Calabria, Francesca Romeo : “Io un padre ce l’ho ma è sepolto vivo, alla morte ci si rassegna, al carcere a vita no”


Casa Circondariale 1Abbiamo parlato molto delle sezioni di Alta Sicurezza della Casa di Reclusione di Padova, che stanno per essere chiuse, ma vorremmo spiegare perché quello che chiediamo è la declassificazione di molte delle persone rinchiuse in quelle sezioni.

Definirle “mafiosi” non rende meno pesante la responsabilità di chi le ha trattate con poca umanità, e soprattutto ha trattato in modo inumano i loro figli. Dopo anni passati in un regime crudele come il 41 bis, il carcere duro che tanto assomiglia alla tortura, e anni passati nelle sezioni di Alta Sicurezza, se vogliamo che le persone si stacchino davvero dalla “cultura” delle associazioni criminali a cui appartenevano, è importante che siano tirate fuori da quelle sezioni, che sono spesso ghetti dove si resta ancorati al linguaggio e alla cultura del proprio passato, e possano vivere una carcerazione un po’ più civile per sé e per i propri figli.

La mia famiglia dall’inferno del mio 41 bis è uscita unita

di Tommaso Romeo

In questo io sono fra i pochi fortunati, ma ne ho passati di giorni neri, arrivi al punto di convincerti che non sei un essere umano ma un fantasma.

Il 27 maggio 1993 vengo arrestato e portato nel carcere di Locri, mi mettono in una sezione che anni prima fungeva da isolamento, vi erano dieci cellette, era la nuova sezione speciale dell’Alta Sorveglianza con passeggi piccolissimi e con la rete sopra, in quel reparto ci ho passato nove anni, mai visto un educatore, mai un volontario anzi non sapevo che esistessero, e gli agenti erano quelli della squadretta che cambiavano ogni sei mesi, i colloqui con i famigliari si svolgevano in una stanzetta divisa da un bancone di cemento.

Le mie figlie gemelle, Francesca e Rossella, avevano quindici mesi quando sono stato arrestato, ho visto crescere le mie figlie dietro quel bancone. Ma il peggio doveva venire: infatti il 22 giugno 2002 si presentano davanti alla mia cella gli agenti e mi portano alla matricola e mi informano che mi era stato applicato il regime del 41bis, e che dovevo prepararmi la roba che entro un paio d’ore ero in partenza. In poche ore mi ritrovo nel super carcere di Spoleto, appena arrivato vengo denudato e costretto a fare la famosa flessione, dopo essermi rivestito entro in una stanza dove l’ispettore responsabile mi elenca tutto quello di cui non potevo usufruire “niente telefonate, un’ora di colloquio al mese, un’ora d’aria al giorno, posta censurata, vestiario contato, perquisizione in cella tutti i giorni”, vengo portato in sezione, il mio gruppo era composto da cinque detenuti compreso me, gli oggetti personali (rasoio, pettine, taglia unghie) venivano ritirati alle ore 19:00 compreso il fornellino, perciò dopo di quell’orario non potevi farti un caffè o un tè, ti veniva ridato il tutto il mattino seguente alle ore 7:00, ogni volta che uscivo dalla cella venivo perquisito, non potevo leggere quotidiani della mia regione d’origine, alla tv potevo vedere sette canali decisi dalla direzione.

