanze in relazione al viavai di droga, maturato all’interno delle mura carcerarie, grazie alla collaborazione dell’agente “infedele”. Confidenze che le indagini tecniche dei carabinieri, fondate anche su intercettazioni ambientali e telefoniche, avvalorarono nel corso dei mesi.

Accogliendo la richiesta di patteggiamento, il gip Liaci ha concesso al Papadonno le attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle aggravanti contestategli, in virtù dell’atteggiamento collaborativo assunto dal 48enne sin dal giorno del suo arresto. L’agente penitenziario, durante l’interrogatorio di garanzia, confessò in lacrime. Papadonno, che fino al 2 aprile scorso fu recluso nel carcere di Lecce, salvo poi ottenere gli arresti domiciliari, è stato condannato anche al pagamento delle spese di mantenimento in carcere, essendo la pena superiore ai due anni.