Catanzaro, Ergastolano si laurea in Giurisprudenza con 110 e lode


Casa Circondariale di CatanzaroClaudio Conte, 45 anni e 27 di carcere già fatto, ha lo sguardo mobile. Come cercasse, invano, un punto su cui fermarsi. S’intuisce l’emozione. La giornata è di quelle che segnano una vita. Per incontrarlo, si sono scomodati dieci docenti universitari guidati dal costituzionalista Luigi Ventura, preside della Facoltà di Giurisprudenza della “Magna Grecia”. Lui, il detenuto, quand’è stata l’ora dei ringraziamenti, ha detto: «Oggi è entrato in carcere un pezzo di libertà». Venerdì 22 aprile: tutt’intorno, nel penitenziario “Ugo Caridi” di Siano a Catanzaro che ospita 700 persone perlopiù meridionali, si respira aria di festa. La cerimonia di una laurea in legge dietro le sbarre, però, a guardarla con occhi distaccati, evoca, piuttosto che entusiasmo, le tristi parole di una vecchia canzone di Claudio Lolli: «Vent’anni (più o meno l’età in cui Claudio Conte è finito in carcere a Lecce) tra milioni di persone, che intorno a te inventano l’inferno. Ti scopri a cantare una canzone, cercare nel tuo caos un punto fermo. Vent’anni e solitudine sorella, ti schiude nel suo chiostro silenzioso, il buio religioso di una cella, la malattia senile del riposo. Vent’anni e solitudine nemica, ti vive addosso con il tuo maglione, ti schiaccia come un piede una formica, ti inghiotte come il cielo un aquilone, vent’anni e uscirne fuori è fatica». Eppure, in quel “chiosco silenzioso”, Claudio Conte ha fatto una «scoperta meravigliosa»: la Costituzione. Sicché, venerdì ha potuto depositare sul tavolo della Commissione di laurea un lavoro “poderoso” (l’ha definito così il prof. Ventura) che intercala il suo lungo percorso umano, lastricato di dolori e ravvedimento, con una mole enorme di riferimenti specialistici «sull’irretroattività delle preclusioni ai benefici penitenziari (introdotte nel ’92) ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo prima del 2008».

CLAUDIO CONTE E L’ERGASTOLO OSTATIVO Giornata decisiva per Claudio Conte. Come altre nella sua vita, ma le altre, alcune di sicuro, non gli hanno portato bene. Se è in carcere da quando aveva diciotto anni e mezzo ed oggi ha oltrepassato la soglia dei quaranta, è perché in quelle “altre” giornate, altrettanto indelebili, ha giocato pesante, nei borghi di città in cui la guerra dei clan «mischia vittime e carnefici» fagocitando giovani abbandonati a se stessi. E ora sono ventisette anni di galera dura con un ergastolo ostativo da scontare. Anzi no: perché quand’è ostativo il detenuto non sconta un bel niente, visto che (Lolli) «è incastrato senza resistenza» e ha «una coscienza rattrappita che vuole venir fuori e srotolarsi». Srotolarsi, ma non può: perché, nonostante l’articolo 27 della Costituzione, che non predilige pene contrarie al senso d’umanità ma chiede che tendano alla rieducazione del condannato, lo Stato l’imprigiona per la morte; «e ti schiaccia – canta Lolli – come un piede una formica…E uscirne fuori è fatica». La serrata requisitoria di Conte contro l’ergastolo ostativo (il titolo della tesi, disponibile anche in versione digitale, è: “Profili costituzionali in tema di ergastolo ostativo e benefici penitenziari”), ha avuto l’apprezzamento del prof. Ventura che l’ha definita «una lezione». Infatti Conte, per oltre un’ora, con la stessa abilità di uno sherpa del Nepal ad alta quota, ha illustrato norme, leggi, sentenze, decisioni difformi dai principi costituzionali, conducendo un ragionamento conclusosi con la richiesta «di una soluzione al problema dell’ergastolo ostativo nel rispetto del diritto».

