Carceri, i Radicali Italiani scrivono al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa


Consiglio d'Europa 2Dopo la sentenza Torreggiani, la Corte di Strasburgo ci ha chiesto di fare passi avanti. ecco cosa manca. Riportiamo il documento inviato dai Radicali italiani al Comitato dei Ministri dei Consiglio d’Europa riguardo all’incompiuta attuazione da parte dello Stato italiano delle prescrizione imposte dalla Corte europea in seguito alla sentenza Torreggiani sul sovraffollamento delle carceri. Tali informazioni sono messe a disposizione in virtù dell’articolo 9 comma 2 del Regolamento del Comitato dei Ministri per la sorveglianza dell’esecuzione delle sentenze e dei termini di conciliazione amichevoli.

Come noto con la sentenza resa dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo nel caso Torreggiani, i giudici di Strasburgo, con la procedura della sentenza pilota, hanno accertato il carattere strutturale della violazione dell’articolo 3 della Convenzione da parte dello Stato Italiano a causa dello strutturale sovraffollamento carcerario e perciò hanno impartito una serie di raccomandazioni ed ordini che si possono sintetizzare così. Primo: adottare misure legislative volte a ridurre il sovraffollamento strutturale e perciò a rispettare il precetto di cui all’articolo 3 della Convenzione europea.

Secondo: istituire un ricorso o un insieme di ricorsi interni effettivi idonei a prevenire i trattamenti inumani e degradanti e ad offrire una riparazione adeguata e sufficiente in caso di sovraffollamento carcerario, e ciò conformemente ai principi della Convenzione come stabiliti nella giurisprudenza della Corte. Codesto Comitato, chiamato a sorvegliare l’esecuzione delle sentenza della Corte Edu da parte degli Stati aderenti alla Cedu, nel corso del mese di maggio del 2014, decorso l’anno di tempo (dal momento in cui la sentenza è divenuta definitiva) concesso dalla Corte al fine di apprestare i rimedi voluti dai giudici di Strasburgo, ha preso atto degli interventi legislativi adottati dallo Stato Italiano per far fronte alle censure della Corte e ha rinviato di un ulteriore anno la propria valutazione definitiva, al fine di verificare l’effettività dei rimedi e più in generale l’impatto che la nuova normativa ha avuto per la risoluzione dei problemi accertati. Per il tramite delle presenti note, il Movimento Politico Radicali Italiani intende evidenziare quanto segue.

Sovraffollamento e rispetto della Convenzione europea

Lo Stato Italiano lo scorso anno ha presentato a Codesto Comitato una serie di provvedimenti legislativi, adottati o in via di adozione, finalizzati a ridurre il numero delle persone detenute. Sul punto v’è da evidenziare che se per un verso è vero che il numero complessivo della popolazione detenuta è diminuito nel corso dell’ultimo anno, per altro verso è altresì vero che il sovraffollamento carcerario persiste a tutt’oggi, attesa la capienza complessiva degli Istituti presenti sul territorio nazionale, come attestato dai dati forniti dal Ministero della Giustizia. In particolare si evidenzia come per ben 58 Istituti penitenziari si registri ad oggi ancora un sovraffollamento strutturale tra il 130% e il 200% rispetto alla capienza regolamentare degli Istituti. Il dato che precede, tra l’altro, evidenzia come sia a tutt’oggi l’intero sistema carcerario ad essere strutturalmente inadeguato a sostenere il numero della popolazione penitenziaria, residuando sacche di sovraffollamento complessivamente coinvolgenti migliaia di detenuti.

I meriti? Sono della Consulta più che del governo

Ad onore del vero occorre evidenziare come il più incisivo effetto, in termini di calo della popolazione penitenziaria, sia dovuto non all’azione di Governo e legislativa dello Stato Italiano, bensì alla dichiarazione di incostituzionalità dell’articolo 73 della legge 309 del 1990 (la cosiddetta legge Fini-Giovanardi) in materia di sostanze stupefacenti, da parte della Corte Costituzionale italiana.

Difatti il sistema precedente, dichiarato incostituzionale, equiparava – quanto alle pene edittali relative al traffico e/o alla cessione – le droghe pesanti (per esempio eroina e cocaina) a quelle leggere (hashish e marijuana) assegnando per la cessione di tutte le sostanze stupefacenti le stesse pene edittali minime e massime che andavano dai 6 ai 20 anni di reclusione. A seguito della sentenza della Corte Costituzionale numero 32 del 25.02.2014, le pene riguardanti i reati legati alle sostanze stupefacenti leggere sono passate a minimi e massimi edittali racchiusi fra i 2 e i 6 anni. Per effetto, poi, di altre decisioni della Suprema Corte di Cassazione che hanno imposto la rideterminazione della pena per le condanne relative alla cessione di sostanze stupefacenti leggere si è avuto, secondo i dati forniti dal Dap per il 2014, il più ingente calo della popolazione detenuta dall’emanazione dell’indulto del 2006: 8.913 detenuti in meno.

