Permessi premio a detenuto, polemiche indegne del Consiglio Regionale e del Garante dell’Infanzia della Calabria


Leggo che il Consiglio Regionale della Calabria, nella seduta di ieri 10 ottobre, ha approvato un Ordine del Giorno di iniziativa del Consigliere Regionale Giuseppe Giudiceandrea (Democratici Progressisti), “Sulla vicenda sollevata dal padre di Fabiana Luzzi”, a quanto pare firmato da tutti i Capigruppo ed i Consiglieri Regionali presenti in Aula. In particolare, con il suddetto Ordine del Giorno, il Consiglio Regionale, ha deciso di contestare la concessione dei permessi premio a Davide Morrone, condannato per l’assassinio della giovanissima Fabiana Luzzi, di soli 16 anni, avvenuto il 24 maggio 2013 a Corigliano. “Era ciò che dovevamo al papà ed alla famiglia di Fabiana Luzzi e di tutte le donne vittime di femminicidio e violenza in Calabria” ha detto il Consigliere Regionale Giudiceandrea il quale ha riferito in Aula che l’assassino “sia uscito dal carcere ed è stato sottoposto ad una misura restrittiva meno afflittiva avendo già usufruito di ben tre permessi premio. Il fatto che in queste occasioni i genitori della 16enne che uccise, possano incontrarlo per le strade della propria città oltre ad essere assurdo, come lo trovano assurdo i familiari della giovane donna uccisa, contempla la possibilità di atti e schieramenti di affronto e violenza potenziale fra le persone, e la città di Corigliano Rossano non merita questo latente stato di tensione”.

“Benché nel rispetto della legge e della separazione dei Poteri dello Stato – ha continuato il Capogruppo di Democratici e Progressisti nel suo intervento – occorre un fermo intervento del Presidente e di tutta la Giunta, affinché anche per motivi di ordine pubblico oltre che di rispetto per le vittime di femminicidio in questo Paese, si facciano promotori di qualsiasi azione presso il Prefetto ed il Ministro di Grazia e Giustizia, affinché questa odiosa anomalia abbia fine, nel rispetto di chi ha diritto al recupero pieno al tessuto sociale dopo aver scontato la pena inflittagli dall’ordinamento giudiziario, ma anche e soprattutto della comunità di Corigliano Rossano, delle donne già vittime di violenza, di quelle che potrebbero subirla ma soprattutto alla famiglia di Fabiana Luzzi, la cui giovane vita, è bene ricordarlo ancora una volta, venne spezzata con inaudita violenza e nessuna umana pietà”.

Nei giorni precedenti anche il Garante Regionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Regione Calabria Antonio Marziale, ha ritenuto opportuno intervenire pubblicamente in merito “sui permessi premio concessi all’assassino di Fabiana Luzzi, l’adolescente arsa viva dal fidanzato, anch’egli minorenne all’epoca dei fatti. Non voglio e, d’altro canto, non potrei, entrare nelle maglie del diritto, ma penso sia psicologicamente e socialmente sbagliata la tempistica. In cinque anni un soggetto non può maturare un pentimento pieno, non può interiorizzare il crimine commesso, che è da annoverarsi fra i più cinici mai compiuti”. “Certamente i magistrati hanno applicato quanto previsto dalla legge e indubbiamente il detenuto sarà fuori dal carcere prima dei 18 anni e 7 mesi cui l’ha condannato la Corte di Cassazione. Dunque, è dovere dello Stato metterlo in condizione di rientrare nella società quanto più possibilmente ravveduto e senza rappresentare un pericolo. Temo, però – ha precisato Marziale – che la concessione di premi così ravvicinati produca effetti più nefasti che positivi e, soprattutto, fa male ad una ferita ancora non rimarginata. Occorre tempo per lenire un dolore così forte, che non passerà mai del tutto, ed occorre altresì tempo perché chi ha ucciso con tanta ferocia elabori il male fatto”. Per il Garante Regionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Calabria, “è necessario che il legislatore cominci seriamente a pensare ad una revisione di tali modalità, che vanificano, così come adesso sono poste in essere, il continuo perpetuarsi di convegni e manifestazioni contro il femminicidio. Non si può chiedere alla comunità educante di fare leva sulle giovani generazioni se poi lo Stato è così tanto velocemente magnanimo contro chi uccide, minorenne o maggiorenne che sia. La prevenzione è importante, ma non più della repressione”.

