Vivere al 41-bis: due ore di “libertà” e una cella che è un bagno


Casa Circondariale L'AquilaL’indagine della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato e le 15 raccomandazioni dell’Europa denunciano le condizioni riservate a boss mafiosi e terroristi: un regime detentivo che coinvolge 729 persone. Ventidue ore in una cella. Con la possibilità soltanto di stare distesi a letto. Oppure seduti su una panchina inchiodata a terra. E per le restanti due ore l’unico svago è una passeggiata lungo un corridoio stretto, buio, chiuso da grate arrugginite. Il pensiero andrebbe a chissà quale Paese dove vigono pesanti violazioni dei diritti umani. E invece no.

Siamo in Italia. E le condizioni appena descritte sono tanto reali quanto inquietanti. Anche se le persone che si ritrovano a subirle sono criminali, boss mafiosi, terroristi in carcere. Antonio Iovine, per anni a capo dei Casalesi, è uno di questi. Prima che cominciasse a collaborare con la giustizia, ‘O Ninno ha vissuto a Nuoro, in una stanza stretta e buia, in cui c’era solo un letto singolo, con accanto un bagno alla turca chiuso da una bottiglia di plastica e un lavandino, un mobiletto, un televisore e un fornelletto a gas per il caffè. “Provate voi a vivere ventidue ore al giorno dentro un bagno”, ha detto Iovine ai membri della Commissione per la tutela e dei diritti umani del Senato, quando sono andati in ispezione. Oggi, Nuoro non ospita più detenuti a regime speciale. Ma in diversi penitenziari le condizioni di vita restano inumane, come emerge dal rapporto sul 41-bis realizzato dalla Commissione e di cui Linkiesta è venuta in possesso.

“Tutta colpa di regole restrittive – dicono alcuni parlamentari – che non hanno alcun legame con l’esigenza di evitare eventuali rapporti esterni con le criminalità”. E, in effetti, alcune restrizioni sembrano a dir poco surreali. Esattamente come per Iovine, i 729 detenuti oggi in regime speciale restano in cella per 22 ore al giorno. Senza poter far nulla. C’è chi cammina tutto il tempo, tanto da contare quante volte si faccia su e giù: 780 in un’ora. Non si possono attaccare al muro nemmeno fotografie. E pure per la biancheria ci sono precise restrizioni al numero di capi che possono essere tenuti in cella. Il motivo? Sconosciuto. Peccato però che in molti casi sia considerato insufficiente alle esigenze delle persone recluse. Potenzialmente pericolosi sono anche i sandali, dato che in alcuni penitenziari possono essere utilizzati solo a partire dal 21 giugno, anche se dovesse cominciare a far caldo molto prima. E ancora: niente detersivo in cella per lavare piatti, bicchieri e tazzine del caffè; niente abiti firmati; niente fermagli. E chi studia può sì utilizzare il computer, ma a patto che quell’ora venga sottratta a quella d’aria.
Poi c’è la privacy, completamente annientata. “Loro esistono anche nei miei sogni erotici”, dice un detenuto al 41-bis ormai da 12 anni. E ne ha ben donde. Spesso le telecamere non sono solo in cella, ma anche nei bagni. E se non ci sono telecamere, c’è sempre uno spioncino che permette agli agenti di sorvegliare in qualsiasi momento i detenuti, pure nella loro intimità. Senza parlare della perquisizione fisica, prima e dopo ogni colloquio: nonostante non ci sia alcun contatto con i familiari (c’è il vetro divisorio) e vi siano telecamere di sorveglianza, il detenuto viene fatto sempre denudare. Un uso riservato ai maschi ma anche alle nove donne recluse al 41-bis, a L’Aquila. Una di queste ha provato a denunciare la cosa, rifiutandosi di farsi visitare e presentando la richiesta al magistrato di sorveglianza di poter essere visitata senza il piantonamento. La sua richiesta è stata accolta, ma – dice la relazione – “le visite delle altre detenute continuano a svolgersi davanti ad agenti”.

E parliamo, fin qui, del trattamento “ordinario”. Perché poi ci sono le cosiddette “aree riservate”, dove l’isolamento è pressoché totale. Qui ritroviamo i capi storici delle mafie. E per consentire loro un minimo di socialità, vengono affiancati in celle vicine dalle cosiddette “dame di compagnia”, ovvero mafiosi di rango inferiore con cui sono a contatto non più di due ore al giorno. Uno di questi ha scontato fino ad oggi nove anni di pena, di cui quattro in area riservata: è uscito da lì con la pelle verde perché era sottoterra. E completamente al buio.
Una realtà, dunque, poco conosciuta e al limite (spesso infranto) del tollerabile. Tanto che anche la Corte europea dei diritti dell’uomo si è interessata alla questione, dopo una serie di denunce contro il trattamento riservato dal nostro Paese. E non è un caso che la relazione della Commissione parlamentare si concluda con ben 15 raccomandazioni. Dalla dismissione delle “aree riservate”, fino a maggiori condizioni di riservatezza per i detenuti. Ma non basta. Perché quello che si raccomanda è innanzitutto una “revisione della legislazione consolidata”. Non fosse altro che per un motivo: la detenzione al 41-bis dovrebbe essere in molti casi temporanea e rinnovata solo dopo legittime motivazioni. Peccato, però, che molto spesso questo non accada.