Quando andavo al colloquio avvocati venivo denudato sia all’entrata che all’uscita, lo stesso accadeva al colloquio famigliari. C’è da precisare che il detenuto non ha nessun contatto con i famigliari in quanto è separato da un vetro blindato, perciò non riuscivo a spiegarmi perché dovevo essere denudato, gli agenti giustificavano il tutto con il fatto che lo prevedeva il regolamento. Dopo molti anni per spiegarvi come si svolgevano i colloqui familiari al 41bis devo fare un profondo respiro per reprimere la rabbia, rivedere nella mia mente le mie figlie dietro quel vetro blindato senza potergli dare una carezza, vedere le loro manine battere su quel vetro maledetto ti fa vedere tutto nero, la rabbia sale alle stelle perché ogni minuto che passi in quella stanza le voci dei tuoi cari ti arrivano distorte da quello spesso vetro, perciò cominci a parlare a gesti le parole diventano sempre più poche come pure i gesti, pollice alzato tutto ok, ti rimangono impressi gli occhi dilatati dei tuoi cari, esci dal colloquio che non hai provato la gioia di aver visto i tuoi cari ma ritorni in cella pieno di rabbia, pensi di recuperare scrivendo qualche lettera con tutto quello che non gli hai potuto dire in quell’ora di colloquio, scrivi due, tre pagine ma poi ti ricordi che quella lettera intima verrà letta da un agente che vedi tutti i giorni e decidi di strapparla. In sette anni quante lettere ho strappato! dopo un po’ di tempo le mie lettere sono diventate un rigo freddo “ciao io sto bene vi voglio bene”, in quei sette anni ne ho visti di detenuti cadere nella depressione perché le loro famiglie si sono sfasciate, mi viene in mente un mio giovane paesano che vedevo triste, un giorno riesco a domandargli che cosa avesse e lui mi risponde “mi sono lasciato con mia moglie”.

Io sono uno di quelli fortunati perché la mia famiglia da quell’inferno è uscita unita, ma ne ho passati di giorni neri, arrivi al punto di convincerti che non sei un essere umano ma un fantasma, o solo una grande foto nella stanzetta dei tuoi figli, perché sai che a qualunque loro richiesta di aiuto non puoi fare altro che dire “vi affido a Dio” e se non sei forte cominci a pensare che la migliore soluzione è quella di addormentarti e di non svegliarti più.

12 giugno 2009: si presenta davanti alla mia cella un agente, mi fa uscire, gli domando dove devo andare, mentre mi perquisisce mi risponde che non lo sa, fuori dalla sezione mi sta aspettando un ispettore e gli faccio la stessa domanda, anche lui mi risponde che non lo sa, arrivati alla matricola il responsabile mi comunica “Le è stato revocato il 41bis non può più tornare in sezione”. Dopo dodici giorni d’isolamento dal carcere di Ascoli Piceno arrivo a Padova, vengo collocato nella sezione di alta sorveglianza AS1, ci sono da sei anni, i miei ventidue anni di detenzione li ho passati nelle sezioni speciali, in altri stati esiste una legge per cui dopo la condanna definitiva vieni inserito nelle carceri di media sicurezza, solo in Italia c’è gente al 41bis da quando è stato applicato quel regime, cioè dal 1992, e c’è gente da decenni nei circuiti di Alta Sicurezza.

Non riuscirò mai a dimenticare il mio primo colloquio del 41 bis

di Francesca, figlia di Tommaso

Era il 14 giugno del 1991 quando io e per fortuna mia sorella gemella veniamo al mondo in quella che era una famiglia felice, o perlomeno dalle poche foto che io ho, perché purtroppo io non ne ho memoria dato che dopo 15 mesi il mio papà viene arrestato e quelle maledette porte del carcere non si sono più riaperte ad oggi, che sono passati 23 anni, qualunque errore abbia potuto commettere lo ha pagato con tanti anni della propria libertà e non si sa se quel maledetto cancello si riaprirà mai.

Ho tanta rabbia dentro un po’ con il mondo intero e non solo, visto che mi è stata negata per tutti questi anni la presenza di mio padre accanto a me, ero piccola e non riuscivo a capire perché il mio papà ad ogni mio compleanno, ad ogni Natale, ad ogni Pasqua o semplicemente al mio primo giorno di scuola non c’era, mentre tutti gli altri bambini erano accompagnati dal proprio papà, io purtroppo ero quella diversa quella senza un papà. Ho tanta rabbia dentro perché non riesco neanche a ricordarmi il mio papà dentro casa mia, non riesco a ricordare neanche il poco tempo che siamo riusciti a passare insieme perché ero troppo piccola, quanto vorrei ricordare! Stare rinchiuso in quattro mura per 23 anni e non si sa ancora quanti anni passeranno è come essere sepolti vivi, questa è la mia rabbia perché io un padre ce l’ho ma è sepolto vivo, alla morte ci si rassegna al carcere a vita no.