Oramai è diventato di moda, cavalcare l’onda populista, facendo demagogia e disinformazione per riscuotere gli applausi del popolo sovrano, soprattutto quello analfabeta ed incivile, anche per affrontare tematiche molto particolari e delicate, come quella in questione, di cui non si conosce proprio nulla. Questa ondata di sdegno e polemica, pur comprensibile da parte dei familiari della vittima, non è invece tollerabile da parte delle Istituzioni Pubbliche ed ancor di più da parte di chi, almeno in teoria, dovrebbe essere il Garante della promozione e tutela dei diritti delle persone di minore età, tra cui quelle private della libertà personale.

Preliminarmente, ebbene chiarire che Davide Morrone, non è mai stato sottoposto ad alcuna “misura restrittiva meno afflittiva” come affermato dal Consigliere Giudiceandrea perché la sua posizione, sin dal maggio 2013, è quella di persona detenuta in regime inframurario. Quindi nessuna “attenuazione” dello status detentionis vi è mai stata sino ad oggi per il condannato che sta continuando ad espiare la giusta pena (18 anni di reclusione) che gli è stata inflitta dall’Autorità Giudiziaria competente per l’orrendo delitto di cui si è reso responsabile durante la minore età, commesso per futili motivi per contrasti sentimentali, senza alcuna premeditazione e con la diminuente del vizio parziale di mente (gli è stato riscontrato una “grave patologia psichiatrica”) che ha grandemente scemato, senza del tutto escluderla, la capacità di intendere e di volere, come sentenziato sia dalla Sezione Minorenni della Corte di Appello di Catanzaro (17/12/2014) che dalla Corte Suprema di Cassazione (01/03/2016). Morrone, già da subito, infatti, per come dimostrano le relazioni psicologiche e comportamentali degli specialisti dell’Amministrazione Penitenziaria (Istituti Penitenziari Minorili di Catanzaro e Torino), ha posto in essere “un percorso progressivamente diretto alla presa di coscienza e di sincero pentimento rispetto al delitto commesso”.

Non c’è alcuna “odiosa anomalia” (come la chiama il Consigliere Regionale Giudiceandrea) di cui debba occuparsi il Prefetto o il Ministro della Giustizia poiché l’esecuzione dei provvedimenti giurisdizionali nonché la concessione di benefici o misure penali di comunità, spetta esclusivamente all’Autorità Giudiziaria e, nel caso specifico, alla Magistratura di Sorveglianza Minorile (e non ad altre Autorità Amministrative o Politiche).

Quanto alle affermazioni del Garante Marziale che sollecita il legislatore a rivedere le modalità di concessione dei benefici ai detenuti, sicuramente non conosce che il legislatore proprio di recente, dopo un lungo e travagliato percorso – ad oltre quarant’anni di distanza dall’Ordinamento Penitenziario (Legge n. 354/1975 del 26/07/1975) e da quella disposizione transitoria dell’Art. 79 che estendeva la disciplina esecutiva prevista per gli adulti anche ai condannati minorenni – ha finalmente approvato l’Ordinamento Penitenziario Minorile con Decreto Legislativo n. 121/2018 del 02/10/2018, in attuazione dell’Art. 1 comma 81, 83 e 85 lett. p) della Legge delega n. 103/2017 del 23/06/2017, raccogliendo le sollecitazioni provenienti dalla Corte Costituzionale che già dal 1992 segnalava al Parlamento che l’assenza di ogni diversificazione nel regime trattamentale tra adulti e minorenni comprometteva «quell’esigenza di specifica individualizzazione e flessibilità del trattamento che l’evolutività della personalità del minore e la preminente funzione educativa richiedono» (Corte Costituzionale, Sentenza n. 125/1992 del 25/03/1992) nonché le indicazioni provenienti dalle fonti di diritto europeo ed internazionale relative ad una giustizia penale “a misura di minore” (Regole di Pechino del 1985, Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, Regole dell’Avana del 1990, Convenzione Europea sull’esercizio dei diritti dei minori del 1996, le Raccomandazioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, etc.), già da tempo ratificate dall’Italia. Non si capisce, dunque, quale “revisione” il legislatore dovrebbe effettuare, visto che è stata appena varata (non è trascorso nemmeno un anno) una “legge speciale” relativa all’esecuzione penale minorile che regolamenta anche i “permessi premio” (si chiamano così perché differiscono dai “permessi di necessità” concedibili eccezionalmente per eventi luttuosi) ed in virtù della quale il detenuto Morrone, ha ottenuto la concessione dei benefici premiali !