Ciò che desta preoccupazione, in altre parole, è l’uso automatico della proroga: “Per un considerevole numero di detenuti, l’applicazione del regime di cui all’articolo 41-bis è stato rinnovata in maniera pressoché automatica”. Con la conseguenza che i detenuti sono stati per anni soggetti a un regime detentivo alienante. Anche quando si è in età avanzata. Anche quando mancano solo pochi mesi alla scarcerazione. Come capitato a un detenuto a Milano Opera. Che si chiede: “Che senso ha?”. Nessuno. Forse nessuno.

Carmine Gazzanni

linkiesta.it, 22 aprile 2016

Indagine conoscitiva sul 41 bis OP della Commissione Diritti Umani del Senato


Senato della RepubblicaLa Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani ha svolto nel corso del 2013, 2014 e 2015 un’indagine conoscitiva sulle condizioni di applicazione del regime detentivo speciale del 41 bis, focalizzando il tema dal punto di vista del rispetto della dignità e dei diritti della persona.

Il primo capitolo riassume la storia del regime speciale e ne descrive l’evoluzione nella normativa italiana, riportando alcune delle considerazioni svolte da giuristi, magistrati e rappresentanti delle istituzioni nel corso della discussione in Commissione.

Il secondo capitolo è dedicato al regime speciale in relazione a quanto emerso nelle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e nei rapporti del Comitato europeo per la prevenzione della tortura.

Il terzo capitolo fotografa la situazione attraverso i dati raccolti nel corso dell’indagine e gli elementi riscontrati nelle visite della Commissione agli istituti penitenziari dove sono reclusi i detenuti sottoposti a regime di 41-bis.

Nel quarto capitolo, alla luce dei risultati dell’indagine, si propongono una serie di raccomandazioni e alcune misure concrete attuabili a breve termine, per assicurare alle persone sottoposte al carcere duro il rispetto delle garanzie previste dalle norme nazionali e internazionali.

Rapporto sul 41 bis della Commissione Straordinaria Diritti Umani del Senato della Repubblica (clicca per leggere)

“Troppi divieti insensati”, le richieste al Governo per un 41 bis più umano


Cella 41 bis OPIl cosiddetto “carcere duro” è diventato in molti casi troppo duro, ben oltre l’esigenza di tagliare e impedire i rapporti tra i detenuti e la criminalità organizzata di appartenenza. Ecco perché la Commissione Diritti umani del Senato, al termine di quasi due anni di indagine conoscitiva sull’applicazione dell’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario introdotto dopo le stragi di mafia del 1992, in una relazione approvata ieri a maggioranza (favorevoli tutti i gruppi tranne Forza Italia e Movimento 5 Stelle) affida a governo e Parlamento una serie di raccomandazioni.

Tra le quali spicca la necessità di sorvegliare con maggiore attenzione la proroga di un regime di detenzione speciale che “dovrebbe essere applicato solo eccezionalmente e per limitati periodi di tempo”, mentre c’è la preoccupazione che attraverso una “prassi della proroga” troppo disinvolta e routinaria, si finisca per non rispettare la ratio della legge. In particolare ci vorrebbe “una più accurata istruttoria” nei confronti delle persone “incapaci di intendere e di volere”.
La commissione ritiene necessario “adeguare alcune strutture a standard minimi di abitabilità”, nonché “rivedere le limitazioni al possesso di oggetto nelle camere detentive”, cioè le celle, “riservandole a ciò che ha effettiva incidenza sulle possibilità di comunicazione con l’esterno”. L’organismo presieduto dal senatore Luigi Manconi ha visitato molti degli istituti dove sono rinchiusi i 729 carcerati al “41 bis” (tra cui 7 donne, i dati risalgono al 31 dicembre), raccogliendo indicazioni su quello che lo stesso Manconi definisce un “surplus di afflizioni, privazioni e restrizioni che non sembra avere ragion d’essere nella logica, prima ancora che nella legge”.
La relazione evidenzia che “c’è un limite preciso ai capi di biancheria che possono essere tenuti in cella, in molti casi considerato insufficiente; in alcuni istituti i sandali non possono essere indossati prima del 21 giugno”, e se fa caldo prima pazienza. “Non si possono indossare abiti “firmati” perché potrebbero portare a episodi di conflittualità tra detenuti, ma non è chiaro in base a quale criterio si possa stabilire quando un abito sia o meno “firmato””. A un anziano detenuto con l’hobby della pittura “è stata negata l’autorizzazione a tenere in cella tela e colori, e può dipingere solo un’ora al giorno nella stanzetta della socialità”, mentre uno che s’è laureato discutendo la tesi attraverso il vetro divisorio si lamenta che il tempo passato al computer venga sottratto all’ora d’aria. E ancora: “Alle pareti non è possibile tenere fotografie o altre immagini: in moltissimi casi questo divieto è stato presentato come esempio di una eccessiva rigidità e di una certa volontà punitiva”.

