Porto Azzurro: si uccide a 50 anni in carcere, trovato impiccato nella sua cella


Carcere di Porto AzzurroAncora il suicidio in carcere di un detenuto, il quarto dall’inizio dell’anno in un penitenziario italiano. È accaduto domenica 14 febbraio nel penitenziario di Porto Azzurro: protagonista un detenuto grossetano di 52 anni, Sergio Galgani, sofferente di depressione, che già nel passato aveva tentato di togliersi la vita in cella ma era stato salvato dal tempestivo intervento della Polizia Penitenziaria.

Ne dà notizia Pasquale Salemme, segretario regionale per la Toscana del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria: “L’ennesimo suicidio di un detenuto in carcere dimostra come i problemi sociali e umani permangono, eccome, nei penitenziari, al di là del calo delle presenze. E si consideri che negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 17mila tentati suicidi ed impedito che quasi 125mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze.
Purtroppo a Porto Azzurro, il pur tempestivo intervento del poliziotto di servizio non ha potuto impedire il decesso del detenuto”. Nel carcere di Porto Azzurro, struttura con circa 360 posti letto regolamentari, erano presenti il 31 gennaio scorso 255 detenuti: 12 i ristretti imputati mentre 243 sono condannati. Oltre il 45% dei presenti (116) sono stranieri.

“In un anno la popolazione detenuta in Italia è calata di poche migliaia di unità”, commenta Donato Capece, segretario generale del Sappe: “il 31 gennaio scorso erano presenti nelle celle delle carceri italiane 52.475 detenuti, che erano l’anno prima 53.889. La situazione nelle carceri italiane resta ad alta tensione: ogni giorno, i poliziotti penitenziari nella prima linea delle sezioni detentive hanno a che fare, in media, con molti atti di autolesionismo da parte dei detenuti, tentati suicidi sventati in tempo dalla Polizia Penitenziaria, colluttazioni e ferimenti”. Capece sostiene infine che “la Polizia Penitenziaria continua a tenere botta, nonostante le quotidiane criticità. Ma è sotto gli occhi di tutti che servono urgenti provvedimenti per frenare la spirale di problematicità che ogni giorno caratterizza, coinvolgendo loro malgrado gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, le carceri italiane, per adulti e minori. Come dimostra quel che è accaduto questa notte nel carcere di Porto Azzurro”.

Il garante. “Da nostre informazioni risulta che la persona era lavorante e fra qualche giorno avrebbe goduto di un permesso per incontrare i familiari. Il suicidio è sempre una scelta dai motivi imperscrutabili, ancor più quando ci si trova in situazioni di vita complicate”. Sono le parole di Nunzio Marotti, garante dei detenuti del carcere di Porto Azzurro, in seguito alla morte del detenuto grossetano.
“Eventi come questi devono farci riflettere. È l’ennesima conferma che il carcere non è luogo dove sia possibile affrontare problematiche che non sempre vengono alla luce. Generalmente, si prestano attenzioni maggiori verso i nuovi giunti, ma questo vale anche per chi, come in questo caso, è in procinto di poter accedere ad una misura di esecuzione della pena alternativa al carcere – spiega Marotti – Bisogna quindi rivedere talune modalità di attenzione alla persona, potenziando per esempio il lavoro delle figure psicopedagogiche, segnate negli anni dai tagli governativi”.
Secondo il garante dei detenuti Nunzio Marotti “è questa l’occasione per accelerare il progetto di rilancio del carcere di Porto Azzurro per il quale, sin dall’inizio, si è impegnato il direttore e che vede coinvolti numerosi soggetti interni ed esterni all’amministrazione penitenziaria. Accelerare vuol dire anche maggiori fondi e partecipazione del territorio”.

Il Tirreno, 16 febbraio 2016

Rossano, le Camere Penali e l’Osservatorio Carcere replicano al Sindacato della Polizia Penitenziaria


CARCERE ROSSANONel dibattito seguito ai tragici fatti di Parigi si è registrato un intervento del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria (SAPPE) che ha lanciato l’allarme fondamentalismo islamico nelle carceri, sottolineando il rischio che la numerosa componente extracomunitaria della popolazione detenuta possa essere facile preda dell’attività di proselitismo del terrorismo di matrice fondamentalista, per invocare una svolta restrittiva nelle modalità di esecuzione della pena.