Infatti, lo stesso, trovandosi ristretto prima in custodia cautelare e poi in espiazione di pena dal maggio 2013 ad oggi, ha “scontato” 6 anni di reclusione, ai quali vanno aggiunti i semestri per la liberazione anticipata pari ad 1 anno e 6 mesi, quindi 7 anni e 6 mesi di pena espiata rispetto ai 18 anni di reclusione che gli sono stati comminati. Orbene, l’Art. 30 ter c. 4 lett. b) dell’Ordinamento Penitenziario del 1975 prevede che al detenuto condannato ad una pena superiore a 4 anni di reclusione per poter avere accesso ai “permessi premio”, oltre ad una serie di requisiti, debba aver espiato almeno un quarto della pena (7 anni e 6 mesi sono più di un quarto di 18 anni). Qualcuno dirà (anzi lo ha già detto), ma si tratta di un omicidio per cui essendo reato ostativo (Art. 4 bis O.P.) avrebbe dovuto espiare almeno metà della pena ed invece così non è perché la “legge speciale” (Ordinamento Penitenziario Minorile del 2018) che deroga quella generale, all’Art. 2 c. 3, prevede che «Fermo quanto previsto all’Articolo 1, comma 1, ai fini della concessione delle misure penali di comunità e dei permessi premio e per l’assegnazione al lavoro esterno, si applica l’Articolo 4 bis, commi 1 e 1 bis, della Legge 26 luglio 1975, n. 354 e successive modificazioni.» Il reato di omicidio (Art. 575 c.p.) non rientra né nel comma 1 né nel comma 1 bis ma nel comma 1 ter dell’Art. 4 bis O.P. per cui si applica, come detto, l’Art. 30 ter c. 4 lett. b) O.P. che per l’ammissione al beneficio premiale prevede l’aver espiato almeno un quarto della pena in esecuzione.

Naturalmente per poter fruire dei benefici premiali, non basta solo aver espiato la pena, occorre avere mantenuto regolare condotta, non essere socialmente pericolosi, partecipato al trattamento e che tali benefici siano inclusi nel “progetto di intervento educativo” elaborato dall’Istituto Penitenziario Minorile in cui si è ristretti, secondo il principio della personalizzazione delle prescrizioni e della flessibilità educativa, previo ascolto del condannato, utile al recupero sociale e alla prevenzione del rischio di commissione di ulteriori reati. Tale progetto viene costantemente aggiornato, considerati il grado di adesione alle opportunità offerte, l’evoluzione psicofisica e il percorso di maturazione e di responsabilizzazione, assicurando la graduale restituzione di spazi di libertà in funzione dei progressi raggiunti nel percorso di recupero. Ciò in piena linea con quanto, tra l’altro, stabilisce la Convenzione delle Nazioni Unite del 1989 che riconosce al minore condannato «il diritto ad un trattamento tale da favorire il suo senso della dignità e del valore personale» e prescrive da ultimo che la detenzione o l’imprigionamento devono «costituire un provvedimento di ultima risorsa ed avere la durata più breve possibile».

Sempre con riferimento alla “tempistica” di concessione del permesso premio, sollevata dal Garante Regionale dell’Infanzia (evidentemente, per lui, sono pochi 7 anni e 6 mesi di carcerazione), mi pare doveroso evidenziare come per il condannato alla pena dell’ergastolo siano richiesti, per l’ammissione ai benefici premiali, solo 10 anni di pena espiata. Credo che, detto questo, non ci sia più bisogno di aggiungere altro al riguardo !

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale Radicali Italiani

Garante regionale dei detenuti Calabria, Tar non concede sospensiva. Questioni giuridiche, nuove e rilevanti, impongono approfondimento


Per il momento il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti in Calabria resta in carica. Ma la battaglia prosegue ed alla fine, sono certo, che la Giustizia Amministrativa mi darà piena soddisfazione !

Il TAR di Reggio Calabria (Criscenti Presidente – Relatore, Caudullo e Scianna Referendari) non ha concesso la misura cautelare richiesta (sospensione del decreto di nomina) perché ritiene che per me non ci sarebbe “alcun concreto ed attuale vantaggio considerata, tra l’altro, la pluralità di candidature pervenute ed ammesse”.

Per quanto riguarda, invece, il merito sarà fissata (spero a breve) una apposita udienza per la discussione del ricorso. Con una precisazione : il TAR, nella breve motivazione riportata nell’ordinanza, ha detto chiaro (contrariamente a quanto sostenuto dalle difese della Regione Calabria e del Garante Regionale) che ritiene che “le questioni giuridiche prospettate, per la loro novità e rilevanza, necessitano di un adeguato approfondimento in sede di merito”.