CON L’ERGASTOLO PERDI LO STATUS DI CITTADINO Ma se lo Stato non gli dà, a lui che ha già ingollato ventisette anni di reclusione e a quelli come lui (in Italia sono 1.619 i condannati alla pena perpetua e 1.174 gli ergastolani ostativi ai sensi dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario) neppure il bacio che nella fiaba si concede al “principe ranocchio”, Conte la speranza non l’ha persa. Asserisce di sentirsi «schiavo», perché «con l’ergastolo non hai più lo status di cittadino ma sei ‘cosa’ di un potere che non ascolta», o «un naufrago alla deriva su un’isola deserta dove è inutile proclamarsi innocenti o colpevoli perché in questi luoghi nessuno ha il potere di liberarvi», ma non ha mai ceduto alla disperazione. E dopo un lungo cercarsi, lavorando di scavo nelle storie tortuose del suo mondo schiacciato da povertà e violenza, sostenuto da funzionari dello Stato come la direttrice del carcere di Siano Angela Paravati per la quale «la pena non può essere la rivalsa della società civile nei confronti del reo o il luogo delle vendette pubbliche e private da esercitare ampliando gli effetti della detenzione mediante sofferenze fisiche e psichiche dei carcerati», ha deciso di reagire. Studiando legge da mattina a sera. Compulsando libri e codici, prendendo appunti, scrivendo dell’angoscia di chi davanti a sé ha una prigione senza uscita. E presentandosi, infine, davanti alla Commissione di laurea della Facoltà di Giurisprudenza di Catanzaro (ha iniziato gli studi a Perugia) con una tesi sulla sua stessa condanna. Quella cioè del “fine pena mai” e senza benefici di sorta. «Un lavoro – asserisce il meridionalista Nicola Siciliani de Cumis che lo segue da tempo e che ha esperienza di ‘elaborazioni’ e di ‘confezioni’ di tesi di laurea – in odore di ‘novità’. Una sorta di ipertesto di straordinario impatto culturale con comparazioni e acquisizioni giurisprudenziali nazionali e internazionali mirate (Corte di Strasburgo!) finalizzate a costruire un originale «stato dell’arte» e a sostenere con rigore logico-giuridico «la tesi della tesi». Ossia il diritto di tutti i cittadini a un lavoro gratificante e il diritto alla libertà, quando si è compreso il valore delle vite spezzate. E si è pagato il prezzo nelle durezze della vita carceraria, «dove – ha scritto Claudio Conte recensendo il libro di Elvio Fassone “Fine pena: ora” – le deroghe alle garanzie processuali lasciano il reo in balia delle tante manchevolezze, le incapacità, l’insensibilità, la cieca e bieca burocrazia che deformano la pena detentiva in tortura, in pena capitale». E poi l’affondo: l’invito della tesi, a settanta anni di distanza dalla nostra Carta costituzionale, a rileggere, con rinnovata freschezza ermeneutica, gli articoli 2, 3, 27, 34.

