Cosenza, Festa della Donna, i Giovani del Pd regalano i Braccialetti “Made in Carcere”


braccialetti_madeincarcereContinuano le iniziative politico – culturali portate avanti dal Circolo dei Giovani Democratici “Federico Aldrovandi” di Cosenza, coordinato dal giovane Gaspare Galli. Oggi, in occasione della Festa della Donna, i Giovani del Pd, hanno inteso regalare alle loro iscritte e simpatizzanti non le classiche composizioni floreali di mimose ma i braccialetti sartoriali “Made in Carcere” realizzati dalle donne detenute, ristrette nei vari Istituti Penitenziari d’Italia, sostenendo il nuovo progetto solidale della Cooperativa no-profit “Officina Creativa” fondata nel 2007 da Luciana Delle Donne, una delle tre realtà italiane che si sono presentate come partner potenziali della rete internazionale di imprenditori del sociale “Ashoka”, presentata nei giorni scorsi in Italia.

Una encomiabile iniziativa a supporto di tante donne che vogliono lasciarsi alle spalle un passato difficile. “E’ un progetto molto ambizioso perché il nostro desiderio è quello di far lavorare in Italia quante più carceri femminili possibili – spiega Luciana Delle Donne all’Adnkronos – E’ stata una bellissima esperienza perché si vede proprio quanto l’essere umano ha bisogno di lavorare e di ricostruire la propria dignità. Per me è una palestra di vita continua”.

E c’è una ragione precisa anche dietro alla scelta proprio del braccialetto, un oggetto pensato in questo caso per essere indossato sempre, ma che ha un valore in più, dal momento che può essere utilizzato in tanti modi (un po’ a simboleggiare le tante strade che ognuno di noi può trovarsi percorrere nel corso della sua vita) e che è realizzato con materiali di recupero (perché le cose belle nascono anche, e soprattutto, dalle seconde occasioni): “Oggi tutti al polso vogliono avere qualcosa di colorato. Possedere un braccialetto “Made in Carcere” significa scegliere di sostenere un approccio etico, sociale e ambientale importante. La qualità e l’eticità dei braccialetti e, più in generale, di tutti i prodotti realizzati all’interno delle sezioni femminili di alcuni istituti penitenziari è certificato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) del Ministero della Giustizia attraverso il marchio “Sigillo”.

Tutto il ricavato della vendita dei 380 mila braccialetti, che sono in vendita anche nei Supermercati Conad di tutta Italia, in questo caso, andrà interamente alle donne detenute e all’Associazione ‘D.i.re’, Donne in rete contro la violenza a cui aderiscono 70 centri antiviolenza che operano tramite l’accoglienza telefonica, colloqui personali, con l’ospitalità in case rifugio etc. Ma non finisce qui. Luciana Delle Donne infatti anticipa che in programma c’è la realizzazione da parte delle detenute anche di 12mila tovagliette che verranno distribuite sempre dalla stessa catena di supermercati.

Tra le convinte sostenitrici dell’iniziativa a Cosenza, anche l’Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia che, da tempo, come Dirigente Politico e come Parlamentare, si occupa anche delle problematiche afferenti il “Pianeta Carcere” con visite ispettive negli Istituti, Interrogazioni al Governo e proposte di legge alla Camera dei Deputati.

Cucchi, Uva, Ferrulli, Moretti, vittime di Stato ? No, hanno diffamato le Forze dell’Ordine !


ViaLaDivisaIlaria Cucchi, Lucia Uva, Domenica Ferrulli, Patrizia Moretti. Cosa hanno in comune queste donne? L’orrore negli occhi, lo strazio nel cuore, un dolore eterno e inconsolabile per aver perso atrocemente un proprio familiare mentre era nelle mani dei tutori dell’ordine ? No.

Sono indagate. Hanno offeso l’onore e il decoro delle forze di polizia. Hanno chiesto verità e giustizia. Hanno pianto e gridato con tutta la loro forza il loro bisogno di risposte. Non hanno accettato che le persone che amavano siano morte, nelle mani dello stato. Non potevano.

