La Giunta delle Camere Penali Italiane: “C’è un’emergenza carceri e il Governo è l’unico a negare”


unione-camere-penaliPer contrastare la diffusione del coronavirus nelle carceri italiane è necessario diminuire il numero dei detenuti nelle carceri italiane. È quello che dichiara la delibera della Giunta dell’Unione delle Cameri Penali Italiane che esorta il Governo e il Parlamento ad agire in questa direzione.

La Giunta evidenzia più volte la “posizione negazionista” assunta dal “solo Governo”, al contrario di altre istituzioni interessate come il Consiglio Superiore della Magistratura, l’Associazione Nazionale Magistrati, i Presidenti dei più importanti Tribunali di Sorveglianza, l’Università, i Sindacati, il Volontariato e dell’appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’esecutivo è quindi invitato ad adottare misure efficaci provenienti nei confronti della situazione emergenziale nella quale versano le carceri. Criticato anche l’intervento del Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che “ha fornito dati che sconcertano per mancanza di logica e di concretezza di intervento, quali la scarcerazione di 200 detenuti a fronte di 6.000 che si è indicato potrebbero godere delle misure varate, rinviando con noncuranza fino al mese di maggio le possibili applicazioni”.

Posto anche che il “Garante dei detenuti ha ineffabilmente chiarito che il c.d. isolamento all’interno delle carceri dei detenuti portatori di sintomi avviene con una media di tre persone per cella” la Giunta dichiara “che la vera ed indifferibile esigenza di prevenire ed evitare una massiva diffusione del contagio tra la popolazione carceraria può essere soddisfatta solo con una immediata e significativa diminuzione della stessa, in misura tale da eliminare il sovraffollamento rispetto ai posti disponibili e di assicurare anche all’interno degli istituti penitenziari la praticabilità delle misure di prevenzione del contagio che lo stesso Governo impone ai cittadini liberi”.

Tale misura, sottolinea il testo, è stato portato avanti all’estero e invece i provvedimenti adottati dal Governo appaiono (e tali sono ormai unanimemente giudicati) totalmente inadeguati ed addirittura paradossali, come la subordinazione della detenzione domiciliare all’applicazione di braccialetti elettronici che non sono disponibili”.

La Giunta dell’Unione delle Camere Penali chiede allora “con la massima urgenza al Governo ed al Parlamento, anche in sede di conversione in legge del decreto emanato, di adottare ben più incisivi interventi, che l’Unione delle Camere Penali Italiane è in grado di indicare (anche offrendosi per la elaborazione dei testi), ovviamente nei limiti quali-quantitativi che assicurino una applicazione a favore di persone detenute per reati di non rilevante allarme sociale, quali:

– la detenzione domiciliare, indipendentemente dalla disponibilità del braccialetto elettronico, per residui di pena inferiori a 2 anni

– la sospensione fino al 30 giugno della emissione degli ordini di carcerazione di pene fino a 4 anni divenute definitive

– la liberazione anticipata speciale, di 75 giorni a semestre, per buona condotta e l’estensione da 45 a 75 giorni per i semestri già oggetto di concessione

– la concessione di licenze speciali di 75 giorni ai detenuti semiliberi

– per i detenuti in attesa di giudizio, che rappresentano oltre un terzo della popolazione carceraria e che sono presunti innocenti dalla Costituzione, l’attribuzione al giudice competente di un termine di 5 giorni per riesaminare la situazione cautelare in funzione della concessione degli arresti domiciliari, tenendo in considerazione il pericolo alla loro salute in rapporto alla caratteristica di extrema ratio della detenzione cautelare”.

La Giunta auspica infine “un recupero di responsabilità e di umanità, non solo nei confronti della popolazione detenuta, degli agenti di custodia e di tutte le persone che operano nelle carceri, ma anche di tutti i cittadini, perché le strutture sanitarie attualmente sottoposte ad uno sforzo oltre ogni limite immaginabile, non potrebbero sopportare un ulteriore carico di pazienti, peraltro portatori di esigenze di controllo inattuabili”.

