Sabella (Giudice): Provenzano era un vegetale, il 41 bis andava revocato, non può essere strumento di tortura


“Il 41bis è uno strumento indispensabile, non perdiamolo solo perché lo applichiamo per vendetta o, peggio ancora, per gli umori del Paese”. Il magistrato Alfonso Sabella, ex sostituto procuratore del pool Antimafia di Palermo di Gian Carlo Caselli e ora giudice del Riesame a Napoli, queste parole le pronunciava anche due anni fa, quando il boss di Cosa nostra Bernardo Provenzano era ancora vivo. Ma Provenzano è rimasto al 41bis anche in coma: secondo i giudici era ancora pericoloso. Una decisione ora punita dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo, secondo cui il boss sarebbe stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti e che mette a rischio, secondo Sabella, lo stesso strumento.

Dottor Sabella, cosa ci dice questa sentenza?

Provenzano era in stato vegetativo, quindi che abbiamo utilizzato il 41bis come strumento di tortura. Le perizie, non solo quella di parte, ma anche quella del giudice e della Procura, attestavano che non era in condizione di dare nessun tipo di ordine dal carcere o di elaborare un pensiero diverso da “ho fame” e “ho sonno”.

Lei ha sostenuto sin da subito che andasse revocato…

Sì, proprio per salvare lo strumento. Non sono per l’idea che vada abolito, anzi: ritengo sia indispensabile per la lotta alla criminalità organizzata. Ma in quel caso, visto che ci si trovava davanti ad un vegetale, era indispensabile revocarlo. Era scontato l’esito di Strasburgo e basta un altro errore di questo tipo perché la Cedu ci dica che l’Italia usa il 41bis come strumento di tortura e non come strumento di salvaguardia di altri beni costituzionali.

È stata violata la sua dignità?

Provenzano è morto con dignità all’interno di una struttura sanitaria, la cosa però obiettivamente sgradevole è il fatto che si stato impedito ai suoi familiari di avere un contatto fisico con lui nelle ultime settimane della sua vita e di incontrarlo un po’ più frequentemente di una volta al mese e senza vetro divisorio. Non stiamo parlando del problema della detenzione, perché in carcere ci doveva stare, anche per la funzione retributiva della pena nel nostro ordinamento. Il problema è come ci doveva stare e credo che su questo la Corte abbia messo l’accento, soprattutto dopo che è stata accertata la sua condizione. La questione andava affrontata con molta laicità, perché era più che evidente che Provenzano non era capace di dare ordini alla sua cosca.

Perché non è stato revocato?

Si temevano le reazioni, perché era Provenzano. Invece revocare il 41bis a un vegetale è la cosa più normale del mondo. Se fosse stato in grado di dare ordini sarebbe stata un’aberrazione, ma è altrettanto aberrante averlo mantenuto ad un signore incapace di intendere e di volere.

È stato un problema di opinione pubblica più che di ordine pubblico, quindi?

Sì. Ma una cosa è la giustizia privata, una cosa è lo Stato. Uno Stato deve marcare la differenza con le organizzazioni criminali, non fa vendette, applica la legge, i principi fondamentali della nostra Costituzione e della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo. Altrimenti torniamo alla legge del taglione e chiudiamola qua.

Cosa cambierà dopo questa sentenza?

Io mi auguro che si tragga un insegnamento, cioè che il 41bis va limitato ai casi in cui c’è il pericolo che possano essere dati ordini all’esterno e quindi continuare a dirigere l’organizzazione criminale. A differenza di Provenzano, Salvatore Riina, ad esempio, è stato lucido fino all’ultimo istante, quindi è stato giusto mantenere il 41bis, per- ché in quel caso c’erano altri beni costituzionali a rischio.

Perché lo Stato non riesce ad applicare le sue stesse leggi?

Perché questo è un Paese che ragiona di pancia, senza pensare che la revoca del 41bis a Provenzano sarebbe stato un modo per tutelare lo stesso strumento, cioè applicandolo ai casi per cui è stato pensato. Ora, invece, c’è il rischio che la prossima volta in cui non avremo il coraggio di prendere delle decisioni impopolari ma giuste la Cedu dica che l’Italia si maschera dietro la scusa dell’ordine e della sicurezza pubblica per applicare uno strumento di tortura. E allora non potrà più stare nel nostro ordinamento. Se il ministro Orlando, all’epoca, avesse preso questa decisione, ci sarebbero state tante e tali di quelle polemiche da far cadere il governo.