Tra i reclusi al “carcere duro” 29 lo sono da più di vent’anni (compresi i capimafia Totò Riina e Leoluca Bagarella), 161 fra dieci e venti, 321 fra i quattro e i dieci anni, e 204 da meno di quattro anni. I tre quarti (73,1 per cento) hanno almeno una condanna definitiva, e poco meno (70,8 per cento) sono in galera per il secondo comma dell’articolo 416 bis del codice penale: organizzatori e capi delle varie associazioni mafiose; il 21,3 per cento sono invece mafiosi “semplici”, cioè partecipanti (non promotori) all’organizzazione criminale; l’1,6 per cento sono accusati “solo” di omicidio, lo 0,3 per strage e l’1,3 di estorsione. Tra le mafie di appartenenza spicca la camorra (40,3 per cento), seguita da Cosa nostra (27,6) e dalla ‘ndrangheta(21,7). I terroristi sono soltanto sei.
“Su questa norma faremo le barricate, se qualcuno pensa di fare cortesie a qualche amico capomafia si sbaglia”, tuona il grillino Giarrusso. Ma la commissione non mette in dubbio la legittimità del “carcere duro”; si tratta solo, spiega Manconi, “di verificare che rimanga nei limiti previsti dalla legge, senza sconfinamenti ingiusti e inutili”.

Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 8 aprile 2016

Manconi (Pd) “nel 41bis riscontrate numerose violazioni delle garanzie dei detenuti”


Luigi Manconi 3Nell’abisso del 41bis “abbiamo riscontrato numerose violazioni delle garanzie dei detenuti”. Lo rivela a “l’Espresso” Luigi Manconi, senatore e presidente della commissione Diritti umani molto critico sul metodo di applicazione del regime speciale di reclusione.

Senatore, il 41bis è una misura eccezionale diventata regola nella lotta alla mafia. Eppure…

“È un regime straordinario per situazioni di emergenza. Dovrebbe, quindi, terminare una volta esaurita – fosse pure tra mille anni – l’eccezionalità del fenomeno. Si è scelto, invece, di rendere fisiologica e accettabile una forma particolarmente pesante di reclusione”.

In cosa consiste davvero questo regime?

“La verità è che il 41bis non dovrebbe costituire un regime crudelmente afflittivo, ma perseguire uno scopo strumentale: impedire la relazione tra il detenuto e l’organizzazione criminale. Si pensa, invece, che tanto più alto è il profilo delinquenziale del detenuto, maggiore deve essere la durezza della pena. Tutte le misure finalizzate a impedire quel collegamento con l’esterno sono legittime, ma non quelle che rendono più intollerabile la pena. Per quale motivo, ad esempio, viene ridotto il numero di quaderni acquistabili o viene impedito di dipingere nella propria cella? E perché mai i dieci minuti di incontro col figlio minore vengono sottratti all’ora mensile di colloquio con i familiari? Queste sono misure inutilmente persecutorie”.

La commissione dei Diritti umani che lei presiede si sta occupando proprio del carcere duro.

“Abbiamo riscontrato numerose violazioni di diritti. La Commissione verifica la coerenza della sua applicazione con leggi e regolamenti. Tuttavia, ricordo che un magistrato come Gherardo Colombo ne contesta la costituzionalità. Il diffuso populismo penale, però, impedisce una serie discussione sul tema. Lo Stato d’eccezione, prodotto dalle stragi mafiose, si è fatto permanente e si presume come eterno”.

Giovanni Tizian

L’Espresso, 6 novembre 2015

De Cristofaro (Sel); il 41bis ? Una Guantánamo italiana, 700 casi di tortura


Sen. Peppe De CristofaroLo chiamano 41-bis o carcere duro. Ti tengono lì, chiuso e isolato, finché non confessi. E il diritto? Roba vecchia. In Italia ci sono 700 detenuti al 41-bis. Sapete che vuol dire 41-bis? Carcere duro, un po’ come Guantánamo.

Il detenuto al 41-bis vive isolato in una cella e trascorre 1 sola ora al giorno insieme ad un altro detenuto, il cosiddetto “detenuto di compagnia”; può incontrare i familiari un’ora al mese parlando da dietro il divisorio; può avere un contatto fisico di soli 10 minuti al mese con figli e nipoti se hanno meno di 12 anni. Non può appendere foto nella cella, deve sottostare a un rigido regime nella richiesta di libri all’amministrazione penitenziaria. Peppe De Cristofaro, senatore di Sel denuncia: “Se il non detto è che il regime duro viene usato per indurre al pentimento non va bene, si tratta di tortura. Raffaele Cutolo è un vero criminale, ma il fatto che un detenuto viva da 34 anni in isolamento è un caso unico in Europa”.