Il Riformista, 29 marzo 2020

Coronavirus, il Csm boccia il Decreto del Governo sulle Carceri perché inadeguato ed insufficiente


Consiglio Superiore della MagistraturaIl Consiglio Superiore della Magistratura, riunitosi lo scorso 26 marzo a Roma a Palazzo dei Marescialli, con pochi Consiglieri presenti e tanti da remoto, ha bocciato l’operato del Governo, per quanto concerne le misure adottate per fronteggiare l’emergenza epidemiologica Covid-19 negli Istituti Penitenziari della Repubblica, contenute nel Decreto Legge n. 18/2020 cd. “Decreto Cura Italia”. Il parere del Plenum del Csm è stato approvato con una maggioranza risicata (12 voti a favore, 7 contrari e 6 astensioni). Hanno votato contro, pur criticando il Decreto Legge del Governo, i Consiglieri laici della Lega Nord e del Movimento Cinque Stelle e i togati Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo (il primo di Autonomia e Indipendenza, il secondo indipendente). si è astenuto il Gruppo di Area (Associazione dei Magistrati Progressisti) mentre tutti gli altri Consiglieri hanno votato a favore, compreso il Primo Presidente ed il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Giovanni Mammone e Giovanni Salvi.

In particolare, per quanto riguarda le misure introdotte con gli Articoli 123 e 124, incidenti sulla esecuzione della pena e valevoli dall’entrata in vigore del Decreto Legge fino al 30 giugno 2020, l’Assemblea di Palazzo dei Marescialli, si è pronunciata negativamente, bollandole come del tutto inadeguate ed insufficienti a far fronte alle esigenze di contenimento del contagio nelle carceri sovraffollate, esigenze che lo stesso legislatore ha di fatto ritenuto indifferibili. Infatti, l’aver reso l’utilizzo dei mezzi elettronici di controllo una condizione per la concreta fruizione della misura tutte le volte in cui la pena da eseguire sia superiore a sei mesi contribuirà significativamente a render l’istituito della detenzione domiciliare ‘in deroga’ inadeguato a conseguire le finalità, esplicitate nella relazione illustrativa, di una riduzione del sovraffollamento carcerario nell’ottica di contenere l’elevato rischio di un diffuso contagio all’interno degli Istituiti Penitenziari e di una migliore gestione dell’emergenza sanitaria. Inoltre, una parte numericamente non esigua della popolazione detenuta non potrà, infatti, avere accesso alla misura per l’indisponibilità di un effettivo domicilio. Per quanto concerne invece le licenze premio ai detenuti ammessi al regime di semilibertà, per limitare il rischio di contagio riducendo i loro rientri negli Istituti Penitenziari, il Governo ha previsto la possibilità che le licenze possano avere una durata superiore ai 45 giorni annui, sino al 30 giugno 2020, in deroga a quanto stabilito dall’Art. 52 dell’Ordinamento Penitenziario.

Secondo il parere del Consiglio Superiore della Magistratura, l’esigenza di assicurare negli Istituti Penitenziari la tutela del diritto alla salute dei detenuti, degli appartenenti alla Polizia Penitenziaria, degli operatori e di tutto il personale che vi opera, l’eccezionale gravità della situazione epidemiologica del paese che rende concreto il rischio di una diffusione del contagio all’interno degli Istituti di pena, la necessità di scongiurare scelte ben più radicali e drammatiche che si imporrebbero in quest’ultimo caso, rendono indifferibile l’adozione di soluzioni atte a ridurre le condizioni di sovraffollamento carcerario. In difetto di un significativo mutamento di prospettiva da parte del legislatore, la Magistratura di Sorveglianza si troverà a svolgere un difficile ruolo di supplenza, con l’assunzione di gravi responsabilità. I Giudici di Sorveglianza, infatti, dovranno ricercare soluzioni adeguate a contemperare la sicurezza collettiva con l’esigenza di garantire la massima tutela della salute dei detenuti e di tutti coloro che operano all’interno degli Istituti Penitenziari, muovendosi in un quadro normativo che non offre strumenti per risolvere il problema strutturale del sovraffollamento che, in considerazione dei gravi rischi che determina per la salute collettiva, richiede precise e urgenti scelte da parte del legislatore. Infine, in considerazione della situazione di sovraffollamento carcerario e della ratio dell’Art. 123, volto a ridurre la popolazione carceraria nella fase dell’emergenza sanitaria, si rileva l’opportunità di interventi tesi a differire l’ingresso in carcere di condannati a pene brevi per reati non gravi, per il solo periodo corrispondente alla durata dell’emergenza epidemiologica.

Parere del Consiglio Superiore della Magistratura sul “Decreto Cura Italia”

Emilio Enzo Quintieri

 

Cascini (Csm): «Ci illudiamo di tenere il virus chiuso nelle carceri: e se la bomba esplodesse?»