I penalisti si dicono preoccupati in merito all’atteggiamento del nuovo governo sul tema. Qual è la sua opinione?

Non so come si sta muovendo, spero soltanto che non si agisca sempre sulla base delle pulsioni del momento, che forse possono portare qualche voto in più, ma che probabilmente fanno danni al Paese.

Simona Musco

Il Dubbio, 27 ottobre 2018

Catanzaro, Ergastolano si laurea in Giurisprudenza con 110 e lode


Casa Circondariale di CatanzaroClaudio Conte, 45 anni e 27 di carcere già fatto, ha lo sguardo mobile. Come cercasse, invano, un punto su cui fermarsi. S’intuisce l’emozione. La giornata è di quelle che segnano una vita. Per incontrarlo, si sono scomodati dieci docenti universitari guidati dal costituzionalista Luigi Ventura, preside della Facoltà di Giurisprudenza della “Magna Grecia”. Lui, il detenuto, quand’è stata l’ora dei ringraziamenti, ha detto: «Oggi è entrato in carcere un pezzo di libertà». Venerdì 22 aprile: tutt’intorno, nel penitenziario “Ugo Caridi” di Siano a Catanzaro che ospita 700 persone perlopiù meridionali, si respira aria di festa. La cerimonia di una laurea in legge dietro le sbarre, però, a guardarla con occhi distaccati, evoca, piuttosto che entusiasmo, le tristi parole di una vecchia canzone di Claudio Lolli: «Vent’anni (più o meno l’età in cui Claudio Conte è finito in carcere a Lecce) tra milioni di persone, che intorno a te inventano l’inferno. Ti scopri a cantare una canzone, cercare nel tuo caos un punto fermo. Vent’anni e solitudine sorella, ti schiude nel suo chiostro silenzioso, il buio religioso di una cella, la malattia senile del riposo. Vent’anni e solitudine nemica, ti vive addosso con il tuo maglione, ti schiaccia come un piede una formica, ti inghiotte come il cielo un aquilone, vent’anni e uscirne fuori è fatica». Eppure, in quel “chiosco silenzioso”, Claudio Conte ha fatto una «scoperta meravigliosa»: la Costituzione. Sicché, venerdì ha potuto depositare sul tavolo della Commissione di laurea un lavoro “poderoso” (l’ha definito così il prof. Ventura) che intercala il suo lungo percorso umano, lastricato di dolori e ravvedimento, con una mole enorme di riferimenti specialistici «sull’irretroattività delle preclusioni ai benefici penitenziari (introdotte nel ’92) ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo prima del 2008».

CLAUDIO CONTE E L’ERGASTOLO OSTATIVO Giornata decisiva per Claudio Conte. Come altre nella sua vita, ma le altre, alcune di sicuro, non gli hanno portato bene. Se è in carcere da quando aveva diciotto anni e mezzo ed oggi ha oltrepassato la soglia dei quaranta, è perché in quelle “altre” giornate, altrettanto indelebili, ha giocato pesante, nei borghi di città in cui la guerra dei clan «mischia vittime e carnefici» fagocitando giovani abbandonati a se stessi. E ora sono ventisette anni di galera dura con un ergastolo ostativo da scontare. Anzi no: perché quand’è ostativo il detenuto non sconta un bel niente, visto che (Lolli) «è incastrato senza resistenza» e ha «una coscienza rattrappita che vuole venir fuori e srotolarsi». Srotolarsi, ma non può: perché, nonostante l’articolo 27 della Costituzione, che non predilige pene contrarie al senso d’umanità ma chiede che tendano alla rieducazione del condannato, lo Stato l’imprigiona per la morte; «e ti schiaccia – canta Lolli – come un piede una formica…E uscirne fuori è fatica». La serrata requisitoria di Conte contro l’ergastolo ostativo (il titolo della tesi, disponibile anche in versione digitale, è: “Profili costituzionali in tema di ergastolo ostativo e benefici penitenziari”), ha avuto l’apprezzamento del prof. Ventura che l’ha definita «una lezione». Infatti Conte, per oltre un’ora, con la stessa abilità di uno sherpa del Nepal ad alta quota, ha illustrato norme, leggi, sentenze, decisioni difformi dai principi costituzionali, conducendo un ragionamento conclusosi con la richiesta «di una soluzione al problema dell’ergastolo ostativo nel rispetto del diritto».