Si chiede esplicitamente la sospensione del sistema della vigilanza dinamica e del regime penitenziario aperto, che consentirebbero la promiscuità fra i detenuti senza controllo della Polizia Penitenziaria, per evitare che fanatici estremisti, in particolare ex combattenti, possano indottrinare i criminali comuni, specialmente di origine nordafricana, per reclutarli alla causa del terrorismo internazionale.

Non è una novità l’ostilità da parte di alcuni settori della Polizia Penitenziaria rispetto alla sorveglianza dinamica, una modalità di gestione della sicurezza negli Istituti di detenzione basata sulla mobilità dei reclusi e degli operatori penitenziari e sulla reciproca interazione fra gli stessi, piuttosto che sulla segregazione dei primi in spazi circoscritti (le celle in primis), oggetto di mera vigilanza perimetrale. Essa infatti richiede sforzi organizzativi maggiori e maggiori attitudini professionali della mera attività di custodia, come testimoniano le numerose circolari con le quali l’Amministrazione si è prodigata, particolarmente negli ultimi due/tre anni, ad impartire disposizioni e direttive affinché fosse attuata correttamente, su impulso anche dei noti richiami internazionali al miglioramento delle condizioni di detenzione, ma soprattutto in attuazione di imperativi che risalgono all’ormai datata riforma dell’Ordinamento Penitenziario, che risale al 1975, e del Corpo degli Agenti di Custodia, sostituito dalla Polizia Penitenziaria, che risale al 1990.

é tuttavia ormai diffusa la convinzione che, a dispetto delle ricorrenti resistenze di alcune componenti dei sindacati del settore, il cambio di prospettiva richiesto agli operatori, oltre ad essere essenziale per il trattamento e per garantire condizioni di detenzione conformi ai richiesti parametri di civiltà, risponde anche ad un’esigenza di qualità della gestione della sicurezza, poiché mira ad una conoscenza individuale dei detenuti, attuabile solo attraverso l’interazione e non nell’isolamento.

É fin troppo agevole domandarsi dove potrebbero verificarsi le temute attività di proselitismo ed indottrinamento ad opera dei fondamentalisti, se non nell’isolamento forzato all’interno delle celle piuttosto che nelle attività di comunità gestite dagli operatori del trattamento.

Invocare una stretta sui detenuti di origine extracomunitaria per evitare il contagio, dunque, non ha alcun senso, se non quello di rispondere ad un pregiudizio di matrice etnica.

Non resta che augurarsi (ma ne siamo certi) che il Ministro della Giustizia, che viene direttamente chiamato in causa, non stenti a riconoscere nella sollecitazione rivoltagli una strumentale evocazione dei venti securitari che le tragedie di questi giorni sollevano nell’opinione pubblica a sostegno di una battaglia di retroguardia.

La Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane

L’Osservatorio Carcere UCPI

Carceri, ancora suicidi. Ragazza di 27 anni si toglie la vita dopo la revoca dei domiciliari


Carcere di PisaUna giovane donna italiana di 27 anni si è impiccata la vigilia di Ferragosto nella sua cella nella Sezione Femminile della Casa Circondariale “Don Bosco” di Pisa. La giovane, originaria di Massa Marittima, secondo quanto appreso, si trovava reclusa dal 31 luglio, dopo la revoca degli arresti domiciliari, per maltrattamenti familiari dopo una precedente detenzione domiciliare per stalking nei confronti della madre e della nonna.

Sull’episodio ha aperto un’indagine la Polizia Penitenziaria, dopo che i rilievi della scientifica sono stati effettuati dai carabinieri. La 27enne, secondo quanto si è appreso, era detenuta con “regime aperto”, ovvero con 8 ore quotidiane di socialità. Divideva la cella insieme ad altre donne: avrebbe evidentemente approfittato di un momento in cui si è trovata da sola per togliersi la vita, utilizzando un lenzuolo per impiccarsi. Stando a quanto riferito dalla direzione della casa circondariale, la ventisettenne in queste due settimane di detenzione a Pisa non aveva mai avuto particolari problemi né con gli agenti né con le altre recluse. Viveva comunque un momento di disagio, un passaggio difficile, era stata anche in cura ai servizi sociali.