«Conosciamo la dinamica. Non è nuova: il carcere come zona altra, separata. L’illusione del muro che ci dividerebbe da chi è dentro: dentro ci sono solo i cattivi, fuori i buoni. Io sono fra i buoni, pensano molti, e non voglio sapere cosa avviene al di là del muro. Ecco in sintesi la drammatica, assurda logica in base alla quale ancora una volta trattiamo il carcere. Anche stavolta, anche di fronte all’emergenza coronavirus. Noi consiglieri di Area abbiamo cercato di portare in plenum un contributo di pragmatismo. Non siamo riusciti a ottenere fino in fondo tale esito».

Giuseppe Cascini, Procuratore Aggiunto a Roma finché non è stato eletto al Csm per il gruppo di Area, appunto, non è un buonista. Non è tra quelli che lui stesso definisce «l’altro estremo della dialettica con gli ultra rigoristi, costituito da vorrebbe sempre risparmiare la sanzione». Cascini non è un buonista ma è pragmatico: «Davvero sappiamo come fare a gestire l’eventuale esplosione di una bomba epidemiologica dietro le sbarre? E se non c’è un piano chiaro, non sarebbe meglio consentire una concessione dei domiciliari a chi ha residui di pena bassi anche più ampia dell’attuale, e rinviare gli ordini di carcerazione di 6 mesi per le condanne entro i 4 anni?».

Sì, forse sarebbe meglio. E invece l’Italia, per il resto apprezzata in tutto il mondo quanto a misure di contrasto dell’emergenza, solo nel gestire la parte relativa al carcere sembra farsi superare dall’Iran: perché?

Dall’Iran, certo. Anche dalla Somalia. Pochi giorni fa ha liberato un buon numero di detenuti.

E com’è possibile?

Perché quando si discute del carcere lo si fa col classico schema del dialogo fra sordi. Prevale l’ideologia, si accantona il pragmatismo.

Forse i rigoristi pensano che se aumentassero i contagiati in carcere, ci sarebbe la possibilità di isolarli.

Dove? Non mi risulta che il nostro sistema penitenziario disponga di spazi liberi. Se ci fossero, non saremmo stati condannati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per l’inumano sovraffollamento dei nostri istituti.

Andiamo dritti verso la catastrofe?

Vorrei solo porre alcuni interrogativi. Parto dalle premesse, dai dati noti. I nostri detenuti non alloggiano in camere singole con bagno. Dormono in camere multiple, dividono i servizi, spesso cucinano e consumano pasti sempre all’interno di quello spazio. Dividono in tanti quegli spazi comuni che non sono certo smisurati, sono costantemente a stretto contatto con gli agenti di polizia penitenziaria. Se dunque noi che viviamo fuori, me compreso, ci siamo giustamente autoconsegnati all’isolamento domestico, con eccezione per poche assolute necessità, è altrettanto chiaro che chi si trova in un penitenziario non può osservare la prescrizione del distanziamen-to di un metro.

E questa è la premessa.

Aggiungo che se le carceri fossero meno affollate sarebbe comunque difficile evitare che vi si diffonda il contagio. Ma sarebbe o no un po’ meno difficile? Ciò detto, parliamo della salute di tutti, non solo dei reclusi. Parliamo di una possibile bomba epidemiologica, che potrebbe esplodere

Crede si sottovaluti l’inevitabile osmosi fra dentro e fuori dal carcere? Che ci si dimentichi per esempio degli agenti, i quali dormono pu sempre a casa, e dei detenuti che nelle prossime settimane finiranno di scontare la pena e torneranno fra noi?

È l’illusione di cui le ho detto prima: l’illusione del carcere come mondo chiuso. Secondo cui potremmo lasciarli là dentro chiusi col loro virus: non verranno a infettare anche noi. No, non è così. Gli agenti entrano ed escono, tutti i giorni. Così come gli psicologi, i volontari, i cappellani. La realtà è assai diversa dall’illusione: così come i problemi del carcere infettano la società, perché un detenuto a cui non sia stato assicurato un trattamento davvero rieducativo, risocializzante, torna fuori più criminale di com’era entrato in carcere, così è per il virus. Non si può impedire che la quota di reclusi destinata fisiologicamente a uscire per fine pena veicoli all’esterno l’eventuale contagio diffusosi dietro le sbarre. E oltre che di salute in senso stretto, è anche un problema di sicurezza.

Perché?

Immaginiamo cosa accadrebbe se aumentasse notevolmente il numero dei contagiati fra gli agenti penitenziari: dovrebbero andare in quarantena, in congedo per malattia. E chi gestirebbe la sicurezza dentro gli istituti? Proprio le rivolte di inizio marzo dimostrano come i detenuti possano impadronirsi di una struttura. Immaginiamo cosa accadrebbe se cominciasse a diffondersi il virus tra di loro e, appunto, nella polizia.