CON L’ERGASTOLO PERDI LO STATUS DI CITTADINO Ma se lo Stato non gli dà, a lui che ha già ingollato ventisette anni di reclusione e a quelli come lui (in Italia sono 1.619 i condannati alla pena perpetua e 1.174 gli ergastolani ostativi ai sensi dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario) neppure il bacio che nella fiaba si concede al “principe ranocchio”, Conte la speranza non l’ha persa. Asserisce di sentirsi «schiavo», perché «con l’ergastolo non hai più lo status di cittadino ma sei ‘cosa’ di un potere che non ascolta», o «un naufrago alla deriva su un’isola deserta dove è inutile proclamarsi innocenti o colpevoli perché in questi luoghi nessuno ha il potere di liberarvi», ma non ha mai ceduto alla disperazione. E dopo un lungo cercarsi, lavorando di scavo nelle storie tortuose del suo mondo schiacciato da povertà e violenza, sostenuto da funzionari dello Stato come la direttrice del carcere di Siano Angela Paravati per la quale «la pena non può essere la rivalsa della società civile nei confronti del reo o il luogo delle vendette pubbliche e private da esercitare ampliando gli effetti della detenzione mediante sofferenze fisiche e psichiche dei carcerati», ha deciso di reagire. Studiando legge da mattina a sera. Compulsando libri e codici, prendendo appunti, scrivendo dell’angoscia di chi davanti a sé ha una prigione senza uscita. E presentandosi, infine, davanti alla Commissione di laurea della Facoltà di Giurisprudenza di Catanzaro (ha iniziato gli studi a Perugia) con una tesi sulla sua stessa condanna. Quella cioè del “fine pena mai” e senza benefici di sorta. «Un lavoro – asserisce il meridionalista Nicola Siciliani de Cumis che lo segue da tempo e che ha esperienza di ‘elaborazioni’ e di ‘confezioni’ di tesi di laurea – in odore di ‘novità’. Una sorta di ipertesto di straordinario impatto culturale con comparazioni e acquisizioni giurisprudenziali nazionali e internazionali mirate (Corte di Strasburgo!) finalizzate a costruire un originale «stato dell’arte» e a sostenere con rigore logico-giuridico «la tesi della tesi». Ossia il diritto di tutti i cittadini a un lavoro gratificante e il diritto alla libertà, quando si è compreso il valore delle vite spezzate. E si è pagato il prezzo nelle durezze della vita carceraria, «dove – ha scritto Claudio Conte recensendo il libro di Elvio Fassone “Fine pena: ora” – le deroghe alle garanzie processuali lasciano il reo in balia delle tante manchevolezze, le incapacità, l’insensibilità, la cieca e bieca burocrazia che deformano la pena detentiva in tortura, in pena capitale». E poi l’affondo: l’invito della tesi, a settanta anni di distanza dalla nostra Carta costituzionale, a rileggere, con rinnovata freschezza ermeneutica, gli articoli 2, 3, 27, 34.