Secondo l’Osservatorio sul carcere dell’associazione Ristretti Orizzonti quello di oggi, di una giovane di 27 anni a Pisa, è il ventinovesimo suicidio in cella dall’inizio dell’anno. Il ventottesimo suicidio era avvenuto, poche ore prima, ad Alba dove alle grate della sua cella si era impiccato un uomo, romeno di 30 anni. Una ricerca di Ristretti Orizzonti rileva che circa un terzo dei suicidi tra i detenuti riguarda persone di età compresa tra i 20 e i 30 anni e, più di un quarto, un’età compresa tra i 30 e i 40. In queste due fasce d’età il totale dei detenuti sono, rispettivamente, il 36% e il 27%.

Il primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, Sappe, sottolinea come permangano le criticità e le problematiche nelle carceri toscane: “I detenuti complessivamente presenti nelle carceri regionali della Toscana erano, il 30 luglio scorso, 3.223 Circa 150 in meno di quelli che c’erano un anno fa quando, nello stesso giorno del 2014, erano 3.371. A non calare, però, sono gli eventi e gli episodi critici nelle celle”, sottolinea Donato Capece, segretario generale del Sappe.

“Per il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria le condizioni di vita dei detenuti, in linea con le prescrizioni dettate dalla sentenza Torreggiani, sono migliorate in Italia. Non si dice, però, che le tensioni del sistema penitenziario italiano continuano a scaricarsi sulle donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria, quotidianamente impegnati a contrastare le tensioni e le violenze che avvengono nelle nostre carceri vedono spesso i nostri Agenti, Sovrintendenti, Ispettori picchiati e feriti dalle violenze ingiustificate di una consistente fetta di detenuti che evidentemente si sentono intoccabili”, aggiunge il leader nazionale del Sappe.

“I dati sono gravi e sconcertanti e sono utili a comprenderli organicamente la situazione delle prigioni del nostro Paese: ometterli è operazione mistificatoria”, prosegue Capece con il Segretario regionale Sappe della Toscana Pasquale Salemme.

“Dal 1 gennaio al 30 giugno 2015 nelle 18 carceri toscane si sono infatti contati il suicidio di 2 detenuti in cella, 3 tentativi sventati in tempo dagli uomini della Polizia Penitenziaria e ben 501 atti di autolesionismo (il numero più alto in tutta Italia!) posti in essere da detenuti. Ancora più gravi i numeri delle violenze contro i nostri poliziotti penitenziari: parliamo di 213 colluttazioni e 39 ferimenti. Ogni giorno, insomma, le turbolenti carceri toscane ed italiane vedono le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria fronteggiare pericoli e tensioni e per i poliziotti penitenziari in servizio le condizioni di lavoro restano pericolose e stressanti”.

“Ma il Dap queste cose non le dice”, denunciano infine Capece e Salemme: “l’unica preoccupazione, per i solerti dirigenti ministeriali, è evidentemente quella di migliorare la vita in cella ai detenuti. I poliziotti possono continuare a prendere sberle e pugni, a salvare la vita ai detenuti che tentato il suicidio nel silenzio e nell’indifferenza dell’Amministrazione penitenziaria”.

“La situazione delle carceri sta migliorando grazie all’impegno ed al lavoro del governo. Una giovane donna che compie l’estremo gesto del togliersi la vita merita massima attenzione. L’impegno del governo nel monitorare e offrire supporto alle strutture detentive è costante. Cercheremo di fare ancora di più affinché le carceri assolvano al difficile ma essenziale compito della rieducazione di chi delinque prevista dalla Costituzione”.

Così in una nota il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri dopo aver visitato oggi la Casa Circondariale “Don Bosco” di Pisa dove ieri, nella sezione femminile, si è tolta la vita una detenuta di 27 anni. “Occorre potenziare – afferma ancora Ferri – le strutture sanitarie all’interno degli istituti, in tal senso stiamo attivando protocolli d’intesa con le aziende Usl per trovare rimedi più efficaci e maggior attenzione nei confronti delle persone detenute”.