E invece chi al Csm non condivide la sua linea ribatte che non si può concedere nulla ai rivoltosi.

Dico di più: non mi allineo alla visione per cui in carcere ci vanno solo i poveracci. No. Ci vanno persone responsabili di atti criminali. Ma mi chiedo: visto che noi consiglieri di Area proponiamo di concedere i domiciliari a chiunque abbia un residuo fino a 24 mesi di pena, anche senza il vincolo del braccialetto e con l’esclusione dei reati ex articolo 4 bis, chi si dice contrario davvero pensa che una persona a cui resta poco da scontare trovi conveniente darsi alla fuga? O davvero credete che nelle circostanze di paralisi della vita collettiva come l’attuale, ci siano significativi rischi di reiterazione dei reati? A me pare che non vi sia neppure la materia per commetterli, i reati.

In una proposta di emendamento inoltrata al ministro della Giustizia, il Cnf chiede di sospendere in modo esplicito il termine dei 30 giorni che, una volta ordinata la carcerazione, consente di chiedere le pene alternative. Pare tanto più sensato se si considera che i servizi sociali a cui chiedere l’affidamento in prova ora sono chiusi.

Certo, assolutamente. Si rischia di sottoporre alla misura inframuraria anche chi avrebbe potuto scontare la pena all’esterno ed evitare così di contribuire a sovraffollare ulteriormente le carceri. In realtà a me sembrerebbe indiscutibile che, una volta sospesi tutti i termini processuali, anche quelli relativi agli ordini di esecuzione smettano di correre. Ma vede, siamo all’altra proposta che noi consiglieri di Area abbiamo avanzato per la definizione del parere del Csm, e che non ha trovato il necessario ascolto: abbiamo chiesto di non eseguire affatto, per 6 mesi, gli ordini di esecuzione rispetto a tutte le condanne entro i 4 anni, escluso sempre il 4 bis. Al di là del nodo sospensione, sappiate che ci sono molti reati a bassa pericolosità per i quali la richiesta di misure alternative non è prevista, a cominciare dai furti. Avremmo avuto un po’ meno ingressi. E invece no. Continuiamo a chiudere gli occhi su cosa potrebbe avvenire se dentro le carceri quella bomba epidemiologica esplodesse davvero.

Errico Novi

Il Dubbio, 28 marzo 2020

Fassone : “Io, Giudice che ho condannato un uomo al carcere a vita dico no a questa pena”


Elvio Fassone GiudiceIntervista con Elvio Fassone, autore di “Fine pena ora”. Poteva essere l’ultima lettera. L’ultima di una fitta corrispondenza durata 26 anni, quella tra Salvatore, giovane ventisettenne condannato all’ergastolo 28 anni prima, ed Elvio Fassone il giudice che emise quella sentenza nel 1978. Poteva essere l’ultima lettera, ma per fortuna le cose sono andate diversamente. Salvatore, infatti, aveva deciso di cambiare il corso della sua vita da ergastolano con un “fine pena ora”.

Aveva deciso, cioè, in un momento di sconforto, di suicidarsi. Voleva farlo con una cinghia da stringere intorno al collo. Voleva usarla per riprendersi quella libertà che la condanna a “fine pena mai” non gli avrebbe mai potuto garantire. Ma poi l’intervento tempestivo di un agente di polizia penitenziaria ha evitato la tragedia. E così Salvatore ha scritto al suo giudice-confidente. “L’altra settimana ? gli ha confidato – ne ho combinata una delle mie: mi sono impiccato… Mi scusi”.
Inizia così “Fine pena: ora” (Sellerio editore), il racconto di Elvio Fassone, ex magistrato, ex senatore Ds per due legislature ed ex componente del Csm, del suo rapporto con Salvatore (nome di fantasia utilizzato dall’autore).

Fine pena ora. Ce lo spiega ?

Nella cartella che accompagna la vita di un ergastolano c’era scritto “fine pena mai”. Oggi il computer che pretende di tradurre i concetti in cifre ha sostituito quella frase con un freddo “31/12/9999”. Quando l’ergastolano esaurisce la sua capacità di sopportare la drammatica assenza totale di futuro può capitare, e purtroppo accade di frequente, che tenti di togliersi la vita. Ecco perché idealmente ho sostituito la parola “mai” con “ora”. La mia pena finisce adesso e faccio finire la mia vita dato che non ha più alcun senso.

Salvatore aveva deciso. Lo hanno salvato. Lei che lo ha conosciuto così bene pensa che sia stata per lui l’ennesima sconfitta ?