«NEL CARCERE DI SIANO A CATANZARO PREVALGONO LE LUCI» Infine, le strette di mano. La Commissione, rigorosa nella disamina del laureando si concede eleganti deviazioni dalla routine e (“irritualmente”) fa omaggio a Conte di un volume collettaneo (“Principi costituzionali” di L. Ventura e A. Morelli). Si ritira per la decisione e sentenzia: «110, lode accademica e menzione accademica». Il relatore si sbilancia: «Non abbiamo studenti di questo livello nella nostra facoltà». Applaudono i parenti venuti dalla Puglia. Commozione e qualche lacrima. I detenuti, una decina, offrono i pasticcini. E’ l’ora di uscita, per chi può. La direttrice ringrazia – «il carcere deve garantire la speranza a persone che nel passato hanno commesso errori» – e legge la lettera di auguri dell’arcivescovo Vincenzo Bertolone al detenuto dottore. Al giudice di sorveglianza, Laura Antonini, che «ha voluto esserci», Claudio Conte consegna una copia della sua tesi con una stretta di mano. Prima che Conte rientri nel circuito di massima sicurezza, le ultime battute. Lui non si ritrae: «Ogni istante qui è prezioso, parliamo pure». Sovraffollamento e suicidi in carcere: «Accadono quando la capacità di resistenza è finita». Riflette: «Colpisce l’indifferenza di una società che al carcere affida la soluzione di conflitti sociali irrisolti». Del tempo che scorre: «In carcere si contano i giorni, le ore, i minuti». Dei gesti di autolesionismo di molti detenuti: «Sono la conseguenza dell’abuso della carcerazione preventiva e dell’omessa applicazione delle pene alternative in fase esecutiva». Del carcere di Siano dov’è giunto nel 2008: «Non può essere definito un fiore all’occhiello, come Bollate o Laureana di Borrello, ma neanche un girone infernale. La nuova gestione ha fatto molto e molto si vuole fare, tra mille difficoltà. Conciliare sicurezza con sviluppo e rispetto della persona non è facile. Luci e ombre esistono dappertutto, ma a Catanzaro prevalgono le luci. E io, in quasi trent’anni, ne ho viste di carceri…».

Romano Pitaro

Corriere della Calabria, Sabato, 23 Aprile 2016 

Agente Penitenziario : “Le botte ? Con questi metodi noi abbiamo ottenuto risultati ottimi”


Polizia_Penitenziaria_2Le parole degli agenti penitenziari: “Tanto da qui tu e gli altri uscirete più delinquenti di prima”. “Brigadiere, perché non hai fermato il tuo collega che mi stava picchiando?”. “Fermarlo? Chi, a lui? No, io vengo e te ne do altre, ma siccome te le sta dando lui, non c’è bisogno che ti picchio anch’io”.

Botte. E ancora botte. Sevizie. Perché con i detenuti, parole di agente penitenziario, “ci vogliono il bastone e la carota”. Un giorno di pugni e l’altro no, “così si ottengono risultati ottimi”. E la paura tiene buoni. Lividi, percosse, le ossa rotte, inutile nascondersi sotto la branda. Tanto “il detenuto esce dal carcere più delinquente di prima”, e, dice ancora il brigadiere, “non perché piglia gli schiaffi, ma perché è proprio il carcere che non funziona”.

La registrazione è così nitida da far sentire il freddo sulla pelle. Chi parla è Rachid Assarag, detenuto marocchino quarantenne, che sta scontando una pena di 9 anni e 4 mesi nelle carceri italiane. E chi risponde sono gli agenti, ora di un penitenziario ora di un altro. La conversazione è una testimonianza agghiacciante di quanto succede nei nostri istituti penitenziari. Dove il detenuto Rachid (condannato per violenze sessuali) viene ripetutamente picchiato e umiliato dagli agenti addetti alla sua custodia.

La prima volta nel carcere di Parma, racconta Rachid, dove in quattro (guardie) lo seviziano con la stampella a cui si appoggiava per camminare. Lui denuncia, ma chi crede alle parole di un detenuto? Così Rachid, assistito dall’avvocato Fabio Anselmo, mentre viene trasferito in undici carceri diverse dal 2009 (Milano, Parma, Prato, Firenze, Massa Carrara, Napoli, Volterra, Genova, Sanremo, Lucca, Biella), inizia a registrare tutto.

Conversazioni con la polizia penitenziaria, medici, operatori e magistrati. Voci dall’inferno. Come quando le guardie entrano nella sua cella per “scassarlo” di botte, o il sovrintendente ammette: “questo carcere è fuorilegge, dovrebbe essere chiuso da 20 anni, se fosse applicata la Costituzione”.