Stefano Cucchi. Deceduto all’ospedale Sandro Pertini, a Roma. Malnutrizione. Gli occhi fuori dalle orbite, le ferite, le costole rotte, l’abbandono a sé stesso. Malnutrizione.

Giuseppe Uva, infarto. Tumefazioni, ferite, fratture, sangue, grida di dolore nella notte. Infarto.

Michele Ferrulli. Infarto. Morto durante l’arresto ad opera di quattro poliziotti, ammanettato a faccia in giù, gridando aiuto. Infarto.

Federico Aldrovandi. Ucciso, per negligenza imprudenza ed imperizia, ammanettato a faccia in giù, anche lui, a lungo. Mentre moriva. Accanto al suo corpo insanguinato, i manganelli spezzati dalla violenza con cui era stato colpito. Omicidio colposo.

I poliziotti che hanno ucciso Federico, dovranno risarcire i danni delle parti civili con un quinto del loro stipendio. Sì, uno stipendio che percepiscono ancora. Una divisa che indossano ancora mentre sul web un comitato spontaneo si estende all’infinito e grida con Ilaria, con Lucia, con Domenica, con Patrizia: Via la divisa !

Maccari, segretario del Coisp, ha già querelato Ilaria, ora perseguirà Patrizia, una donna assetata a suo dire, solo di vendetta, per averlo definito, dopo queste esternazioni, uno stalker, un torturatore morale. Il corpo di Federico, è ancora sull’asfalto. Accanto, i manganelli.

Avv. Maria Brucale

Giustizia, dopo 30 anni l’Italia a un passo dall’introduzione nel Codice del reato di tortura


Palazzo Montecitorio RomaLa Commissione Giustizia della Camera ha iniziato ieri l’esame del testo approvato due mesi fa dal Senato. Previsti due nuovi reati, 613 bis e ter.

Adesso, perché le vittime di abusi e di eccessi da parte di chi indossa la divisa, smettano di morire ogni volta di più sull’onda delle inutili polemiche, è il momento di passare ai fatti. A quei “provvedimenti” che Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi ha chiesto di nuovo l’altro giorno dopo gli applausi dell’assemblea Sap (sindacato autonomo di polizia) ai quattro poliziotti ancora in divisa nonostante i 3 anni e sei mesi di condanna per la morte del figlio.

“Io ora voglio sparire, adesso non è più il mio problema ma di un paese intero” ha detto chiamata in fretta e furia, in una sorte di cerimonia delle scuse collettive, dalle massime autorità dello Stato, del governo e della polizia. Se tutti coloro che hanno aperto bocca in questi giorni – e parliamo della politica incapace da anni di prendere decisioni invocate e attese – volessero dare subito seguito alle loro parole, il caso offre un’occasione speciale.

Da oggi, infatti, la Camera ha l’opportunità di dare in pochi giorni al paese la legge che introduce il reato di tortura. Non è la migliore ma è pur sempre qualcosa. Il testo, atteso da 30 anni, licenziato due mesi fa dal Senato, approda martedì in Commissione Giustizia della Camera presieduta da Donatella Ferranti (Pd). Introduce due nuovi reati.

Il 613-bis disciplina il delitto di tortura. Il 613-ter incrimina la condotta del pubblico ufficiale che istiga altri alla commissione del fatto. La scelta è stata quella di optare per un reato comune anziché per un reato specifico riguardante esclusivamente i funzionari pubblici (uomini in divisa, quindi custodi della legalità in nome dello Stato).

Costituisce circostanza aggravante il fatto che il reato sia stato commesso da un pubblico ufficiale. Il disegno di legge che potrebbe diventare legge in un paio di settimane, conta cinque articoli attesi dal 1984 quando le Nazioni Unite (10 dicembre) adottarono la Convenzione contro la tortura. In quella Convenzione tutti i paesi membri concordarono di comprendere nel proprio ordinamento il reato di tortura “da punire con pene adeguate e con indagini rapide ed imparziali su ogni singolo caso, senza alcuna eccezione accettata”.