Mi auguro di no. Il fatto stesso che mi abbia scritto subito dopo per raccontare il gesto e abbia aggiunto le parole “mi scusi non lo farò più”, è confortante. Evidentemente è stato un cedimento di fronte a un’ulteriore delusione. Oramai da quel momento sono passati circa due anni e mezzo e finora non ha più manifestato intenzioni simili. La cosa, però, mi ha comunque allarmato. Per chi ha vissuto oltre trent’anni di reclusione sulla sua pelle, una ricaduta è sempre dietro l’angolo.

Ha deciso di fare qualcosa ?

L’unica cosa che ho potuto fare è stato raccontare questa storia attraverso il carteggio con Salvatore. Credo che raccontare una sofferenza significhi in piccola parte risarcirla e sperare che una mobilitazione di intelligenze e di spiriti possa contribuire ad arrivare anche a un cambio legislativo.

Qual è stata la molla che lo ha spinto a scrivere quella prima lettera ?

Il disagio interiore che provavo dal fatto che avendo instaurato un rapporto un po’ diverso dal solito con alcuni dei detenuti, che normalmente stanno davanti al giudice poche ore, massimo pochi giorni. Nel corso del processo di Salvatore c’era stata una frequentazione di quasi due anni. Era nato un rapporto meno impersonale, meno burocratico. In particolare mi aveva colpito l’ultimo colloquio prima della fine del processo.

Perché ?

Mi chiese se avessi dei figli. Alla mia risposta positiva mi disse: “se suo figlio nasceva dove sono nato io forse a quest’ora era lui nella gabbia e se io nascevo dove è nato suo figlio forse adesso io facevo l’avvocato ed ero pure bravo”. Come a dirmi che nella lotteria della vita aveva avuto il biglietto sbagliato. Fu allora che decisi di scrivergli.

Si aspettava una risposta ?

Ero molto dubbioso, perché quella lettera poteva essere interpretata come un gesto ipocrita. Il gesto del carnefice che si china a fare una carezza alla vittima e può anche giustificare una reazione. Ma Salvatore per fortuna la prese bene.

Dopo quella lettera nella quale Salvatore le chiedeva scusa per il suo tentato suicidio il rapporto epistolare è finito ?

No, affatto. Dura tuttora, ma sta diventando particolarmente difficile perché la sua capacità di resistenza si sta esaurendo e la mia capacità di sostenerlo si rivela piuttosto inefficace. Ho scritto il libro per sollecitare, per quel che mi riesce, l’opinione pubblica a intervenire su questa materia che esige un intervento. L’ergastolo senza via d’uscita ha manifestato e manifesta la sua disumanità e come tale è evidente la necessità di un intervento collettivo.

La storia di Salvatore è quella di tanti detenuti italiani per i quali quel 9999 significa non avere speranze.

I dati ministeriali, di alcuni mesi fa, ci dicono che gli ergastolani sono 1619, dei quali 1200 ostativi. In molti non hanno possibilità di una via d’uscita a meno che non si decidano a collaborare con la giustizia.

Il suo Salvatore decide di riprendersi la libertà, come tanti altri detenuti. I dati sono impressionanti: dal 2000 ad oggi il censimento puntuale di Ristretti Orizzonti ci dice che i morti sono stati 2.527 e i suicidi ben 900.
La media dei suicidi in carcere è superiore di 15/20 volte rispetto ai quella dei cittadini liberi. È uno scarto patologico e va in qualche modo curato.

I radicali da sempre propongono l’amnistia e l’indulto per risolvere il sovraffollamento delle carceri. Che ne pensa ?

L’amnistia riguarda i reati piccoli e serve a svuotare non le carceri, ma gli armadi. L’indulto si è rivelato un palliativo con benefici di breve durata: molti di quelli che sono usciti ritornano in carcere.

Invece che cosa bisognerebbe fare secondo lei ?

Secondo la mia esperienza la soluzione strutturale per i delitti di media gravità, sarebbe quella di sostituire la reclusione con prestazioni pubbliche di utilità a titolo gratuito: in termini di pena potrebbero valere più della reclusione. Ad esempio un giorno di prestazione potrebbe equivalere a tre giorni di detenzione. Occorrerebbe un programma ben definito, con un apparato, al momento inesistente, fatto soprattutto di formatori. Soltanto allora si potrebbe alleggerire in maniera massiccia la popolazione carceraria.

La legge Gozzini ha già indicato una strada simile.

