Carceri, “Oltre quei tre metri quadrati”, ecco l’XI Rapporto dell’Associazione Antigone


184144_203223739736504_3728014_nNumeri e documenti. Casi di suicidi e torture, di successi rieducativi. Viene presentato a Roma l’undicesimo rapporto che l’associazione Antigone dedica al sistema carcerario italiano. Un appuntamento annuale imprescindibile per gli addetti ai lavori e per chi vuole gettare il primo sguardo nelle celle degli istituti penitenziari. Una mappa della marginalità che disegna tutto lo spazio, materiale e immateriale, in cui vive – e più spesso in cui sopravvive – un detenuto.

Tutto quello che si muove dentro e intorno a quei pochi metri quadrati. Dentro e intorno a quello spazio occupato dai 53.982 detenuti che al 21 febbraio 2015 sono censiti nelle carceri italiane. Numeri e documenti. Casi di suicidi e torture, di successi rieducativi. Viene presentato domani a Roma “Oltre i tre metri quadri”, l’undicesimo rapporto che l’associazione Antigone dedica al sistema carcerario italiano. Un appuntamento annuale oramai imprescindibile per gli addetti ai lavori e per chi vuole gettare il primo sguardo nelle celle degli istituti penitenziari. Una mappa della marginalità – accompagnata dal web documentario Inside Carceri – che disegna tutto lo spazio, materiale e immateriale, in cui vive – e più spesso in cui sopravvive – un detenuto.

Più detenuti che posti regolamentari. Quasi 54mila persone al 21 febbraio. Qualche centinaio in più rispetto al 31 dicembre 2014 (erano 53.623) ma circa 8mila in meno rispetto al 2013. I numeri nudi e crudi sono questi. Da inserire all’interno di un contesto che ne segnala. Però, la gravità. Perché i posti regolamentari sono solo 49.943. Ovvero: nelle carceri italiane è presente un sovraffollamento del 108%. Ci sono 108 detenuti per ogni cento posti letto. E si tratta di un dato che non tiene conto delle strutture attualmente chiuse per lavori. In questo caso l’indice di sovraffollamento raggiunge il 122%. Numeri che portano l’Italia ben lontano dalla media europea.

Il nodo della custodia cautelare. I dati confermano, inoltre, che oggi non esiste nessun legame tra tasso di detenzione e tasso di delittuosità. Percentuali che non sono inversamente proporzionate. Il “carceri piene, strade sicure”, insomma è solo uno slogan privo di efficacia. I due numeri calano entrambi. Mentre resta molto alta la percentuale dei detenuti in base a misure di custodia cautelare. In Italia sono il 34,8%. E, ancora, la media europea è molto più bassa: nei paesi dell’Unione ci si attesta intorno al 21%. Un gap che, secondo Antigone, “va recuperato riducendo l’impatto della custodia cautelare che va del tutto residuata”.

Quali reati? E cambia anche la qualità dei reati. Quelli contro il patrimonio ascritti alla popolazione detenuta sono stati, nel 2014, 30.287, ovvero il 24,1% del totale. Poi i reati contro la persona pari a 22.167 ovvero il 17,7%. Quelli in violazione della legge sulle droghe sono pari a 18.946 ossia il 15,1% del totale. Questi ultimi erano 26.160 nel 2012 e 28.199 nel 2010. In quattro anni, insomma, c’è stato un calo di ben 9.253 imputazioni per motivi di droga. “Ciò è esito della abrogazione della legge Fini-Giovanardi da parte della Corte Costituzionale”, il commento dell’associazione.

Gli stranieri. Tra la popolazione carceraria, la percentuale di stranieri è del 32%. In Europa ci si ferma al 14%. Secondo Antigone, quindi, “non sono giustificati gli eccessivi allarmismi e le conseguenti spinte xenofobe che pure sono presenti in molti paesi Ue”. E le nazionalità più rappresentate sono il Marocco, la Romania, l’Albania, la Tunisia, la Nigeria, l’Egitto, l’Algeria, il Senegal, la Cina, l’Ecuador. Poi le donne, che rappresentano il 4,3% della popolazione detenuta. Tra i nati in Italia, invece, la maggior parte proviene dalla Campania (19,01%), dalla Sicilia (13,08%), dalla Calabria e dalla Puglia (entrambe 6,96%). Le regioni meno rappresentate sono la Valle d’Aosta (0,02%), il Molise (0,17%) e il Trentino Alto Adige (0,18%).