Se il non detto è che il regime duro viene usato per indurre al pentimento non va bene, si tratta di tortura. Raffaele Cutolo è un vero criminale ma il fatto che un detenuto viva da 34 anni in isolamento è un caso unico in Europa”.

A parlare così è il parlamentare di Sinistra Ecologia e Libertà Giuseppe De Cristofaro, membro della Commissione Antimafia e di quella per i Diritti Umani. Parole durissime che squarciano il silenzio su un regime carcerario che, se si può definire di tortura, almeno numericamente ha poco da invidiare al famigerato campo di prigionia americano di Guantánamo. Ottocento i terroristi e presunti terroristi che gli Stati Uniti tenevano chiusi a Guantánamo nel pieno del suo funzionamento, settecento gli italiani che si trovano a scontare la pena del carcere duro.

De Cristofaro, accostando il 41-bis al termine “tortura” ha rotto un tabù del mondo di una certa anti-mafia…

“Non è la prima volta che parlo in questi termini della questione. È arrivato il momento di interrogarci sull’efficacia del 41-bis. Con la commissione per il rispetto dei diritti umani stiamo facendo un’indagine conoscitiva al riguardo e ho visitato diverse carceri che applicano il carcere duro. L’idea che mi sono fatto è che questo strumento spesso risulti fallace sia dal punto di vista dell’incomunicabilità con l’esterno, il fine per cui è previsto, sia dal punto di vista del rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti.

C’è poi un non detto, ovvero che la carcerazione dura spesso è utilizzata per istigare al pentimento: questo è inaccettabile”.

Portare al pentimento è anche il fine, abbastanza dichiarato, dell’ergastolo ostativo.

“Sì, infatti anche sull’ergastolo ostativo ho una posizione molto critica. La considero una sorta di pena di morte bianca”.

Le sue posizioni immagino che siano abbastanza isolate nel commissione anti-mafia.

“Sì, ma non solo in Commissione: lo sono proprio nella società. Quando si parla di questi temi spesso si preferisce parlare alla pancia della gente invece che alla testa. Sia chiaro, io non sono per nulla indulgente con chi fa parte della criminalità organizzata. La mia esperienza politica passa anche dalle associazioni anti-camorra di Napoli, non c’è nulla di più distante da me che la galassia mafiosa ma il tasso di democraticità di un Paese si misura soprattutto da come tratta le persone che hanno commesso i reati più gravi ed efferati”.

L’obiezione che qualcuno fa a chi mette in discussione il 41-bis è che anche la mafia spinge per la sua abolizione.

“Mi sembra un’obiezione non fondata. Lo strumento era nato come misura temporanea, emergenziale non come costituente della lotta alla mafia. La repressione ai clan non si può fare ignorando i diritti umani”.

Propende quindi per un’abolizione del carcere duro?

“Parlerei piuttosto di una rimodulazione. Credo che vadano separati i casi in cui effettivamente c’è la necessità di impedire contatti esterni con quelli in cui si usa il 41-bis per altri fini. In ogni caso, anche quando c’è effettivamente la necessità di ostacolare possibili comunicazioni con chi sta fuori dal carcere non capisco la necessità di tenere inalterate le norme che, ad esempio, impediscono ai detenuti in questo regime di accedere liberamente alla lettura dei libri che desiderano o di poter stare con il proprio bambino solo per 10 minuti”.

Eccessivo parlare della detenzione al carcere duro come la Guantánamo italiana?

“Mi sembra un paragone un po’ forte, è vero però che spesso la dignità dei detenuti al 41-bis viene calpestata non essendo riconosciuti alcuni tra i diritti umani più elementari”.

De Cristofaro (Sel): 41bis è tortura se usato per pentimento

Sono quasi 700 i detenuti in Italia al 41 bis, ovvero in regime di carcere duro, e il loro numero negli ultimi anni è in aumento. Si tratta di una decina donne, il resto sono uomini. Due sono terroristi, tutti gli altri sono membri della ‘ndrangheta, della camorra, della Sacra Corona Unita, delle mafie.

Il quadro sul regime del 41 bis e sulla sua applicazione in Italia arriva da Giuseppe De Cristofaro, vicepresidente del gruppo misto-Sinistra ecologia e libertà che, oltre a far parte della Commissione parlamentare Antimafia, è vicepresidente della Commissione Affari Esteri e membro della Commissione straordinaria per la tutela dei diritti umani. “Mentre in Commissione diritti umani guardiamo prevalentemente il diritto umano del detenuto – spiega senatore parlando con l’Ansa – in Commissione Antimafia ci soffermiamo sull’efficacia del carcere duro. Quando il 41 bis nel 1992, dopo l’omicidio di Giovanni Falcone, fu istituito – prosegue De Cristofaro – si disse che era una misura transitoria ma così non è stato. La domanda che mi pongo è: può uno stato democratico usare un regime particolarmente duro di carcere non per evitare che il detenuto comunichi con l’esterno, perché se si fa questo è giustissimo, ma per farlo pentire? Secondo me non lo può fare”.