Agente con accento napoletano: “Mi hai fatto esaurire, ti sei anche nascosto sotto il letto”. Rachid: “Perché mi volevate picchiare”. “Se ti volevamo picchiare era più facile che ti prendevamo e ti portavamo giù”. Giù. Dove forse nessuno sente e nessuno vede. Sono le botte la rieducazione, come dice chiaramente qualcuno che Rachid chiama “brigadiere”. Probabilmente un sovrintendente della polizia penitenziaria.

Rachid registra e registra. Incalza anche: “Voi qui non applicate la Costituzione”. La risposta del brigadiere (lo stesso che teorizzava una seconda razione di botte per Rachid che chiedeva “fermati” all’agente che lo stava picchiando) è incredibile: “Se la Costituzione fosse applicata alla lettera questo carcere sarebbe chiuso da vent’anni. In questo carcere la Costituzione non c’entra niente”.

Le registrazioni di Rachid escono dal carcere, e l’associazione “A buon diritto” di cui è presidente Luigi Manconi, decide di renderle pubbliche. Conversazioni acquisite dai magistrati, e che testimoniano quanto gli abusi sui detenuti siano una (atroce) prassi abituale nei nostri penitenziari. Dai quali, come ammettono gli stessi agenti “si esce più delinquenti di prima, ma non per gli schiaffi che prendono, o quantomeno non solo, ma perché è l’istituzione carcere che non funziona”. Commenta Luigi Manconi, presidente, anche, della Commissione per i diritti umani: “Il carcere per sua natura e per sua struttura produce aggressività e violenza, e come dice il poliziotto penitenziario si trova in uno stato di permanente illegalità. Riformarlo è ormai un’impresa disperata. Si devono trovare soluzioni alternative”.

Rachid: “Devo uscire dal carcere più cattivo di prima? Dopo tutta questa violenza ricevuta, chi esce da qui poi torna”. E il “superiore” invece di smentirlo difende l’uso della violenza come metodo rieducativo. “Le botte? Con questi metodi noi abbiamo ottenuto risultati ottimi”. Tanto da dietro le sbarre nessuno parla, come dimostra il caso di Stefano Cucchi.

Da anni Rachid Assarag registra e fa esposti. Ma quasi nulla accade. Anzi mentre le denunce degli agenti nei suoi confronti avanzano, quelle di Rachid si arenano. Assarag da un mese è in sciopero della fame, ha perso 18 chili. Di recente è stato di nuovo denunciato per aver bloccato le ruote della carrozzina in cui ormai viene trasportato, per aver insultato le guardie e rovesciato la branda in cella, “disturbando il riposo e le normali occupazioni degli altri detenuti”.

Rachid, qualunque sia il reato di cui un detenuto si è macchiato, testimonia con le sue registrazioni che nei penitenziari italiani la violenza è prassi. Scrive l’associazione “A buon diritto”: “Se Assarag dovesse morire in carcere, nessuno potrebbe dire che non si è trattato di una morte annunciata”.

Maria Novella De Luca

La Repubblica, 4 dicembre 2015

Carceri, il Ministro Orlando “Chi dice buttate via la chiave va confinato in un angolo”


Ministro Orlando (2)“Mi spiace che di carceri non si ragioni più dal momento in cui si è superata la triste situazione del sovraffollamento. E non lo dico dal punto di vista di chi ha dato qualche contributo ad andare in questa direzione, ma dal punto di vista vostro. Noi abbiamo un sistema dell’esecuzione penale che è tra i più cari in Europa e che ha il più alto tasso di recidiva. Voi lavorate per mandare della gente in galera che quando esce è peggio di quando vi è entrata: credo che questo sia un elemento di frustrazione che dovremmo affrontare tutti insieme, anche in questo caso insieme.” Lo ha detto l’Onorevole Andrea Orlando, Ministro della Giustizia del Governo Renzi, intervenendo al Congresso Nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) tenutosi nei giorni scorsi a Bari.