Ogni tanto penso tra me e me come sarebbe stata la mia vita con il mio papà accanto, ma invece purtroppo per passare qualche ora con mio padre devo fare un viaggio lunghissimo e vederlo in mezzo a persone che non conosco. Questo calvario è iniziato quando ero piccolissima. Non mi ricordo il mio primo colloquio con mio papà, ma sicuramente uno non riuscirò mai a dimenticarlo, cioè il mio primo colloquio del 41bis.

Avevo solo 11 anni, eravamo abituate io e mia sorella a colloqui molto affettuosi pieni di abbracci e baci, e vedersi dietro un vetro blindato e non capire nemmeno cosa ti dice tuo padre è stato traumatico, poggiavamo la mano sul vetro per fare finta che ci toccassimo ma in realtà toccavamo un vetro freddo. Per sette anni non ho sentito il calore di mio padre, non ho potuto abbracciarlo né baciarlo né stare sulle sue gambe, cosa che faccio a tutt’oggi anche se ho 23 anni, forse per la troppa voglia di avere un papà come tutti gli altri. Il carcere secondo me deve essere una struttura che aiuti il detenuto a prendere coscienza dei propri errori e a essere reinserito al meglio nella società, e non come hanno fatto con mio padre che è entrato a causa dei suoi errori, ma poi hanno gettato la chiave, per forza sono arrabbiata con il mondo intero, perché crescere con un padre in carcere non è stato facile, affrontare ogni mio problema da sola non è stato per niente facile, se sei la figlia di un detenuto la gente ignorante ti giudica, ti discrimina, ti emargina e ti addita come se essere figlia di un detenuto fosse colpa mia, quindi sì ce l’ho con il mondo intero.

Tutto questo è stato devastante, la cosa più brutta è stata quando leggendo una lettera di mio padre domandai a mia madre perché sul mio pezzo di lettera c’era un timbro, mia madre diventò bianca e mi disse che significava che prima di essere spedita quella lettera, la mia lettera, era stata letta da un estraneo. Io non dissi nulla per non fare rimanere male mia madre, però dentro di me sapere che le parole che mi scriveva mio padre fossero state lette da qualcun altro mi suscitava tanta rabbia. Fortunatamente questo periodo di 41bis è passato e a Padova facciamo un bel colloquio pieno di abbracci risate baci, tutti quelli che mi sono persa in 7 anni che mai nessuno mi potrà restituire. Spero che mio padre non debba essere trasferito via da Padova, e che un giorno non molto lontano possa tornare a casa per viverci finalmente un po’ di vita insieme o perlomeno vivere quello, che non ha potuto vivere con le sue figlie, con i suoi nipoti, visto che mia sorella ha due bimbi piccoli.

Carceri, possibile prolungare l’orario di colloquio con i familiari detenuti al 41 bis


Cella 41 bis OPNei giorni scorsi, la Prima Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione (Pres. Cortese, Rel. Cavallo) con Sentenza nr. 3115, depositata il 22 Gennaio 2015, si è pronunciata nuovamente in merito allo svolgimento dei colloqui con i familiari da parte dei detenuti sottoposti al regime detentivo speciale ex Art. 41 bis c. 2 dell’Ordinamento Penitenziario, volgarmente noto come “carcere duro”.

I Giudici della Cassazione, per l’ennesima volta, hanno chiarito che anche per i detenuti sottoposti al regime differenziato “in assenza di specifiche disposizioni ministeriali” debbono valere le regole generali previste dall’Ordinamento Penitenziario “non oggetto di sospensione” precisando che il 41 bis “nulla stabilisce sulla durata massima del colloquio” mentre “il parametro di riferimento della norma è comunque rappresentato dalle normali regole di trattamento dei detenuti” poiché “l’ampiezza della previsione normativa in materia di colloqui è tale da indurre a ritenere che ulteriori limitazioni, al di là di quelle previste, non siano possibili, salvo che derivino da un’assoluta incompatibilità della norma ordinamentale – di volta in volta considerata – con i contenuti tipici del regime differenziato.”