V’è infine da evidenziare come al calo degli indici di sovraffollamento non corrisponda affatto il rispetto del precetto di cui all’articolo 3 della Cedu. La Corte Edu, quanto all’osservanza del precetto di cui all’articolo 3 Cedu, ha più volte evidenziato il necessario rispetto di un requisito minimo consistente nella disponibilità in cella, per la persona privata della libertà, di almeno 3 mq al netto dello spazio occupato dal mobilio (letti, tavolini, ecc.).

La Corte ha chiarito che al di sotto di questo spazio minimo vitale v’è sempre la violazione dell’art. 3 Cedu, senza che vi sia la necessità di andare ad indagare altri parametri. La Corte ha però specificato che qualora lo spazio vitale garantito in detenzione sia superiore ai 3 mq – soprattutto per i casi in cui questo spazio sia comunque inferiore ai 7 mq individuati dal Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura e dei Trattamenti Inumani e degradanti come superficie minima da garantire ad ogni persona ristretta – è necessario andare ad indagare altri fattori quali l’aria a disposizione, la luce, le condizioni igieniche della cella, le condizioni di igiene garantite al detenuto, ecc.

Ebbene, nonostante le carceri italiane non garantiscano affatto condizioni igieniche sanitarie decenti e più in generale condizioni di vivibilità appena degne per un essere umano, lo Stato Italiano sul punto è stato totalmente inerte. La circostanza appare assai grave in considerazione del fatto che lo Stato Italiano pur con la popolazione attuale complessivamente detenuta, non può garantire e non garantisce affatto almeno 7 mq per detenuto, cosicché assumono un particolare rilievo gli altri parametri individuati dalla Corte Edu che vengono però semplicemente ignorati dallo Stato Italiano, con l’effetto di determinare la persistente strutturale violazione dell’articolo 3 Cedu attraverso l’esecuzione di pene e misure cautelari tecnicamente “illegali”.

Un riscontro di quanto sopra evidenziato lo si desume dai dati sui suicidi in carcere che, in percentuale alla popolazione detenuta sono addirittura aumentati, se è vero, com’è vero, che nel 2013 sono stati 49, 44 nel 2014 e 15 nei primi 4 mesi del 2015. Riportando questi dati in termini percentuali rispetto al numero complessivo della popolazione penitenziaria si ricava un aumento dei suicidi (in carcere il numero dei suicidi è, in proporzione, venti volte superiore ai suicidi di soggetti liberi): nel 2013, 49 suicidi su una presenza media di 65.070 detenuti equivalgono ad 1 suicidio ogni 1.328 detenuti; nel 2014, 44 suicidi su una presenza media di 57.029 detenuti equivalgono ad 1 suicidio ogni 1.296 detenuti; nel 2015, 15 suicidi nei primi 4 mesi (45 nell’anno se si mantiene il macabro trend) su una presenza media di 53.998 detenuti equivalgono ad 1 suicidio ogni 1.199 detenuti. Probabilmente se il Legislatore Italiano avesse seriamente dato seguito alla sentenza Torreggiani, oltreché al messaggio formale alle Camere indirizzato l’8 ottobre 2013, ai sensi dell’articolo 87 della Costituzione, dall’allora Presidente della Repubblica on. Giorgio Napolitano, ad oggi la situazione sarebbe molto diversa.

In ordine ai rimedi preventivi

Lo Stato Italiano per far fronte alle censure sul punto della Corte Edu ha introdotto l’articolo 35 bis dell’ordinamento penitenziario, titolato “Reclamo giurisdizionale”. La censura della Corte nasceva proprio dalla constatazione dell’assenza nell’ordinamento italiano di uno strumento che permettesse al detenuto di denunciare le condizioni inumane e degradanti vissute nell’attualità nel corso della detenzione.

Occorre ricordare che lo Stato Italiano nell’ambito dell’istruttoria del caso Torreggiani, con memorie ad hoc, aveva garantito alla Corte l’esistenza nel sistema di un rimedio interno che, a giudizio dello Stato Italiano, permetteva già al detenuto di denunciare le condizioni inumane e degradanti vissute nell’attualità nel corso della detenzione. Tale rimedio era, secondo lo Stato Italiano, da individuarsi nell’articolo 35 dell’ordinamento penitenziario, titolato diritto al reclamo.

La Corte, con la sentenza Torreggiani, non accettò la prospettazione del Governo sulla base della constatata ineffettività del rimedio, incapace di porre termine ad una detenzione in atto inumana e degradante, attesa la mancata esecuzione da parte del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria degli ordini impartiti dall’Autorità Giudiziaria competente (magistrato di sorveglianza) ad esaminare il reclamo. Sennonché, occorre evidenziare la circostanza per la quale l’ineffettività del precedente rimedio dipendeva non già dalla volontà del Dap di non eseguire gli ordini impartiti dal magistrato di sorveglianza volti a far cessare la detenzione inumana e degradante, bensì dalla impossibilità, in fatto, atteso il sovraffollamento strutturale, di garantire una detenzione rispettosa del precetto di cui all’articolo 3 Cedu. In altri termini appare evidente come l’effettività del rimedio giurisdizionale dipende dalla possibilità materiale che il sistema penitenziario, amministrato dal Dap, ha di dare risposte positive rispetto all’ordine impartito dal magistrato”.