Come avevo già detto, non esistono precedenti nella giurisprudenza amministrativa né a livello regionale (con qualsivoglia riferimento a nomine e/o altri incarichi di competenza della Regione Calabria) né a livello nazionale. Peraltro, tengo a ribadire, che il ricorso, allo stato, non è stato ritenuto né irricevibile né inammissibile né manifestamente infondato (come erroneamente sostenuto dalle difese delle controparti) !

Ringrazio l’Avv. Fabio Spinelli del Foro di Paola, mio difensore di fiducia, per l’ottima assistenza sino ad ora prestata.

Calabria, Sub judice la nomina del Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti. Deciderà il Tar di Reggio Calabria


Sub judice la nomina del Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria. L’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, Emilio Enzo Quintieri, anch’egli candidato alla carica di Garante, difeso dall’Avvocato Fabio Spinelli del Foro di Paola, ha impugnato il Decreto n. 5 del 30 luglio 2019, con il quale il Presidente del Consiglio Regionale Nicola Irto, sostituendosi all’Assemblea Legislativa, ha nominato l’Avv. Agostino Siviglia del Foro di Reggio Calabria, Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute e private della libertà personale. Il ricorso è stato presentato al Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria, Sezione Staccata di Reggio Calabria, al quale è stato chiesto non solo l’annullamento del Decreto perché illegittimo per vari motivi in fatto e in diritto, ma anche la sospensiva dello stesso, in attesa della definizione del giudizio. Oltre a Quintieri ed a Siviglia, in corsa per la carica di Garante, vi erano altri quindici candidati, dichiarati idonei dall’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale con Deliberazione del 23 ottobre 2018. Altri tre aspiranti, invece, sono stati esclusi perché privi dei requisiti stabiliti.  La Regione Calabria, una delle ultime in Italia, con Legge Regionale n. 1/2018 ha istituito il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, prevedendo all’Art. 3 che, il medesimo, debba essere eletto dal Consiglio Regionale con deliberazione adottata a maggioranza dei due terzi dei Consiglieri assegnati e che in mancanza di raggiungimento del quorum, dalla terza votazione, l’elezione avvenga a maggioranza semplice.

Dopo innumerevoli sollecitazioni, il 24 ottobre, la Proposta di Provvedimento Amministrativo n. 234/10 “Elezione del Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale” veniva depositata presso la Segreteria Assemblea del Consiglio Regionale e comunicata all’Aula nella seduta del 16 novembre e rimase ferma per molti mesi fino all’11 marzo 2019 quando, per la prima volta, venne iscritta all’ordine del giorno del Consiglio Regionale. In tale seduta, però, a seguito della rivisitazione dell’ordine del giorno, non venne trattata e rinviata alla seduta del 15 aprile ma, anche in tale seduta, per altra rivisitazione dell’ordine del giorno e per la mancanza del numero legale poiché la maggioranza aveva abbandonato l’aula, venne ulteriormente rinviata alla seduta del 29 aprile. Come nelle altre occasioni, in tale seduta, vi fu una rivisitazione dell’ordine del giorno e la elezione del Garante Regionale, su proposta del Capogruppo del Pd Sebastiano Romeo, approvata dall’Aula, venne rinviata a data da destinarsi. Successivamente, nonostante vi furono altre quattro sedute dell’Assemblea Regionale (28 maggio, 17 giugno, 24 giugno e 15 luglio), la questione non venne più iscritta all’ordine del giorno, nonostante una diffida in tal senso, fatta da Quintieri, all’Ufficio di Presidenza ed alla Conferenza dei Capigruppo Consiliari. Fino a quando, lo scorso 30 luglio, il Presidente Irto, esercitando il “potere sostitutivo”, procedeva alla nomina del Garante Regionale, scegliendo l’Avv. Siviglia, peraltro in carica come Garante dei Diritti dei Detenuti del Comune di Reggio Calabria nonché Console della Repubblica di Tunisia per la Calabria, scrivendo nel provvedimento che tale potere gli era stato conferito dal Consiglio Regionale, con decisione unanime, assunta nella seduta del 29 aprile. Tale circostanza non risponde al vero poiché né nella seduta indicata né in altre, il Consiglio Regionale, si è mai pronunciato in merito, oltre al rinvio dell’elezione a data da destinarsi.