“Perché una volta superata la situazione di sovraffollamento non abbiamo risolto il tema del modello attraverso il quale avviene la detenzione, che nel nostro Paese è un modello passivizzante, carcero-centrico, che finisce per perpetuare le gerarchie criminali che si realizzano all’esterno del carcere stesso. In questo io credo che una discussione seria, ampia – anche dei costi/benefici, senza approcci ideologici, e nel confronto fra questo e altri sistemi a livello europeo – io credo che debba essere fatta. Anche per fronteggiare quel populismo penale contro il quale il presidente Sabelli ha speso parole importanti nei mesi scorsi. Ma che va sconfitto non semplicemente con una discussione fra addetti ai lavori, ma parlando alla società italiana. Cercando di confinare – ha concluso il Ministro della Giustizia – in un angolo gli imprenditori della paura. Cercando di mettere in un angolo quelli che dicono “bisogna buttare via la chiave”. Senza considerare il fatto che la nostra Costituzione dice, non per caso, una cosa abbastanza diversa”.

Giustizia: decalogo del rifiuto alla richiesta del Papa di una “grande amnistia”


Cella Carcere ItaliaLa richiesta del Papa “di una grande amnistia” per il Giubileo Straordinario della Misericordia, può anche essere respinta al mittente. Purché lo si motivi con ragioni all’altezza dell’interlocutore, il quale possiede carisma, progettualità, credibilità in quantità che la politica ha smarrito da tempo.

Ovvio l’entusiasmo dei favorevoli, a cominciare dalla voce ragionevolmente visionaria di Pannella. Quanto agli altri, il silenzio generale è stato interrotto da poche risposte verosimili, ma non vere. Eccone il catalogo.

La risposta orgogliosa è, in apparenza, convincente. Rivendica il primato della politica sull’indulgenza cristiana. La misericordia è una virtù morale, che dispone alla compassione e opera per il bene del prossimo perdonandone le offese. Non può però dettare tempi e contenuti delle scelte giuridiche che, laicamente, rispondono all’etica della responsabilità, preoccupandosi delle conseguenze concrete più che dei buoni propositi.

Tutto giusto ma sbagliato se riferito al tema della clemenza, dove la voce di Bergoglio si è aggiunta (e non sostituita) a quella del capo dello Stato e della Corte costituzionale che, da tempo, hanno invocato una legge di amnistia e indulto. Il primo, motivandone le ragioni strutturali nel suo unico messaggio alle Camere, ignorato al Senato, discusso solo di sponda alla Camera. La seconda, evocandolo in un’importante sentenza del 2013 in tema di sovraffollamento carcerario. Rispondere picche al Papa, come già al Presidente Napolitano e ai Giudici costituzionali (tra i quali, allora, sedeva anche Sergio Mattarella), testimonia della politica non l’autonomia, ma la grave afasia.

La risposta pavloviana è quella di chi ama vincere facile. C’è la sua variante rozza (“Mai più delinquenti in libertà”) e quella più forbita (“Le carceri devono essere luoghi di rieducazione, ma chi è condannato deve stare in carcere fino all’ultimo giorno”). È un mantra costituzionalmente stonato. Se le pene “devono tendere” alla risocializzazione, durata e afflittività dipendono, in ultima analisi, dal grado di ravvedimento del reo: questo, alle corte, è quanto imposto dalla Costituzione. La certezza della pena è, dunque, un concetto flessibile, più processuale che sostanziale. Scambiarla con la legge del taglione significa abrogare l’intero ordinamento penitenziario, benché vigente da quarant’anni.

C’è poi la risposta causidica. Interpretare le parole del Papa come un appello alla politica ne fraintenderebbe il senso, esclusivamente ecclesiale. Che tale precisazione venga dal portavoce vaticano non stupisce: già nel 2002 la richiesta di clemenza di Papa Wojtyla – coperta da applausi in Parlamento – fu poi ignorata da deputati e senatori. Prudenzialmente, oltre Tevere, si vorrebbe evitare il déjà-vu.

Se Bergoglio ha usato – per la prima volta – la parola “amnistia”, l’ha fatto a ragion veduta, soppesandone l’inevitabile impatto politico. Non ha improvvisato. Ha proseguito la sua riflessione (sul senso delle pene, sulla necessità di un diritto penale minimo, sui pericoli del populismo penale) e la sua azione riformatrice (abolizione dell’ergastolo, introduzione del reato di tortura), entrambe costituzionalmente orientate. Isolare da ciò il suo appello alla clemenza è come divorziare dalla realtà delle cose.