Per tutto quanto già evidenziato nel paragrafo che precede e relativo al persistente dato di sovraffollamento strutturale e alla strutturale incapacità del sistema penitenziario italiano di garantire l’esecuzione di pene e misure cautelari in carcere in linea con il dettato di cui all’articolo 3 Cedu, anche il rimedio introdotto con l’articolo 35 bis dell’ordinamento penitenziario, indipendentemente dal fatto che sia stato qualificato come rimedio giurisdizionale, si caratterizza a tutt’oggi per essere un rimedio incapace di garantire e prevenire trattamenti inumani e degradanti e perciò per essere un rimedio non effettivo.

In ordine ai rimedi risarcitori

Lo Stato Italiano per far fronte alle censure sul punto della Corte Edu ha introdotto l’articolo 35 ter dell’ordinamento penitenziario, titolato “Rimedi risarcitori conseguenti alla violazione dell’articolo 3 della Cedu”. La censura della Corte nasceva proprio dalla constatazione dell’assenza nell’ordinamento italiano di uno strumento che permettesse al detenuto di essere risarcito per essere stato e/o essere sottoposto ad una detenzione in violazione dell’articolo 3 Cedu. Anche per tale strumento con la presente si denuncia la incontrovertibile ineffettività del rimedio, in particolar modo per i soggetti detenuti.

Secondo il dettato dell’articolo 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario, in estrema sintesi: a) la persona sottoposta nell’attualità alla detenzione dovrebbe attivare il rimedio davanti al magistrato di sorveglianza; b) la persona non più in stato di detenzione dovrebbe rivolgersi al Tribunale Civile. Indipendentemente dal merito del provvedimento legislativo – a forte sospetto di incostituzionalità nel momento in cui va a pre-determinare l’entità del risarcimento nella misura di 8 euro al giorno, per tutti ed indipendentemente da una valutazione da compiersi per ciascun caso – ciò che in questa sede va sottolineato è la totale disapplicazione dell’istituto da parte della quasi totalità dei magistrati di sorveglianza.

Ad oggi, difatti, i dati forniti dall’Unione delle Camere Penali Italiane (l’organismo rappresentativo a livello nazionale degli avvocati penalisti italiani), elaborati sulla base dei dati localmente forniti dai Presidenti e dai Referenti delle Camere Penali territoriali dislocate su tutto il territorio nazionale, evidenziano il radicale fallimento del nuovo strumento. L’indagine elaborata dall’Ucpi sulle istanze depositate al 27 novembre 2014, è lapidaria: istanze iscritte 18.104, definite 7.351, pendenti 10.753. Delle definite ne sono state dichiarate inammissibili 6.395 (87%) ed accolte solo 87 (1,2%). Ciò in totale spregio delle chiare prescrizioni fornite dalla Corte Edu con la sentenza pilota Torreggiani, che aveva intimato allo Stato Italiano di apprestare rimedi risarcitori effettivi, rapidi ed efficaci.

Perché il decreto sugli “8 euro” non viene applicato

Quanto sopra, in particolar modo il clamoroso dato sulla inammissibilità dell’87% dei ricorsi, è maturato sulla base di un orientamento interpretativo sin da subito sposato dalla grande maggioranza dei magistrati di sorveglianza, che trova la sua origine in un pessimo drafting normativo. Vero è, in ogni caso, che tra più possibili interpretazioni della norma di cui al nuovo articolo 35 ter, la magistratura di sorveglianza, in modo compatto, ha scelto l’interpretazione meno garantista dei diritti dei detenuti e perciò meno in linea con quanto richiesto dalla Corte Edu. Sul punto sono state depositate due interrogazioni parlamentari, una dal Vice Presidente della Camera on. Roberto Giachetti, della maggioranza di Governo, ed un’altra dall’on. Saverio Romano, dell’opposizione.

In entrambe le interrogazioni i parlamentari interroganti hanno chiesto al Governo di intervenire con una interpretazione autentica della norma, ma il Governo, rispondendo all’atto parlamentare dell’on. Romano, per mezzo del Vice Ministro della Giustizia Enrico Costa, si è riservato di farlo in seguito.

In realtà dalla risposta del Governo si evince quale sia il maggior problema del nuovo istituto, problema espresso formalmente anche dal Conams (Coordinamento Nazionale Magistrati di Sorveglianza) con una nota inviata al Ministro della Giustizia già nel Novembre 2014.