Il detenuto in 41 bis vive isolato in una cella e trascorre 1 ora al giorno insieme ad un altro detenuto, il cosiddetto “detenuto di compagnia”; può incontrare i familiari un’ora al mese parlando da dietro il divisorio; può avere contatto un fisico di soli 10 minuti al mese con figli e nipoti se hanno meno di 12 anni. Poi ci sono un’altra serie di norme: dal divieto di appendere foto nella cella ad un rigido regime nella richiesta di libri all’amministrazione penitenziaria. “Se il non detto è che il regime duro viene usato per indurre la pentimento – ragiona De Cristofaro – non va bene, si tratta di tortura. Raffaele Cutolo è un vero criminale ma il fatto che un detenuto vive da 34 anni in isolamento è un caso unico in Europa”.

Daniel Rustici

Il Garantista, 15 marzo 2015

Giustizia: forse siamo pronti a chiudere gli ex Manicomi Criminali


opgLa data ultima è il 31 marzo. Il rischio è che le strutture sostitutive siano riproduzioni degli Opg. La data ultima è il 31 marzo 2015. Dall’1 aprile gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, Opg, non dovrebbero più esistere. O almeno questo è quello che prevede la legge 81 del 2014, dopo che per ben due volte la chiusura delle strutture è stata spostata in avanti. È successo il 31 marzo 2013, e la stessa cosa è avvenuta l’anno dopo. Le immagini di abbandono e disperazione filmate nei vecchi manicomi criminali dalla commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Ignazio Marino avevano portato l’argomento alla ribalta. Ma nonostante il decreto “svuota carceri” avesse già stanziato oltre 270 milioni spalmati tra il 2012 e il 2013, per ben due volte le regioni si sono fatte trovare impreparate ad accogliere nelle strutture sanitarie del territorio i pazienti autori di reato internati negli Opg.

Il 5 febbraio, il sottosegretario alla Salute Vito De Filippo in un incontro con i comitati per la chiusura degli Opg ha confermato che non ci saranno altre proroghe e che saranno possibili commissariamenti per le regioni inadempienti. La realtà, al momento, è che quasi nessuna regione ha ultimato la realizzazione delle strutture sostitutive, ma la maggior parte ha presentato percorsi di cura individuali nelle strutture sanitarie del territorio per i pazienti ritenuti “dimissibili”, che sono più di 400 su 780. Per gli altri, l’ipotesi più plausibile è che saranno messe a disposizione strutture provvisorie in attesa di realizzare le cosiddette Rems, Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza.

E qui il rischio è la riproduzione, seppur in piccolo, del funzionamento degli Opg. Tanto che dal Senato stanno pensando a una nuova commissione di inchiesta che monitori le nuove strutture. “Sembra ripetersi quello che è accaduto con la legge Basaglia”, dice Cesare Bondioli, psichiatra membro dell’associazione Psichiatria democratica, fondata da Franco Basaglia. “La legge era del 1978, ma la parola fine per i manicomi è stata messa nel 1999, con la chiusura di Siena, dopo che la finanziaria ha detto che le regioni inadempienti sarebbero state commissariate e penalizzate nei trasferimenti statali”.

In ogni caso, per evitare la sorpresa di un’altra proroga, il comitato Stop Opg propone alle altre associazioni attente al tema un digiuno a staffetta per tutto il mese di marzo. Oltre che un monitoraggio dei nuovi istituti a partire da aprile 2015. “Il rischio è che dopo il 31 marzo si spengano di nuovo i fari su queste realtà”, dice Stefano Cecconi, portavoce del Comitato Stop Opg, “e che si ripropongano le logiche da manicomio criminale”.

Regioni in ritardo e soluzioni “provvisorie”

Il problema è che nell’ultimo anno il trend degli ingressi non è stato invertito: su 67 dimissioni ci sono stati 84 nuovi detenuti che hanno varcato i cancelli dei sei Opg sparsi in tutta Italia, nonostante la legge chiedesse di dare priorità alle misure alternative. Nell’Opg Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, dove la Commissione Marino trovò 329 malati e un solo medico, neppure psichiatra, è stata addirittura aperta una nuova ala femminile da 12 posti, facendo pure trasferire alcune pazienti dall’Opg di Mantova (l’unico fino ad allora ad avere una sezione dedicata alle donne).

A meno di due mesi dalla chiusura prevista dalla legge, quasi nessuna regione ha ultimato la realizzazione degli edifici sostitutivi previsti dalla legge. E alcune, come la Toscana, non hanno neanche stabilito dove sorgeranno queste strutture. La Conferenza Stato Regioni a gennaio 2014 aveva approvato un emendamento che prevedeva un’ulteriore proroga della chiusura fino ad aprile 2017. Poi a novembre, nonostante fosse scritto nero su bianco nella relazione di ministri della Salute e della Giustizia al Parlamento che nessuna regione sarebbe riuscita a realizzare le Rems nei termini previsti dalla legge, le Regioni hanno fatto sapere che invece i termini verranno rispettati, seppure con soluzioni transitorie. Così, mentre si avvicina lo scadere del tempo massimo, si sta cercando di mettere una pezza ai ritardi per sistemare i pazienti “non dimissibili”.