Parliamo di un’eccellente legge sotto molti aspetti. Ne vorrei sottolineare uno in particolare: la possibilità di utilizzare il tempo della detenzione ha incentivato chi è dietro le sbarre a diventare collaboratore delle istituzioni. Se il detenuto sa che ogni sei mesi può scalare giorni di pena partecipando all’opera di trattamento prevista dalla Gozzini, è invogliato a farlo e fin dal primo giorno.

Quello che ha fatto anche il “suo” Salvatore.

Assolutamente. Ha maturato una serie di 45 giorni sterminata, finché ha perso la speranza. Ha pensato: “tanto non mi servono: il mio fine pena non finisce mai. Questa mancanza di prospettiva è un modo indiretto, e forse non pensato, di vanificare parte della Gozzini.

Carmelo Musumeci nel suo libro “Gli uomini ombra” descrive molto bene l’ergastolo e la differenza tra quello ordinario e quello ostativo. Mi sembra questo il punto fondamentale.

L’ergastolo può essere mantenuto, però deve avere una via d’uscita praticabile. Dico questo perché la Corte costituzionale, già stata investita del problema dell’ergastolo ostativo, ha risposto che la via d’uscita c’è, basta che il detenuto collabori. È una risposta poco soddisfacente, perché la collaborazione non è un indice di rieducazione. Si può collaborare per tanti motivi: convenienza, vendetta o quant’altro. Non può essere questo il parametro al quale vincolare il percorso rieducativo.

L’ergastolo ostativo è la pena, quindi, meno comprensibile e meno conciliabile con l’articolo 27 della Costituzione.

Direi di sì. Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha cambiato registro: in una sentenza del 2013 ha stabilito che una pena senza una via d’uscita praticabile è contraria al senso d’umanità e alla dichiarazione dei diritti dell’uomo che abbiamo sottoscritto. Quindi questa sentenza vincola anche lo Stato italiano. Mi auguro che questo discorso entri nel vivo. Mi fa piacere che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, abbia istituito dei tavoli di lavoro sulla riforma della giustizia e che uno si occupi dell’esecuzione della pena.

Da magistrato e da legislatore crede ci sia speranza che si possa modificare la norma sull’ergastolo ?

Nel 1981 il 77,4% disse di no al referendum che chiedeva l’abrogazione dell’ergastolo. Oggi si otterrebbe, penso, lo stesso risultato. Una battaglia frontale sul piano della praticabilità, non su quello dei principi la vedo molto complicata, anzi perdente. Per questo motivo, nella seconda parte del libro, propongo un approccio graduale che fissi come punto di arrivo una via di uscita all’ergastolo, correlata al percorso di rieducazione del detenuto. Chi continua a delinquere anche in carcere non è meritevole. Chi, invece intraprende un strada diversa deve poter avere una prospettiva di libertà. E questo deve valere per tutti i detenuti.

Oggi Elvio Fassone è un pensionato che non vuole venire meno all’impegno che ha caratterizzato la sua vita, sia da magistrato sia da senatore. Giusto ?

Chi è stato magistrato rimane nella cultura e nella formazione giuridica per sempre. Ho la fortuna di essere sollecitato a continuare a raccontare le mie esperienze e ad esprimere le mie opinioni. Spero che, anche grazie ai miei interventi, cresca un movimento d’opinione pubblica abbastanza diffuso per stimolare la modifica dell’ergastolo a livello istituzionale.

Giustizialisti e garantisti: due fazioni in lotta ?

È un aspetto non bello del nostro costume quello di ridurre tutto a un derby. La divisione tra giustizialisti e garantisti è pluriennale. Occorre innanzitutto ricordare che c’è un codice penale e uno deontologico per ogni professione che è molto più ampio. Non è corretto il permanere o meno in ruolo di grande responsabilità a secondo dell’azione della magistratura.

Il rapporto tra politica e magistratura sta vivendo un momento particolare.

Non penso al protagonismo, ritengo che ci sia il pericolo, oggi più intenso di ieri, della poca percezione da parte della magistratura dei suoi limiti. Il dovere di sindacare certe condotte esiste e legittima l’azione della magistratura, però bisogna fare attenzione su quello che c’è da sanzionare. A costo di rischiare, dico: ritenere che debba essere oggetto di un accertamento penale il voto in Consiglio dei ministri su un emendamento non va bene, a meno che non ci siano gli estremi di un reato, ovviamente. Bisogna fare attenzione ai confini delle azioni delle varie istituzioni.

Lei è stato anche componete del Csm.

Non bisogna mai dimenticare che il Csm è un organo di autogoverno, un privilegio che produce delle responsabilità. Ciascun singolo consigliere deve percepire quali sono i suoi doveri. Tutti i magistrati hanno il diritto di esprimere le loro opinioni, ma non come soggetti istituzionali, soprattutto quando possono avere una marcata influenza sull’opinione pubblica.

I magistrati tedeschi hanno un obbligo molto stringente alla riservatezza: pensa che sia giusto ?

Le rispondo con difficoltà, perché esiste un diritto a manifestare le proprie opinioni sancite dalla Costituzione. Per i magistrati la linea di margine è difficilmente tracciabile. Personalmente nel dubbio propendo per il riserbo. Quando ero in attività mi sono sempre posto il problema del cittadino che doveva essere giudicato e che, conoscendo la mia opinione, avrebbe potuto pensare di essere fregato. In un caso del genere sarei venuto meno al mio dovere che è quello di avere un’immagine che garantisca a tutti i cittadini di avere fiducia nel magistrato singolo e nell’istituzione. Se per ottenere questo c’è bisogno di un piccolo sacrificio del magistrato al riserbo ritengo che debba essere accettato. Purtroppo i tempi cambiano e io mi sono formato a una scuola del diritto che aveva ben chiari questi criteri.

Da magistrato che rapporti ha avuto con gli avvocati ?

Ho vissuto innumerevoli rapporti di cordialità e di amicizia con una quantità di avvocati. Con il codice del 1989 ha esaltato l’antagonismo tra le parti ed è inevitabile. In questi anni è aumentato il peso ed è chiaro che i rapporti siano diventati più tesi.

La prescrizione è uno degli argomenti di scontro tra magistrati e avvocati.

Il legislatore e l’opinione pubblica continuano a ignorare il fatto che la prescrizione consta di due segmenti totalmente diversi che, invece, vengono fusi insieme. Il primo da quando è stato commesso il fatto a quando la giurisdizione ha incominciato ad attivarsi. Il primo periodo andrebbe neutralizzato per un periodo ragionevolmente lungo. La seconda fase è legata all’attività degli avvocati tesa solo a far trascorrere il tempo. Alla difesa devono essere riconosciuti tutti i diritti, ma se il rinvio è conseguente a un’attività difensiva la prescrizione va interrotta. Non è corretto né logico, secondo me, che la prescrizione vada a danno di un parte processuale, l’accusa, per un’azione della controparte, la difesa.

Presidente, chi è il giudice ?

Il giudice è una persona che fa una profezia retrospettiva. Deve affermare l’esistenza di un fatto che non ha visto, che non conosce e che deve ricostruire sulla base di tracce attuali che portino a un giudizio di mera probabilità, seppur alta. Al di là di ogni ragionevole dubbio.

Franco Insardà

Il Dubbio, 3 giugno 2016

Sulmona, Legnini (Csm) : “Sull’ergastolo ostativo, come cittadino, sono contrario”


Legnini Csm Sulmona“Non ho nessuna difficoltà ad aggiungermi, perché ne sono convinto da tempo, a coloro che sono contrari, e anche io sono contrario, all’ergastolo ostativo. Lo dico perché penso che tutti, parlo da cittadino e non impegno la mia funzione, abbiano il diritto ad avere una speranza”. Lo ha pubblicamente dichiarato il Dott. Giovanni Legnini, politico ed Avvocato italiano, Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura durante una manifestazione tenutasi presso la Casa di Reclusione di Sulmona, diretta dal Direttore Sergio Romice.

Immediata la soddisfazione espressa dall’On. Rita Bernardini, già Segretario dei Radicali Italiani e candidata alla carica di Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, presente all’iniziativa unitamente ad Alessio Falconio, Direttore di Radio Radicale.

Il Vice Presidente del Csm Legnini è intervenuto alla premiazione dei detenuti ristretti nel Penitenziario sulmonese che hanno realizzato 21 dipinti per raccogliere fondi (sono stati raccolti 2.000 Euro) finalizzati ad un villaggio africano del Togo ed in particolare modo ai bambini di una Scuola Elementare. L’iniziativa è stata sostenuta dal comico abruzzese ‘Nduccio. Oltre a Legnini, hanno preso parte alla manifestazione, il Sindaco di Sulmona Peppino Ranalli, il Presidente del Tribunale Giorgio Di Benedetto ed il Procuratore della Repubblica di Sulmona Giuseppe Bellelli.

L’On. Rita Bernardini, nell’esprimere la sua soddisfazione per la posizione assunta dal Vice Presidente del Csm Legnini, ha dichiarato : “Dopo il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Dott. Santi Consolo, che si pronunci anche il Vicepresidente del Csm sull’abolizione dell’ergastolo ostativo mi sembra qualcosa di istituzionalmente molto importante. È chiaro che Giovanni Legnini l’ha fatto a titolo personale, perché non può investire tutti gli altri però ha un grande significato”.