Bernardini (Radicali): Sofri ha sbagliato a rinunciare all’incarico. Il Sappe pensi a quanto accade nelle Carceri


Rita BernardiniAdriano Sofri ha rinunciato all’incarico assegnatogli dal ministero della Giustizia.

La polemica scoppiata sulla sua nomina, le critiche del sindacato delle guardie penitenziarie, ma forse soprattutto le voci del figlio e della vedova Calabresi lo devono aver convinto.

Sulla vicenda, però, c’è stata grande imprecisione. L’elenco dei consiglieri nominati per gli ‘Stati generali dell’esecuzione penale’ pubblicato dal ministero il 19 maggio 2015 non comprendeva il nome di Sofri, perché il suo era un incarico differente.

INCARICO A TITOLO GRATUITO. «Non si trattava di una consulenza pagata, ma di un incarico da coordinatore di uno dei 18 tavoli tematici scelti dal ministero della Giustizia», spiega Rita Bernardini, radicale di lungo corso che per la grazia di Sofri e di Bompressi ha condotto una lunga battaglia. Anche lei è stata chiamata da Andrea Orlando come coordinatrice del tavolo sull’affettività e le relazioni territoriali, un ruolo che è «a titolo gratuito, prevede solo un rimborso spese».

E come Sofri, Bernardini è pregiudicata per la giustizia italiana: «Cosa dirà il Sappe quando saprà che sono stata condannata per disobbedienza civile sulle droghe leggere?».

Il decreto del 19 giugno con cui il ministero ha nominato i coordinatori dei tavoli tematici, che prevede il rimborso spese nei limiti di legge

Sofri ha lasciato: cosa ne pensa?

Mi spiace, capisco il suo stato d’animo, ma secondo me ha sbagliato.

Perché?

Perchè Adriano Sofri ha dimostrato il suo valore umano e civile con l’esemplarità della sua vita, anche per come ha vissuto l’esperienza del carcere.

Cosa intende?

Lo dimostra quello che ha scritto, le sue battaglie per i diritti umani non solo in Italia. A me non interessa entrare nella sua vicenda giudiziaria, mi basta guardare la storia degli ultimi suoi tre decenni. Ripeto: esemplare. Quando stava in carcere ha rinunciato a molti di quei benefici che gli spettavano di diritto. Ai Capece & company tutto questo non interessa.

Lei pensa dunque che fosse la persona giusta?

Una persona di valore che sa cos’è il carcere, che è culturalmente preparata poteva dare un contributo importante.

Come giudica le loro critiche?

Che dovrebbero rileggersi la Costituzione italiana riflettendo sul significato rieducativo della pena. Dovrebbero concentrarsi di più sul loro lavoro sindacale; sul fatto, per esempio, che gli agenti di polizia penitenziaria sono fra le forze di polizia quelli che sono rimasti più indietro in termini di stipendi e di carriere.

L'elenco dei coordinatori dei tavoli tematici scelti dal ministero della Giustizia

Ma è corretto che lo Stato paghi una persona condannata per un crimine che ha offeso la comunità?

Guardi che questo era un incarico gratuito e per Sofri sarebbe stato un modo di mettersi al servizio della comunità, come ha già fatto e fa senza avere avuto incarichi. Nel decreto di nomina è spiegato che non ci sono emolumenti e che gli eventuali rimborsi spese devono essere documentati (io vorrei pubblicamente) e nei limiti della legge e delle ristrettezze di bilancio. Quando ho collaborato con la commissione istituita dalla Cancellieri non ho chiesto nemmeno un euro di rimborso perché le riunioni si tenevano a Roma e io vivo a Roma.

NELLE IMMAGINI

  1. Il decreto del 19 giugno con cui il ministero ha nominato i coordinatori dei tavoli tematici, che prevede il rimborso spese nei limiti di legge.
  2. L’elenco dei coordinatori dei tavoli tematici scelti dal ministero della Giustizia.