Ritengo che la nomina del Garante sia illegittima ed annullabile – dice l’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani – poiché il Presidente Irto non poteva, nella maniera più assoluta, nominare detta Autorità, spettando tale prerogativa esclusivamente in capo al Consiglio Regionale, come prevede lo Statuto Regionale, la Legge Regionale istitutiva ed il Regolamento Interno del Consiglio Regionale. Quanto al “potere sostitutivo” non poteva essere esercitato dal Presidente perché la Legge Regionale che ha istituito il Garante, non gli ha attribuito espressamente tale potere; l’Art. 113 comma 2 del Regolamento Interno del Consiglio Regionale è molto chiaro e preciso prevedendo che il Presidente possa sostituirsi all’Assemblea “qualora la Legge attribuisca esplicitamente tale potere”. Ma non è solo una questione di “incompetenza relativa” e violazione e falsa applicazione delle disposizioni legislative, statali e regionali, vi sono altri motivi, tutti eccepiti nel ricorso, che rendono il decreto di nomina illegittimo: eccesso di potere e violazione di legge per difetto di motivazione e di istruttoria, violazione dei principi di legalità, trasparenza e imparzialità dell’azione amministrativa. La nomina del Garante, per quanto di natura fiduciaria – conclude il radicale Quintieri – non è un “atto politico” che può essere svincolato da qualsiasi obbligo di motivazione che renda conto della ragione della scelta operata che appare arbitraria, ingiusta, illogica ed irragionevole. Nel decreto impugnato non risultano esplicitate, neppure in maniera sintetica, le ragioni che hanno indotto il Presidente Irto a scegliere, tra più candidati ritenuti idonei, un aspirante all’incarico rispetto agli altri.

Il Tribunale Amministrativo Regionale di Reggio Calabria, ricevuto il ricorso e l’istanza di sospensiva, ha già provveduto a fissare la Camera di Consiglio per il prossimo 2 ottobre alle ore 9, in cui il Collegio giudicante deciderà se sospendere o meno l’efficacia del provvedimento impugnato. Non è escluso che, all’esito della Camera di Consiglio, il Tribunale, trattenga la causa in decisione, pronunciando una sentenza in forma semplificata. I Giudici Amministrativi che si occuperanno del caso saranno Caterina Criscenti, Presidente e Relatore, Agata Gabriella Caudullo, Referendario ed Antonino Scianna, Referendario. Al momento si è costituito in giudizio, con una “memoria di stile”, senza alcuna critica al ricorso, il Presidente della Regione Calabria On. Mario Oliverio, difeso dall’Avvocato Angela Marafioti dell’Avvocatura Regionale di Reggio Calabria.

Calabria, Nominato (e non eletto come prevede la Legge) il Garante dei Diritti dei Detenuti. Sarà fatto ricorso al Tar


Il Presidente del Consiglio Regionale della Calabria Nicola Irto, con Decreto n. 5 del 30 luglio 2019, ha proceduto alla nomina del Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, scegliendo l’Avvocato Agostino Siviglia di Reggio Calabria, peraltro in carica dal 2015 come Garante dei Diritti dei Detenuti della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Il Presidente Irto, per come si desume dal Decreto, ha inteso nominare il Garante Regionale visto che il Consiglio, nonostante la questione sia stata iscritta per ben tre volte all’ordine del giorno (11 marzo, 15 aprile e 29 aprile), non ha proceduto alla “nomina” del Garante.

Ma, in realtà, non si tratta di una “nomina” come sostiene il Presidente del Consiglio, bensì di una “elezione” poiché l’Art. 3 della Legge Regionale n. 1/2018, istitutiva dell’Autorità di Garanzia, prevede che il Garante debba essere eletto dal Consiglio Regionale con deliberazione adottata a maggioranza dei due terzi dei Consiglieri assegnati. In mancanza di raggiungimento del quorum, dalla terza votazione, l’elezione avviene a maggioranza semplice dei Consiglieri assegnati.

La “nomina” del Garante appare illegittima e annullabile sia perché avvenuta in violazione di legge e sia per carenza di potere, visto che la Legge Regionale n. 1/2018 non conferisce espressamente tale compito al Presidente del Consiglio Regionale. Invero, il potere sostitutivo, come prevede l’Art. 113 del Regolamento interno del Consiglio Regionale della Calabria, può essere esercitato dal Presidente per le nomine e designazioni di competenza del Consiglio Regionale. Tale potere riguarda le nomine e designazioni scadute, terminato il periodo di prorogatio, nonché le nomine e designazioni relative a organi di nuova istituzione qualora la Legge attribuisca esplicitamente tale potere al Presidente del Consiglio. Mi sembra che il Regolamento sia abbastanza chiaro e preciso !

