Detenuto suicida a Roma, il Gip ordina al Pm “Si proceda contro il Dap ed il Direttore del Carcere”


Valerio Guerrieri, 22 anni, non si sarebbe tolto la vita in cella il 24 febbraio del 2017 se la direzione di Regina Coeli e i funzionari del Dap avessero eseguito il provvedimento di scarcerazione del Tribunale di dieci giorni prima, deciso poiché il giovane era «ad alto rischio suicidario». È questa l’ipotesi formulata dal Gip Claudio Carini che ha ordinato al Pm di procedere all’incriminazione della direttrice del carcere in via della Lungara e dei dirigenti del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) per indebita limitazione della libertà personale e omicidio colposo.

L’indicazione è contenuta nell’ordinanza di rigetto della richiesta di archiviazione del Pm, inerente l’inchiesta, finora senza indagati, sulla mancata esecuzione del trasferimento di Guerrieri dal carcere a una Rems. Il Gip ritiene infatti che nessuno, a Regina Coeli e al Dap, si sia attivato per trovare la struttura. Dal 14 febbraio del 2017 fino al giorno del suicidio – come risulta dagli atti – è stata contattata solo la Rems di Subiaco. Poco per il Gip.

L’opposizione è stata presentata dall’Avvocato Claudia Serafini, difensore di Valerio, affetto da problemi psichiatrici fin da minorenne. L’ordinanza s’inserisce in un’altra vicenda giudiziaria che per ora ha nove imputati – sette agenti di custodia e due medici – su cui pende la richiesta di rinvio a giudizio con la sola accusa di omicidio colposo per non aver evitato il suicidio controllando ogni quarto d’ora il detenuto sottoposto al «regime della grande sorveglianza».

Adesso un breve riepilogo. Valerio, condannato in via definitiva per una rapina compiuta a 20 anni, evade da una Rems a settembre del 2016. Fermato, si ribella e finisce in carcere. Il nuovo processo si conclude in primo grado il 14 febbraio del 2017. Quel giorno Valerio è condannato a quattro mesi per resistenza, ma il Giudice Anna Maria Pazienza ne ordina la scarcerazione per il trasferimento in una Rems perché, per il suo perito, il ragazzo è appunto ad alto rischio di suicidio. Nessuno però sembra attivarsi: il giovane resta in cella e si toglie la vita.

Giulio De Santis

Corriere della Sera, 19/01/2019

Roma: detenuto morì di appendicite. Il Gip: no all’archiviazione, due medici a processo


regina-coeli-carcereAntonio Tonelli, 52 anni, spirò nella sala operatoria della Nuova Itor l’8 febbraio 2010. Per tre giorni, il detenuto fu un paziente invisibile, sbalzato da un ospedale all’altro, malgrado una violenta crisi di appendicite in corso. Visitato al Centro clinico di Regina Coeli, controllato al Santo Spirito, ispezionato pure al Fatebenefratelli, morì nella sala operatoria della Nuova Itor, la sera dell’ 8 febbraio 2010, quando l’appendicite era ormai degenerata in peritonite. Per la vicenda si arrivò a un processo, ma fu il medico sbagliato a finire a giudizio. Quel chirurgo che aveva tentato il possibile quando ormai era troppo tardi.

E il giudice lo prosciolse dalle accuse. Ora, cinque anni dopo, è il gip del tribunale di Roma, Stefano Aprile a riaprire la via della giustizia. Il gip ha infatti respinto la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura e ordinato l’imputazione coatta per omicidio colposo nei confronti di due medici del Fatebenefratelli, Andrea Colaci e Paolo Mascagni per una serie di negligenze.

“Appare evidente – scrive Aprile – che l’intervento salvavita avrebbe dovuto essere posto in essere a partire dalle 15 dell’8 febbraio se non addirittura prima. Con un’anticipazione di circa 5 ore. Tenuto conto che, come ha concluso il consulente tecnico del pm, una adeguata anticipazione dell’intervento avrebbe consentito di evitare la morte (del paziente, ndr)”. Torniamo, brevemente, a quel giorno.

Antonio Tonelli, 52 anni, in carcere per furto da un anno, altri 11 mesi da scontare, è nelle mani dei medici, in una sezione protetta del Fatebenefratelli. da due giorni combatte con una crisi violenta di appendicite, la Tac ha confermato la prima diagnosi. Lo operano d’urgenza allora? No. I due medici ignorano la procedura d’urgenza, dicono che lì non c’è posto, insistono perché sia ricoverato in un altro ospedale, “disconoscendo la prevista procedura di collocare i pazienti urgenti in astanteria o altre sale”.

La consulenza tecnica della procura avvalora l’ipotesi che, così facendo, quei medici lo abbiano condannato: “Tenuto conto che, come conclude il consulente del pubblico ministero, una adeguata anticipazione dell’intervento avrebbe consentito di evitare l’evento morte e che la dilazione temporale verificatasi appare attribuibile ai sanitari che, pur in presenza di indicazioni della direzione sanitaria in ordine all’utilizzo di posti letto di fortuna, non disponevano l’immediato atto operatorio e optavano erroneamente per il differimento dell’intervento”. Sul caso avevano presentato un’interrogazione la segretaria dei radicali Rita Bernardini e il garante dei detenuti. La Bernardini chiedeva di sapere “se nel corso della sua detenzione Antonio Fondelli avesse usufruito di tutte le cure necessarie che il suo precario stato di salute”.

Ilaria Sacchettoni

Corriere della Sera, 5 marzo 2015