Giovanna Faggionato

http://www.lettera43.it – 23 Giugno 2015

Adriano Sofri, ex Leader di Lotta Continua : Una condanna è per sempre


Adriano-Sofri«Fine pena mai» è la tetra formula che compare sulle cartelle biografiche delle persone condannate all’ergastolo in Italia. Fino al 1987 voleva dire che il detenuto sarebbe morto dietro le sbarre, poi con la riforma dell’ordinamento, è stato stabilito che dopo 10 anni si può accedere ai permessi, dopo 20 alla semilibertà e dopo 26 alla libertà condizionale. Funziona così (eccetto per i condannati per i reati ostativi – Art. 4 bis O.P., che nello specifico caso degli ergastolani sono la maggior parte, che non usciranno mai più dal Carcere, neanche per brevi permessi, se non dopo morti, salvo che collaborino con la Giustizia ai sensi dell’Art. 58 ter O.P. Emilio Quintieri).

Adriano Sofri è stato condannato nel 1990 a 22 anni di carcere in quanto mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi. È uscito nel 2012 per decorrenza dei termini. Il processo, invero, fu controverso: lui si è sempre assunto la ‘responsabilità morale’ dell’omicidio, ma ha sempre negato ogni responsabilità diretta, ritenendosi innocente dal punto di vista penale. Comunque uno la voglia mettere, lasciando da parte il merito delle accuse e ogni valutazione sui cosiddetti Anni di Piombo (a proposito, sarebbe anche il caso di cominciare a parlare di certi temi inquadrandoli da un punto di vista storico, prima o poi. Ma questo è un altro discorso), Adriano Sofri è oggi un uomo libero a tutti gli effetti: ha scontato la sua pena, può andare dove preferisce e fare quello che vuole. Questo dovrebbe essere pacifico in ogni stato di diritto, in ogni democrazia, ovunque. Poi è venuto fuori che il 19 giugno scorso il ministero della Giustizia ha indicato proprio Sofri tra i membri di uno dei tavoli di lavoro che il governo vorrebbe mettere in piedi per riformare il sistema carcerario italiano, una delle vergogne più grandi del paese, definito a più riprese dagli osservatori indipendenti come «disumano e degradante».

La nomina di Sofri avrebbe una certa logica, a ben guardare: a parte che ogni detenuto potrebbe offrire prospettive interessanti sulle patrie galere, bisogna riconoscere che l’ex Lotta Continua è uno dei massimi esperti italiani sul tema. Ne ha scritto spesso sui giornali, nel 2002 diede alle stampe il libro «Altri Hotel», uno dei documenti più importanti per capire la detenzione e quello che vuol dire. Insomma, è una voce che verrebbe ascoltata ovunque proprio perché competente in materia. Ovviamente le cose non sono andate così. Circostanza in effetti ovvia a guardare la qualità del dibattito italiano in generale e sulle carceri in particolare. Così, la polemica è scoppiata con un comunicato del Sappe (il sindacato degli agenti di polizia penitenziaria) che ha bollato la scelta del ministero come «inaccettabile, inammissibile, intollerabile e insopportabile», ha invocato l’intervento di Mattarella, ha buttato lì che «gli italiani onesti e con la fedina penale immacolata pagheranno con le loro tasse le trasferte, i pasti ed i gettoni di presenza» al reprobo e suggellato il tutto con quello che probabilmente ritenevano essere un paradosso: «E’ come far sedere Totò Riina al tavolo di revisione del 41 bis».

Sui social network c’è voluto pochissimo perché scoppiasse il finimondo. Su Twitter l’hashtag #Sofri è schizzato in testa ai trend topic nel giro di pochi minuti. Alla fine, proprio Sofri ha annunciato che, dopo essere stato semplicemente interpellato al telefono, non parteciperà ai futuri tavoli a tema, ritenendo di averne abbastanza «delle fesserie in genere e delle fesserie promozionali in particolare». La risposta, recapitata al Foglio, smonta una per una le accuse piovute dal sindacato di Polizia: Sofri ha dichiarato di aver esplicitamente richiesto di non ricevere nemmeno un centesimo per la sua consulenza e ha aggiunto che comunque «Riina, benché non sia necessariamente ‘il massimo competente del 41 bis’ ne è certo competente: e troverei del tutto ragionevole che, in una seria indagine sulla realtà del 41 bis, venisse anche lui interpellato in qualità di ‘competente’. Questo genere di competenza ed esperienza non ha infatti a che fare con l’innocenza, o la colpevolezza, o la gravità della colpevolezza, di chi finisce in carcere».