«NEL CARCERE DI SIANO A CATANZARO PREVALGONO LE LUCI» Infine, le strette di mano. La Commissione, rigorosa nella disamina del laureando si concede eleganti deviazioni dalla routine e (“irritualmente”) fa omaggio a Conte di un volume collettaneo (“Principi costituzionali” di L. Ventura e A. Morelli). Si ritira per la decisione e sentenzia: «110, lode accademica e menzione accademica». Il relatore si sbilancia: «Non abbiamo studenti di questo livello nella nostra facoltà». Applaudono i parenti venuti dalla Puglia. Commozione e qualche lacrima. I detenuti, una decina, offrono i pasticcini. E’ l’ora di uscita, per chi può. La direttrice ringrazia – «il carcere deve garantire la speranza a persone che nel passato hanno commesso errori» – e legge la lettera di auguri dell’arcivescovo Vincenzo Bertolone al detenuto dottore. Al giudice di sorveglianza, Laura Antonini, che «ha voluto esserci», Claudio Conte consegna una copia della sua tesi con una stretta di mano. Prima che Conte rientri nel circuito di massima sicurezza, le ultime battute. Lui non si ritrae: «Ogni istante qui è prezioso, parliamo pure». Sovraffollamento e suicidi in carcere: «Accadono quando la capacità di resistenza è finita». Riflette: «Colpisce l’indifferenza di una società che al carcere affida la soluzione di conflitti sociali irrisolti». Del tempo che scorre: «In carcere si contano i giorni, le ore, i minuti». Dei gesti di autolesionismo di molti detenuti: «Sono la conseguenza dell’abuso della carcerazione preventiva e dell’omessa applicazione delle pene alternative in fase esecutiva». Del carcere di Siano dov’è giunto nel 2008: «Non può essere definito un fiore all’occhiello, come Bollate o Laureana di Borrello, ma neanche un girone infernale. La nuova gestione ha fatto molto e molto si vuole fare, tra mille difficoltà. Conciliare sicurezza con sviluppo e rispetto della persona non è facile. Luci e ombre esistono dappertutto, ma a Catanzaro prevalgono le luci. E io, in quasi trent’anni, ne ho viste di carceri…».

Romano Pitaro

Corriere della Calabria, Sabato, 23 Aprile 2016 

Romeo (Ergastolano) : Sono marchiato come cattivo e pericoloso per tutta la vita


Carcere Due Palazzi di PadovaRiflessioni per il Tavolo 2 degli Stati Generali sull’esecuzione della pena.

Un mio compagno di detenzione un paio di anni fa mi ha detto: “Tommaso saremo più sereni e soddisfatti se ci facciamo la galera come al 41bis: aria, cella e nessun tipo di dialogo con le istituzioni”, perché era certo che alle istituzioni non gli interessa niente del nostro percorso di reinserimento. Preciso che quel mio compagno si riferiva a tutti quei detenuti condannati per 416bis e in particolare a chi era stato sottoposto al regime del 41bis e oggi si trova in Alta Sicurezza 1.

Quando ho deciso di impegnare il mio tempo in modo diverso, anche perché l’istituto di Padova a differenza degli altri istituti di pena dava la possibilità anche ai detenuti della sezione AS1 di partecipare ad alcune attività, ho scelto di frequentare la redazione di Ristretti Orizzonti. Due anni di questo mio nuovo modo di farmi il carcere mi hanno dato molte soddisfazioni, in particolare gli incontri con gli studenti delle scuole del Veneto. Questa mia soddisfazione la trasmetto a chi mi sta vicino, in particolare alle mie figlie, in questi due anni la mia mente rimane impegnata in discorsi costruttivi. Arrivo a convincermi di aver smentito il pensiero di quel mio compagno, anche se mia madre ogni tanto mi avvertiva “non illudere le tue figlie”.

Oggi però sto ancora aspettando una decisione sulla mia richiesta di declassificazione, e ho il timore che arrivi un rigetto della mia istanza che, oltre a riportarmi alla carcerazione vecchia maniera cioè “all’ozio forzato”, mi riporterebbe all’amara realtà che chi amministra la giustizia non è interessato al mio percorso di rinserimento. Eppure in questi due anni ho incontrato sia detenuti di media sicurezza, che persone non detenute come studenti, giornalisti, magistrati, ho partecipato a più convegni con centinaia di persone della società esterna, all’ultimo “La Rabbia e la Pazienza” sono anche intervenuto, e mai la mia presunta pericolosità si è manifestata. Ma tutto questo temo che non basti, preciso che con la mia istanza di declassificazione non ho chiesto di varcare il portone del carcere, ma solamente di stare in una sezione di media sicurezza perché solo così potrei continuare il percorso che ho intrapreso.