Nella nota, i magistrati evidenziano di non essere affatto attrezzati per poter far fronte alle nuove competenze denunciando che “a causa delle incertezze e lacune del testo normativo, dei gravi contrasti giurisprudenziali, della complessità delle istruttorie e della assoluta inadeguatezza delle risorse e dei mezzi di cui dispongono gli Uffici di sorveglianza preposti, è facile prevedere che sarà molto esiguo il numero dei casi decisi e risolti secondo gli standard prescritti dalla Giustizia europea in termini di effettività, rapidità ed efficacia dei rimedi accordati”. Sono parole pesantissime poiché provengono dagli stessi soggetti chiamati nell’ordinamento Italiano ad assicurare gli standard pretesi dalla Corte Edu con la sentenza pilota Torreggiani.

Conclusioni

Alla luce di tutto quanto sopra, pertanto, appare evidente come lo sforzo compiuto dallo Stato Italiano per far fronte ai richiami della Corte Edu, e compendiatosi nei provvedimenti legislativi presentati dal Governo lo scorso anno anche a Codesto Comitato – deputato a sorvegliare sulla corretta esecuzione delle sentenze della Corte di Strasburgo da parte degli Stati contraenti – sia risultato ad un anno di distanza del tutto inadeguato, incapace di garantire preventivamente il rispetto dell’articolo 3 Cedu, oltreché di garantire un adeguato, effettivo e rapido ristoro dei danni patiti dalle decine di migliaia di detenuti che ingiustamente sono stati sottoposti a pene, misure e trattamenti inumani e degradanti. Tanto si mette a disposizione di Codesto Comitato per le determinazioni che lo stesso vorrà assumere in relazione alle proprie competenze istituzionali.

*Documento preparato in collaborazione con Giuseppe Rossodivita, Segretario del Comitato radicale per la Giustizia “Piero Calamandrei”

Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani

Il Garantista, 8 maggio 2015

Intervista all’Avv. Giuseppe Rossodivita, Segretario del Comitato Radicale “Piero Calamandrei”

Carceri, Radicali : i risarcimenti ai detenuti sono un fallimento, porteremo le prove alla Corte di Strasburgo


Isernia 1Ieri sera a Radio Carcere (la trasmissione condotta da Riccardo Arena su Radio Radicale) la Segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, ha parlato dello stop ai ricorsi pronunciato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione dell’art. 3 della Convenzione (trattamenti inumani e degradanti).

Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, la Corte Edu nel respingere 19 ricorsi provenienti dall’Italia, ha dichiarato di “non avere prove per ritenere che il rimedio preventivo e quello compensativo introdotti dal governo con i decreti legge 146/2013 e 92/2014, non funzionino”. La Corte di Strasburgo ha inoltre deciso di mettere uno stop anche ai quasi 4.000 ricorsi ricevuti in questi anni dai detenuti delle carceri italiane.

“Come abbiamo già documentato al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa con il nostro dossier del 22 maggio (non consegnato per tempo ai delegati dalla burocrazia europea) – ha dichiarato la Segretaria di Radicali italiani, Rita Bernardini – proveremo che i rimedi previsti dal Governo italiano non solo sono umilianti per chi ha subito trattamenti equiparabili alla tortura, ma nemmeno funzionano per come è organizzata oggi la Magistratura di sorveglianza, inadeguata persino a rispondere alle istanze di ordinaria amministrazione avanzate dalla popolazione detenuta. Toccherà ancora una volta a noi e alle associazioni del mondo penitenziario armarsi di nonviolenza e di molta precisione e pazienza per impedire che la “peste italiana” della negazione di diritti umani fondamentali si diffonda anche in Europa. Lo faremo con i detenuti e le loro famiglie”.

http://www.radicali.it, 1 ottobre 2014

Giustizia: responsabilità civile dei magistrati, l’Italia rischia la procedura d’infrazione Ue


giustizia-500x375La riforma della giustizia, dopo molti annunci, ha iniziato il suo iter formale. Il decreto legge sul processo civile è partito ieri in direzione del Quirinale per la firma del Capo dello Stato. Come annunciato, il decreto prevede i meccanismi di deflazione del contenzioso, l’arbitrato e la negoziazione assistita tramite gli avvocati, il taglio alle ferie dei magistrati. A partire dal 2015 i giudici si vedranno quindi tagliare le ferie da 45 a 30 giorni; i tribunali resteranno chiusi dal 6 al 30 agosto e non più dal 1 agosto al 15 settembre.

Si annunciano intanto sgravi fiscali per chi vorrà adottare i percorsi alternativi al processo. Una potente spinta verso il nuovo, unitamente a quanto già previsto: l’arbitrato sarà un titolo immediatamente esecutivo; chi perderà un processo tradizionale pagherà sempre le spese legali a chi vince; gli interessi di mora passeranno dall’I all’8%. Nessuno può prevedere quali saranno gli effetti sulla montagna di processi civili che s’imbastiscono ogni anno, ma il ministro Andrea Orlando, Pd, spera di dare un bel colpo all’arretrato (5 milioni le cause civili pendenti) e all’altissimo indice di litigiosità.