Il problema, a guardare la qualità della polemica e degli intervenuti, è che il dibattito pubblico italiano si conferma spaventosamente manettaro, quando si parla di giustizia e di ingiustizia. Chi ha subito una condanna, può anche averla scontata tutta fino all’ultimo giorno, ma sarà sempre e comunque destinato a dover subire l’ostracismo da parte del sedicente consesso civile. La riabilitazione non esiste e sembra quasi che la galera sia esclusivamente uno strumento punitivo per chi ha fatto il cattivo, cosa che non sta scritta nemmeno sul Codice di Hammurabi.

Per non dire che, nel caso specifico, non si dibatte della colpevolezza o dell’innocenza di Sofri, ma semplicemente di quello che potrebbe essere il suo parere su un tema per il quale lui è indubbiamente preparato, sia nella teoria sia nella pratica. Ma la cosa più scoraggiante in assoluto è che il dibattito pubblico in tema di giustizia sembra valere soltanto quando si parla di «tintinnar delle manette», possibilmente tante, alla faccia della Costituzione, dello stato di diritto, dell’umanità e del buon senso. Ma nel paese in cui un avviso di garanzia è già una condanna, in fondo, non dovrebbe stupire che il fine pena sia sempre mai.

Mario Di Vito

23 Giugno 2015, http://www.glistatigenerali.com

Carceri, il Sappe: “Eccessivo sospendere colleghi” Quintieri (Radicali) : “Non è un caso isolato”


262780_455911204467755_282597913_nDopo il caso degli insulti – lanciati via Facebook sul sito dell’Alsippe da alcuni poliziotti – e seguiti al suicidio di un detenuto in cercare a Opera, il capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, ha firmato «16 provvedimenti cautelari di sospensione». «Insulti ignobili, «intollerabili», ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che hanno consegnato in pasto alla rete, e quindi potenzialmente a chiunque, parole come «un romeno di meno» o «beviamo alla tua salute». La condanna verso il vile gesto è stata unanime, ma il giorno dopo l’invio dei provvedimenti di sospensione, Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, rilancia: «Non ho avuto alcuna esitazione ad affermare che esultare per la morte di un detenuto è cosa ignobile e vergognosa. Ma altrettanto abnorme e sproporzionata è stata la risposta dell’Amministrazione Penitenziaria, su sollecitazione del ministro della Giustizia: sospendere dal servizio 16 appartenenti alla Polizia Penitenziaria è un provvedimento sbagliato ancorché formalmente irregolare. Quelle frasi sono da censurare senza se e senza ma, fatto sta che un percorso disciplinare ha regole e forme da rispettare che, in questo caso specifico, non sono state osservate».

IL DAP : «SE CI FOSSERO REATI, NOI PARTE CIVILE»

Ma secondo il Dap quelle degli agenti sono «affermazioni gravemente lesive dell’immagine dell’Amministrazione penitenziaria e della dignità dei detenuti» e in esse «è ravvisabile non solo una grave indifferenza verso il diritto alla vita, all’incolumità e alla salute» di chi è in carcere, «ma anche un atteggiamento che può avere riflessi sulla sicurezza dell’organizzazione» negli istituti di pena. Per gli agenti sospesi – tutti uomini – partirà l’iter disciplinare che stabilirà le sanzioni. In linea teorica, si può arrivare al licenziamento, ma sono più probabili misure intermedie. Il numero uno del Dap ha anche trasmesso all’autorità giudiziaria il rapporto predisposto dal Nucleo investigativo centrale del Dipartimento: «Se emergeranno reati – preannuncia Consolo – questa amministrazione si costituirà parte civile per danno all’immagine». Spetterà al pm valutare se si possa configurare, in un caso come questo, l’istigazione al suicidio. Ma c’è un altro versante su cui il sistema carceri deve lavorare.

