Pagano: «Dal boss Turatello a Mani Pulite. I miei 40 anni di lavoro in carcere»


Non è stato solo un testimone, in 40 anni di carriera Luigi Pagano è stato anche un artefice del processo di cambiamento che ha investito il carcere in Italia, che però è ancora lontano da essere al passo con i tempi. Laurea in giurisprudenza, sposato, due figli, 65 anni, napoletano, Pagano è stato direttore di molti istituti, ultimo San Vittore per 15 anni. Dal 2004 è al vertice del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria della Lombardia, tranne la parentesi 2012-2016 in cui è stato vice capo del Dap nazionale. Il 1° maggio andrà in pensione.

Quarant’anni di carcere? Come c’è finito?
«Dopo un breve periodo da avvocato a Napoli, a 25 anni per caso vidi l’annuncio del concorso che poi ho vinto».

Primo incarico?
«Pianosa».

Isola bellissima, ma lavorarci a 25 anni non deve essere stato facile.
«Fu un impatto tremendo, c’era solo il carcere e io non ero mai entrato in un carcere in vita mia. Eravamo sotto Natale e il comandante degli agenti fece l’errore di portarmi nella sezione di massima sicurezza per fare gli auguri ai detenuti. C’erano i brigatisti del delitto Moro. Arrivarono minacce da tutte le parti, insulti. L’avevano presa per una provocazione».

Un trauma.
«Tremendo, anche per mia moglie che era incinta. Un detenuto lavorante un giorno le disse con molta gentilezza che le madri non avrebbero mai dovuto morire. Peccato che aveva sterminato la famiglia, madre compresa».

Poi?
«Nuoro. Arrivai dopo una rivolta con due morti e dopo che avevano sparato al vice questore all’uscita dal carcere. C’ero quando ammazzarono Francis Turatello, il criminale della mala milanese».

Cosa successe?
«Non lo potrò mai dimenticare. Erano in quattro ad accoltellarlo, tra cui Pasquale Barra (condannato per questo all’ergastolo ndr ). Scattò l’allarme e proprio quando raggiunsi il cortile gli diedero il colpo di grazia. In carcere, nonostante i forti controlli, allora entrava di tutto, coltelli, detonatori, esplosivo. C’era un clima pesantissimo».

Temeva per la sua vita?
«La paura è un sintomo vitale, l’importante è vincerla»

Altra sede?
«Asinara, riaperta solo per ospitare Cutolo ( glissa ) e Piacenza. Era il 1982 e fu arrestato Bruno Tassan Din, (ex amministratore delegato della Rizzoli-Corriere della Sera coinvolto nel crac del Banco Ambrosiano, ndr ). Quindi Brescia, dove per la prima volta il carcere si aprì all’esterno grazie anche all’allora ministro Mino Martinazzoli. Trasmettemmo dall’interno il Maurizio Costanzo show».

Nel ‘92 è a Milano. Mani pulite, Mario Chiesa in cella.
«L’avevo conosciuto come presidente del Pat per iniziative di lavoro per i detenuti».

La presenza dei colletti bianchi cambiò qualcosa?
«No. La maggior parte si unì agli altri detenuti i quali, però, li vedevano come corpi estranei».

Accade la tragedia del suicidio di Gabriele Cagliari.
«Credo che il carcere c’entri relativamente. Da quello che ho capito, fu una sua speranza di uscire che fu delusa, ma non c’erano avvisaglie di quello che sarebbe poi accaduto. Anche questa è una giornata che non dimenticherò. Fu come quando si addensa una tempesta. Dopo il suicidio di Cagliari, alla mattina, i detenuti sbatterono oggetti facendo rumore per molto tempo; la sera un altro detenuto si uccise nel centro neuropsichiatrico».

In carcere arrivò Sergio Cusani che a lungo avrebbe fatto parlare di sé.
«Con il quale ho avuto rapporti conflittuali, ma gli riconosco dignità. Affrontava il carcere come se prima non fosse esistito. Riteneva di poterlo cambiare. Non credo alle rivoluzioni d’impeto, ma alle conquiste giorno per giorno».