Dal governo, invece, è giunta la risposta stupefatta: “Ma come? Proprio ora che il tasso di sovraffollamento è calato, grazie a misure deflattive adeguate? Proprio ora che si è aperto un grande cantiere per la riforma della giustizia e dell’ordinamento penitenziario?”. Lo stupore nasce da un fraintendimento di fondo: quello per cui un atto di clemenza generale sarebbe alternativo a riforme strutturali, quando invece ne rappresenta un tassello essenziale. Amnistia e indulto sono previsti in Costituzione come utili strumenti di politica giudiziaria e criminale, a rimedio di una legalità violata da un eccesso di processi e detenuti. È solo la sua rappresentazione collettiva (decostruita efficacemente da Manconi e Torrente nel loro libro La pena e i diritti, Ed. Carocci, 2015) ad aver trasformato una legge di clemenza da opportunità a catastrofe per i propri dividendi elettorali.

Resta la risposta possibilista. Fare in modo che “una legittima aspirazione della Chiesa possa diventare un fatto politico” (così il Presidente Grasso); tradurre questa richiesta “in qualche cosa di strutturale, che rimanga anche dopo” (così il ministro Orlando). Come? Le maggioranze dolomitiche necessarie e le divisioni tra le forze politiche, temo, bloccheranno i disegni di legge ora fermi in Commissione al Senato. Perché, allora, non riformare l’art. 79 della Costituzione che, nel suo testo attuale, oppone così rilevanti ostacoli alla loro approvazione? L’ultima amnistia risale al 1990, l’ultimo indulto al 2006. Restituire agibilità politica e parlamentare agli strumenti di clemenza: questa sarebbe una risposta possibile, e all’altezza della misericordia giubilare.

Andrea Pugiotto

Il Manifesto, 9 settembre 2015

 

Carceri, il “girone dei cattivi”, ideato dal Dap, alimenterà l’antisocialità dei detenuti


cella penitenziariaUna Circolare Dap, 0186697-2015, del 26 maggio 2015, sollecita l’istituzione, negli istituti penitenziari, di specifiche sezioni dove allocare i detenuti che abbiano dimostrato di essere meno pronti di altri al regime c.d. “aperto”, ovvero abbiano posto in essere condotte che li rendano con lo stesso incompatibili. Un girone dei cattivi, insomma, che li raggruppa e li assimila, li marchia e li isola.

La circolare muove dall’osservazione di un dato statistico: “l’aumento – seppur lieve – del numero di eventi critici configuranti aggressioni al personale”. Il fenomeno, prosegue la circolare, “è maggiormente presente laddove è in vigore un regime cosiddetto chiuso mentre la percentuale di aggressioni (seppur sempre in ascesa) è nettamente inferiore nelle sezioni dove è applicata una gestione aperta”.

Il primo dato, dunque, appare logico e coerente: quando la persona detenuta è abbrutita da uno stato di restrizione asfittico, è più probabile che indulga a comportamenti o ad atteggiamenti antisociali, espressione di uno stato d’animo di sofferenza e di oppressione. Del tutto illogico e incoerente risulta, invece, rispetto alla premessa argomentativa, il prosieguo del provvedimento amministrativo. Stabilita la prevalenza della necessità di salvaguardare la incolumità del personale (il Dap opera, dunque, in modo autonomo una perequazione di diritti di rango costituzionale), la circolare evidenzia l’opportunità di istituire un servizio di controllo che offra ausilio costante al personale, nonché di creare sezioni ex art 32 del regolamento di esecuzione. L’invocazione dell’art. 32 non sembra del tutto pertinente. La norma prevede infatti “assegnazione e raggruppamento per motivi cautelari”, ma le cautele cui si riferisce sono nei confronti di soggetti deboli che rischiano “aggressioni o sopraffazioni da parte dei compagni”. La circolare in questione, invece, tende alla istituzione di “sezioni appositamente dedicate ove allocare quei detenuti non ancora pronti al regime aperto ovvero che si siano manifestati incompatibili con lo stesso”.