SAPPE : «DAP INCACAPE DI GESTIRE SITUAZIONI CRITICHE»

Il Dap, continua Donato Capece, commentando i provvedimenti assunti, «ha dimostrato ancora una volta di essere incapace di gestire situazioni critiche, tant’è che, invece di cercare di capire le cause di certi fenomeni (ancorché gravi) pensa solo a reagire in maniera eclatante e sproporzionata, al solo scopo di evitare ogni assunzione di responsabilità», prosegue il leader del Sappe che giovedì pomeriggio ha incontrato il Guardasigilli Orlando. «Sospendere dal servizio un poliziotto, senza un percorso disciplinare che preveda contestazione e difesa, è fuori dalle norme previste ed è un’anomalia illegittima che, infatti, l’Amministrazione Penitenziaria non ha mai adottato. Ripeto e lo ribadisco. Il suicidio di un detenuto è sempre – oltre che una tragedia personale – una sconfitta per lo Stato e dunque ci vuole il massimo rispetto umano e cristiano ancor prima di quello istituzionale. Chi ha scritto messaggi stupidi, gravi e insensibili se ne assumerà le responsabilità. Ma sospenderli dal servizio d’ufficio mi sembra davvero abnorme e sproporzionato».

ALTRI SINDACATI CONTRARI ALLE SOSPENSIONI

Insomma, quelle 16 sospensioni fanno anche discutere all’interno del Corpo quanti, tutti i giorni, hanno a che fare con una realtà difficile e in moltissimi casi, lontani dai riflettori e senza che nessuno se ne accorga, salvano detenuti che tentano il suicidio. Il Sappe calcola che in 20 anni i baschi blu abbiano sventato più di 16mila tentati suicidi e impedito circa 113mila atti di autolesionismo. E «solo 1 su 20 dei tentativi di suicidio da parte dei reclusi ha esito infausto», ricorda l’Osapp. I sindacati, che sono unanimi nel condannare il caso, ma sono preoccupate che la polizia penitenziaria sia «criminalizzata», come dice Leo Beneduci dell’Osapp. O giudicano «eccessive» le sospensioni, come Eugenio Sarno, Uilpa, che chiede altrettanta durezza verso «dirigenti e comandanti inefficienti». Pompeo Mannone, Fns-Cisl, afferma che le misure adottate «non convincono fino in fondo, perché manca un’indagine della Procura». «Proviamo vergogna», ammette Salvatore Chiaramonte, Fp-Cgil, e allo stesso tempo ricorda che gli agenti nelle carceri «operano spesso a ranghi ridotti in condizioni drammatiche». «Esultare ad un suicidio è quanto di più squallido e vergognoso ci possa essere», afferma Donato Capece, del Sappe.

CORSI AGLI AGENTI PER IMPARARE AD USARE I SOCIAL

Ma se la libertà di espressione non si discute, esistono confini invalicabili e bisogna essere coscienti di cosa significa oltrepassarli, tanto più nell’era dei social e se si indossa una divisa o si ricopre un ruolo pubblico. «La polizia penitenziaria in questo momento è mortificata per quanto è accaduto: già stamattina ho predisposto una circolare che richiama tutti gli appartenenti all’amministrazione penitenziaria, e non solo gli agenti, ai propri doveri», ha spiegato Consolo. E il ministro ha chiesto di rafforzare la formazione degli agenti rispetto all’uso di internet e dei social network. Anche perché, stando a quanto segnala Emilio Quintieri, dei Radicali, via facebook, quello di oggi non è un caso «isolato», ma insulti simili erano stati postati anche per Bartolomeo Gagliano, serial killer suicida in carcere.

Corriere della Sera 20 Febbraio 2015

Carceri, a Milano Opera si continua a morire: ecco il 6° suicidio del 2015


375487_455457901179752_580693468_nSi è tolto la vita impiccandosi all’interno della sua cella del carcere di Opera, alla periferia di Milano. Parliamo dell’ennesimo suicidio all’interno delle nostre patrie galere e questa volta è toccato ad un detenuto romeno di 39 anni, condannato dalla Corte di assise d’appello di Venezia all’ergastolo per omicidio.