Cos’è oggi il carcere?
«Diverso da quando ci entrai. Allora era duro, ora i detenuti lavorano all’interno, come a San Vittore dove aprimmo il primo call center, possono accedere a internet, seppure con limitazioni, telefonare. Anche i detenuti sono diversi, sono tossicodipendenti e stranieri. A San Vittore per il 75% non sono italiani».

È comunque un luogo di punizione .
«È una delle contraddizioni che si porta dietro: pensare che una struttura chiusa per definizione, che isola rispetto al mondo possa nel contempo reinserire il condannato nella società come dice la Costituzione è difficile da capire. Le misure alternative, però, stanno dimostrando che la strada da seguire è questa: chi ne beneficia, uscito dal carcere, statisticamente ritorna molto meno a delinquere. Bisogna pensare anche a chi resta dentro. Il carcere non è la soluzione a tutti i mali».

Lei è stato vice capo del Dap. Che esperienza è stata?
«Coinvolgente. Abbiamo affrontato la sentenza Cedu sul sovraffollamento. Le istituzioni hanno lavorato insieme per risolvere un problema di civiltà ed economico. Se non avessimo dato risposte a Strasburgo l’Italia avrebbe dovuto sborsare 20-30 milioni di euro. Anche grazie ad alcune riforme, i detenuti scesero da 66 mila a 52 mila».

I detenuti l’hanno sempre rispettata. Che rapporto ha avuto con loro?
«Li trattavo come persone ricordando loro però che ero sempre un carceriere che, per quanto illuminato, non fa promesse e ti chiude dentro, anche se ha lavorato per cambiare il carcere e superarlo perché lo ritiene anacronistico per molte tipologie di detenuti».

Giuseppe Guastella

Corriere della Sera, 26 aprile 2019

Giustizia: “marcia indietro” del Dap sulla Circolare che negava i dati ad Antigone?


Ministero Giustizia DAPLa notizia non è ancora ufficiale ma sembra che al Dap starebbero pensando. Opportunamente istruiti da via Arenula a una marcia indietro che avrebbe del clamoroso su quella famigerata circolare, ribattezzata della “non trasparenza”, che vieta di fornire dati sui detenuti nelle singole carceri italiane alle associazioni di volontariato come Antigone. La “Circolare Antigone” era stata stigmatizzata dalla segretaria di Radicali italiani Rita Bernardini e da numerosi esponenti politici.

La motivazione di questa censura sui dati era stata questa: si crea confusione se tutti possono accedervi. In realtà poteva sembrare (e pare che questo a Orlando non sia andato giù, di qui la suggerita retromarcia) che ci fosse stata una volontà ministeriale di accentrare questi numeri in attesa della famosa sentenza Cedu del 28 maggio prossimo affinché lo stato italiano non venisse più smentito (per non dire sbugiardato) come era accaduto al ministro Andrea Orlando solo ai primi di aprile. Quando si era recato in Europa a dire che i posti in carcere disponibili in Italia erano 48 mila e rotti. Il tutto ignorando che i dati dello stesso Dap spiattellati alla Bernardini per rispondere, nelle loro intenzioni, per le rime a una precedente polemica, evidenziavano poco più di 43 mila posti.

Due giorni fa una delle responsabili di Antigone, Susanna Marietti, ha risposto al Dap su un blog del “Fatto quotidiano” affermando che quella dell’amministrazione penitenziaria “…pare una tesi senza fondamento”. E questo perché, oltretutto, “la rilevazione periferica dei dati è sicuramente più capillare e utile di quella centralizzata”. Poi la conclusione al veleno: “Sappiamo che il Ministro vorrebbe che la circolare venisse ritirata. Ci auguriamo che ciò accada al più presto”. E infatti dal ministero trapelano voci che questa pezza, alla situazione che si è venuta determinando, verrà messa.