Questi due anni a Ristretti Orizzonti sono stati belli e costruttivi. Ma questa sarà forse l’ultima illusione che prenderò nella mia carcerazione, perché oggi rischio di dover dare ragione a quel mio compagno che credevo scettico, ma invece forse è solo realista, se davvero succederà che i miei ventitré anni di carcere nei regimi e circuiti speciali non basteranno a farmi finalmente andare in una sezione un po’ più aperta, perché vorrà dire che per le istituzioni sarò “Cattivo e Pericoloso per tutta la vita”.

Tommaso Romeo, Ergastolano detenuto Carcere Padova

Ristretti Orizzonti, 27 agosto 2015

Donatiello (Ergastolano) : Da Padova a Parma, il rispetto dei diritti in carcere è “discrezionale” ?


CC Parma DAPMi chiamo Giovanni Donatiello, sono detenuto nella sezione A.S1 della Casa di Reclusione di Parma dal 4 giugno di quest’anno proveniente dalla Casa di Reclusione di Padova.

Porto la mia testimonianza a conforto del documento “Lettera aperta dei detenuti AS1 di Parma” per portare a conoscenza la sperequazione esistente tra i due Istituti penitenziari già citati, sia sotto l’aspetto trattamentale sia sotto l’aspetto della garanzia dei diritti del detenuto, ma soprattutto della persona. Sono stato il primo, dei due detenuti già giunti da Padova cui il Garante comunale fa riferimento nel comunicato stampa del 17.06.2015.

Mi trovo in carcere ininterrottamente dal luglio del 1986 (29 anni) e dal 2000 nelle sezioni EIV-AS1. Nella sede di provenienza svolgevo una serie di attività che mi permettevano di impegnare il tempo utilmente e vivere una detenzione decente. Sono iscritto al secondo anno della Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Padova. Per motivi di studio ero autorizzato a detenere il proprio PC nella camera di pernottamento. L’Università di Padova, attraverso una fondazione, garantiva sia l’iscrizione gratuita sia tutte le spese occorrenti per un eventuale cambio di sede, come nel mio caso. Infatti, prima di arrivare a Padova ero iscritto presso l’Università di Pisa. Era previsto un servizio di tutoraggio eccellente, veniva assegnato ogni studente un tutor, che potevi incontrare puntualmente anche tutte le settimane.

L’accesso dei tutor era consentito tutti i giorni fino alle ore 17:00. I testi per gli esami venivano forniti con puntualità. Un metodo che mi metteva nelle condizioni di studiare con più serenità. Facevo e faccio parte a pieno titolo della redazione della rivista “Ristretti Orizzonti”. Partecipavo al progetto “Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere”. Gli incontri con gli studenti, nella media di 70-80 ragazzi a ogni incontro, si svolgevano in un auditorium tre volte alla settimana per tutta la durata dell’anno scolastico. Frequentavo un corso di lingua Inglese. Ho frequentato un corso universitario di Diritto Privato, un corso di yoga e meditazione. Ero iscritto per seguire un corso universitario di Diritto del Lavoro. Ho partecipato a diverse partite di calcetto con scolaresche. Sono intervenuto in svariati incontri con professori universitari, i quali nella veste di relatori affrontavano tematiche di vario genere. Per ultimo, non per ordine di importanza, il 22 maggio sono intervenuto al convegno che si è tenuto presso la Casa di Reclusione di Padova intitolato “La rabbia e la pazienza” alla presenza di 600 persone giunte da tutta Italia.

Tutte le attività svolte a Padova coprono un arco temporale di appena 17 mesi, il tempo di durata della mia permanenza in quel carcere. Il comunicato stampa del Garante elenca le attività presenti in questo istituto: veramente esigue e “possibili” più che reali. Se provassimo a fare una semplice comparazione tra le attività da me svolte a Padova e le attività svolte da tutti i detenuti presenti in questa sezione in tutto l’arco della loro permanenza in questo Istituto, credo che il confronto dovrebbe mettere in crisi chi amministra questo Istituto rispetto all’art.27 della Costituzione.