La sua è stata una controversa vicenda giudiziaria. Il detenuto suicidato era accusato dell’omicidio dell’agricoltore sessantenne di Due Carrare, trovato senza vita, semicarbonizzato, nella sua abitazione il 6 giugno del 2007. Barbuta – l’ergastolano suicidato – era stato sempre assolto nei primi due gradi di giudizio, prima dall’Assise di Padova, quindi dall’Assise d’Appello di Venezia.

I giudici avevano sempre condiviso l’impostazione della difesa. Secondo l’avvocato Chiarion non vi sarebbe stata alcuna prova decisiva a carico di Barbuta. I due verdetti erano stati però impugnati in Cassazione dalla Procura generale e dall’ex moglie della vittima. La Suprema Corte aveva annullato la sentenza assolutoria rinviando il processo ad un’altra sezione della Corte d’Assise d’Appello.

Il 26 giugno 2013 i giudici veneziani gli avevano inflitto l’ergastolo, con isolamento diurno per sei mesi. Barbuta era stato arrestato un paio di mesi dopo dalla polizia romena nella città di Miroslava, nel distretto di Ieiu, ed estradato in Italia.

Inizialmente la morte di Guerrino Bissacco era stata attribuita a un incendio accidentale o addirittura ad un suicidio. Le lesioni rilevate sul corpo dell’agricoltore durante l’autopsia avevano rapidamente portato i carabinieri della compagnia di Abano ad orientarsi verso l’omicidio.

Secondo l’accusa, Barbuta, che abitava a pochi chilometri dall’abitazione della vittima in via Bassan, si sarebbe introdotto in casa di Bissacco per rubare la targa della sua auto, da montare successivamente sulla propria vettura. Avrebbe avuto infatti bisogno di una targa ”pulita” per rapire la fidanzata e riportarla in Romania. Scoperto dall’agricoltore, lo avrebbe ucciso provocando poi un incendio per far sparire ogni traccia del delitto.

A rendere noto il suicidio del detenuto è stato il sindacato della Polizia penitenziaria (Sappe) secondo il quale, nonostante l’intervento degli agenti, non c’è stato nulla da fare. «Purtroppo, nonostante il prezioso e costante lavoro svolto dalla polizia penitenziaria, pur con le criticità che l’affliggono, non si è riusciti ad evitare tempestivamente ciò che il detenuto ha posto in essere nella propria cella», osserva il segretario generale del Sappe, Donato Capece.

«Quel che mi preme mettere in luce – aggiunge Capece – è la professionalità, la competenza e l’umanità che ogni giorno contraddistinguono l’operato delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria di Milano Opera con tutti i detenuti per garantire una carcerazione umana ed attenta pur in presenza ormai da anni di oggettive difficoltà operative come le gravi carenze di organico di poliziotti e le strutture spesso inadeguate. Siamo attenti e sensibili, noi poliziotti penitenziari, alle difficoltà di tutti i detenuti, indipendentemente dalle condizioni sociali o dalla gravità del reato commesso».

Poi Capece sottolinea i problemi del carcere di Milano stesso: «Nei dodici mesi del 2014 nel carcere di Milano Opera si sono contati purtroppo il suicidio di un detenuto e la morte, per cause naturali, di un altro. Quattro sono stati i tentati suicidi evitati in tempo dai poliziotti penitenziari; 35 gli episodi di autolesionismo, 24 le colluttazioni e 7 i ferimenti».

Sempre Capece conclude: «Numeri su numeri che raccontano un’emergenza purtroppo ancora sottovalutata, anche dall’Amministrazione penitenziaria che pensa alla vigilanza dinamica come unica soluzione all’invivibilità della vita nelle celle senza però far lavorare i detenuti o impiegarli in attività socialmente utili». Resta il fatto che il sistema penitenziario continua a produrre morte. Dall’inizio dell’anno siamo arrivati a sei suicidi, con un totale di 12 morti.

Damiano Aliprandi

Il Garantista, 17 Febbraio 2015