Giustizia: cancelliamo il 4 bis della Legge Penitenziaria, è contro la Costituzione


281778_203223483069863_6404471_nDi qualunque condanna si tratti, è inammissibile una carcerazione non protesa alla riammissione in società. C’è una norma nell’ordinamento penitenziario che è stigmate, preclusione di speranza, mutilazione di rieducazione, negazione di umanità.

C’è una norma che spezza ogni anelito dì cambiamento a coloro che sono stati condannati per una determinata categoria di reati, salvo che collaborino con la giustizia. C’è una norma che e incostituzionale e deve essere abrogata.

E’ l’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario. E una nonna tarlata da stridenti contraddizioni rispetto al dettato costituzionale, scaturigine di indirizzi giurisprudenziali schizofrenici. I giudici di legittimità esprimono principi assoluti e inderogabili afferenti alla proiezione di ogni pena alla rieducazione del condannato per poi stravolgerli ineluttabilmente a fronte dello sbarramento cieco dei reati ostativi alla concessione di qualsivoglia beneficio intramurario ad eccezione della liberazione anticipata.

Si impone, dunque, un adeguamento normativo della legislazione ordinaria a quella di rango costituzionale reso più cogente da imperativi comunitari che ricordano come sia inammissibile una carcerazione non protesa alla riammissione della persona detenuta nel tessuto sociale, alla aspirazione alla libertà, alla speranza di restituzione alla vita (Vinter c. Regno Unito).

Occorre una visione costituzionalmente orientata dell’accesso alle misure alternative alla carcerazione attraverso verifiche del percorso compiuto dalla persona ristretta avulse da meccanismi mercimoniosi; una “valutazione della condotta complessiva – per usare le parole della Cassazione – che consenta di verificare che l’azione rieducativa svolta abbia condotto il detenuto ad una revisione critica della vita anteatta”; una valutazione che non radichi il giudizio sul compiuto ravvedimento del condannato a logiche auto od eteroaccusatorie che si scontrano con principi anch’essi di valore e rango costituzionale, ma adotti criteri personalistici ed esuli da logiche preconcette ed aprioristiche.

“Nemo tenetur se detergere” è principio cui è improntato l’intero sistema ordinamentale e da esso trae sostanza la giurisprudenza di legittimità che con indirizzo costante afferma: “la concessione delle misure alternative alla detenzione non presuppone la confessione del condannato”. Nessuno può essere coartato all’autoaccusa, ad affermare la propria responsabilità penale; nessuno può essere privato del diritto di professarsi innocente (magari perfino di esserlo!). É una tutela offerta dalla Costituzione e racchiusa nei principi di inviolabilità del diritto di difesa e di non colpevolezza posti a presidio della libertà – da intendersi come valore assoluto e preminente – ma anche del decoro e della reputazione del soggetto nel contesto in cui il vive.

La correlazione tra aspirazione all’accesso ai benefici penitenziari e obbligatorio approdo a condotte auto ed etero accusatorie – quando non meramente delatorie – contrasta con violenza con i principi evocati e si pone in feroce contrapposizione con il diritto di qualunque soggetto, perfino condannato con sentenza definitiva, a proclamare la propria innocenza.

La Corte Costituzionale ha offerto uno spunto di cambiamento, un segnale positivo affermando l’esistenza di “un criterio costituzionalmente vincolante” che impone di “escludere rigidi automatismi” nella materia dei benefici penitenziari, ossia divieti aprioristici all’accesso ai benefìci premiali e alle misure alternative al carcere tratti dal tipo di reato.

Esiste, dunque, una vistosa separazione tra compimento del percorso rieducativo e collaborazione con la giustizia per cui è, deve essere, del tutto ammissibile che un percorso di reinserimento nel tessuto sociale possa dirsi compiuto anche in difetto di approdo alla scelta collaborativa. Nessun uomo può giungere al pentimento, quello autentico dell’anima, se non sarà mai perdonato. Nessuna spinta positiva esercita una pena che non ha fine né emenda. Il 4 bis è una norma che deve essere cancellata. Lo chiede la Costituzione, lo chiede la ragione.

Avv. Maria Brucale

Il Garantista, 30 aprile 2015

Csm : Sono pochi 8 euro per risarcire i detenuti vittime di trattamenti disumani


Consiglio_Superiore_della_MagistraturaTroppo pochi 8 euro al giorno per risarcire un detenuto per le “condizioni inumane o degradanti” vissute in un carcere sovraffollato. Questa la posizione espressa dal Csm con un parere, approvato oggi in plenum a larga maggioranza (19 voti a favore, astenuti il laico della Lega Ettore Albertoni e il togato di Magistratura Indipendente Antonello Racanelli), sul decreto legge che prevede misure compensative per i detenuti.

La norma, osserva Palazzo dei Marescialli, può essere esposta anche a “problemi di compatibilità costituzionale sotto il profilo della effettiva tutela in relazione al combinato disposto” degli articoli 117 della Costituzione (che prevede il rispetto dei vincoli degli ordinamenti comunitari) e dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. “L’obiettiva esiguità del quantum risarcitorio da liquidarsi – si legge nel parere messo a punto dalla Sesta Commissione (relatrice la togata di Unicost Giovanna Di Rosa) e richiesto dal ministro Andrea Orlando – senza che alcuna discrezionalità sul punto residui al giudicante, potrebbe infatti essere sospettata di svuotare di contenuto la tutela offerta dalla disposizione sovranazionale, la cui violazione non darebbe luogo ad un effettivo ristoro per equivalente da parte dell’amministrazione”.

Inoltre, “al di là della evidente esiguità della somma – osserva il Csm – chiaramente riconducibile al timore che il riconoscimento di importi assai cospicui a favore dei danneggiati possa gravare eccessivamente sulle finanze dello Stato, la previsione di un siffatto limite appare discutibile anche sotto il profilo della rigidità del tasso di risarcimento previsto per legge, senza che sia prevista alcuna possibilità di graduarlo in ragione della gravità del pregiudizio eventualmente accertato”.

Profili “critici”, poi, sono evidenziati anche sulla previsione della riduzione di un giorno di pena per ogni 10 passati in “condizioni degradanti” a favore di coloro che stanno ancora scontando la condanna: “riduzione che forse – sottolinea Palazzo dei Marescialli – sarebbe stato preferibile parametrare su quelle di cui il condannato può beneficiare, a titolo di liberazione anticipata, quando partecipi positivamente all’opera rieducativa”. Infine, l’organo di autogoverno della magistratura definisce “ragionevole ritenere che l’elevato numero dei ricorsi che, presumibilmente, potrà essere esperito da una vastissima platea di soggetti, finisca per determinare un notevole rallentamento nell’accesso alla tutela giurisdizionale, anche tenuto conto della condizione di notevole difficoltà in cui versano gli uffici di sorveglianza, investiti di una nuova gravosa competenza”.