Ma se le amministrazioni hanno come finalità il raggiungimento degli obiettivi prefissati, mi chiedo quali siano in questo Istituto, e se alla fine non rischino di essere solo quelli dell’annientamento delle persone, spesso lasciate marcire in cella per tutta la giornata, prova ne è che mi ritrovo rinchiuso per almeno venti ore al giorno in cella e per giunta in compagnia di un’altra persona, condizione degradante in particolare per chi è da anni in carcere e ritengo anche illegale in quanto lo spazio calpestabile è di gran lunga inferiore ai tre metri quadrati previsti dalla sentenza Cedu (Torreggiani V.S. Italia), nella quale viene ribadito il diritto di vivere una detenzione che sia rispettosa della dignità della persona.

A me pare di palmare evidenza che in questo Istituto vengono violati i più elementari diritti garantiti all’art.3 e 27 della Costituzione; vengono ignorate le garanzie stabilite dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (V.S. Torreggiani); non si rispetta la prescrizione dell’articolo 27 comma 4 D.P.R. n°230/2000 della continuità trattamentale, che di fatto viene azzerata. In sintesi, ciò che voglio dire è che essere quotidianamente a contatto con un pensiero attivo, profondo e creativo, come viene praticato nel carcere di Padova, dovrebbe essere una condizione della detenzione fondamentale e continuamente alimentata, mentre in questa sede viene annientata! Ecco come il potere discrezionale con cui viene gestito ogni carcere, spesso non rispettando i principi di legalità, spesso si traduce in una violazione sistematica dei Diritti del detenuto, dimenticando che dietro ad una posizione giuridica vi è sempre una persona.

Giovanni Donatiello (Casa di Reclusione di Parma, Sezione AS1)

Ristretti Orizzonti, 23 giugno 2015

Musumeci (Ergastolano) : Se il Parlamento approva la Legge Bruno Bossio sarà cancellato l’ergastolo ostativo


Carmelo MusumeciOggi in un articolo ho scritto che un giudice dovrebbe osservare la legge con gli occhi aperti perché molti di loro sono convinti che i cattivi non cambino, io invece voglio dimostrare che anche i cattivi cambiano quando gliene viene data una possibilità“. (Diario di un ergastolano: Carmelo Musumeci).

C’è qualche parlamentare che ha la voglia e il coraggio di fare una interrogazione sui circuiti di “Alta Sicurezza” nelle carceri italiane? Ultimamente i parlamentari Enza Bruno Bossio, Walter Verini, Roberto Rampi, Luigi Lacquaniti, Danilo Leva, Chiara Scuvera, Camilla Sgambato, Ernesto Magorno, Gea Schirò, Federico Massa, Cristina Bargero, Romina Mura, Alfredo Bazoli, Pia Locatelli, Paola Pinna, Franco Bruno hanno presentato un disegno di legge per rivedere il divieto di concessione dei benefici penitenziari nei confronti dei detenuti che non collaborano con la giustizia.

Se passerà questa legge sarà cancellato nel nostro paese l’ergastolo ostativo e un ergastolano, per usufruire dei benefici previsti dalla legge penitenziaria, non avrà più la necessità di mettere in cella un altro al posto suo e di mettere a rischio la sua famiglia. Ultimamente, sto dando il mio contributo alla redazione di “Ristretti Orizzonti” che si sta occupando di fare conoscere all’opinione pubblica i gironi spesso infernali che esistono nelle “Patrie Galere”, dal regime del 41 bis, ai circuiti di “Alta Sicurezza”.

E ho pensato di chiedere, pubblicamente, a questi parlamentari, che hanno avuto il coraggio di ascoltare le parole di Papa Francesco, di avere il coraggio anche di fare una interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia per fare luce e portare la legalità istituzionale in queste sezioni ombra, dove sai quando entri ma non sai quando ne esci. La redazione di “Ristretti Orizzonti” che cerca di fare un’informazione seria e d’inchiesta, andando a cercarsi le fonti più attendibili e le testimonianze, famosa (un pò come i radicali) per le lotte contro i mulini a vento, ha scritto a tanti detenuti nei circuiti di “Alta Sicurezza” facendogli delle domande sulla loro “storia carceraria”, sulle loro condizioni di detenzione, sui regimi e i circuiti che hanno conosciuto: “Quanti anni hai trascorso in circuiti di Alta Sicurezza”, “Quante richieste di declassificazione dall’Alta Sicurezza hai fatto?”, “Quando ti è stata rigettata la declassificazione, il carcere ti aveva messo parere favorevole? E tante altre ancora.