Hanno fatto molto prima e meglio di noi paesi come Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Islanda, Lettonia, Lussemburgo, Macedonia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Slovenia, Slovacchia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria, Città del Vaticano. Se finora abbiamo latitato è stato perché, secondo il legislatore, le condotte richiamate nella Convenzione del 1984 sono riconducibili a fattispecie penali già previste nel nostro codice come omicidio, lesioni, percosse, violenza privata, minacce.

Il disastro del G8 di Genova ho spazzato via ogni alibi: l’assenza del reato di tortura, come hanno riconosciuto i magistrati in sentenza, ha favorito molte prescrizioni e impedito punizioni serie. Stavolta, forse, ci siamo. E la coincidenza vuole che questo avvenga mentre le cronache sono piene dell’eco del caso Aldrovandi e Magherini.

Il senatore Luigi Manconi, da anni in prima linea su questo fronte, è il papà della legge. Anche lui l’avrebbe voluta diversa. “Bene l’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento, ma si poteva fare di più” ha ripetuto in questi giorni. Secondo Manconi, infatti, l’impianto complessivo del disegno di legge risulta “depotenziato” dalla formulazione che prevede la reiterazione degli atti di violenza perché ci sia la fattispecie della tortura.

Depotenziato anche dal fatto che nel provvedimento la tortura non è qualificata come reato proprio ma comune, “quindi imputabile a qualunque cittadino e non solo ai titolari di funzione pubblica come avviene invece in molti altri paesi occidentali”.

Gli stessi sindacati di polizia sono cauti. E perplessi. “Il reato di tortura è un obbligo di civiltà a cui non possiamo più sottrarci” avverte Daniele Tissone della Silp-Cgil “ma a cui si deve dare attuazione con attenzione ed evitando ogni tipo di strumentalizzazione”. Il timore è che sull’onda dell’emozione di questi giorni possano passare elementi di ambiguità.

Che non risolvono i problemi veri e ogni giorno sotto gli occhi di tutti: forze dell’ordine costrette a lavorare, in ordine pubblico ma anche solo in servizio, senza le dovute tutele e la necessaria professionalità. Il Siulp non ci sta a barattare le difficoltà degli operatori della sicurezza che vivono due volte la crisi, sulla loro pelle per i tagli e in strada a fronteggiare la rabbia sociale, con quelle che sono richieste precise (più formazione e telecamere sui caschi degli agenti per avere una rappresentazione totale di quello che avviene).

Il Silp, da parte sua, denuncia come da “15 anni l’arruolamento in polizia avvenga non più tramite concorso diretto ma attraverso il reclutamento dei volontari delle ferma breve nell’esercito”. Una non-selezione che condiziona la formazione degli agenti. E ha retrocesso al 12 per cento la presenza delle donne in polizia. Il Coisp, sigla sindacale legata alla destra, ha addirittura messo in guardia il capo della Polizia Alessandro Pansa da “pericolose interpretazioni estensive”.

Boldrini sul caso Aldrovandi: Pansa tolga il segreto dalle sanzioni interne

“In linea con il mio impegno per la trasparenza e con quanto si sta facendo in questo senso alla Camera dei deputati, ho accolto l’appello del presidente della commissione Diritti umani del Senato, Luigi Manconi, a sollecitare il capo della Polizia affinché valuti la possibilità di togliere il segreto ai procedimenti disciplinari interni”.