Come già detto, il Garante Regionale, non doveva essere “nominato” ma “eletto” (sono due cose diverse, con procedimenti altrettanto diversi) e la Legge Regionale non prevede l’intervento sostitutivo del Presidente del Consiglio in caso di inadempienza da parte dell’Assemblea.

Ma, a quanto pare, in Calabria, si può fare di tutto, giocando con cavilli, silenzi e ritardi. Anche quando si tratta di un organismo estremamente importante, appositamente istituito per vigilare sulla tutela dei diritti umani fondamentali delle persone detenute o private della libertà personale !

Per tali ragioni, ritenendo che la “nomina” del Garante Regionale non sia avvenuta nel pieno rispetto della Legge e delle procedure da essa stabilite, presenterò ricorso al Tar della Calabria, Sezione di Reggio Calabria, per chiedere l’annullamento del Decreto del Presidente del Consiglio Regionale.

Decreto del Presidente del Consiglio Regionale n. 5 del 30/07/2019 (clicca per leggere)

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale Radicali Italiani

candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti

Reggio Calabria, ennesimo detenuto morto suicida. Ed il Consiglio Regionale continua a non eleggere il Garante


Nelle Carceri calabresi, si continua a morire. Ed il Consiglio Regionale della Calabria (che si riunirà il 1 agosto) continua a non eleggere il Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, nonostante espressamente diffidato ad adempiere ! Oggi l’ennesimo decesso di un detenuto, in custodia cautelare, presso la Casa Circondariale “Arghillà” di Reggio Calabria. L’uomo, Golomaschi Antonio Petru, cittadino rumeno, senza fissa dimora, incensurato, da tempo presente a Reggio Calabria, arrestato il 16 luglio scorso dalla Polizia di Stato per un presunto sequestro di minore, si è impiccato nella sua cella.

Nonostante l’Avv. Valentino Mazzeo del Foro di Reggio Calabria, suo difensore d’ufficio, abbia chiesto al Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Reggio Calabria Dott. Domenico Armoleo, di disporre una perizia psichiatrica e nelle more il ricovero del suo assistito detenuto in una struttura sanitaria esterna, poiché probabilmente affetto da gravi disturbi psichiatrici come emerso già all’atto dell’arresto, il Giudice ha respinto l’istanza, confermando la custodia in carcere.

Si tratta della solita tragedia annunciata, afferma Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria. Mi domando per quale motivo il Gip di Reggio Calabria non abbia accolto la richiesta del difensore disponendo una consulenza psichiatrica ed il ricovero in una struttura sanitaria per questo poveraccio, anziché tenerlo nel sovraffollato Carcere di Arghillà (360 detenuti presenti a fronte di una capienza di 302 posti), Istituto in cui peraltro risulta carente, oltre al personale di Polizia Penitenziaria (113 unità a fronte delle 160 previste dalla pianta organica) e della professionalità giuridico pedagogica (4 funzionari a fronte dei 7 previsti), l’assistenza sanitaria ed in modo particolare quella specialistica di tipo psichiatrico (6 ore settimanali con circa 100 detenuti con problemi psichiatrici di cui circa 30 ad alto rischio suicidario) nonché quella psicologica (8 ore settimanali). Ad oggi, sono 77 i detenuti morti negli Istituti Penitenziari d’Italia, 28 dei quali per suicidio. Ed in Calabria, in questi pochi mesi del 2019, sono morti 4 detenuti, 2 dei quali si sono tolti la vita. Segnalerò l’ennesimo vergognoso decesso, conclude l’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti ed al Garante Comunale di Reggio Calabria e solleciterò la presentazione di una Interrogazione Parlamentare a risposta scritta ai Ministri della Giustizia e della Salute per conoscere la dinamica e le cause della morte del detenuto e se durante la sua permanenza in Istituto abbia avuto tutta la sorveglianza e l’assistenza sanitaria di cui aveva bisogno, in forma adeguata ed efficiente.