Anche perché, altrimenti, il 28 maggio in Europa qualcuno, oltre al balletto dei dati sui detenuti e sui posti di capienza, potrebbe rinfacciarci persino questo maldestro tentativo di censurare chi si occupa di carceri e carcerati. Come la stessa Antigone e i radicali italiani.

di Dimitri Buffa

http://www.clandestinoweb.com, 18 aprile 2014

“Appalti alla Sbarra” di Claudia Di Pasquale, Report 14 Aprile 2014


“Appalti alla Sbarra” di Claudia Di Pasquale, Report 14 Aprile 2014

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In Italia le carceri sono ben 206 e ospitano circa 60mila detenuti quando i posti effettivi sono poco più di 43500. Entro il prossimo 28 maggio l’Italia dovrà risolvere il problema del sovraffollamento se vuole evitare la multa della Corte europea dei diritti dell’uomo. In ballo ci sono 100 milioni di risarcimenti ai detenuti che vivono in condizioni degradanti. Intanto ecco come stanno messe le carceri e che cosa è stato fatto in questi anni per realizzare nuovi posti detentivi.

 

Carceri, il paradossale caso dell’ergastolano Mario Trudu… ovvero il trasferimento a spese del detenuto


polizia_penitenziariaIl caso di Mario Trudu, fine pena mai, 35 anni di detenzione, da 10 anni a Spoleto, chiede di scontare la sua pena in un carcere sardo per essere vicino alla famiglia: dal Ministero rispondono che “si deve pagare il viaggio, scorta e tutte le spese attinenti al trasferimento”.

Segnaliamo una notizia che ci arriva dal carcere di Spoleto, di evidente gravità. La subordinazione della concessione di un avvicinamento-colloquio alla copertura da parte del detenuto del pagamento delle spese di viaggio, scorta e annessi compresi. È la risposta che il Ministero avrebbe dato a Mario Trudu, ergastolano, al 35esimo anno di carcerazione, che chiede un avvicinamento sia pur temporaneo alla famiglia, in Sardegna. Da tempo non incontra la sorella, in difficoltà per motivi di età e di salute, mentre gli incontri con gli altri familiari sono stati molto rari per via, oltre che della distanza, delle non floride condizioni economiche, che impediscono trasferimenti frequenti.

È la prima volta che ci giunge notizia di una simile richiesta. Ci chiediamo se esiste, e da quando, una disposizione del Ministero che subordini i trasferimenti alla copertura della spesa da parte del detenuto, o se quanto meno leghi questa richiesta al superamento di un tetto di costo. Cosa che, oltre che violazione di un diritto, visto che null’altro osterebbe al trasferimento, comunque sembra essere fortemente discriminatoria.

Ci sono vicende che si fa davvero fatica a crederci. Tanto che il primo pensiero che viene è che si tratti di uno scherzo, una burla… e questa mi è arrivata ieri sera in busta gialla, messa nero su bianco da Mario Trudu (giusto per ricordare, ergastolano, di Arzana, in carcere dal 1978, gli ultimi dieci nella casa di reclusione di Spoleto), come un pesce d’aprile giunto un po’ in ritardo, ma con le poste, si sa, bisogna a volte avere pazienza…

Mario Trudu, dunque, che da molto tempo non vede le sorelle, e i motivi si possono ben immaginare: il costo del viaggio dalla Sardegna al continente, e quello della permanenza nei dintorni del carcere per chi ricco non è, l’età ormai avanzata e la salute che comincia a zoppicare…, da tempo dunque chiede un trasferimento sia pur temporaneo in un carcere sardo per avvicinarsi alla famiglia. Un avvicinamento-colloquio, come si dice. Uno spiraglio sembrava essersi aperto, qualche mese fa, e con pazienza Trudu ha aspettato. La pazienza… per chi è in carcere da 35 anni si pensa sia cosa infinita… Non nascondeva, Mario, l’ultima volta che l’ho incontrato, una tenue contentezza per i segnali buoni che aveva ricevuto. Dopo tanto tempo e tante vane attese.

E la risposta dal Ministero è arrivata, dicendo, in poche parole, che Mario Trudu sarebbe potuto andare in un carcere in Sardegna, “pagandosi il viaggio, scorta e tutte le spese attinenti al trasferimento”.

Avete letto bene: il permesso può essere concesso, ma il Ministero lo affianca alla richiesta di una sorta di “concorso in spese”, anzi di più, della copertura totale delle spese. Questo nel documento arrivato da Roma a Spoleto e che è stato fatto leggere a Trudu.