Lo ha annunciato la presidente della Camera, Laura Boldrini a proposito dell’incontro con Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi. La presidente Boldrini esprime “indignazione per gli applausi riservati ai poliziotti condannati per la morte del ragazzo durante il congresso del sindacato autonomo Sap” e considera che “il gesto provocatorio non solo fa male a chi crede nella giustizia, ma danneggia soprattutto i tanti agenti che fanno il proprio dovere rispettando le regole”. “Io quei quattro non li perdonerò mai – ha detto Patrizia Moretti alla Nuova Ferrara a proposito dei quattro poliziotti condannati. Non ci può essere perdono senza pentimento. Gli eventi recenti vanno nella direzione opposta. Con quell’applauso sono stati elevati a simboli, a modelli. Questo allontana moltissimo qualsiasi possibilità”.

“L’unico modo per me per passare oltre è che raccontino tutta la verità, ogni dettaglio, ogni minuto. Con quel comportamento quei poliziotti è come se si fossero nuovamente sporcati le mani di sangue”. “Lo Stato – ha aggiunto – si è reso finalmente conto di quale è il problema che ha ucciso Federico in modo corale e ai massimi vertici”.

di Claudia Fusani

L’Unità, 6 maggio 2014

ALDROVANDI: BOLDRINI A POLIZIA, VIA SEGRETO SANZIONI INTERNE. VIDEO


PARLAMENTONEWS

BOLDRINI La Polizia tolga il segreto sui procedimenti disciplinari interni. Lo chiede al capo della Pubblica Sicurezza Alessandro Pansa la presidente della Camera Laura Boldrini, che accoglie così l’invito del presidente della commissione diritti umani del Senato Luigi Manconi, dopo aver incontrato Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi. Boldrini esprime ‘indignazione’ per gli applausi del congresso del Sap agli agenti condannati per la morte di Aldovrandi, un ‘gesto provocatorio che non solo fa male a chi crede nella giustizia, ma danneggia soprattutto i tanti agenti che fanno il proprio dovere rispettando le regole’.

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Caso Aldrovandi, applausi per gli Agenti condannati al congresso Sap


Federico AldrovandiCirca cinque minuti di applausi e delegati in piedi alla sessione pomeridiana del Congresso nazionale del Sap, il sindacato autonomo di polizia, per tre dei quattro agenti condannati in via definitiva per la morte del 18enne Federico Aldrovandi durante un controllo il 25 settembre del 2005 a Ferrara: Paolo Forlani, Luca Pollastri e Enzo Pontani.

Il Sap è stato sempre in prima linea per difendere le divise contro cui secondo il presidente Gianni Tonello ritiene ci sia stato un accanimento. Lo scorso 15 febbraio a Ferrara in piazza erano scesi i genitori di Federico, i parenti di altre vittime delle forze dell’ordine e tanti cittadini per chiedere che gli agenti condannati non indossino più la divisa.

I tre agenti presenti al congresso del Sap, sono stati condannati dalla Corte di Cassazione il 21 giugno del 2012 per eccesso colposo in omicidio colposo a tre anni e sei mesi, tre anni dei quali coperti dall’indulto. I supremi giudici motivarono la condanna sottolineando che i poliziotti furono “sproporzionatamente violenti”. Oltre ai tre poliziotti presenti al congresso riminese, nel caso Aldrovandi era coinvolta anche un’altra poliziotta, Monica Segatto. Da gennaio dopo aver trascorso sei mesi in carcere due agenti erano tornati in servizio.

“È terrificante, mi si rivolta lo stomaco” commenta Patrizia Moretti. “Cosa significa? Che si sostiene chi uccide un ragazzo in strada? Chi ammazza i nostri figli? È estremamente pericoloso”.

Nicola FratoianniIl primo commento politico arriva dal coordinatore nazionale di Sinistra ecologia libertà Nicola Fratoianni: ”Gli applausi agli assassini di Federico Aldrovandi sono agghiaccianti e inaccettabili. Chi applaude quegli agenti applaude ad un crimine vergognoso e non è certo degno di vestire una divisa. Non si può accettare che chi è chiamato a garantire la sicurezza dei cittadini possa compiere gesti terribili come quello di oggi”.

di  | 29 aprile 2014