I minorenni. Altro capitolo, quello che riguarda i minori. I detenuti presenti negli Istituti Penali per Minorenni al 28 febbraio 2015 sono 407, di cui 168 (il 41,3%) stranieri. Tra i detenuti presenti, 175 non avevano una sentenza definitiva, vale a dire circa il 43% del totale. Solo 24 le donne. Roma (58 presenze), Catania (50), Milano (48) e Nisida (45) gli istituti per minori più popolosi. Potenza e Quartucciu (Cagliari), entrambi con 7 detenuti, i meno popolosi. Unico istituto interamente femminile è Pontremoli, con 11 ragazze presenti al 28 febbraio.

Carcere duro. Il numero dei detenuti sottoposti al 41 bis è pari a 725. Le donne sono otto. Solo uno è straniero. Sono ristretti in 12 Istituti, e il carcere di L’Aquila è completamente dedicato a questo regime. 648 sono stati condannati per associazione di tipo mafioso mentre 414 sono in attesa di giudizio. Gli affiliati a cosa nostra sono 210, quelli della camorra 294, 135 quelli della ‘ndrangheta. Ventidue quelli della sacra corona unita. I detenuti ritenuti esponenti di associazioni di tipo terroristico sono tre.

La chiusura degli O.P.G. Tra le scadenze, quella del 31 marzo prossimo. In quel giorno, infatti, scade il termine per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (O.P.G.). Ovvero di quelle strutture che il presidente Napolitano, valutando il lavoro della Commissione d’Inchiesta per l’Efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario nazionale definì “estremo orrore, inconcepibile in qualsiasi paese appena civile”. E non è ancora chiaro se la chiusura sarà graduale o meno.

I suicidi. E se nel rapporto di Antigone grande spazio è dedicato alle misure alternative al carcere, non mancano, purtroppo, i numeri dell’orrore. Perché quella dei suicidi in carcere “rimane una delle principali patologie del sistema penitenziario italiano”.

Dall’incapacità di intercettare la disperazione fino alla scarsa attivazione di programmi di prevenzione del rischio. Dall’inizio del 2015, i suicidi sono stati nove. E nel 2014 sono stati 44 i detenuti che si sono tolti la vita nelle carceri italiane. Dunque la media di suicidi ogni 10 mila detenuti è pari al 7,7%. Una percentuale superiore alla media europea che è invece del 5,4%. Ma ben inferiore al 14,4% della Francia, alle percentuali superiori al 10% di Svezia e Norvegia, all’8,2% della Germania.

Carmine Saviano

La Repubblica, 17 marzo 2015

Carceri, Germania batte Italia in civiltà ed umanità. Le testimonianze di due detenuti


Carcere-634x396La scorsa settimana nella nostra redazione in carcere ci è arrivata una lettera di un italiano detenuto in Germania: la proponiamo ai lettori mettendola a confronto con la testimonianza di un detenuto, che qui in Italia fa i salti mortali per suddividere i dieci minuti di telefonata a settimana consentiti fra le quattro figlie, i nipoti e la sua anziana madre.

In carcere in Germania: sentire tutti i giorni la famiglia al telefono ti toglie tanta ansia

Cari amici di Ristretti Orizzonti, mi chiamo Giuseppe P., e sono detenuto qui in Germania nella città di Lubeck. Grazie a una sociologa del mio carcere, ogni tanto ricevo il vostro giornale e mi fa molto piacere.