La riforma si comporrà anche di diversi disegni di legge. Uno di questi modifica i meccanismi della responsabilità civile dei giudici. Pochi sanno che sull’Italia pende l’ennesima sanzione europea. Il viceministro Enrico Costa, Ncd, ha fatto fare alcuni calcoli: dato che dal 24 novembre 2011 il nostro ordinamento (cioè la legge Vassalli del 1988) è stato dichiarato dalla Corte di Strasburgo non conforme al diritto comunitario, e che l’Italia ha ricevuto una lettera di messa in mora dalla commissione europea il 26 settembre 2013, c’è il fondato pericolo che venga aperta una procedura d’infrazione. Ciò significa che rischiamo una sanzione di almeno 37 milioni di euro (e che cresce di altri 36mila euro al dì). “Io sono certo – dice Costa – che il governo si sarebbe mosso anche a prescindere dal rischio della sanzione, in quanto la normativa del 1988 si è dimostrata fragile. Tant’è che nel nostro ddl ci sono alcune innovazioni, quali l’abolizione del filtro, che non sono oggetto di osservazioni”.

E poi c’è la giustizia fatta di incarichi. Si è alla vigilia della seduta del Parlamento per nominare i membri del Csm. Per il ruolo di vicepresidente sono in ballo l’ex sottosegretario Massimo Brutti e l’ex sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani, interpreti di due anime diverse del Pd. Per la Corte costituzionale crescono le quotazioni di Luciano Violante e Antonio Catricalà.

Francesco Grignetti

La Stampa, 10 settembre 2014

“Torture a premio”, la Camera dei Deputati approva il Decreto per risarcire i detenuti


MontecitorioOgni dieci giorni nella cella-bestiame si vince un giorno di sconto-pena. e poi se la prendono con De Sade! Il bello è che la curva forcaiola di Montecitorio protesta pure. Secondo Lega e Movimento Cinque Stelle è una vergogna assegnare un risarcimento di 8 euro al giorno a chi è recluso in condizioni subumane. In realtà il decreto detenuti approvato in prima lettura da Montecitorio aggira con astuzia le prescrizioni della Corte europea.

All’interno del provvedimento infatti non ci sono misure particolarmente efficaci per risolvere il problema del sovraffollamento: solo un divieto di ricorrere alla custodia cautelare per reati con pena inferiore a 3 anni, molto condizionato da diverse eccezioni e dall’arbitrio del gip. C’è invece la beffa del rimborso da 8 euro al giorno che dovrebbe sollevare lo Stato da ogni altra responsabilità sia nei confronti di chi è ammassato in celle da terzo mondo sia per le vittime di maltrattamenti, compresa la tortura. Un macabro gioco a premi, che nasconde ulteriori beffe: a cominciare dalle condizioni e dalle procedure per ottenere il risarcimento, destinate ad ammassarsi negli ingolfatissimi tribunali di sorveglianza.

Forcaioli contro il decreto: “Sono otto euro buttati”

Pochi, maledetti. E non arriveranno subito. Gli 8 euro di risarcimento per chi è ammassato in carceri sovraffollate paiono un rimedio vagamente elusivo, rispetto alle condizioni del sistema penitenziario. Ma rappresentano anche una scorciatoia provvidenziale per lo Stato italiano, che altrimenti dovrebbe mettere in conto spese per centinaia di milioni tra ricorsi e sanzioni europee. Sul decreto che istituisce le compensazioni ai reclusi in condizioni “inumane e degradanti” arriva dunque il sì della Camera, Ora il Senato ha tempo fino al 28 agosto per convertire in legge il provvedimento. D’altra parte la misura è stata adottata il 26 giugno dal Consiglio dei ministri anche per l’incombere del generale agosto, E cioè per scongiurare il più possibile il solito inferno legalizzato dei detenuti costretti in celie con spazi vitali da bestie. Montecitorio licenzia il di con 305 voti favorevoli, 110 contrari e 30 astenuti, in gran parte deputati di Forza Italia, Sul fronte del no si trovano accomunati da affini impeti pseudo-sicuri tari il Movimento Cinque Stelle, Lega e Fratelli d’Italia. Con i lumbard che inscenano la solita coreografia: stavolta si tratta di banconote false da 8 euro fatte volare per l’emiciclo un attimo dopo il voto finale, Da questo variegato fronte contrario provengono critiche soprattutto alla norma che monetizza il risarcimento ai reclusi. Ma il decreto ha una doppia faccia. L’altra riguarda la custodia cautelare, ovvero il divieto di applicarla agli indagati il cui reato comporterà, secondo il gip, una pena inferiore a 3 anni. Seppure con minor ardore, leghisti e grillini se la prendono anche con questa seconda parte del provvedimento, contestata in quanto “ennesimo svuota carceri”.