Com’è noto, l’Ordinamento Penitenziario all’Art. 18 c. 2 prevede che “Particolare favore viene accordato ai colloqui con i familiari” mentre il Regolamento di Esecuzione Penitenziaria all’Art. 37 c. 10 prevede che “Il colloquio ha la durata massima di un’ora. In considerazione di eccezionali circostanze, è consentito di prolungare la durata del colloquio con i congiunti o i conviventi. Il colloquio con i congiunti o conviventi è comunque prolungato sino a due ore quando i medesimi risiedono in un comune diverso da quello in cui ha sede l’Istituto, se nella settimana precedente il detenuto o l’internato non ha fruito di alcun colloquio e se le esigenze e l’organizzazione dell’Istituto lo consentono. ….”.

L’Art. 41 bis O.P. citato nulla stabilisce sulla durata massima del colloquio tra familiari e detenuto: il parametro di riferimento della norma è comunque rappresentato dalle normali regole di trattamento dei detenuti. Per tale motivo, il detenuto che intenderà ottenere il prolungamento dell’orario di colloquio con i propri familiari sino a due ore, potrà presentare apposita richiesta al Direttore dell’Istituto Penitenziario ove si trova ristretto. Nell’istanza (vds. fac-simile disponibile alla fine di questa pagina) andranno indicati i motivi per i quali si chiede il prolungamento della durata del colloquio altrimenti si correrà il rischio di vedersela respinta. Uno dei motivi più importanti, da evidenziare, è l’eccessiva lontananza dal luogo di residenza dei propri familiari con quello del luogo di detenzione, una circostanza che – il più delle volte – anche per difficoltà di natura economica, impedisce di poter effettuare ogni mese il colloquio mensile cui si ha diritto.

Il Direttore dell’Istituto Penitenziario, a norma dell’Art. 75 c. 4 del Regolamento di Esecuzione Penitenziaria, “nel più breve tempo possibile” deve informare il detenuto che ha presentato l’istanza “dei provvedimenti adottati e dei motivi che ne hanno determinato il mancato accoglimento”.

Contro la determinazione del Direttore, il detenuto personalmente o il suo difensore di fiducia, ai sensi degli Artt. 35 bis e 69 c. 6 lett. b) dell’Ordinamento Penitenziario, entro 10 giorni dalla comunicazione del provvedimento, può presentare reclamo giurisdizionale al Magistrato di Sorveglianza territorialmente competente.

Nel caso di rigetto da parte del Magistrato di Sorveglianza può essere proposto, nel termine di 15 giorni dalla data di notifica o comunicazione dell’avviso di deposito della decisione stessa, reclamo al Tribunale di Sorveglianza territorialmente competente.

Nell’ipotesi in cui anche quest’ultimo rigettasse, nel termine di 15 giorni dalla notificazione o comunicazione dell’avviso di deposito della decisione stessa, può essere proposto reclamo alla Corte Suprema di Cassazione per violazione di legge.

fac-simile istanza prolungamento colloqui 41 bis

 

 

Reggio Emilia: Massacrarono un giovane detenuto. 9 Agenti di Polizia Penitenziaria a giudizio


polizia penitenziaria chiave cellaPer il pm Maria Rita Pantani uno dei ladri georgiani (il 21enne Guram Shatirishvilli) rimasto coinvolto – nel luglio 2012 – nel tentato omicidio di un poliziotto, fu al centro di un vero e proprio pestaggio all’interno del carcere della Pulce nei momenti subito successivi all’arresto.

E il magistrato inquirente ha chiesto il rinvio a giudizio per 9 agenti di Polizia penitenziaria, mentre è stata archiviata la posizione di altri due colleghi finiti inizialmente nella delicata inchiesta.

Fra poco più di un mese l’udienza preliminare davanti al gip Giovanni Ghini che s’annuncia a dir poco battagliata, perché “gli agenti di polizia penitenziaria – hanno sempre sostenuto gli avvocati difensori Liborio Cataliotti, Federico De Belvis e Donata Cappelluto – negano totalmente e fermamente la fondatezza delle accuse, totale estraneità ai fatti”.