E mi ha fatto particolare piacere leggere la battaglia che state facendo con lo Stato italiano per avere qualche ora in più con figli e famiglia, anche se sarà difficile che approvino la proposta di legge che voi sostenete. Tutto quello che ho letto nel vostro giornale, nelle vostre proposte, come le telefonate libere, qui in Germania già esiste da molto tempo. Io qui per esempio ho quattro colloqui di un’ora al mese e due lunghe visite al mese con tutta la famiglia, dalle ore 10 alle ore 18, in una bella casa arredata di tutto. Per chi riceve la famiglia con bambini c’è una camera piena di giocattoli. Puoi cucinare di persona oppure paghi due euro al carcere e ti danno loro il buffet per tutto il giorno. Credetemi è bellissimo tutto questo: è come passare un giorno a casa in famiglia. Qui il 99% dei detenuti vive in cella da solo e qui il carcere autorizza a comprare la televisione, il frigorifero piccolo, l’impianto stereo, il lettore dvd, la play station 2. Sapete cosa significa tutto questo? Che eviti molta ansia e nervosismo e non succede come in Italia, dove ti buttano in cella con tre o più persone. In più qui esiste la regola che quando sei definitivo ti danno la scheda telefonica con numero e pin che puoi utilizzare tutti i giorni e chiamare dove vuoi: si intende, le schede sono ricaricabili a tuo carico, è un sistema che qui esiste da molto tempo e credetemi significa molto, significa sentire tutti i giorni la famiglia al telefono. Anche questo toglie stress e non come in Italia con dieci minuti alla settimana, aspettando la fila e se riesci anche a chiamare, prima di ottenere l’autorizzazione a telefonare devi presentare la fattura di casa o del cellulare, chi è l’intestatario, e deve essere solo un famigliare. Io da qui posso chiamare tutti dove e quando voglio.

Qui quasi l’80% dei detenuti ogni giorno va al lavoro, compreso me, e anche questo è fantastico perché la giornata passa in fretta fuori dalla cella. Non devi preoccuparti di mantenerti in carcere e questo sarebbe molto importante, soprattutto in questo momento che in Italia si vive una crisi enorme. Qui funziona così: una parte dello stipendio la spendo e l’altra parte la metto a deposito risparmio per quando esco e anche questo è molto intelligente. Poi qui non porti abiti privati, ma tutto quello che il carcere passa dalla a alla z per quanto riguarda il vestiario. Inoltre qui tutto il vestiario è marcato con una etichetta, compresi calzini e intimo. Ogni settimana si portano i vestiti a lavare e torna tutto pulito e anche questo è bellissimo perché la famiglia fuori risparmia lavoro e soldi.

Qui i colloqui si svolgono in una stanza molto grande e ci sono anche macchine automatiche di caffè, cioccolato, acqua, coca cola. Poi anche nella sezione c’è una stanza dove è montata una cucina completa, e ogni giorno i detenuti cucinano compreso io, in più c’è la stanza dello sport che è molto grande e ci vanno tutti. Io concludo questa lettera con la speranza che quello che esiste in altre carceri d’Europa arriverà presto in Italia, anche se per me è un sogno lontano. Io vi saluto e vi abbraccio con molta stima e vi auguro un buon successo per i progetti nelle carceri italiane.

Giuseppe P.

In carcere in Italia: crescere i figli in dieci minuti di telefonata a settimana

Voglio raccontare come mantengo il rapporto con le mie quattro figlie, tre delle quali sono sposate, con dieci minuti di telefonata alla settimana.

Ogni sabato telefono a una di loro, ognuna abita per conto suo, ed in regioni diverse, significa che posso telefonare una volta al mese a ogni figlia.