Secondo i comitati, l’errore è subordinare la chiusura degli Opg alla realizzazione delle Rems, che non sarebbero poi così indispensabili. O almeno non nella misura prevista dalla legge inizialmente, secondo cui i posti letto disponibili dovrebbero essere in tutto 900. Un numero stabilito sulla base degli internati presenti negli Opg al momento della stesura della legge Marino del 2013. Il cui fine però non “deve essere un travaso delle persone da una struttura a un’altra”, dice Stefano Cecconi, “ma l’individuazione di percorsi di cura e riabilitazione individuali, potenziando i servizi socio-sanitari territoriali”. Tanto più che secondo la relazione presentata al Parlamento dai ministri Beatrice Lorenzin e Andrea Orlando, più del 50% dei pazienti presenti negli Opg è stato giudicato “dimissibile” e quindi non più socialmente pericoloso. “Questo riduce il fabbisogno previsto per le Rems”, dice Cecconi.

“Tra i pazienti non dimissibili, poi, la maggior parte lo è per ragioni cliniche e solo una piccola percentuale conserva la condizione di pericolosità sociale che prevede la presenza di strutture adeguate”. Insomma, “la condizione è affrontabile anche se, come viene fuori dalla relazione, le strutture non saranno costruite nei tempi previsti dalla legge. Un’altra proroga sarebbe delittuosa”.

Intanto le regioni si stanno attivando. C’è chi chiede aiuto alla struttura di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, l’unica dove le cure sanitarie prevalgono già da tempo sulla reclusione così come chiede la legge (e che per questo verrà in parte “salvata” e riqualificata per una capienza di 120 posti). E c’è anche chi sta unendo le forze per individuare strutture comuni tra più regioni, di fatto contravvenendo allo spirito della legge che prevede che i pazienti debbano essere curati nei territori di appartenenza, superando quindi la formula di una struttura per più regioni come accade oggi.

La legge 81 del 2014, frutto delle proroghe e delle modifiche delle leggi precedenti, prevede che per l’infermo o seminfermo di mente il giudice disponga la misura di sicurezza in una struttura di custodia “quando sono acquisiti elementi dai quali risulta che ogni misura diversa non è idonea ad assicurare cure adeguate e a fare fronte alla sua pericolosità sociale”. Tradotto: un malato deve essere inviato in una Residenza per l’esecuzione della misura di sicurezza solo in casi estremi. Le Rems sono istituti da 20 posti al massimo a gestione prevalentemente sanitaria e con una vigilanza perimetrale “ove necessario”, cioè per i casi ritenuti più pericolosi. In alternativa ci sono comunità, centri di salute mentale o in alcuni casi anche il ritorno in appartamento, con le famiglie o no, come è già accaduto per alcuni pazienti toscani. Il problema è che nonostante le regioni abbiano rivisto al ribasso la cifra iniziale dei 900 posti letto, i progetti non sono comunque realizzabili nei tempi previsti dalla legge. Nonostante avessero già i finanziamenti pronti e nonostante per la gestione delle Rems sia previsto addirittura uno sblocco del turnover. Che significa: la possibilità di assumere persone.

Dalla relazione presentata al Parlamento, viene fuori che a novembre 2014, cioè a quattro mesi dalla data ultima di superamento degli Opg, Friuli, Valle D’Aosta, Campania, Calabria, Sardegna e le province autonome di Trento e Bolzano non avevano ancora trasmesso un programma di utilizzo dei finanziamenti. Mentre Piemonte, Lombardia, Umbria, Marche, Molise, Puglia e Sicilia avevano trasmesso un programma non conforme alle indicazioni ministeriali.

La Toscana, ad esempio, che pure è all’avanguardia su altri temi sanitari (vedi la fecondazione eterologa), ha presentato un progetto che sfora di almeno due anni i termini previsti dalla legge 81, e ancora non ha individuato le strutture sostitutive dell’Opg di Montelupo Fiorentino, dove a fine anno erano internate ancora 80 persone. All’inizio si era pensato a un edificio di San Miniato, ma il sindaco ha detto di no. Gli altri progetti prevedevano di riutilizzare le carceri di Empoli o di Massa Marittima, ma ancora non è stata presa una decisione definitiva. In base ai dati indicati dalla relazione di Lorenzin e Orlando, i pazienti toscani, di cui quindi la regione dovrà prendersi cura, sono in tutto 33, di cui 15 dimissibili.

I numeri, quindi, non sono alti. Nella relazione al parlamento, si parla di un accordo interregionale stipulato tra Toscana e Umbria, ma i tempi di realizzazione sono stimati da 9 e 30 mesi. Nel frattempo da Firenze avrebbero chiesto di trasferire i pazienti toscani di Montelupo nell’Opg di Castiglione delle Stiviere, pagando una retta. Quello che si sa, finora, è che la villa medicea di Montelupo che ospita i pazienti potrebbe essere trasformata in un albergo di lusso e che, come ha dichiarato il direttore del Dap Toscana, arrivare alla chiusura dell’Opg entro il 31 marzo sarà “molto difficile”.

