“Dopo 33 anni non è cambiato nulla. Il tormento di Enzo Tortora è stato inutile”


tortoraFrancesca Scopelliti ha presentato il libro con le lettere di Tortora. Trentatré anni. Tanto è trascorso dall’arresto di Enzo Tortora, ma le sue Lettere a Francesca, scritte in carcere e raccolte in un volume presentato ieri nei locali della Camera di Commercio di Roma, sono di “estrema attualità”, come ha sottolineato il presidente dell’Unione delle camere penali Beniamino Migliucci. L’autore delle missive, lette dall’attore Enzo Decaro, il celebre giornalista e presentatore televisivo, di colpo chiamato a rispondere di accuse gravissime: associazione camorristica e spaccio di droga.

La compagna, Francesca Scopelliti, ha ricordato che la loro era “una storia d’amore piuttosto recente. La separazione forzata fu ancora più dolorosa perché originata da un obbrobrio giuridico, un’infamia ingiustificata, la protervia di due magistrati della Procura di Napoli, che volevano a tutti i costi un colpevole. Più emergeva che Enzo era una persona perbene e non si trovavano riscontri, più i giudici si accanivano alla ricerca di nuovi pentiti. I media lo hanno subito condannato, ma lui è stato un grande esempio, dimettendosi da parlamentare europeo per proseguire la battaglia sulla giustizia giusta”.
Il drammatico errore giudiziario sembra però non avere insegnato nulla: “La tristezza più grande è che ci si è fermati a trent’anni fa: il sistema penale-carcerario è rimasto immutato, nessuno è corso ai ripari. I malesseri che Enzo denuncia nelle sue lettere vivono nella nostra quotidianità. Il ministro della Giustizia dovrebbe tenere conto della sua storia”.

Presenti due testimonial d’eccellenza, Giuliano Ferrara, che ha firmato anche la prefazione del volume, ed Emma Bonino, che da decenni si batte sul tema. L’ex direttore del Foglio ha evidenziato che dalle lettere emergono “amore, umanità, personalità, il rapporto con la sorella, le figlie e soprattutto la compagna. La verità è che il “pentito dire” e il partito preso si erano appropriati del meccanismo giudiziario e lo trascinavano verso il basso, dove erano schiacciati Tortora e molti altri cittadini, come i famosi omonimi, che furono arrestati e detenuti a Poggioreale, distrutti da un’indagine che ha dato luogo a un processo che definire discutibile è un eufemismo grave”.
Anche Ferrara ha acceso i riflettori sull’assenza di provvedimenti conseguenti: “Un referendum sollecitò l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati, ma poi non si intervenne in modo significativo e non vi è stata la separazione delle carriere, per cui uomini come Falcone si erano spesi. Purtroppo tutte le classi dirigenti fanno un patto con i giudici, perché ne hanno paura. Il caso Tortora evidenziò per la prima volta l’onnipotenza della magistratura”.

“All’epoca i giornali dopo l’arresto non furono certo innocentisti – ricorda con amarezza la Bonino. I Radicali, Biagi e Sciascia le uniche voci fuori dal coro. Da allora Marco Pannella e Rita Bernardini non hanno mai interrotto una battaglia che oggi deve continuare. La conseguenza d’altronde è il disastroso stato delle carceri. Per riaffermare pienamente lo Stato di diritto attendiamo ancora le grandi riforme, come l’obbligatorietà dell’azione penale. Enzo ha insegnato ai giovani cos’è la dignità, non arrendendosi mai, neppure nei momenti di sconforto. Purtroppo abbiamo perso la memoria e la vista, guardiamo solo l’ombelico”. Migliucci ha aggiunto che il libro “non è solo una testimonianza di rabbia, dolore e sofferenza ma offre tanti spunti. Dalla separazione delle carriere al pubblico ministero collegato al giudice, dalla gestione dei pentiti alla custodia cautelare, che da “extrema ratio” si è trasformata in carcerazione preventiva. La condotta successiva a quando ha ottenuto Enzo giustizia e le sue lettere lanciano un messaggio e la speranza che il Paese possa migliorare. Questo dramma deve portare a una riflessione collettiva sulla presunzione d’innocenza, sull’esecuzione della pena e sul carcere, inteso come risocializzazione e rieducazione e non come vendetta.

Temi che saranno sostenuti dagli avvocati penalisti, mentre l’assenza della politica oggi è colpevole e imbarazzante”. Ha fatto discutere, in particolare, la mancata concessione di una sala in Senato, giustificata dall’assenza di “finalità istituzionali”. “Spero non sia stata dettata dal passato di magistrato del presidente Grasso. Sarebbe un’ulteriore ferita” ha commentato con amarezza la Scopelliti. Ad attenuare il caso la lettera inviata dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “Enzo Tortora ha subito torti e sofferenze. Indagini e sanzioni penali non sono state fondate su basi probatorie adeguate. Problemi di sistema e di clima che restano ancora aperti”.

Francesco Straface

Il Dubbio, 18 giugno 2016

Giustizia, Boom di innocenti in cella anche nel 2015. Maglia nera per il Distretto di Catanzaro


togheLa top ten degli errori giudiziari dell’anno. Quattro milioni arrestati ingiustamente negli ultimi 50 anni. In compenso dal 1998 al 2014 gli inquirenti riconosciuti colpevoli sono solo quattro.

Milioni di persone incarcerate ingiustamente, migliaia le vittime di errori giudiziari, centinaia di milioni di euro per risarcire chi, da innocente, ha subìto i soprusi di una giustizia letteralmente allo sfascio. I numeri che descrivono il penoso stato del nostro sistema giudiziario non lasciano scampo e immortalano uno scenario disastroso a cui nessun governo è riuscito, finora, a porre rimedio. Il sito errorigiudiziari.com, curato da Valentino Maimone e Benedetto Lattanzi, ha messo in rete i 25 casi più eclatanti del 2015 di cittadini innocenti precipitati nella inestricabile ragnatela della malagiustizia italiana. Casi che contribuiscono a rendere il panorama del nostro impianto giudiziario, come certificano più fonti (Unione Camere Penali, Eurispes, Ristretti Orizzonti, ministero della Giustizia), più fosco di quanto si pensi.

Se dall’inizio degli anni 90 gli italiani finiti ingiustamente dietro le sbarre sono stati circa 50mila, negli ultimi 50 anni nelle nostre carceri sono passati 4 milioni di innocenti. E se nell’arco di tempo che va dal 1992 al 2014 ben 23.226 cittadini hanno subìto lo stesso destino, per un ammontare complessivo delle riparazioni che raggiunge i 580 milioni 715mila 939 euro, i dati più recenti attestano che la situazione non accenna a migliorare. Come comunicato dal viceministro della Giustizia Enrico Costa, infatti, dal 1992, anno delle prime liquidazioni, al luglio del 2015 “è stata sfondata la soglia dei 600 milioni di euro” di pagamenti. Per la precisione: 601.607.542,51. Nello stesso arco di tempo, i cittadini indennizzati per ingiusta privazione della libertà sono stati 23.998. Nei primi sette mesi del 2015, inoltre, le riparazioni effettuate sono state 772, per un totale di 20 milioni 891mila 603 euro. Nei 12 mesi del 2014, invece, erano state accolte 995 domande di risarcimento, per una spesa di 35,2 milioni di euro. Numeri che avevano fatto registrare un incremento dei pagamenti del 41,3 per cento rispetto al 2013, anno in cui le domande accettate furono 757, per un totale di 24 milioni 949mila euro. In media lo Stato versa circa 30 milioni di euro all’anno per indennizzi. I numeri a livello distrettuale riferiti ai risarcimenti per ingiusta detenzione collocano al primo posto Catanzaro con 6 milioni 260mila euro andati a 146 persone. Seguono Napoli (143 domande liquidate pari a 4 milioni 249mila euro), Palermo (4 milioni 477mila euro per 66 casi), e Roma (90 procedimenti per 3 milioni 201mila euro).

Nel 2014 è stato registrato un boom di pagamenti anche per quanto riguarda gli errori giudiziari per ingiusta condanna. Dai 4.640 euro del 2013, che fanno riferimento a quattro casi, si è passati a 1 milione 658mila euro dell’anno appena trascorso, con 17 casi registrati. La liquidazione, infatti, è stata disposta per più di 1 milione di euro per un singolo procedimento verificatosi a Catania, e poi per altre 12 persone a Brescia, due a Perugia, una a Milano e l’ultima a Catanzaro. Dal 1992 al 2014 gli errori giudiziari sono costati allo Stato, dunque al contribuente italiano, 31 milioni 895mila 353 euro. Ma il ministero della Giustizia, aggiornando i dati, ha certificato che fino al luglio del 2015 il contribuente ha sborsato 32 milioni 611mila e 202 euro.

La legge sulla responsabilità civile dei magistrati è stata varata la prima volta nel 1988 e modificata, per manifesta inefficacia, solo nel febbraio di quest’anno. I dati ufficiali accertano che dal 1988 al 2014 i magistrati riconosciuti civilmente responsabili dei loro sbagli, con sentenza definitiva, sono stati solo quattro. Secondo l’Associazione nazionale vittime errori giudiziari, ogni anno vengono riconosciute dai tribunali 2.500 ingiuste detenzioni, ma solo un terzo vengono risarcite. Stefano Livadiotti, nel libro “Magistrati, l’ultracasta”, scrive che le toghe “hanno solo 2,1 probabilità su 100 di incappare in una sanzione” e che “nell’arco di otto anni quelli che hanno perso la poltrona sono stati lo 0,065 per cento”.

Luca Rocca

Il Tempo, 30 dicembre 2015

Innocenti in cella, assolti e archiviati: le vittime della Giustizia in Italia sono un esercito !


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C’è chi non ha fatto neanche un giorno di prigione. Ma per anni, prima di essere assolto, ha dovuto lottare, soffrire e pagare per dimostrare la sua innocenza. È accaduto a Raniero Busco, accusato dell’omicidio di Simonetta Cesaroni. C’è chi ha trascorso quasi ventidue anni in una cella e ha rivisto la luce solo grazie a una revisione del processo, come Giuseppe Gulotta. Chi ha ottenuto solo una giustizia postuma, come Giovanni Mandalà, accusato assieme a Gulotta della strage di Alcamo del 1976, condannato all’ergastolo nell’81 e riconosciuto del tutto estraneo ai fatti all’inizio del 2012, quando era già defunto.

C’è chi si è visto archiviare ogni accusa senza neanche dover entrare in un tribunale e chi è stato prosciolto prima del dibattimento, ma è stato costretto a spendere soldi e tempo per difendersi, ha trascorso notti in bianco, ha perso il lavoro, è stato lasciato dalla moglie, è finito sul lastrico.

Sotto tutte vittime di un sistema giudiziario che non funziona. Sono tante e, se l’annuncio di Berlusconi di fondare un partito a loro «dedicato» si trasformasse in realtà, nella nuova formazione potrebbero entrare a migliaia. A loro si aggiungono i cittadini italiani che devono subire i ritardi di procedimenti civili, pendenze pari a otto processi ogni cento abitanti. In questo caso, per ottenere una sentenza di primo grado ci vogliono 600 giorni e una media di quattro anni per arrivare a un verdetto definitivo.

Ma torniamo al penale. A settembre, nell’inchiesta pubblicata da «Il Tempo», abbiamo parlato di ingiusta detenzione e di errori giudiziari. Il dato-base, raccolto dal Censis, è che nella storia della Repubblica circa quattro milioni di persone sono state coinvolte in inchieste e sono risultate innocenti. È una stima, certo. Solo dal 1989, infatti, con l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, esistono statistiche precise e attendibili. E sono numeri che fanno venire i brividi. In ventitrè anni, fino al 2012, quasi 25 mila italiani e stranieri sono stati incarcerati ingiustamente. Lo Stato ha speso per risarcirli quasi 550 milioni di euro. Se a questi sommiamo altri 30 milioni rimborsati per errori giudiziari, arriviamo a quasi 600 milioni di euro. Ma non basta. Perché ai 25 mila ne dobbiamo aggiungere altrettanti. Secondo Eurispes e Unione delle camere penali, infatti, ogni anno vengono inoltrate 2500 domande di rimborso per ingiusta detenzione, ma solo 800 (meno di un terzo) vengono accolte a causa di alcuni cavilli.

Le cifre più recenti (raccolte dal sito specializzato Errorigiudiziari.com) confermano la tendenza: nel 2013 il totale dei casi di ingiusta detenzione è stato di 1368, quello dei casi di errore giudiziario 25; la spesa dei risarcimenti per ingiusta detenzione in un solo anno arriva a 35.853.732,58 euro, quella per i rimborsi per errori giudiziari a 852.922,57 euro.