Abruzzo, Legnini (Csm) : “Bernardini sarebbe ottimo Garante dei Detenuti”. Favorevole anche il Ministro Orlando


Rita Bernardini“Nel pieno rispetto delle prerogative della libertà di scelta, che spetta al Consiglio regionale dell’Abruzzo,che lo ricordo è la mia regione e alla quale voglio molto bene, penso che la candidatura di Rita Bernardini sia una bella candidatura e mi auguro che ciascuno dei consiglieri rifletta sulla necessità di affidare a una persona capace, competente e appassionata su questi importanti temi, perché si possa fare in modo che quella  aspirazione venga soddisfatta. Sarebbe un bel segnale per la condizione carceraria in Italia  e anche per l’Abruzzo”. Lo ha detto il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, intervistato a Bari da Radio Radicale, a margine dei lavori del congresso dell’Anm, sulla candidatura di Rita Bernardini, segretaria di Radicali Italiani, alla carica di garante dei detenuti della Regione Abruzzo.

Legnini si è poi soffermato sullo sciopero della fame che la tessa Bernardini ha avviato dalla mezzanotte scorsa per la drammatica situazione degli organici nei tribunali di sorveglianza e degli uffici per la esecuzione esterna della pena. “Condivido le preoccupazioni, le forti sollecitazioni di Radicali Italiani – ha detto Legnini- all’indirizzo di un necessario rafforzamento dei ruoli della magistratura di Sorveglianza e per consentire per tale via un più effettivo esercizio dei diritti dei detenuti italiani e una maggiore attenzione per le condizioni del sistema carcerario italiano, che pure in questi anni e in questi mesi ha registrato un netto miglioramento, per esempio con un drastico abbassamento del sovraffollamento. Mi auguro che le risposte possano arrivare subito, so che il ministro della Giustizia si sente molto impegnato a conseguire questo obiettivo, ugualmente lo è il Csm, e mi auguro che Rita Bernardini voglia desistere dallo sciopero della fame”.

“Quella di Rita Bernardini e’ un’ottima candidatura”. Risponde così il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, interpellato da Radio Radicale sulla candidatura di Rita Bernardini a garante dei detenuti Abruzzo, a margine del congresso dell’Anm a Bari. “Non so quali siano le altre – aggiunge Orlando- e quindi mi rimane difficile fare una valutazione di merito”.

Modena, Radicali attaccano il Consiglio Superiore della Magistratura. Legnini assicura la risoluzione del problema


Rita BernardiniUn attacco durissimo, con cui Rita Bernardini quasi sperava di essere citata in giudizio dal Csm. E invece la nota della segretaria di Radicali italiani ha finito per aprire un caso che il vicepresidente del Consiglio Giovanni Legnini si è impegnato a risolvere.

Tutto nasce per l’incredibile vicenda del Tribunale di Sorveglianza di Modena dove, come denunciava un comunicato diffuso da Bernardini ieri mattina, “quest’anno il Csm si è prodotto in un altro capolavoro: ha nominato un magistrato donna che si è messa subito in maternità e prenderà servizio a metà del 2016”.

Già l’anno scorso, attacca la leader radicale, “avevo denunciato il fatto che al Tribunale di Sorveglianza di Modena avessero nominato in un posto vacante da tempo un tale che se ne era andato subito dopo in ferie e, dopo le ferie, in pensione”. E questo, ricorda ancora Bernardini, “ha come conseguenza l’inosservanza per anni dei diritti dei detenuti che non ottengono risposte alle loro legittime istanze”.

Si tratta, a giudizio della segretaria di Radicali italiani, di disattenzioni così gravi da fa ritenere che “al Consiglio Superiore della Magistratura si comportino come “delinquenti abituali”: attendo denuncia da parte dei vertici del Csm perché vorrei dimostrare in una sede propria – un’aula di Tribunale – che questi comportamenti “buffoneschi” hanno come esito la violazione di diritti umani fondamentali”. Invece della denuncia arriva nel pomeriggio una telefonata, certo preoccupata, del vicepresidente Legnini. Che chiede più approfondite spiegazioni a Bernardini del perché di una presa di posizione così dura. E le assicura che, anziché alla lite personale, si dedicherà a risolvere l’emergenza nell’ufficio modenese e a cambiare una situazione effettivamente fuori controllo.

Errico Novi

Il Garantista, 6 agosto 2015