Cifre non ne vengono specificate, ma facendo un po’ di calcoli qualcuno sussurra una cifra che presumibilmente può arrivare, fra andate e ritorni, a circa 10.000 euro.

La motivazione di questa stupefacente richiesta? Sembra che lo Stato non abbia i soldi per pagare la scorta per avvicinare temporaneamente Mario Trudu in un carcere della Sardegna.

Chi qualcosa sa del carcere, sa delle piccole spese per il sopravvitto, per avere qualcosa in più oltre alle poche cose “d’ordinanza”, a volte meno del minimo necessario per la decenza… va bene mi piacciono le iperboli, ma mi sono chiesta se a breve verrà chiesto ai detenuti di pagarsi il costo della serratura della cella… in un paese dove (è vero si tratta di altre amministrazioni, ma che al medesimo Stato fanno capo) non si va a guardare troppo per il sottile per i rimborsi di spese fatte in tutta allegria da amministratori di vario livello e a vario titolo…

La domanda più stupida che viene in mente: e dove andrà a prenderli mai un detenuto di famiglia non ricca, chiuso in carcere da 35 anni, i soldi per pagare un viaggio per sé, per la scorta e per tutto quanto si ritenga necessario alla bisogna… da quale lavoro, da quale fonte di reddito?

Mentre proprio per la Sardegna negli ultimi mesi sono stati imbarcati e continuano ad esserlo detenuti dell’Alta Sicurezza, da tutta l’Italia, destinati a carceri proprio lì costruiti apposta per loro. E pensiamo al costo delle carceri e al costo dei trasferimenti…

Altra domanda: le cose sarebbero diverse dunque se Trudu appartenesse ad una ricca famiglia che potesse pagare il viaggio come richiesto? E non si configurerebbe in questo caso una vera e propria discriminazione?

O meglio bisogna chiedersi: c’è una disposizione del Ministero per cui è stabilito che le spese per avvicinamenti-colloquio devono essere effettuati a carico del detenuto? E a partire da quale data, visto che sappiamo di recenti avvicinamenti-colloquio (pure di persone in regime di Alta Sicurezza, e quindi con scorta adeguata) avvenuti regolarmente. Oppure esiste, e da quando?, una disposizione che chiede al detenuto la copertura del costo del trasferimento al di sopra magari di una certa somma? Insomma, trasferimenti con massimali di costi, oltre i quali sono affari, e spese, del detenuto? E non configurerebbe anche questo, il costo della distanza, grave discriminazione?

Una notizia buona forse in tutto questo ci sarebbe. Mario Trudu potrebbe dunque essere avvicinato a casa. I motivi che ostano all’avvicinamento al luogo d’origine per chi abbia commesso gravi reati, dopo 35 anni infine sono caduti… e allora ancor di più la condizione che pone il Ministero non sa solo di beffa, ma suona violazione di diritto. Se da qualche parte dell’ordinamento penitenziario è pur scritto che i diritti fondamentali della persona vanno rispettati anche per chi è in stato di detenzione, in particolare con riferimento alle esigenze di tutela delle relazioni familiari.

E visto che quando tutto manca ci si appella all’Europa, ecco le Regole penitenziarie europee, che stabiliscono che “la detenzione, comportando la privazione della libertà, è punizione in quanto tale. La condizione e i regimi di detenzione non devono quindi aggravare la sofferenza inerente ad essa, salvo come circostanza accidentale giustificata dalla necessità dell’isolamento o dalle esigenze della disciplina”. Ma caduta la necessità dell’isolamento e le esigenze di disciplina “ogni sforzo deve essere fatto per assicurarsi che i regimi degli istituti siano regolati e gestiti in maniera da mantenere e rafforzare i legami dei detenuti con i membri della loro famiglia e con la comunità esterna, al fine di proteggere gli interessi dei detenuti e delle loro famiglie”.

Già, gli interessi delle famiglie… vittime dimenticate anch’esse se nel nostro ordinamento mancano totalmente gli strumenti di tutela nei confronti dei familiari. Vittime, anche se non direttamente autori di un reato, se pagano comunque il peso della detenzione e della distanza.