Ci hanno risposto molti detenuti e da questa inchiesta è uscito fuori uno spaccato da terzo mondo o se preferite dai tempi del medioevo. Abbiamo scoperto che ci sono detenuti “dimenticati” che dopo decenni che sono stati sottoposti al regime di tortura del 41 Bis, ora si trovano da anni nelle sezioni di Alta Sicurezza (prima chiamate sezioni di “Elevato Indice di Vigilanza”). Abbiamo scoperto che alle richieste di declassificazioni, i funzionari dell’Amministrazione Penitenziaria rispondono spesso con brevi, e simili con il passare dei decenni, motivazioni per tutti i detenuti, più o meno di questo tenore: “Considerata l’assenza di elementi certi tali da far desumere l’allontanamento dalle organizzazioni malavitose di provenienza e fatte salve ulteriori verifiche in tempi futuri” o ancora peggio “Rilevato che non risultano elementi univoci comprovanti l’interruzione dei collegamenti dell’istante con la criminalità organizzata”.

Io, adesso mi e vi domando: ma come può fare un detenuto a difendersi da queste motivazioni? Ed infatti nessuno ci riesce. La redazione di Ristretti Orizzonti ha deciso di rendere pubblici questi questionari, sia per i politici che desiderano chiedere una interrogazione parlamentare, sia per i mass media che vogliono informare l’opinione pubblica su che cosa accade nelle loro Patrie Galere. I questionari si possono richiedere all’indirizzo mail della direttrice di Ristretti Orizzonti Ornella Favero ornif@.iol.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. e verrà mandato il materiale che abbiamo raccolto.

Carmelo Musumeci – Ergastolano detenuto nel Carcere di Padova

Ristretti Orizzonti, 12 giugno 2015

Reggio Calabria, l’Ergastolano Santo Barreca ammesso al lavoro esterno. Favorevole anche l’Antimafia


carcere-fotogramma-258Il detenuto già da tempo ogni sabato mattina viaggia da solo in autobus per recarsi in una casa di riposo a fare volontariato.

Si aprono le porte del carcere di Tempio Pausania (Sassari) in cui è recluso Santo Barreca, 56 anni, pluriergastolano della frazione Pellaro di Reggio Calabria, detenuto da 25 anni, molti dei quali trascorsi, in passato, al regime detentivo speciale 41 bis O.P. A conclusione di un complesso iter procedimentale è intervenuto il parere favorevole della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria in merito all’ammissione del condannato al lavoro esterno. Santo Barreca già ritenuto organico all’omonima cosca operante nella zona sud della città calabrese, che un Gip presso il Tribunale di Reggio Calabria, sin dal febbraio 2011 ha considerato “completamente estinta”, “era da tempo avviato – spiegano gli avvocati – verso il completo recupero al consorzio civile”.

L’uomo aveva ottenuto dal Magistrato di Sorveglianza presso il Tribunale di Sassari una serie di permessi che gli hanno consentito di assentarsi temporaneamente dalla casa circondariale della città sarda per partecipare a manifestazioni esterne. “L’ergastolano Santo Barreca – spiegano i legali – in parziale esecuzione del programma connesso ai benefici di cui all’art. 21 O.P., da tempo espleta lodevolmente una giornata di volontariato presso la comunità alloggio per anziani (distante 40 Km da Tempio Pausania) che raggiunge ogni sabato con mezzo pubblico libero e senza vincoli di sorta uscendo la mattina alle otto per rientrare con le stesse modalità la sera. Il detenuto è inoltre autorizzato all’uso di un’utenza telefonica mobile”. Secondo il sostituto procuratore Lombardo “il regime carcerario di alta sicurezza nel quale il Barreca Santo è attualmente allocato ha perso sostanzialmente la sua efficacia e la sua finalità” concludendo in ordine all’invocata declassificazione del detenuto affermando che “la stessa è già avvenuta sul piano sostanziale”.