In Sicilia, dove dovranno farsi carico di un centinaio di pazienti, all’inizio si era pensato addirittura di riutilizzare la vecchia struttura del 1925 di Barcellona Pozzo Di Gotto, salvo poi ripensarci e individuare quattro nuove sedi tra Messina, Caltanissetta e Caltagirone, in provincia di Catania, dove già esiste un polo psichiatrico. In Calabria, per sistemare i 31 pazienti (di cui 5 non dimissibili) presenti per lo più nella vicina Sicilia hanno pensato di riutilizzare le strutture già esistenti. Compreso l’ex manicomio di Girifalco, in provincia di Catanzaro, quello a cui Simone Cristicchi si ispirò anche per una sua canzone. Ma anche qui per l’apertura bisognerà aspettare ben oltre la data del 31 marzo. Nebbia fitta anche per Lazio e Campania, tra le regioni a dover rispondere del maggior numero di pazienti internati (104 per il Lazio, 115 per la Campania), e pure per l’accordo interregionale Abruzzo-Molise, che prevede la realizzazione di 20 posti letto in non meno di “2 anni e 9 mesi”.

Con il ridimensionamento delle Rems, “le regioni hanno accelerato il lavoro dando priorità all’individuazione dei percorsi di cura degli oltre 400 pazienti dimissibili”, racconta Stefano Cecconi di Stop Opg. Ma per il superamento degli Opg e le dimissioni dei pazienti serve un coordinamento tra Regioni, Comuni, Asl, ministero della Sanità e della Giustizia. Niente di difficile, in teoria. Non in Italia. I magistrati dovrebbero ridurre al minimo gli invii in Opg, preferendo le misure alternative e i percorsi di cura. Ma i servizi a disposizione del magistrato non sono sufficienti. È un cane che si morde la coda, e così anche molti dei pazienti dimissibili oggi sono ancora in Opg e il rischio è che molti verranno solo “travasati” dalle vecchie alle nuove strutture.

“Non è con le scorciatoie e la ripetizione delle logiche manicomiali che si chiudono gli Opg giusto per dire di rispettare i termini di chiusura”, dice Cesare Bondioli. “Ogni ipotesi di proroga va rifiutata, e un ridimensionamento dei progetti delle Rems di certo contribuisce a rispettare le scadenze. Servono programmi individualizzati di presa in carico territoriale degli attuali internati dichiarati dimissibili.

I programmi di dimissione e i relativi progetti terapeutici individuali, anziché essere trasmessi al ministero e poi messi in un cassetto in attesa degli eventi, dovrebbero trovare concreta attuazione nel territorio dei dipartimenti di salute mentale di competenza usufruendo delle risorse già disponibili visto che, almeno gli oltre 400 pazienti dichiarati dimissibili a giugno 2014, una volta revocata la misura di sicurezza non differiscono in nulla dai “normali” utenti dei servizi di salute mentale. Così si riduce anche il numero di posti letto nelle Rems, facilitandone anche la realizzazione”.

Gli Opg e l’ergastolo bianco In Italia a oggi esistono sei Opg, ciascuno a copertura di più regioni. Dalla denuncia della Commissione parlamentare d’inchiesta a oggi, il numero degli internati è in costante diminuzione. Da giugno a ottobre 2014 i detenuti sono calati da 826 a 780, meno della metà rispetto ai 1.600 del 2010. Queste strutture, ex manicomi criminali a cui è stato affidato poi l’acronimo Opg, sono una sorta di somma tra il carcere e il manicomio. Chi commette un crimine ed è incapace di intendere e di volere perché affetto da gravi disturbi mentali non può essere condannato a una pena da scontare in carcere. Se la persona è dichiarata anche socialmente pericolosa viene sottoposta a una misura di sicurezza. E nei casi più gravi, si aprono le porte di un Opg.

La differenza principale tra pena e misura di sicurezza, però, è nella durata: la pena ha una durata certa, che di solito di accorcia; la misura di sicurezza si può prorogare anche all’infinito ed è per questo che si parla di “ergastolo bianco”. Come le storie riportate negli atti della commissione d’inchiesta Marino. Nel 1992 un uomo, fingendo di avere una pistola in tasca, fa una rapina e viene arrestato. Dichiarato incapace di intendere e di volere, ha trascorso più di vent’anni nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, mentre i suoi complici, senza alcuna infermità mentale, non hanno fatto neanche un giorno dietro le sbarre.