Ma qui l’efficacia del di è ancora più dubbia, Nel caso specifico, per alcune modifiche reclamate dall’Anni che ne limitano l’applicazione. Molto rumore per poco, se non per nulla, Tanto più che mentre vanno in scena gli anatemi forcaioli delle opposizioni, la realtà si impone con l’ennesima tragedia di un carcerato suicida: stavolta succede a Trento, dove si toglie la vita un uomo di 33 anni. Se ne ricorda solo la segretaria dì Radicali italiani Rita Bernardini, che non si lascia commuovere dal via libera della Camera: “Noi radicali, con Marco Pannella e altri 306 cittadini, proseguiamo il Satyagraha affinché si interrompa questa mattanza e si garantiscano le cure a migliaia dì detenuti oggi privati di ogni diritto”, dice Bernardini, “abbiamo uno Stato che si comporta peggio del peggior criminale violando Costituzione e Convenzioni europee”.

La norma sugli 8 euro peraltro viene aggredita con scarso senso della realtà. 11 risarcimento monetario riguarderà un numero limitato di casi. Il decreto infatti prevede in. via prioritaria che il ristoro avvenga attraverso uno sconto di pena: 1 giorno ogni 10 trascorsi in celle sovraf-follate. A essere “pagati” in denaro saranno solo i reclusi che trascorrono in condizioni “inumane e degradanti” meno di 15 giorni; oppure quelli per i quali il numero di giorni di pena residui è inferiore allo “sconto temporale” da ottenere. È chiaro come fin qui si tratti di cifre ridicole. Il grosso della spesa riguarderà chi è già fuori dal carcere e dunque non può in ogni caso risparmiare sulla durata della pena. Questa categoria di ex detenuti potrà ottenere appunto 8 euro in cambio di ogni giorno trascorso dentro un carcere da terzo mondo.

A una condizione: essere uscito di galera da non più di 6 mesi. Tutti gli ex carcerati la cui mortificazione risale a più di 8 mesi addietro possono scordarsi i soldi e pure le scuse. A quanto ammonta il tutto? Secondo i calcoli del governo si tratta di 5 milioni per questo residuo di 2014, 10 milioni per il 2015 e 5,3 milioni per il 2018, Cifre irrisorie rispetto al mezzo miliardo di euro che sarebbe piovuto addosso tra risarcimenti vinti alla Corte europea e sanzioni di Bruxelles, come ricorda nella dichiarazione di voto il deputato Pd Walter Verini.

Senza considerare che il provvedimento prevede di liquidare con 8 euro al giorno anche i casi di maltrattamenti in cella. Paradosso che tende a degradare nel mostruoso, come denuncia l’Unione camere penali, e a cui difficilmente si potrà porre rimedio.

In mia proposta di legge rimasta a galleggiare in commissione Giustizia già c’era una norma che impone il divieto di carcerazione preventiva per i reati con pena inferiore ai 3 armi. Il guardasigilli Orlando l’ha estrapolata e inserita pari pari nel decreto. Poi in fase di conversione la magistratura lombarda prima e l’Anm poi hanno impostò alcune precisazioni. Dal divieto di custodia in carcere sono esclusi i reati a più alto allarme sociale; in ogni caso tutti quelli per i quali non è prevista la sospensione cautelare della pena. E in particolare i reati legati, a fatti di mafia e terrorismo, lo stalking, i maltrattamenti in famiglia, gli scippi, le rapine, i furti in abitazione. Deve essere comunque il gip (e in seconda istanza il Riesame) a stabilire la prognosi sull’eventuale condanna, cioè a decidere se la pena, all’esito del processo, sarà davvero sotto i 3 anni. C’è evidentemente un ampio margine di discrezione che promette di ridurre ulteriormente l’efficacia della norma.

Un minimo di sollievo all’affollamento carcerario dovrebbe provenire anche dalla disposizione che estende agli under 25 le misure alternative già previste per gli under 21 che hanno commesso il reato da minorenni. C’è una riduzione di 703 posti sull’organico delia polizia penitenziaria con corrispondente aumento fino a un massimo di 907 unità per gli agenti.

Si cerca di risparmiare sulla formazione degli allievi vice ispettori penitenziari, con la riduzione da 18 a 12 mesi della durata dei loro corsi, Prevista l’eventuale immissione in ruolo di magistrati di sorveglianza, scelti tra i nuovi giudici che non hanno ancora conseguito la prima valutazione di professionalità, qualora risulti uno scoperto d’organico superiore al 20 per cento. Sempre per limitare le spese è stabilito che chi è sottoposto ad arresti domiciliari con braccialetto elettronico vada a casa da solo anziché accompagnato dalle forze dell’ordine, Più che il decreto detenuti sembra il decreto scorciatoie.