Nessuno può capire quanto è difficile mantenere il rapporto familiare con dieci minuti di telefonata a settimana. Se a questo si aggiunge il fatto che la mia anziana madre è gravemente ammalata, e che abita in Belgio, per avere sue notizie sono obbligato a togliere un po’ d’amore a una delle mie figlie, perché anche le mamme hanno diritto di sentire i propri figli. Sicuramente mia figlia più piccola mi farà un rimprovero, la sua giovane età non la porta a capire che devo avere notizie anche di sua nonna. Le mie figlie tante volte mi rimproverano che le penso poco, e mi dicono: “Per noi non trovi mai tempo!”. Qualche volta loro dimenticano che ho dieci minuti di telefonata a settimana. Purtroppo hanno la loro ragione, hanno bisogno di sentire la voce del papà, non chiedono tanto, chiederebbero un po’ di mia presenza in più, hanno vissuto e vivono il fatto che non ci sono mai stato, prima per il tanto lavoro e poi per la mia detenzione, e sanno pure che non mi potranno avere mai. La mia condanna è all’ergastolo. L’unico amore che posso trasmettere sono quei miseri 10 minuti di telefonata a settimana. Tante volte mi sento rimproverato da tutti, anche mia moglie l’ha fatto. Pure i miei fratelli mi dicono: “Noi, non trovi mai tempo per chiamarci”. Purtroppo hanno ragione, io sono il colpevole dei miei reati, per questo sto pagando, e devo sottostare a certe regole dettate da chi, nelle Istituzioni, forse non ha calcolato gli effetti disastrosi che subiscono le famiglie. Mia figlia Rita mi dice: “Papà non sei solo tu il colpevole, lo siamo anche noi per la giustizia, noi paghiamo più di voi che avete commesso il reato, noi siamo più umiliati di voi, basta sentirsi dire dalle persone con disprezzo che sei la figlia di un carcerato!”. Sempre Rita in una lettera mi scriveva: “Papà, tu sei una persona viva, ma è come se non lo fossi, è brutto da dire ma se avessi avuto un papà morto potevo recarmi davanti alla tua tomba quando volevo, ma sapere che sei vivo e non poter venire quando vogliamo è un dolore grande!”. Questa è la più grande tortura, la condanna all’ergastolo non la sento più, ma queste parole delle mie figlie mi uccidono tutti i giorni. Ogni anno la più piccola viene ad un unico colloquio, che è di sei ore, le stesse che uno normalmente potrebbe fare distribuite nel mese, ma non è semplice arrivare dal Belgio a Padova. E poi a causa del sovraffollamento delle famiglie che vengono al colloquio, non è facile che si trovi il posto per fare tutte le sei ore e allora va a finire che ne fai tre o quattro, a seconda delle richieste che vengono presentate all’ingresso del carcere, dove stanno sempre tante persone ad aspettare all’aperto, senza grandi ripari e con le intemperie che ci possono essere. Attendi un anno per vedere uno dei tuoi figli e per poche, miserissime ore. Se le utilizzasse tutte insieme, un detenuto può vedere i propri familiari per un totale di tre giorni all’anno. Che cosa riesci a dirti, soprattutto considerando il fatto che devi condividere la saletta colloqui con altre 20, 30 persone? Bambini che giocano, che gridano, sono stanchi del viaggio. Tante volte mia figlia più piccola mi racconta come va a scuola, io vorrei capire come sta crescendo, ma ecco che ti senti chiamare dall’agente che ti dice: “Il colloquio è finito!”. Devi aspettare il prossimo colloquio per sapere qualcosina in più della loro vita, è veramente dura mantenere il rapporto con la famiglia. Anche per questa situazione tanti detenuti, e molti anche prima che finisca la loro pena, si ritrovano soli.

Io aspetto sempre il sabato per telefonare, e attendo con la paura di ricevere notizie negative. Questo mi riporta ad una esperienza che mi è successa. Un giorno chiamo mia mamma e sento subito un tono di voce angosciato, mi dice: “Tua figlia ha avuto un incidente, è in ospedale!”. Cerco di saperne di più, ma i dieci minuti di telefonata finiscono subito, cade la linea; sapevo che dovevo aspettare il prossimo sabato per avere ulteriori notizie, ma ero disperato, ho chiamato gli agenti, ho spiegato la situazione e ho chiesto se potevo anticipare la telefonata del sabato successivo. La risposta è stata che non era possibile! Ero come impazzito, non riuscivo più a dormire, volevo notizie di come stava mia figlia, ma ho dovuto aspettare una settimana per avere altre informazioni. Forse mia figlia ha ragione nel dire che le famiglie sono più condannate dei loro parenti condannati!

Biagio Campailla

Il Mattino di Padova, 16 marzo 2015