Non solo. “L’80% delle persone uscite dagli Opg”, spiega Cesare Bondioli, “è tornato in altri istituti psichiatrici o comunità, di fatto rientrando in una logica manicomiale. I dipartimenti di salute mentale hanno difficoltà a prendere in carico i pazienti in maniera singola, così preferiscono affidarli a modalità collettive di gestione. Succede anche con i pazienti psichiatrici che non hanno avuto problemi con la giustizia. Dopo la legge 180 sono cresciuti i posti nelle residenze di tipo psichiatrico e oggi sono oltre 20mila”. La stessa logica si ripeterà se il modello seguito nella riforma degli Opg sarà solo quello delle Rems. “I detenuti degli Opg dichiarati dimissibili non hanno necessità di andare nelle Rems”, continua Bondioli. “Perché un detenuto che non è più ritenuto socialmente pericoloso esce dal carcere e queste persone invece devono restare in strutture controllate?”.

I problemi della legge

La proroga, comunque, nonostante le difficoltà questa volta non ci sarà, assicurano tutti. “Ma le regioni che allo scadere del tempo non saranno pronte dovranno essere commissariate”, dice Stefano Cecconi. Resta aperto un solo punto, sollevato anche dalla Associazione nazionale magistrati (Anm): la legge 81 dispone che sia le misure di sicurezza detentive (provvisorie o definitive) che i ricoveri nelle Rems non possono protrarsi per una durata superiore al tempo stabilito per la pena prevista per il reato commesso, fatta eccezione per i reati per i quali è previsto l’ergastolo. I giudici saranno così tenuti a revocare le misure di sicurezza per internati pericolosi che abbiano superato il limite massimo, senza però che vi sia nessuno che se ne faccia carico. Il risultato è che soggetti ad alta pericolosità sociale potrebbero finire fuori dalle strutture vigilate senza che siano state predisposte le necessarie misure sanitarie, sociali e giudiziarie. Con gravi conseguenze sia per la salute del paziente, sia per la sicurezza.

“La libertà vigilata “mantiene” in qualche modo una attenzione alla persona: può funzionare come momento di presa in carico ma la espone al rischio di violare prescrizioni e quindi di tornare in Opg, mentre la liberazione incondizionata evita questo rischio ma può accompagnarsi all’abbandono della persona”, dicono da Stop Opg. “Su questo problema è necessario aprire un confronto. Bisogna individuare una via di mezzo tra l’ergastolo bianco e la libertà incondizionata”. E anche dall’Anm dicono: sì alla chiusura degli Opg, ma “avvio di una seria riflessione per una revisione complessiva della materia”.

Lidia Baratta

http://www.linkiesta.it, 6 febbraio 2015

Piscitello (Dap); sono 715 i detenuti al 41bis, di cui 648 per associazione mafiosa


Cella 41 bis OPI detenuti in 41 bis, cioè in regime di carcere duro, sono complessivamente 715. Di questi 648 sono in carcere per associazione mafiosa (rispetto a un totale di detenuti per 416 bis pari a 6.009). Sono inoltre 295 i condannati all’ergastolo a cui è stato applicato il 41 bis. Sono i dati forniti da Roberto Piscitello, direttore generale dei detenuti e del trattamento presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), nel corso di un’audizione alla commissione Diritti umani.

Sono in tutto 12 gli istituti in cui viene applicato il 41bis. Il regime di carcere duro viene disposto “con decreto del ministro della Giustizia a seguito di un’istruttoria della mia direzione”, ha spiegato Piscitello; e anche le proroghe “non sono mai automatiche”, ma seguono analoghe verifiche.

Nell’assegnazione della misura si evita l’assembramento in pochi istituti di soggetti che facciano parte della medesima associazione o di organizzazioni fra loro contrapposte. E si evita che soggetti di grande spessore criminale siano ristretti nello stesso istituto. I soggetti in 41 bis sono detenuti rigorosamente in celle singole. Come tutti i detenuti hanno diritto a colloqui e momenti socialità con altri detenuti, in gruppi non superiori a quattro”.

Riguardo ai colloqui, su cui il presidente della Commissione, il senatore Luigi Manconi, ha chiesto approfondimenti, “la normativa – ha detto Piscitello – stabilisce che i detenuti possono fare un colloquio al mese in sale attrezzate con vetri divisori per evitare passaggio di oggetti”.

Nel tempo “ci sono stati interventi per rendere più umani i rapporti con la famiglia e per tutelare i minori”: è stata prima “prevista possibilità che figli con meno di 16 anni potessero svolgere colloquio senza vetro divisorio”. Successivamente “una circolare ha ridotto da 16 a 13 anni la soglia, a seguito di alcune segnalazioni da parte delle procure distrettuali antimafia di minori che, in non pochi casi, venivano utilizzati per veicolare messaggi fraudolenti e in alcuni casi ordini di morte”.

I colloqui “sono videoregistrati, ma non registrati a meno che non lo chieda la magistratura”. Riguardo alle telecamere, “sono presenti nelle aree comuni, e in alcuni casi anche in aree riservate”, ha spiegato Piscitello, che ha anche rilevato di aver avuto “più volte interlocuzioni con procure distrettuali” e di aver “risposto negativamente all’uso surrettizio delle telecamere come sistema di intercettazione”.