Enrico Novi

Il Garantista, 25 luglio 2014

Quintieri (Radicali) : Pieno sostegno all’iniziativa della Camera Penale di Cosenza


magistrati_responsabili_anteEsprimo la mia più profonda indignazione per quanto accaduto ai danni di un Avvocato nell’ambito di una Udienza Preliminare tenutasi nei giorni scorsi innanzi al Gup del Tribunale di Cosenza il quale, semplicemente per aver correttamente esercitato il proprio dovere di difensore consistito nel segnalare dati erronei riportati nella richiesta di rinvio a giudizio e richiedendo l’esclusione di alcune parti civili che nulla avevano a che vedere con il celebrando processo, è stato accusato dal Pubblico Ministero di “condotta oltraggiosa” il quale, tra l’altro, ha chiesto ed immediatamente ottenuto persino la trasmissione del verbale di udienza al suo Ufficio al fin di procedere per il delitto di oltraggio a Magistrato in Udienza.

Bene hanno fatto gli altri difensori degli imputati, anche nella qualità di rappresentanti del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e della Camera Penale di Cosenza a censurare l’operato del Pubblico Ministero ed a manifestare al Giudice la loro grave preoccupazione per la richiesta formulata dal Sostituto Procuratore della Repubblica. Inoltre, bene ha fatto, la Camera Penale “Avv. Fausto Gullo”, aderente all’Unione delle Camere Penali Italiane, ha deliberare lo stato di agitazione e proclamare l’astensione da ogni attività difensiva nelle Udienze e nelle altre attività giudiziarie del settore penale per i giorni ricompresi tra il 21 ed il 25 luglio prossimi.

Il “copia – incolla” segnalato dall’Avvocato è ormai una prassi diffusissima negli Uffici Giudiziari che arreca grave pregiudizio sia all’Amministrazione della Giustizia che alla libertà dei cittadini. Chiunque abbia avuto a che fare con la Giustizia sa benissimo che gli atti, specie i decreti che dispongono il giudizio o le ordinanze che applicano le misure cautelari da parte dei Giudici, non sono altro che “copia – incolla” delle richieste avanzate dai Pubblici Ministeri. E, più volte, la Corte Suprema di Cassazione è dovuta intervenire per annullare provvedimenti o misure cautelari perché i Giudici non fornivano una vera e propria motivazione ma si limitavano a ricopiare (facendolo anche male e non sostituendo nemmeno le parole “questo Pubblico Ministero” con quelle di “questo Giudice” !) l’istanza formulata dal Pubblico Ministero accogliendo del tutto passivamente le sue richieste.

Mi domando se, in queste condizioni, si possa ancora parlare di “giusto processo” visto che l’esplicazione della difesa in giudizio, diritto inviolabile garantito dall’Art. 24 comma 2 della Costituzione Repubblicana e dall’Art. 6 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, è stata ritenuta come “condotta oltraggiosa nei confronti della Procura della Repubblica”. Mi domando se, in queste condizioni, si possa parlare di “giusto processo” visto che la libertà, l’indipendenza e l’autonomia del difensore è, quindi, il diritto alla difesa del suo patrocinato, è così drasticamente ed irragionevolmente compressa.

In Italia, i diritti fondamentali della persona e, tra questi, quello ad essere sottoposti ad un “giusto processo” con la difesa ed assistenza di un tecnico dotato di specifica qualificazione professionale, pur essendo formalmente garantiti dalla Costituzione e dalle norme pattizie sovranazionali ratificate dallo Stato Italiano vengono ripetutamente violati. E lo dimostrano, chiaramente, le innumerevoli sentenze di condanna emesse dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ! “La Giustizia giusta in Italia non è garantita e l’unica certezza che il nostro Paese offre è quella dell’incertezza dei tempi e dei modi di applicazione della Legge.” Lo hanno detto chiaramente gli Onorevoli Emma Bonino, Marco Pannella e Marco Perduca del Partito Radicale in un documento inviato recentemente ai Presidenti del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, della Corte Europea dei Diritti Umani, del Consiglio Europeo, della Commissione Europea e del Parlamento Europeo per denunciare, tra l’altro, la mancanza di progresso da parte dell’Italia nel recupero della legalità costituzionale e del rispetto dei suoi obblighi internazionali in materia di Stato di Diritto.

L’Italia è l’unico Paese, fra le democrazie consolidate, ad aver introdotto il rito accusatorio con il nuovo Codice di Procedura Penale del 1989 conservando però l’unicità delle carriere. Infatti Pm e Giudici vengono reclutati con lo stesso concorso, si autogovernano con lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura, partecipano alla stessa Associazione e magari appartengono pure alla stessa corrente. Tutto questo, non garantisce per niente, né la terzietà del Giudice né la parità tra accusa e difesa ovvero i principi del “giusto processo” sancito dall’Art. 111 della Costituzione.