Lo spirito, chiarisce la circolare, non vuole essere quello di isolare o di punire, bensì quello di agevolare, attraverso idonea attività trattamentale, il ritorno di tali soggetti ad un regime di carcerazione “aperto”, salvaguardando al contempo tale regime da atti di prevaricazione e violenza. Il proclama, tuttavia, non rassicura affatto e svela appieno la sua grave e vistosa incongruenza. Ha un intento punitivo immediatamente leggibile che travalica il potere disciplinare di sanzionare il singolo recluso che si sia reso responsabile di condotte contrarie ai regolamenti di istituto e ad esso si aggiunge.

Dà vita a un altro carcere dentro al carcere, più aspro, meno indulgente, più “chiuso” senza neppure specificare con chiarezza quali condotte si tradurranno per il detenuto in un nuovo marchio stigmatizzante e lo renderanno peggiore, più aggressivo, riconoscibile come cattivo. L’offerta trattamentale sarà ridotta insieme alla partecipazione del punito alle iniziative formative del carcere. I comportamenti antisociali, conformemente alla premessa logica della circolare, saranno con buona probabilità acuiti ed esasperati dall’inasprimento delle restrizioni. Nei nuovi ghetti, però, i reclusi saranno invisibili e innocui con buona pace della inviolabilità della libertà personale, della riserva assoluta di legge, della sempre più martoriata Costituzione.

Maria Brucale (Avvocato, Camera Penale di Roma)

L’Opinione, 9 giugno 2015

Agnese Moro : Sono contro l’ergastolo. Mio padre diceva che era una pena inumana per cui contraria alla Costituzione


Agnese MoroLa democrazia repubblicana, così come la disegna la nostra bella Costituzione, non è solo un sistema politico. È anche – e forse soprattutto – un progetto di vita individuale e sociale. Esprime una speranza di giustizia e di pace, che viene dalle generazioni che ci hanno preceduto, che ci accompagna dando sapore alle nostre esistenze, che vorremmo poter trasmettere ai nostri figli e nipoti.

Alla base del progetto della nostra democrazia repubblicana c’è la persona; ci sono le persone reali, la loro dignità, le loro difficoltà, la loro unicità e la loro grandezza. Per l’ideologia fascista che ha preceduto la Repubblica lo Stato era tutto, le persone niente. Per la Repubblica (ovvero per tutti noi), invece, ogni persona è preziosa, e siamo impegnati, tutti insieme, a difenderne i diritti e la dignità.

Ed è per questo che quando uno di noi sbaglia, anche gravemente, noi lavoriamo per impedirgli di seguitare a sbagliare e gli infliggiamo una pena che non è una vendetta, ma che gli deve servire a cambiare e a ritornare tra noi. Dall’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Noi non buttiamo via nessuno, e rivogliamo tutti indietro. In questo nostro progetto di vita l’ergastolo è decisamente un corpo estraneo; una contraddizione insanabile con la nostra Costituzione. Perché fa della pena una punizione e basta; perché sancisce un allontanamento definitivo e senza appello dal resto della società; perché – come diceva mio padre Aldo Moro nei suoi scritti giuridici – è decisamente contraria al senso di umanità perché nega anche la speranza di poter tornare a vivere la dimensione della libertà che caratterizza così profondamente il nostro essere uomini.

Bisognerebbe avere anche l’onestà e il coraggio di affrontare il tema della giustizia. È facile dire a chi ha perso qualcuno perché un altro essere umano gli ha tolto la vita: “Ti faremo giustizia; manderemo il responsabile in prigione per molti anni o per sempre, e tu sarai ripagato”. È una menzogna. Le perdite subite non si risanano, e nessuna punizione può ripagare di un affetto che non c’è più.

Può invece aiutare – tanto – vedere che chi ha fatto del male ha capito quello che ha combinato, ne è realmente dispiaciuto, vorrebbe con tutte le sue forze non averlo fatto; che riprende a vivere in maniera diversa, cerca di essere utile alla società, porta il rimorso suo e anche il dolore delle proprie vittime.

È quanto di più vicino alla giustizia si possa chiedere. Ed è la saggia via proposta dalla nostra Costituzione.

Agnese Moro

Famiglia Cristiana