Gli interessi dei detenuti e delle famiglie, vittime, scopriamo oggi per un aspetto in più, di uno Stato che dimentica troppo spesso di avere preso in consegna “persone”, da riavvicinare, come pure la Costituzione chiede, prima o poi alla società. Comincio a pensare non ci sia norma più violata.

Per quanto riguarda Mario Trudu, sembra che tutto miri ad una sola cosa. Come gli ostativi destinato a morire in carcere, nonostante il percorso compiuto in tutti questi anni, e che chi lo ha seguito conosce e riconosce… si aggiunge ora una punizione in più: sapere di non poter sentire mai più l’odore di casa, neanche attraverso le sbarre di una cella.

di Francesca de Carolis

Ristretti Orizzonti, 14 aprile 2014

Carceri, Quintieri (Radicali) : State condannando Ricco a stare a vita sulla sedia a rotelle. Scarceratelo o trasferitelo in altro Carcere


tribunale_catanzaroQuesta mattina due Medici Legali, uno incaricato dal Tribunale del Riesame di Catanzaro e l’altro nominato dalla famiglia dell’interessato, si sono recati presso la Casa Circondariale di Catanzaro, in Località Siano, per effettuare una perizia sul detenuto cetrarese Alessio Ricco, 29 anni, gravemente ammalato di una patologia reumatica, per verificare se ci siano i presupposti per la revoca della misura cautelare inframuraria e la sostituzione con altra meno afflittiva e che gli consenta di potersi curare in maniera adeguata.

Nei giorni scorsi, nell’ambito di una ennesima visita ispettiva fatta al carcere del capoluogo calabrese, l’Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico unitamente ad Emilio Quintieri e Sabatino Savaglio, esponenti dei Radicali, ha incontrato nuovamente il giovane ammalato, trovandolo a letto, all’interno della propria cella, visibilmente sofferente e molto provato dalla malattia.

Precedentemente, il Ricco, ristretto in custodia cautelare da circa 4 anni, per traffico di sostanze stupefacenti, tramite i suoi difensori Avvocato Giuseppe Bruno del Foro di Paola e Cesare Badolato del Foro di Cosenza, aveva chiesto alla Corte di Appello di Catanzaro (Presidente Marchianò, Giudici a latere Bianchi e Luzzo) di poter essere scarcerato e posto agli arresti domiciliari o, in alternativa, di essere trasferito in un Centro Clinico dell’Amministrazione Penitenziaria o di essere ricoverato presso il Policlinico Universitario di Germaneto di Catanzaro. Ma tutte le istanze presentate sono state respinte poiché, secondo gli accertamenti effettuati dall’Autorità Giudiziaria, il Ricco pur essendo affetto da artrite reumatoide trattata con adeguata terapia farmacologica e risultata essere persistente, non necessita di ricovero e non presentava un quadro clinico incompatibile con il regime carcerario. In particolare, evidenziava, che i trattamenti sanitari di cui necessitava il detenuto potevano essere garantiti mediante periodici controlli da eseguire in regime ambulatoriale presso un Centro Reumatologico, ragione per la quale è stato richiesto il trasferimento in altro Istituto Penitenziario fornito di posto letto infermeria e vicino ad una struttura sanitaria dotata della necessaria specializzazione.

visita_esponenti_radicali_carcere_siano_catanzaroEffettivamente, il 30 gennaio il Servizio Sanitario Penitenziario di Catanzaro aveva chiesto, per il tramite della Direzione, agli Uffici competenti del Ministero della Giustizia il trasferimento del Ricco presso un idoneo Centro Clinico Penitenziario vicino a Centro Reumatologico “per una migliore gestione” dello stesso. Non avendo avuto nessuna risposta e, visto che nel frattempo la malattia nonostante la terapia effettuata non è migliorata, il 6 marzo i Medici del Carcere hanno nuovamente sollecitato il trasferimento del giovane ammalato facendo presente che“in Calabria non esiste Centro Reumatologico di riferimento.”. Ed inoltre “Siano è Carcere umido è particolarmente freddo. Il detenuto presenta grave impotenza funzionale e limitazione dell’autonomia”.

Anche a questa ulteriore sollecitazione, avanzata dai Sanitari Penitenziari, non è stata fornita alcuna risposta ed il detenuto continua a permanere nel sovraffollato carcere catanzarese senza poter essere seguito in maniera appropriata ed in condizioni climatiche ambientali sfavorevoli che riducono l’efficacia del trattamento farmacologico, alimentano la sintomatologia dolorosa e quindi peggiorano la qualità della vita.

carcere sianoGli negano gli arresti domiciliari, gli negano il ricovero in Ospedale, gli negano il trasferimento in un Centro Clinico Penitenziario, gli negano di poter essere trasferito in altro Carcere vicino a Centro Reumatologico. In queste condizioni lo stanno condannando a vita sulla sedia a rotelle. Lo dice il radicale Quintieri protestando per le determinazioni assunte in merito dalla Corte di Appello e dall’Amministrazione Penitenziaria. Non è giusto che ad una persona, fosse anche il peggior criminale, non gli venga data la possibilità di curarsi e di tutelare la propria salute. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo qualifica questo trattamento carcerario come tortura, severamente proibito dall’Art. 3 della Convenzione di Roma. La terapia farmacologica fino ad ora praticata in carcere si è rivelata vana poiché le condizioni di Ricco non sono migliorate ed ogni giorno che passa l’artrite reumatoide avanza sempre di più, danneggiandogli le articolazioni. Non provare a fermare questa malattia è una tortura di Stato, sia pure perfettamente legale. Mi auguro che la Magistratura e l’Amministrazione Penitenziaria – conclude Emilio Quintieri – ognuno per la parte di propria competenza, provvedano a risolvere la questione senza perdere altro tempo. Se non vogliono scarcerarlo o ricoverarlo in Ospedale lo trasferiscano alla Casa Circondariale di Cosenza visto che nelle immediate adiacenze e, per la precisione nel Presidio Ospedaliero “Annunziata”, esiste un Centro Reumatologico specializzato per trattare pazienti complessi ed in condizioni di criticità per patologie reumatiche.

15 Aprile 2014

Carceri, Ispezione Parlamentare Pd Radicali al Carcere di Catanzaro Siano


Carcere Siano - ingressoCome preannunciato, dopo circa tre mesi, Pd e Radicali nella giornata di ieri 12 aprile, sono tornati ad ispezionare il sovraffollato Carcere Giudiziario del capoluogo calabrese sito nel quartiere di Siano. A varcare il cancello è stata Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico,  che da un po’ di tempo a questa parte ha deciso di dedicare particolare attenzione anche al “pianeta carcere” soprattutto oggi che le prigioni italiane sono riconosciute come luoghi non di espiazione della pena o di custodia degli imputati ma luoghi di tortura, di violenze, ingiustizie ed abusi. Chi non le ha mai “assaggiate” né visitate personalmente ignora di cosa si stia parlando. Ad accompagnare la parlamentare nell’ispezione Emilio Quintieri e Sabatino Savaglio, esponenti del Movimento dei Radicali italiani che seguono, da tempo, la situazione carceraria calabrese. E’ stato, altresì, presente il Direttore dell’Istituto Angela Paravati ed il Comandante del Reparto di Polizia Penitenziaria, Vice Commissario Aldo Scalzo.

La delegazione, in questa occasione, ha potuto esprimere un giudizio leggermente diverso da quello effettuato lo scorso 19 gennaio riconoscendo lo sforzo della Direzione per risolvere le criticità denunciate. Ed infatti, in questi mesi, sono state ritinteggiati le pareti di diversi reparti detentivi ivi compreso le celle ed i locali doccia che, in precedenza, erano corrose dal tempo e ricoperte di umidità e muffa anche per la copiosa infiltrazione di acqua piovana dall’esterno. In altri reparti, invece, si è potuto constatare (come ad esempio, nel Reparto AS3, secondo piano, lato sinistro) che i locali doccia sono ancora malridotti e non funzionanti. In molti di questi locali doccia, che dovrebbero essere all’interno di ogni cella ed invece sono in comune, sono stati installati degli aspiratori per prevenire la successiva formazione di umidità e muffe. Pare che sia stato risolto, anche se non completamente, il problema dei topi come confermato dai detenuti. La Direzione ha provveduto ad acquistare anche degli stenditoi, sistemati nel corridoio, per consentire ai detenuti di far asciugare i loro indumenti non essendoci altro idoneo posto in cella. Tutte le sale colloquio sono state ristrutturate ed eliminato l’illegale muro divisorio che impediva ai ristretti di avere contatti con i propri congiunti e specie con i figli minori. Sono state comprate anche delle televisioni che sono state messe in delle stanze ed alle quali i detenuti possono accedere in ore prestabilite per guardare dei film.

Cella Carcere SianoMa, quel che è più importante, è che le celle di 12 metri quadrati circa compreso l’attiguo bagno non sono più occupate da 3 detenuti come prima ma, bensì, da 2 persone. In ogni caso, non si è in regola con i parametri spaziali siccome definiti dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nella nota sentenza “Torreggiani ed altri contro Italia” poiché, sottratta dalla superficie totale quella adibita a servizio igienico, ciascun ospite fruisce di uno spazio vitale di circa 4 metri quadrati lordi, ulteriormente ridotto, al netto, dalla presenza degli arredi (letti a castello, armadietti, etc.), a meno di 3 metri quadrati, spazio non conforme ai criteri della giurisprudenza comunitaria e costituente, di per sé, violazione all’Art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani. Difatti, lo stesso Magistrato di Sorveglianza, in più occasioni, ha accolto i reclami avanzati dai detenuti poiché le condizioni di detenzione erano lesive della loro dignità personale segnalandolo pure al Ministro della Giustizia, al Capo del Dipartimento ed al Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria e, per conoscenza, al Presidente della Repubblica.

In queste condizioni parole come “rieducazione” o “reinserimento” sono assolutamente improponibili. La stragrande maggioranza della popolazione detenuta (detenuti presenti 474, capienza regolamentare 354, esubero 120) ha lamentato, nuovamente, l’eccessiva severità della Magistratura di Sorveglianza che non terrebbe in considerazione, ai fini della concessione dei benefici penitenziari, anche le relazioni fatte dal Gruppo di Osservazione e Trattamento del Carcere e della inesistente attività di vigilanza ed ispezione dei locali di detenzione. Numerosi detenuti appartenenti al circuito differenziato dell’Alta Sicurezza con tanti anni di carcere sulle spalle da scontare hanno, infine, lamentato di essere stati assegnati a Catanzaro nonostante in detta Casa Circondariale non sia presente per loro una Sezione di Reclusione, volgarmente nota come “Sezione Penale”, destinata ai condannati definitivi con pene molto lunghe, ergastolo compreso.

Carcere Siano - reparti detentiviPer quanto concerne, invece, la Sanità Penitenziaria resta un forte giudizio negativo. Infatti sono stati sentiti diversi detenuti che attendono, da svariati mesi, di essere sottoposti ad una risonanza magnetica presso l’Azienda Ospedaliera “Pugliese – Ciaccio” di Catanzaro, nonostante la gravità della situazione riscontrata e la necessità di tale accertamento diagnostico per procedere ad interventi chirurgici anche abbastanza seri e rischiosi. Il Deputato democratico insieme ai Radicali ha assicurato i cittadini ristretti che continuerà ad impegnarsi per far sì che l’esecuzione della pena per i condannati e della custodia degli imputati avvenga nel rispetto dei diritti umani fondamentali. Proprio per questo motivo, Vincenzo Rucci, 49 anni, detenuto ininterrottamente da 23 anni in espiazione di una condanna all’ergastolo, dopo un colloquio avuto con la delegazione, ha sospeso immediatamente lo sciopero della fame, praticato da 40 giorni, decidendo di riprendere i rapporti con la famiglia che non voleva più né sentire né vedere. A causa delle sue condizioni psico-fisiche e temendo che potesse compiere qualche gesto inconsulto (atti autolesivi o suicidari), il radicale Quintieri, lo aveva segnalato alla Direzione dell’Istituto – informando anche l’Ufficio di Sorveglianza di Catanzaro – proponendo di sottoporlo a grande sorveglianza custodiale. Diversamente, ritenendo più grave la situazione, su disposizione del Servizio Sanitario Penitenziario, il detenuto è stato sottoposto al più rigoroso regime di “sorveglianza a vista” con un Agente di Polizia Penitenziaria piantonato 24 ore su 24 davanti alla sua cella. Anche questo provvedimento, grazie all’intervento della delegazione ed alle dichiarazioni rilasciate a verbale dall’interessato, è stato subito revocato.

Nei prossimi giorni l’Onorevole Bruno Bossio con una Interrogazione chiederà chiarimenti al Ministro della Giustizia Andrea Orlando sull’operato della Magistratura di Sorveglianza, proponendogli di valutare l’istituzione a Catanzaro di una Sezione di Reclusione anche per i detenuti dell’Alta Sicurezza nonché di finanziare ed accelerare i lavori finalizzati alla realizzazione delle docce all’interno delle celle. Al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin chiederà, invece, come intenda far assicurare dall’Azienda Sanitaria Provinciale di Catanzaro ai cittadini detenuti livelli di prestazione analoghi a quelli garantiti ai cittadini in stato di libertà.

Carceri, i Radicali attaccano il Ministro Orlando e il Dap gli dà ragione


Carcere Regina Coeli Roma

Come accennato, il dibattito in tema di Amnistia e Indulto 2014 ha ripreso vigore dopo le accuse lanciate dai Radicali Italiani al ministro Orlando: “Il Guardasigilli ha affermato, che a fronte di 60.800 detenuti, la capienza regolamentare delle carceri è oggi di circa 50mila posti. Un dato che contraddice le cifre comunicate dal suo predecessore, Annamaria Cancellieri, che, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2014 fissava la capienza a 47.599 posti, aggiungendo tuttavia un particolare già noto agli addetti ai lavori: ‘Il dato subisce una flessione abbastanza rilevante (quantificabile in circa 4.500 posti regolamentari) per il mancato utilizzo di spazi a causa degli ordinari interventi di manutenzione o di ristrutturazione edilizia’. I posti disponibili nelle carceri, insomma, non sarebbero ‘circa 50mila’, bensì, per inagibilità delle strutture, circa 43mila, ben 7mila in meno di quanto dichiarato dal ministro Orlando. A rendere ancor più imbarazzante la posizione del ministero ci ha pensato il capo del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), Giovanni Tamburino, che in un’intervista ha parlato, anche lui, di 50mila posti regolamentari nelle carceri”.

La nota rilasciata dai Radicali Italiani prosegue parlando di “tentativo di barare” e di “comportamento tendenzioso del ministro”, che piuttosto di prendere in considerazione Amnistia e Indulto 2014 continua a studiare ogni altra misura possibile aggiungiamo noi, dall’opportunità di destinare indennizzi economici ai detenutisino all’eventualità di elargire sconti di pena a raggiera.

“A mettere la parola fine alla diatriba è stato paradossalmente proprio il Dap – conclude il Movimento-  che, in una contraddittoria nota, dopo aver definito le parole di Bernardini diffamatorie, ha di fatto smentito se stesso e il suo titolare, dando ragione ai Radicali. ‘Il numero esatto dei posti detentivi effettivi disponibili è di43.547’, vale a dire – sottolinea la segretaria radicale – 4.762 posti in meno della capienza regolamentare finora pubblicizzata ai quattro venti”.

Al di là di una diatriba il cui commento lasciamo a voi, sono i numeri a certificare uno stato di cose che necessita una profonda inversione di tendenza: gli effetti dello svuota carceri non sono stati quelli voluti, cosa che in combinato all’approssimarsi della scadenza imposta dall’Europa, 28 maggio 2014, porta ad una sola conclusione: se l’Italia vuole evitare di pagare qualcosa come 100 milioni di euro l’anno di multe, deve iniziare a prendere seriamente in considerazione la possibilità di dar corso ad Amnistia e Indulto 2014. 

Massimo Calamuneri – Blasting.news