Il distretto di Corte d’appello che ha speso di più per ingiusta detenzione è stato quello di Napoli (251 casi, 8.381.158,49 euro) e quello che ha sborsato più soldi per errori giudiziari, quello di Lecce (2 casi, 325.029,60 euro). Secondo il rapporto annuale del National Registry of Exoneration statunitense (il registro degli errori di giustizia) nel Belpaese si sbaglia dodici volte più che negli Usa. Non solo. Le ingiuste detenzioni in America sono state «appena» 1304 contro le nostre venticinquemila. Mettendocene altrettante che non hanno ottenuto denaro in cambio del tempo trascorso dietro le sbarre, arriviamo a quasi 40 volte il totale degli Stati Uniti.

Ma, come dicevamo, anche chi è stato assolto ha dovuto subire il calvario delle accuse, utilizzare i servizi di un legale e sopportare le relative ansie. La direzione generale di statistica del Ministero della Giustizia fa sapere (dati aggiornati al novembre 2011) che nel 2009 nel tribunali tricolori sono state 46.656 le persone assolte durante un giudizio ordinario che ne aveva coinvolte 152.601, quindi parliamo del 30,6%; 5.217 lo sono state dopo un giudizio immediato o in seguito all’opposizione a un decreto penale (su 14.645,); 1749 dopo un direttissimo; 3.889 dopo un abbreviato in sede di direttissimo e 7.379 dopo un abbreviato in sede di ordinario. Il totale sfiora le 65 mila unità. Nel 2010 la situazione è addirittura peggiorata: siamo a 72.467 assolti, cioè 7.578 in più dei dodici mesi precedenti. Questo senza contare i giudici di pace, che hanno totalizzato 7.657 «assoluzioni» nel 2009 (10,9%) e 8.856 nel 2010 (11%).

Poi ci sono gli imputati condannati in primo grado e riconosciuti innocenti in secondo o in terzo. Qualche anno fa il presidente di Corte d’appello di Roma disse che la metà circa delle sentenze del tribunale veniva riformata in seconda istanza. Anche se non esistono informazioni ufficiali, la stima del magistrato dovrebbe bastare a farsi un’idea (e il caso via Poma docet) di quanti vengono considerati colpevoli nel primo processo, magari finiscono in prigione (se vengono riconosciuti i «pericoli» previsti dal codice: reiterazione del reato, fuga e inquinamento delle prove) per essere riconosciuti estranei ai fatti mesi o, più probabilmente, anni dopo. Un esercito che ingrossa le sue file con chi è stato prosciolto senza dover entrare in un’aula di giustizia e con quanti sono stati indagati ed esposti alla gogna mediatica per vedere, più tardi, la propria posizione archiviata su richiesta dello stesso pubblico ministero o in base alla decisione del giudice per l’udienza preliminare.

Nella sua recente relazione in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario il presidente della Corte d’appello romana Catello Pandolfi ha sottolineato come, dal primo luglio 2012 al 30 giugno 2013, nella Capitale ci sono state 19.235 archiviazioni su un totale di 23.002 procedimenti avviati. Capita, infine, che nel corso del procedimento penale intervenga la prescrizione, che non vuol dire incolpevolezza ma soltanto che non si è riusciti a raggiungere una decisione in tempo utile. Anche così, comunque, le vite degli imputati restano «appese» alla loro sorte giudiziaria. E non sono poche, visto che in nove anni, dal 2001 al 2010 sono state la bellezza di un milione e 694.827, per una media annua di quasi 170 mila.

Insomma, sono tanti quelli che hanno subito un ingiustizia dalla Giustizia. E alcuni magistrati, da questo punto di vista, rappresentano un record. Sono talmente tanti, ad esempio, i «mostri» sbattuti in prima pagina per le inchieste dell’attuale sindaco di Napoli (poi scarcerati con tanto di scuse e risarcimenti a carico delloStato) che, alcuni cittadini esasperati hanno fondato «l’associazione vittime di De Magistris», nata nel 2008. Associazione che lega tra loro alcuni degli indagati delle inchieste dell’ex pm di Catanzaro, molte delle quali finite nel nulla. Vite distrutte per errori che rimangono puntualmente impuniti.

(fonte: Maurizio Gallo, Il Tempo, 17 marzo 2014)