Per gli avvocati Steve ed Aurelio Chizzoniti “l’ergastolano Barreca è ormai pronto ad usufruire di ulteriori benefici alternativi alla detenzione quali permessi premio e semilibertà alle cui conquiste “la già concessa autorizzazione al lavoro all’esterno è strettamente propedeutica”. Gli stessi difensori hanno voluto sottolineare che “l’obbiettivo tenacemente raggiunto da Santo Barreca non soltanto premia un percorso di adamantino recupero dello stesso ma essenzialmente traduce una eloquente vittoria dello Stato nel cui contesto è dimostrato che la finalità detentiva volta al recupero del condannato non è soltanto un’astratta e quasi surreale previsione ex art. 27 della Costituzione”.

Catanzaro, Radicali : “Detenuti lasciati al freddo nelle loro celle”


Cella Carcere SianoE’ freddo il carcere di Catanzaro, non solo per il clima polare di questi giorni. E’ freddo non solo per i riscaldamenti che vengono accessi un’ora e mezza al mattino e un’ora e mezza alla sera. E’ freddo non solo per il tempo che scorre lento, con i detenuti che vorrebbero lavorare e come in tutte le altre carceri italiane lo possono fare solo in pochi, e quelli scelti sono quasi tutti tra coloro per i quali si avvicina il “fine pena”. E’ freddo non solo per l’acqua che sgorga dai rubinetti di quelle cabine interne alle celle che sono al contempo bagno e cucina e che, almeno in alcuni reparti, scende fredda anche dalle docce comuni.

Il freddo rigido è in quei gabbioni in cui i reclusi scorrono la loro “ora d’aria” camminando in fila per quattro, come una ronda, per riscaldare i muscoli e riattivare la circolazione. O talvolta in due coppie distinte, seguendo diagonali diverse, forse per un’empatia che manca tra le due coppie di detenuti. Ore d’aria trascorse all’interno di tre pareti alte, in cemento armato, e di una quarta la cui soluzione di continuità è rotta solo dal cancello di ferro da cui si entra e si esce in quei gabbioni venti metri per dieci. Ora d’aria a cui spesso i detenuti di Siano rinunciano preferendo restare all’interno delle loro celle.

E’ freddo anche per gli operatori che sotto le divise di ordinanza indossano maglioni e sciarpe e che un tiepido sole del primo pomeriggio riscalda solo all’uscita, alla fine del turno.

E’ freddo il rapporto tra quei numeri delle prestazioni sanitarie snocciolati dai medici e dagli infermieri e quello dei mesi di attesa per un esame diagnostico o una visita denunciato dai detenuti. E c’è il freddo di chi deve dormire vestito, nelle celle umide, anche se imbiancate (quando stucco e vernici sono disponibili) dagli stessi detenuti per coprire le incrostazioni delle infiltrazioni d’acqua ed il verde delle muffe.

I freddi numeri dicono che ci sono “solo” 547 ospitati a fronte di 545 posti, ma il dato della capienza utile alle statistiche del Ministero comprende anche i 72 posti dell’ultimo piano del nuovo padiglione, ancora non utilizzati.

Non riscaldano gli spazi ristretti, nelle celle doppie o triple, in cui i “tre metri quadrati calpestabili” sono un’utopia.

Scaldano poco gli animi le presunte “battiture” denunciate da un detenuto, che sarebbero opera di qualche agente di polizia giudiziaria, séguito di una agitata discussione con la moglie durante un colloquio.