I Penitenziari della Calabria sono troppo affollati, manca pure il Garante Regionale dei Detenuti


Può definirsi civile un Paese che non riesce a garantire condizioni umane e dignitosi a chi si trova in carcere per scontare una pena? Domanda retorica e anche un po’ banale, ma sempre attuale in riferimento all’Italia. Il sovraffollamento delle carceri è un problema irrisolto, ciclicamente portato alla ribalta, ma mai seriamente affrontato. Un trend negativo, che tocca da vicino anche la Calabria. Secondo gli ultimi dati diffusi dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – datati 30 giugno 2019 -, nelle carceri calabresi sono ospitate 2.869 persone a fronte di una capienza di 2.734 posti. In buona sostanza, nei penitenziari sono presenti 135 persone in più rispetto agli standard previsti dalle leggi. Sulle dodici case circondariali presenti in Calabria solo due sono frequentate da meno detenuti rispetto alla capienza massima: si tratta del carcere di Palmi e di quello di Vibo Valentia. Tutti gli altri penitenziari presentano numeri superiori agli standard regolamentari. Le situazioni più critiche sono quelle che riguardano le strutture di Castrovillari, Cosenza, Locri, Reggio-Arghillà e Corigliano Rossano.

Quanto alla classificazione dei detenuti, va registrato che le donne presenti nei penitenziari calabresi sono 57, mentre gli stranieri 645 (prevalentemente rumeni, marocchini, ucraini, albanesi, tunisini e nigeriani). I detenuti presentano l’attuale posizioni giuridica: 498 in attesa di primo giudizio, 330 appellanti, 165 ricorrenti, 1 internato e 1.825 condannati definitivi, 23 dei quali ammessi alla semilibertà. Se non siamo davanti a una situazione d’emergenza – con episodi di insubordinazione in costante e preoccupante aumento – , poco ci manca.

Ma chi potrebbe difendere i diritti delle persone costrette a vivere dietro le sbarre? Una figura super partes è rappresentata dal garante dei detenuti. Peccato che in Calabria questa figura non esista. Già, perché nonostante una legge approvata nel gennaio 2018 che ne prevedeva l’istituzione, il Consiglio regionale non ha provveduto alla sua individuazione. Nei mesi scorsi sembrava che qualcosa stesse per sbloccarsi dopo la pubblicazione, da parte dell’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale, dei nomi degli idonei per ricoprire l’incarico. Tuttavia l’Aula di Palazzo Campanella non è ancora arrivata a una designazione. In caso di inadempienze è possibile che il presidente del Consiglio, Nicola Irto, decida di attivare i poteri sostitutivi che la legge gli riconosce e accelerare i tempi. In più di un’occasione lo stesso Irto ha ribadito l’importanza della nomina del garante: «Non una poltrona per la politica, ma una figura di altissimo profilo e particolarmente strategica per il nostro territorio». Ma oltre alle buone intenzioni, nulla. E non ha sortito effetti, almeno fino ad oggi, nemmeno la diffida scritta inviata sempre alla presidenza del Consiglio regionale da Emilio Quintieri, attivista dei Radicali e da anni studioso delle condizioni di chi vive e lavora nelle carceri calabresi. «Senza riscontri positivi – annuncia Quintieri – sarò costretto a portare la vicenda all’attenzione dell’autorità giudiziaria». Chissà che non si riveli decisivo l’appello lanciato nei giorni scorsi dal Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, che in visita in Calabria, ha sottolineato la necessità di procedere in maniera rapida all’individuazione del responsabile regionale dei diritti dei detenuti.

Antonio Ricchio

Gazzetta del Sud, 15/07/2019

Calabria, Elezione del Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, lunedì la votazione in Consiglio


Mi auguro che, questa volta, non si rinvii ulteriormente l’elezione del Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, prevista per lunedì pomeriggio all’ottavo punto all’ordine del giorno del Consiglio Regionale della Calabria. Non è possibile che la Regione Calabria possa essere ancora priva di una Autorità non giurisdizionale preposta alla salvaguardia e promozione dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Tra l’altro, contrariamente a tutte le altre Regioni d’Italia, non esistono neanche Garanti Comunali o Provinciali su tutto il territorio regionale, fatta eccezione per i Garanti nominati dai Comuni di Reggio Calabria e Crotone. Lo sostiene Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale di Radicali Italiani e candidato a Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria il quale, nei prossimi giorni, in occasione delle festività pasquali, farà visita agli Istituti Penitenziari di Vibo Valentia, Paola, Rossano, Cosenza, Castrovillari e Locri, grazie all’autorizzazione concessagli dal Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia Lina Di Domenico

Nella nostra Regione vi sono dodici Istituti per adulti in cui, a fronte di una capienza regolamentare di 2.734 posti, attualmente sono ristrette 2.882 persone (58 donne), dei quali 667 stranieri (prevalentemente rumeni, albanesi, ucraini, marocchini, tunisini e nigeriani) e 24 semiliberi. 600 sono in attesa di primo giudizio, 263 appellanti, 179 ricorrenti, 51 misti e 1.787 condannati definitivi. Per quanto riguarda il sistema penitenziario minorile – prosegue Quintieri – vi è un Istituto Penitenziario per i Minorenni (24 presenti di cui 15 giovani adulti), un Centro di Prima Accoglienza ed una Comunità Ministeriale per Minori a Catanzaro (9 presenti) ed una Comunità Ministeriale per Minori a Reggio Calabria (6 presenti). Vi sono altre 5 Comunità private per Minori in tutta la Regione (14 presenti).