L’ex Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, durante la sua deposizione presso il Tribunale di Napoli nel corso del processo Lavitola, ha definito la Magistratura “incontrollata, incontrollabile, irresponsabile e con l’immunità piena”. Pur non essendo di destra e simpatizzante “berlusconiano” non posso far altro che sostenere con convinzione le dichiarazioni rese dall’On. Berlusconi. Finalmente, dopo tanti anni, afferma qualcosa di vero e di concreto ! I Magistrati sono gli unici che non vengono controllati da nessuno e che non rispondono degli atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni. Non è un caso che dal 1988 ad oggi, a fronte di oltre 400 cause avviate nei loro confronti, ne siano state dichiarate ammissibili soltanto 34 ed appena 4 si siano concluse con la condanna. Forse anche perché, unico caso al mondo, il giudizio, tra l’altro demandato agli appartenenti alla stessa categoria professionale, deve passare per nove gradi, tre per l’ammissibilità del procedimento, tre per individuare le responsabilità del Magistrato ed altri tre per l’eventuale rivalsa da parte del Ministero della Giustizia.

In definitiva, urge una radicale riforma della Giustizia, che preveda oltre alla responsabilità civile dei Magistrati, anche la revisione della composizione e del sistema elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura, la separazione delle carriere con modalità tali da garantire una effettiva terzietà del Giudice, la reintroduzione di severi vagli della professionalità, l’incompatibilità tra la permanenza nell’Ordine Giudiziario e l’assunzione di incarichi elettivi e non ed infine l’abolizione della obbligatorietà dell’azione penale come i Radicali propongono da tempo immemorabile. Senza dimenticare l’Amnistia e l’Indulto, unici provvedimenti in grado di far ripartire la Giustizia paralizzata del nostro Paese e quindi il rientro nella legalità costituzionale, europea ed internazionale anche per quanto concerne le nostre Carceri ove si pratica sistematicamente la Tortura. Purtroppo, come giustamente dice Marco Pannella questi sono temi rispetto ai quali l’attuale Premier Matteo Renzi è perfettamente disinteressato. Ed infatti tra le priorità “renziane” per la riforma della Giustizia rese note dal Governo qualche settimana fa non ve ne è assolutamente traccia !

Per questi motivi l’iniziativa oggi assunta dalla Camera Penale di Cosenza merita tutto il mio apprezzamento, condivisione e sostegno.

Cetraro lì 10 Luglio 2014

Emilio Quintieri

Ecologista Radicale

Carceri e Giustizia. I Radicali denunciano l’Italia alla Corte dei Conti per Danno Erariale


radioradicale (1)Conferenza Stampa dei Radicali Italiani per illustrare il dossier inviato al Consiglio d’Europa a Strasburgo e l’esposto alla Procura della Corte dei Conti per il danno erariale per il mancato rispetto dell’articolo 3 (degrado delle condizioni di detenzione ed applicazione di condizione assimilabili alla tortura) e dell’articolo 6 (irragionevole durata dei processi) previsti dalla Convenzione Europea per i Diritti dell’ Uomo.

Con Marco Pannella (presidente del Senato del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito), Rita Bernardini (segretaria di Radicali Italiani) e Deborah Cianfanelli (avvocato, membro della direzione di Radicali Italiani).

Padova, 05 Luglio 2014

http://www.radioradicale.it/scheda/415499

Mauro Palma: Bisogna rivedere il 41 bis per evitare degrado psicofisico detenuti


Mauro PalmaL’isolamento dei detenuti – secondo gli standard europei – va compensato con misure che evitino il degrado psico-fisco del soggetto. Per questo il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti ha chiesto, con riferimento ai detenuti sottoposti al regime detentivo del 41-bis, che le due ore d’aria attualmente previste vengano raddoppiate.

A dirlo Mauro Palma – presidente del Consiglio europeo per la cooperazione nell’esecuzione penale e per sei anni (fino al 2011) presidente del Comitato per la prevenzione della tortura – durante l’audizione svolta il 25 giugno davanti alla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani proprio in relazione al regime del 41-bis.

Palma ha spiegato che il Comitato ha mosso alcuni rilievi rispetto a questo regime detentivo: il primo relativo all’applicazione non omogenea nei diversi istituti penitenziari; il secondo connesso al sistema di reclutamento e formazione degli agenti appartenenti al gruppo operativo mobile; il terzo legato alla presenza all’interno del circuito penitenziario, nelle sezioni destinate ai detenuti in regime di 41-bis, di aree riservate in cui vengono adottate misure ancora più restrittive.

Nell’ultimo rapporto pubblicato il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, in merito al regime del 41-bis, ha indicato alcuni punti su cui intervenire: lo svolgimento di maggiori e più estese attività nonché il raddoppio delle ore d’aria; la possibilità di cumulo delle visite mensili; modalità più agevoli per le telefonate ai detenuti. Sullo stesso argomento, la Commissione straordinaria del Senato il 26 giugno ha ascoltato Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia.