Bimbi in carcere, Lega Nord e Cinque Stelle votano contro le misure alternative per le detenute madri


La maggioranza giallo-verde, impegnata nell’esame dello schema di decreto legislativo di riforma dell’ordinamento penitenziario, ha bocciato l’ipotesi di introdurre misure alternative al carcere per le detenute madri con figli al seguito. Una scelta duramente criticata dal Pd, che accusa il governo di essere “sordo” nei confronti di questa particolare categoria di detenute, anche alla luce di recenti fatti di cronaca (come il caso della donna del carcere romano di Rebibbia che ha ucciso i suoi bambini).

“Avevamo dei principi cardine nella legge delega, che attuava il decreto legislativo predisposto dal governo Gentiloni, principi che sostenevano una riforma del sistema penitenziario più giusta e mirata”, spiega la senatrice Valeria Valente, vicepresidente del gruppo Pd.  “Quello schema prevedeva, ad esempio, per le madri detenute misure alternative al carcere fino al compimento di un anno del bambino, al fine di assicurare una maggiore tutela del rapporto con i figli piccoli. Ci è stato risposto dal governo che leggi per tutelare le madri detenute già esistono. Questo è vero, ma il punto era come potenziare quella impostazione, perché le strutture di accoglienza alternative alla prigione, come le case famiglia protette e gli Icam (istituti di custodia attenuata per detenute madri, ndr.) sono poche e non sufficienti”.

“Quanto è avvenuto stamattina in commissione è grave e preoccupante – conclude Valente – il voto di oggi testimonia una grave involuzione di cultura giuridica che, dimenticando ogni umanità e allontanandosi dalla funzione rieducativa della pena, vede M5S seguire la Lega su una strada che nulla ha a che vedere con il miglioramento nel nostro sistema penitenziario e giudiziario”.

In tutta Italia i bambini che vivono reclusi in vari istituti di pena sono 62: poco meno della metà sono figli di straniere. Si trovano in cella perché non esistono alternative familiari.

Monica Rubino

http://www.repubblica.it – 25/09/2018

 

Carceri, il Sen. Ichino (Pd) ed altri Parlamentari interrogano il Ministro Orlando sul 41 bis


Nei giorni scorsi, i Senatori della Repubblica Pietro Ichino, Luigi Manconi, Erica D’Adda, Gianpiero Dalla Zuanna, Maria Cecilia Guerra, Patrizia Manassero, Gianluca Susta (Pd), Karl Johann Berger (Per le Autonomie – Psi – Maie) e Serenella Fuckia (Misto) hanno presentato un atto di sindacato ispettivo al Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando in riferimento all’applicazione del regime differenziato detentivo speciale previsto dall’Art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario nei confronti dei detenuti da parte del Ministero della Giustizia.

L’Interrogazione a risposta orale n. 3-02524 è stata presentata mercoledì scorso 27 gennaio, durante la 566 esima seduta di Palazzo Madama e avrà risposta dal Governo presso la Commissione Giustizia presieduta dal Senatore Nico D’Ascola (Ncd); l’atto è “frutto del lavoro di ricerca ed elaborazione di un gruppo di esperti di cui fanno parte anche costituzionalisti, giudici penali e professionisti dell’assistenza ed educazione dei detenuti, volta a mettere a fuoco alcuni aspetti critici dell’applicazione dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario”.
“Il regime del 41-bis – spiega il senatore del Pd Pietro Ichino – è una misura di sicurezza che ha svolto e svolge una funzione indispensabile nel contrasto alla criminalità organizzata, ma viene talvolta applicata anche in situazioni nelle quali le esigenze di prevenzione originarie sono cessate, con conseguente pregiudizio per la partecipazione del condannato alle iniziative necessarie per la sua rieducazione e riabilitazione”.
“Gli autori dell’interrogazione chiedono perciò che “il ministro valuti l’opportunità di adottare linee-guida le quali, senza pregiudicare la funzione essenziale di sicurezza e legittima difesa della società civile, assicurino un’applicazione della norma costantemente attenta alle circostanze specifiche di ciascuno dei 700 casi oggi interessati, in ossequio rigoroso al principio contenuto nell’articolo 27 della Costituzione”.

Interrogazione a risposta orale n. 3-02524 del 27/01/2016 del Sen. Pietro Ichino (Pd) ed altri (clicca per leggere)

Riforma legge sugli Stupefacenti, la proposta degli On. Bruno Bossio e Stumpo (Pd)


Cannabis legaleCannabis legale, un ulteriore prezioso contributo alla discussione parlamentare in materia di legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati e riforma del Testo Unico sugli Stupefacenti (D.P.R. n. 309/1990) da parte degli Onorevoli Enza Bruno Bossio e Nico Stumpo, Deputati del Partito Democratico eletti in Calabria. Rispetto alle altre iniziative legislative presentate in Parlamento, propone la riduzione del trattamento sanzionatorio (pene detentive e pecuniarie) – nello specifico la reclusione da 1 a 4 anni e della multa da euro 1.000 a euro 5.000 relativamente alle sostanze di cui alle tabelle I e III previste dall’articolo 14 c.d. “droghe pesanti” e la reclusione da 6 mesi a 3 anni e della multa da euro 500 a euro 2.500 relativamente alle sostanze di cui alle tabelle II e IV previste dal medesimo art. 14 c.d. “droghe leggere” – per i fatti di lieve entità (Art. 73 c. 5) a prescindere dal tipo di sostanza, ribadendo l’applicabilità della non punibilità per la particolare tenuità del fatto (Art. 131 bis cp) e della sospensione del processo con messa alla prova dell’imputato (Art. 168 bis cp).

L’atto di iniziativa parlamentare, abbinato a quello dell’Intergruppo Cannabis legale e ad altre proposte di legge, prevede espressamente la depenalizzazione dell’uso personale di gruppo degli stupefacenti (Art. 73 c. 7 ter); stabilisce la perentorietà del termine concesso al Prefetto (40 giorni) per l’adozione dei provvedimenti per gli illeciti amministrativi e la non applicabilità delle sanzioni, in automatico, a chi giustifichi di non aver potuto ottemperare a presentarsi al colloquio dal Prefetto (Art. 75 c. 4); abolisce completamente le misure di prevenzione (Art. 75 bis); propone l’abolizione completa delle pene accessorie, diverse dalla confisca, per i condannati al termine della pena detentiva (divieto di espatrio, revoca patente di guida, etc) in ossequio al principio costituzionale di finalizzazione rieducativa della pena (Art. 85); prevede la riforma della misura di sicurezza dell’espulsione dallo Stato nei confronti dello straniero condannato a pena espiata se risulti socialmente pericoloso all’esito di una procedura giurisdizionale camerale partecipata avanti al Magistrato di Sorveglianza e che la revoca della misura escluda o faccia cessare gli effetti di altre eventuali espulsioni amministrative. Viene, in sostanza, recepita l’indicazione della Corte Costituzionale circa la necessità di applicare la misura di sicurezza, al termine della pena, soltanto qualora il condannato sia concretamente ed attualmente socialmente pericoloso. Inoltre, ai commi successivi, è sancito che la revoca della misura pronunciata dal Giudice escluda o faccia cessare gli effetti di altri provvedimenti di espulsione di natura amministrativa e che dei provvedimenti adottati dalla Magistratura di Sorveglianza venga data immediata comunicazione, a cura della cancelleria, alla Autorità Provinciale di Pubblica Sicurezza competente (Art. 86).

Commissione Giustizia Camera DeputatiLa proposta dei Deputati Bruno Bossio e Stumpo, introduce il diritto di Sindacato Ispettivo di varie Autorità (Parlamentari, Consiglieri Regionali, Magistrati, etc.) e per i loro accompagnatori nelle Comunità Terapeutiche pubbliche e private convenzionate nonché la possibilità di accesso alle predette strutture, previa autorizzazione da parte dei Responsabili, dei Ministri del Culto cattolico e di altri Culti (Art. 135 bis). La proposta di legge AC 3447 del 24/11/2015 degli On. Enza Bruno Bossio e Nico Stumpo è stata assegnata alle Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali che si sono riunite giovedì 26 Novembre 2015 alle ore 16 presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati (Relatori On. Daniele Farina di Sel e Anna Margherita Miotto del Pd) per avviare l’esame in sede referente prima di approdare all’esame dell’Aula nel prossimo mese di dicembre, ove conclusi i lavori delle Commissioni Parlamentari.

Proposta di Legge n. 3447 On. Bruno Bossio e Stumpo (clicca per scaricare)

Resoconto Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali Camera dei Deputati del 26 Novembre 2015 (clicca per scaricare)

 

Milano, Visita dell’On. Stefano Dambruoso (Sc) alla Casa di Reclusione di Bollate


Casa di Reclusione di Milano BollateIl Questore della Camera dei Deputati, Stefano Dambruoso si è recato stamane in visita all’istituto di pena di Bollate di Milano, in occasione dell’apertura al pubblico del ristorante proprio all’interno dell’istituto penitenziario ed a venti metri dall’ingresso dell’Expo. Si tratta della prima iniziativa del genere in Italia, il ristorante interno al carcere aperto al pubblico con i detenuti al lavoro, a seguito di un periodo di formazione in un corso professionale. Presente anche il sottosegretario all’istruzione Toccafondi.

“Da magistrato – ha detto Dambruoso durante l’incontro – ho contribuito a far arrestare mafiosi e terroristi ma ho sempre creduto che l’art. 27 della Costituzione che prevede il recupero e la fase emendativa del detenuto in espiazione debba essere valorizzato”. Il magistrato prestato alla politica, ha ribadito l’importanza delle iniziative volte non solo al recupero ma anche capaci di rendere dignitosa la vita all’interno delle carceri, tant’è che si è reso promotore personalmente finanziando un corso di arte-terapia all’interno dello stesso carcere di Bollate consentendo a oltre 20 detenuti di apprendere l’arte del disegno e la conseguente acquisizione di creatività. Dambruoso in tale contesto ha spiegato che garantire ai detenuti un impegno quotidiano e di recupero possa servire: “Evitare che i detenuti non facciano nulla in carcere diminuirà la possibilità che appena in libertà tornino a commettere crimini”.

Carcere Bollate - Pol Pen con DambruosoPer quanto riguarda invece la questione del sovraffollamento, Dambruoso ha focalizzato due questioni: “Come membro in Commissione Giustizia di Scelta Civica mi sono attivato per la costruzione di nuovi istituti di pena perché da magistrato e parlamentare sono convinto che sia prioritaria la certezza della pena e della sua esecuzione”. “Pena certa da scontare in luoghi dignitosi: solo così il nostro Paese non sarà più condannato al pagamento di salatissime penali per sovraffollamento carcerario in luoghi indecorosi come è accaduto in tempi recenti. Nessun buonismo – ha concluso Dambruoso – quindi: pena certa e carceri sicure dove svolgere attività di recupero per evitare la recidività criminale”.

Dire, 27 ottobre 2015

Carceri, “cattivi per sempre”, no alla rieducazione dei condannati per mafia e terrorismo


Aula della Camera dei DeputatiI mal di pancia giustizialisti tengono a freno i propositi di riforma dell’ordinamento penitenziario. Nessuno spazio per le aspirazioni di reinserimento dei condannati per mafia e terrorismo; uno sbarramento populista vuole i “cattivi” “cattivi per sempre”, in carcere fino alla morte. Viene da chiedersi quale spinta dovrebbe indurre un detenuto senza speranza al rimorso, alla rielaborazione del suo vissuto, al cambiamento; quale senso dovrebbe avere la “buona condotta in carcere”, quando ogni anelito di libertà, ogni possibilità di godere di trattamenti premiali, sono esclusi. Ma tant’è!

Eppure, la effettività rieducativa della pena è stata posta dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, quale fulcro dei criteri della delega di governo depositata il 23 dicembre 2014. Ha ammesso, il ministro, che l’articolo 27 della Costituzione è rimasto una norma di programma mai compiutamente attuata ed ha palesato l’esigenza che il carcere, ancora un luogo carcerogeno che si traduce troppo spesso in una spinta alla recidiva, debba, invece, essere programmato quale momento costruttivo verso un concreto reinserimento del detenuto nella società civile.

Ha espresso, pertanto, la cogente esigenza di “un allineamento dell’ordinamento penitenziario agli ultimi pronunciamenti della corte costituzionale che ha più volte affermato l’illegittimità di un sistema sanzionatorio che si fondi su automatismi o preclusioni assolute”. Orlando ha sempre chiarito che massima attenzione sarebbe stata rivolta alle esigenze di sicurezza a fronte della mai sopita gravità dei fenomeni di criminalità organizzata.

L’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che allo stato preclude in assoluto, a chi abbia commesso determinati reati, di accedere a qualsivoglia percorso di rieducazione – salvo che collabori con la giustizia – non può, dunque, nell’idea del ministro, esser soppresso ma sussiste la concreta esigenza che se ne rivisiti il contenuto in una proiezione di legittimità costituzionale e di aderenza agli scopi della sanzione penale.

Ecco, allora, la esplicitazione di principi e criteri direttivi della legge delega tesi a restituire un senso ed una proiezione costituzionali a qualunque carcerazione: “eliminazione di automatismi e di preclusioni che impediscono o rendono molto difficile, sia per i recidivi sia per gli autori di determinate categorie di reati, l’individualizzazione del trattamento rieducativo e revisione della disciplina di preclusione dei benefici penitenziari per i condannati alla pena dell’ergastolo”.

Anche chi è condannato all’ergastolo ostativo (reati contemplati dall’articolo 4 bis) deve poter sperare di tornare alla vita, se è vero che nessuna carcerazione – nel rispetto della volontà dei padri costituenti e degli imperativi comunitari (Vinter c/Regno Unito) – può essere, aprioristicamente ed in astratto, sottratta alla riammissione della persona detenuta nel tessuto sociale, alla aspirazione alla libertà, alla speranza di restituzione.

Nessuna previsione, dunque, che ammetta i condannati per i più gravi reati a godere – sic! – dei benefici penitenziari, bensì l’inserimento nel quadro ordinamentale di una possibilità per i soggetti che abbiano, nel corso della carcerazione, dimostrato di avere proficuamente avviato una revisione critica del sé, di essere gradualmente restituiti alla vita. Una possibilità che sarebbe vagliata da operatori intramurari e magistrati di sorveglianza attraverso la capillare attività di verifica e di controllo svolta dagli organi investigativi, soltanto una “possibilità – per usare le parole del ministro – per chi ha sbagliato di reinserirsi positivamente nel contesto sociale, non commettendo nuovi reati”, cuore del percorso di studio e di approfondimento denominato: “Stati Generali dell’esecuzione penale”.

Le propensioni alla attuazione della Costituzione estrinsecate dal ministro Orlando, tuttavia, hanno trovato un feroce sbarramento in chi, sventolando la polverosa bandiera della paura, ha capziosamente paventato la abrogazione tacita della pena perpetua e la rimessione in libertà di soggetti pericolosi appartenenti alle consorterie mafiose. Nulla di più falso, lo si è detto. La tensione riformatrice è nel senso di lasciare aperto uno spiraglio di emenda; di consentire a ogni uomo che abbia commesso un reato, qualunque reato, di pentirsi – pentirsi nell’animo, ricrearsi, cambiare (che è cosa assai diversa dal collaborare con la giustizia) – di dare un senso ed una concretezza ad una norma – l’articolo 27 della Costituzione – che viene radicalmente svilita dalla insuperabile previsione di morte per pena connaturata all’ergastolo ostativo.

E però la paura – anche ottusa, ignorante, artificiosa, ingannevole – vince. Con una modifica della legge delega, la presidente della Commissione Giustizia, Ferranti (Pd) spazza via qualunque spinta riformatrice verso l’attuazione della Costituzione escludendo dalla revisione della disciplina di preclusione dei benefici penitenziari per i condannati alla pena dell’ergastolo, “i casi di eccezionale gravità e pericolosità e in particolare per le condanne per i delitti di mafia e terrorismo anche internazionale”.

La modifica annienta il senso del progetto di cambiamento semplicemente precludendo il cambiamento. Oggi i pochi condannati all’ergastolo per reati diversi da mafia e terrorismo accedono già – in caso di positivo compimento del personale percorso di rieducazione intramuraria e di conforme valutazione da parte del tribunale di sorveglianza competente – al graduale reinserimento in società. La paura vince, la Costituzione perde.

Avv. Maria Brucale

L’Opinione, 26 settembre 2015

Bruno Bossio (Pd) : “Si riconosca ai Sindaci e Presidenti di Provincia il diritto di ispezionare le Carceri”


Palazzo Montecitorio RomaIl regime delle visite ispettive e dei colloqui con i detenuti, attualmente, è disciplinato dall’Art. 67 dell’Ordinamento Penitenziario. Tale articolo, com’è noto, riconosce a determinate persone o categorie di persone, che esplicano funzioni o ricoprono cariche pubbliche di particolare rilievo, il diritto di visitare gli stabilimenti carcerari ed avere colloqui con i detenuti quando lo si desidera e senza dare alcun preavviso. Per altri, invece, occorre una specifica autorizzazione da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Art. 117 c. 2 Reg. Es. OP). Ovviamente, in tale ultima circostanza, non si tratta di una “visita ispettiva” poiché è il Dap che fissa le modalità della stessa. Tra le “Autorità” legittimate all’accesso, senza autorizzazione, non sono ricompresi i Sindaci ed i Presidenti delle Province o gli Assessori da questi delegati nell’ambito del territorio di loro competenza. Eppure, riconoscere tale diritto a questi soggetti, è necessario in considerazione del fatto dei loro compiti e funzioni in materia sanitaria, urbanistica ed edilizia nonché delle iniziative degli enti locali per la formazione e l’inserimento lavorativo dei detenuti. Per tali motivi, negli anni scorsi, in Parlamento, ci hanno provato in tanti, a far modificare l’Art. 67. Si può dire che è una “battaglia storica” della Sinistra Parlamentare !

Nella XIV Legislatura, il 30/11/2005, l’Aula di Montecitorio, con 281 voti favorevoli, 107 contrari, 9 astenuti (presenti 397, maggioranza 195, votanti 388) approvò la proposta di legge n. 3532 presentata il 13/01/2003 dall’On. Ermete Realacci (Margherita) ed altri Deputati (Verdi, Ds, PdCi, Sdi, Udeur, Prc, An, Udc, Fi, etc.). Venne subito trasmessa all’altro ramo del Parlamento ma, a causa dello scioglimento anticipato, non riuscì ad essere approvata anche dal Senato. Venne riproposta ancora dalla Sinistra nella XV Legislatura sia alla Camera dall’On. Realacci (Ulivo) che al Senato dai Senatori Cesare Salvi (Ulivo) e Natale Ripamonti (Verdi) ma non se ne fece nulla. Poi nella XVI tentarono nell’ardua impresa i Radicali eletti nelle liste del Pd. La proposta di legge (n. 3722 del 21/09/2010) venne presentata alla Camera dall’On. Rita Bernardini ed altri e pur essendo stato terminato, favorevolmente, il suo esame in Commissione Giustizia il 28/03/2012, non riuscì ad esser calendarizzata ed approvata. Anche nell’attuale legislatura ci sono state diverse proposte in entrambi i rami del Parlamento, riproponenti la proposta del Segretario Nazionale dei Radicali. A Montecitorio sono due i progetti di legge, uno presentato da Sandro Gozi e Roberto Giachetti (Pd) e l’altro da Walter Verini, Capogruppo del Pd in Commissione Giustizia ed altri democrat. A Palazzo Madama, invece, vi è una sola proposta da parte del Senatore socialista Lucio Barani, appartenente al Gruppo di Grandi Autonomie e Libertà, rimaste tutte senza alcun esito.

revisione art 67 opNei giorni scorsi, in Commissione Giustizia, alla Camera, la questione è stata nuovamente riproposta dall’On. Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico, notoriamente vicina al Partito Radicale e molto attiva nell’attività di sindacato ispettivo nei Penitenziari. Infatti, tra le proposte emendative presentate al ddl 2798, vi è il 26.45 con il quale si propone di aggiungere al comma 1 dell’Art. 26, dopo la lettera i) la seguente lettera : “l) revisione dell’Art. 67 della Legge 26 luglio 1975, n. 354 e successive modifiche ed integrazioni in materia di visite agli Istituti Penitenziari per consentire anche ai Sindaci, ai Presidenti delle Province ed agli Assessori delegati dei predetti Enti nel cui territorio siano situati gli Istituti Penitenziari, di farvi ingresso senza necessità di autorizzazione al fine di verificare le condizioni di vita dei detenuti, compresi quelli in isolamento giudiziario”. Tale emendamento porta anche la firma dei Deputati Danilo Leva, Bruno Censore, Luigi Lacquaniti ed Ernesto Preziosi del Pd, Daniele Farina, Celeste Costantino e Gianni Melilla di Sel ed Elda Pia Locatelli del Psi.

Nel frattempo, la Commissione Giustizia di Montecitorio, continua l’esame in sede referente del progetto di legge del Governo e delle circa 350 proposte emendative presentate dai Deputati appartenenti ai vari Gruppi Parlamentari. Tali proposte, attualmente, sono al vaglio della Presidente e relatrice On. Donatella Ferranti (Pd) e del Governo che dovrà deliberare sulla loro ammissibilità.

Ci auguriamo che, almeno questa volta, grazie all’emendamento dell’On. Bruno Bossio, dopo oltre 10 anni di “battaglie” nei due rami del Parlamento, tra le figure istituzionali, religiose ed ispettive che potranno visitare gli Istituti Penitenziari senza autorizzazione ed intrattenere colloqui con i detenuti, vi siano ricompresi anche i Sindaci, i Presidenti di Provincia e gli Assessori Comunali e Provinciali specificatamente delegati, ponendo fine a questa gravissima lacuna normativa. Attualmente, infatti, la “trasparenza” all’interno delle Carceri e la verifica delle condizioni di vita dei detenuti viene assicurata sul territorio nazionale da pochissimi membri del Parlamento e, nell’ambito delle loro circoscrizioni, dai Consiglieri Regionali che si avvalgono di questa importante prerogativa che è diretta a verificare proprio l’attuazione di quel precetto costituzionale, sancito dall’Art. 27 comma 3 della Costituzione, che prevede che l’esecuzione della pena (e della custodia per gli imputati) avvenga in condizioni che siano rispettose della dignità umana e, che tendano, al recupero ed al reinserimento sociale dei detenuti.

Emilio Quintieri, Radicali Italiani

Cappato (Radicali) : Inutile inasprire le pene, rappresenta soltanto l’impotenza dello Stato


On. Marco CappatoIn un articolo sugli “Eccessi di riforma” della giustizia italiana, apparso su Il Messaggero di lunedì 25 maggio, Carlo Nordio censura l’incompetenza del legislatore. Ha ragione da vendere, Nordio: nel complesso e articolato quadro dei problemi che affliggono la giustizia nel Paese, l’incapacità professionale di chi ha la responsabilità di dettare le regole viene prima di qualsiasi valutazione politica.

Nel diritto penale sostanziale e processuale, di questi tempi l’incompetenza del legislatore si esprime in una specifica inclinazione a produrre leggi che, da un lato, inaspriscono le pene e, dall’altro, allungano i tempi della prescrizione. In realtà, chi è propenso ad attività delittuose non se ne astiene al pensiero dell’entità della pena che rischia, ma se mai a quello di una giustizia che funziona e che, anzitutto per questo, induce rispetto. L’inasprimento delle pene più che altro esprime dunque l’impotenza dello Stato che, quanto meno sarà in grado di punire, tanto più mostrerà i denti con i quali morderebbe se fosse in grado. In particolare, come ha detto e scritto Mario Baldassarri ad altro proposito, l’aumento delle pene comminabili per il reato di corruzione farà aumentare il prezzo della condotta del reo, ma non modificherà le statistiche della commissione del reato.

E l’allungamento dei tempi della prescrizione, in parte come effetto legale automatico dell’aumento delle pene, in parte per diretta disposizione, produce come unico risultato che i cittadini imputati di reati possono trovarsi a do-vere attendere tempi ancora più lunghi prima che i processi si concludano – peraltro di frequente non con la pronuncia di una sentenza definitiva, ma, come in precedenza, con il compimento della prescrizione.

Il legislatore sa che dell’inefficienza della giustizia spesso si avvalgono gli avvocati, contribuendo volontariamente a che il processo penale duri fino a che il reato del quale è imputato il cliente si estingua in esito al maturare del termine di prescrizione; al che il legislatore reagisce allungando il tempo a disposizione della magistratura per completare il processo prima che il termine maturi, forse pensando che la paradossale irraggiungibilità della tartaruga da parte di Achille non sia poi tanto irrealistica, se la corsa viene resa praticamente infinita.

Di nuovo, dunque, il legislatore fornisce denti da mostrare, che il magistrato potrà usare proprio sul presupposto dell’abnorme durata dei processi penali, in qualche modo confermato come normale e del quale anzi gli è implicitamente rivolto l’invito ad approfittare. Un paio di settimane addietro, nel corso di un incontro presso l’associazione radicale milanese Enzo Tortora, il parlamentare membro della Commissione giustizia Stefano Dambruoso ha diffusamente parlato, appunto, del progetto relativo all’aumento delle pene e all’allungamento dei tempi di prescrizione del reato di corruzione.

Nell’occasione, alla quale ero presente, ho esposto quanto nuovamente espongo qui, citando anche il pensiero di un bravo giudice che ho conosciuto in tempi ormai lontani, il cui assunto centrale è che, riguardo alla prescrizione del reato nel processo penale, il legislatore dovrebbe adottare una disciplina analoga a quella che vige riguardo alla prescrizione del diritto azionato nel processo civile.

In sede civile, la prescrizione di un diritto è interrotta dall’inizio di un giudizio, o dalla domanda proposta nel corso di un giudizio già iniziato, e dall’interruzione inizia un nuovo periodo di prescrizione che, peraltro, non corre fino al momento in cui il giudizio è definito con sentenza passata in giudicato; dunque, il trascorrere del tempo nel quale si svolge la vicenda processuale non influenza la prescrizione del diritto – salvo rimanendo il caso che il processo si estingua in esito ad abbandono per inattività delle parti, o a loro rinuncia in ragione di intervenuti accordi conciliativi, o ad altro.

In sede penale, invece, dall’interruzione la prescrizione comincia nuovamente a correre e, raggiunti determinati traguardi, si compie determinando l’estinzione del reato; indipendentemente dalla condotta sia dei giudici che degli imputati, per il solo trascorrere del tempo. C’è da chiedersi il perché delle due differenti discipline della prescrizione, quali siano gli effetti di quella in sede penale e cosa, in un’ottica riformatrice, si potrebbe ipotizzare di cambiare.

Alla prima domanda, l’usuale risposta è che il cittadino imputato non può rimanere indefinitamente in attesa di giudizio, mentre l’attore e il convenuto in sede civile se la possono vedere tra di loro, arrangiandosi in qualche modo; alla quale considerazione viene spesso aggiunto che, se venisse meno il rischio del compimento della prescrizione durante lo svolgimento del giudizio penale, verrebbe anche meno qualunque propensione dei giudici ad adoperarsi, lavorando duramente, al fine di sventarlo, con conseguente aumento dell’inefficienza del sistema giudiziario. Lode dunque al Codice Rocco del 1930, che ha dettato i principi ancora oggi vigenti in tema di prescrizione del reato – elaborati, comunque, in epoca nella quale il numero delle prescrizioni era infinitamente minore di quello odierno.

La replica viene in primo luogo dalla Carta costituzionale: il cui art. 111, nel dettare ai commi I e II che “la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge” la quale “ne assicura la ragionevole durata”, non si riferisce, come invece distintamente fanno i commi che seguono, al processo penale, ma al processo tout court e quindi non solo al processo penale, ma anche a quello civile; né tanto meno attribuisce all’imputato una tutela “privilegiata” rispetto a quella della parte di un processo civile.

Dunque, sul piano dei principi, è sensato concepire che la ragionevole durata di ogni tipo di processo (anche amministrativo, tributario, eccetera) sia regolata in modo omogeneo anche per quanto concerne la prescrizione dei diritti che in esso si facciano valere, compresi quelli dello Stato. Inoltre, a sostegno dell’opportunità di una conforme disciplina degli effetti del decorso del tempo nei vari tipi di processo, sul piano pratico non va trascurato il fatto che l’estenuante durata di un importante processo civile può rappresentare per un cittadino un problema non meno grave della perdurante pendenza di un importante processo penale e, anzi, molto più grave di quella di un processo penale per fatti di modesto rilievo o, comunque, senza carcerazione preventiva.

Né, con riferimento al preteso aumento dell’inefficienza del sistema giudiziario, sembra potersi immaginare qualcosa di peggio di una situazione come quella che si produrrebbe con l’entrata in vigore di una legge come quella allo studio sul reato di corruzione, nella quale il corso dei nuovi termini prescrizionali coprirebbe in molti casi una porzione fondamentale della vita dell’imputato, poco distinguibile da una situazione caratterizzata dall’assenza di termini.

L’attuale disciplina della prescrizione in sede penale, ha innegabilmente l’effetto di indurre gli imputati ad adottare una linea difensiva che spesso ha il centrale obbiettivo di fare trascorrere il tempo necessario affinché maturi la prescrizione del reato. Tale risultato è perseguibile in quanto un termine di prescrizione che possa maturare durante il processo esista, per quanto lontano: se tale termine mancasse, come manca nel diritto civile, le difese dilatorie perderebbero la loro ragione di essere.

L’assenza di un termine di prescrizione del reato che possa maturare durante il processo penale, in primo luogo, consentirebbe ai magistrati di disporre di tempo per la gestione dei processi senza essere “incalzati” dal termine di prescrizione, evidentemente ancor più che potendo contare su un termine di prescrizione di grande lontananza; in secondo luogo, l’assenza del corso della prescrizione dei reati durante i processi accelererebbe la speditezza di quelli pendenti e ne ridurrebbe notevolmente il numero.

In altri termini, se divenisse operativo il principio per cui, come il diritto fatto valere in un processo civile, anche il reato oggetto di un processo penale non si può prescrivere durante il relativo corso, avrebbe luogo senza alcun costo un importante effetto deflattivo sia delle condotte difensive dilatorie nei processi di primo grado, che della promozione dei processi di secondo grado e di legittimità avanti alla Corte di cassazione, alle quali gli imputati che mirano alla prescrizione del reato loro ascritto non avrebbero più alcun interesse.

Al che il legislatore potrebbe aggiungere la previsione di depenalizzazioni, di sanzioni alternative, di nuovi tipi di “patteggiamento” e di altri riti alternativi attuabili in qualunque stadio anche avanzato del processo, unitamente a una completa riorganizzazione dei servizi: così indicando e iniziando a percorrere una strada riformatrice ben più promettente di quella, velleitaria e inconcludente, dell’inasprimento delle pene e dell’allungamento dei termini di prescrizione.

Marco Cappato

Il Garantista, 3 giugno 2015