Qualche cenno di tepore è dato da qualche ergastolano che cerca ancora di dare un senso alla propria vita. Come un ritratto di Pasolini con una citazione sul pensare e l’agire appeso col nastro adesivo ad un’umida parete, che ricorda più un tazebao che non un post su facebook. E soprattutto come chi in modo artigianale, quasi casalingo, all’interno di una cella non più utilizzata messa a disposizione dalla direzione, sta sperimentando un piccolo laboratorio di pasticceria. Piccoli segni dell’essere speranza più che avere speranza: lo spes contra spem ribadito, con frequenza di recente, da Marco Pannella.

Sabatino Savaglio

http://www.lagente.info – 03 Gennaio 2015

Eusebi (Università Cattolica), ha ragione Papa Francesco, l’Ergastolo è inaccettabile


braccio cella“La risposta al reato non può essere un corrispettivo che ne rifletta i contenuti negativi, ma deve essere un progetto per fare giustizia e non vendetta”. Così, Luciano Eusebi, Ordinario di Diritto Penale all’Università Cattolica di Milano e alla Pontificia Università Lateranense, riassume il senso del discorso rivolto da Papa Francesco all’Associazione Internazionale di diritto penale, il 23 ottobre scorso. Nel testo il vescovo di Roma metteva, tra l’altro in guardia, dal populismo penale, cioè dalla convinzione che “attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali”.

“La funzione della pena deve essere quella di trasformare dei rapporti feriti in rapporti giusti”, spiega Eusebi. “Anche dal punto di vista cristiano fare giustizia, secondo la concezione biblica, significa fare verità sul male ma per la salvezza dell’interlocutore. La giustizia salvifica biblica, per i cristiani, ha la piena realizzazione in Gesù. E Gesù non è Salvatore perché la sua sofferenza compensa il peccato di Adamo, ma perché la sua giustizia, intesa come disponibilità a un progetto di amore dinanzi al male, si rivela in Dio salvifica tramite la Resurrezione”.

“È importante valorizzare questo concetto di giustizia anche in ambito umano soprattutto per realizzare una prevenzione realistica del crimine”, spiega il prof. Eusebi, autore del libro “La Chiesa e il problema della pena” (Editrice La Scuola).

“La prevenzione non dipende dalla minaccia del male: i paesi che applicano la pena di morte hanno un livello di violenza interna superiore agli altri, perché veicolano un modello di rapporto umano basato sulla violenza”.

“La prevenzione – spiega Eusebi – dipende dal coraggio di riconoscersi corresponsabili dei fattori che favoriscono la criminalità. Dal contrasto degli interessi materiali che stanno dietro ai reati. Dalla capacità di ottenere elevati livelli di consenso al rispetto delle norme, anche attraverso percorsi seri di rielaborazione e revisione di vita, da parte del reo, disponibilità alla riparazione e assunzione di responsabilità”.

“Solo una società che sia capace di cogliere i suoi livelli di corresponsabilità nei crimini, invece di costruire capri espiatori o nemici su cui concentrare tutte le caratteristiche minacciose, può contrastare la criminalità, evitando la disfunzione di un diritto penale che prende solo i pesci piccoli e non sa opporsi ai grandi interessi criminali”. “Per questo sono necessarie, come spiega il Papa, nuove forme di risposta al reato, le famose pene alternative, che ridiano al carcere il ruolo di extrema ratio”, aggiunge Eusebi.

“Non è una rinuncia alla prevenzione ma un modo di farla meglio”. “In questo ambito – conclude il docente di diritto penale – s’inserisce l’affermazione del Papa che l’ergastolo è una pena di morte mascherata. Se si toglie la speranza non si stimola alcuna rielaborazione del reato da parte di chi l’ha commesso.

Come ha affermato la Corte europea dei diritti dell’uomo l’ergastolo non può essere il paradigma di una pena che cerca la prevenzione rispettando la dignità della persona. Il compito del diritto penale è infatti costruire sulle fratture, anche le più gravi, e non delineare una serie di ritorsioni”.

Radio Vaticana, 28 ottobre 2014