Vi è, altresì, una sola Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) a Santa Sofia d’Epiro in Provincia di Cosenza, gestita dal Centro di Solidarietà “Il Delfino”, Società Cooperativa Sociale Onlus in collaborazione con l’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza, che ospita 21 persone, 9 dei quali in misura di sicurezza definitiva e 12 in misura di sicurezza provvisoria. Non è stata ancora attivata la Rems di Girifalco in Provincia di Catanzaro, nonostante da tempo, per tale struttura, siano stati elargiti oltre 6 milioni di euro dallo Stato. Per questo motivo, allo stato, 67 persone alle quali l’Autorità Giudiziaria ha applicato una misura di sicurezza personale, sono in “lista di attesa” per essere ricoverate causa l’indisponibilità di posto letto e ciò è gravissimo poiché si tratta di soggetti con gravi problemi psichiatrici, pericolosi per la sicurezza pubblica.

Tutte le strutture carcerarie calabresi sono sovraffollate (affollamento regionale del 109%): a Castrovillari sono ristretti 165 detenuti (22 donne e 49 stranieri) per una capienza di 122 posti (affollamento del 135,2%); a Cosenza 262 detenuti (60 stranieri) per 218 posti (affollamento del 120,2%); a Paola 218 detenuti (100 stranieri) per 182 posti (affollamento del 119,8%); a Rossano 301 detenuti (68 stranieri) per 263 posti (affollamento del 114,4%); a Catanzaro 674 detenuti (177 stranieri) per 683 posti (affollamento del 98,7%); a Crotone 125 detenuti (54 stranieri) per 109 posti (affollamento del 114,7%); a Laureana di Borrello 46 detenuti (14 stranieri) per 35 posti (affollamento del 131,4%); a Locri 99 detenuti (23 stranieri) per 89 posti (affollamento del 111,2%); a Palmi 72 detenuti (3 stranieri) per 138 posti (affollamento del 52,2%); a Reggio Calabria “Arghillà” 378 detenuti (58 stranieri) per 302 posti (affollamento del 125,2%); a Reggio Calabria “Panzera” 227 detenuti (36 donne e 14 stranieri) per 186 posti (affollamento del 122,0%) ed a Vibo Valentia 315 detenuti (47 stranieri) per 407 posti (affollamento del 77,4%).

Gravemente carente anche il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria addetto alla vigilanza, alla osservazione, alla traduzione ed al piantonamento dei detenuti: a fronte di una pianta organica che prevede 1.991 unità, sono presenti in servizio solo 1.470 tra Agenti, Assistenti, Sovrintendenti, Ispettori e Commissari con un deficit di 521 unità. Non va meglio per quanto concerne i Funzionari Giuridico Pedagogici: nella pianta organica sono previsti 66 educatori ed invece ne sono in servizio appena 44.

Mancano pure i Dirigenti Penitenziari per alcuni Istituti – continua il candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti – e qualcuno di loro, ormai da tempo, si occupa “in missione” di altri Istituti con tutto ciò che ne consegue in termini di gestione e conduzione degli stessi: ad esempio manca il Direttore alla Casa di Reclusione a Custodia Attenuata di Laureana di Borrello ed alla Casa di Reclusione di Rossano – che sono le due uniche Case di Reclusione in Calabria – Istituti importanti e complessi che necessitano di un Dirigente a tempo pieno per ottenere risultati concreti e non di una reggenza a singhiozzo ed a scavalco. Anche per cercare di risolvere tutti questi problemi occorre che il Consiglio Regionale della Calabria elegga subito il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti.

Spero che, per la elezione del Garante Regionale, conclude l’ex Consigliere Nazionale di Radicali Italiani Emilio Enzo Quintieri, non si debba arrivare al terzo scrutinio ove occorre la maggioranza semplice dei Consiglieri Regionali assegnati. Infatti, in prima e seconda votazione, proprio per la importanza che riveste il Garante Regionale, per eleggerlo è necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi dei membri del Consiglio.