Il pm Pantani – che ha coordinato le indagini della questura – ritiene, invece, che almeno in tre occasioni il giovane arrestato (ai tempi 19enne) venne fatto uscire dalla cella per poi colpirlo con calci e pugni in più parti del corpo, causandogli fratture costali giudicate guaribili in 40 giorni. Un pestaggio che gli inquirenti interpretano come una ritorsione nei confronti di chi tentò di uccidere un agente.

Un “quadro” che ha portato il magistrato ad accusare i 9 agenti di polizia penitenziaria di lesioni pluriaggravate in concorso, con l’aggiunta di tutta una serie di aggravanti: l’aver agito per futili motivi, l’aver commesso il reato con abuso di autorità, ma anche approfittando dello stato di inferiorità della vittima che è incarcerata.

Le indagini erano partite quando, in carcere, venne intercettato un colloquio fra il giovane georgiano e la madre: la Mobile cercava di “captare” i nomi dei complici sfuggiti alla cattura nel condominio residenziale di via Montagna preso di mira dalla banda di ladri georgiani, invece sentirono la donna chiedere al figlio: “Ma ti picchiano ancora?”.

Nel giugno dell’anno scorso vennero effettuati i riconoscimenti tramite il passaggio tecnico dell’incidente probatorio (per “cristallizzare” le prove in vista del processo). Indagati e persone che non c’entrano erano sfilati davanti al georgiano e alla madre (a cui il figlio aveva indicato due dei suoi picchiatori). Riconoscimenti che hanno portato all’archiviazione di due posizioni. Shatirishvili, in Appello, è stato condannato a 4 anni e 8 mesi di reclusione per quel raid nel palazzo.

Tiziano Soresina

La Gazzetta di Reggio, 13 settembre 2014

Carceri, Cassazione : Vietato spogliare i detenuti 41 bis al colloquio


Cella 41 bis OPStop alle perquisizioni con denudamento nei confronti dei detenuti se non ci sono “specifiche e concrete esigenze che determinino “la necessità” di fare una perquisizione straordinaria. Lo ricorda la Cassazione nell’accogliere il ricorso di un detenuto sottoposto al regime differenziato previsto dal 41-bis nel carcere di Cuneo, Giuseppe G., che veniva sottoposto a perquisizione personale con denudamento ogni volta che doveva fare un colloquio nella saletta del carcere con il suo difensore. La Suprema Corte ha accolto la tesi difensiva presentata dallo stesso detenuto volta a dimostrare che questo genere di perquisizione, tanto più su un recluso che non aveva “mai dato segno di pericolosità all’interno dell’istituto”, era lesiva della “dignità”.

La Prima sezione penale, ricordando la giurisprudenza della Corte Costituzionale e della stessa Cassazione, ha osservato che nel caso in questione “non risulta dalla motivazione dell’ordinanza quali specifiche e concrete esigenze abbiano determinato la necessità di effettuare una perquisizioni” con denudamento “ogni volta che il detenuto doveva effettuare un colloquio con il proprio difensore, modalità che appaiono incomprensibili, se disposte senza una specifica motivazione, dovendosi considerare che il detenuto è sottoposto al regime di detenzione speciale 41-bis e che lo stesso, quando si reca a colloquio con il difensore, proviene da un reparto già sottoposto a controlli particolarmente severi”.

Da qui l’annullamento dell’ordinanza del giudice di sorveglianza di Cuneo poiché “non sono state indicate le specifiche e prevalenti esigenze di sicurezza interna in base alle quali, in casi specifici che devono essere adeguatamente motivati, può essere legittimo il ricorso alla perquisizione con denudamento”. Ci sarà un nuovo giudizio davanti al magistrato di sorveglianza di Cuneo.

41 bis, vietato spogliare i detenuti al colloquio (Redattore Sociale)

I detenuti non possono essere costretti a denudarsi completamente ed essere perquisiti prima di ogni incontro con il proprio avvocato, a maggior ragione se si tratta di condannati per mafia in regime di carcere duro che vivono sottoposti a severe e ulteriori limitazioni della libertà personale rispetto ai detenuti comuni. Lo sottolinea la Cassazione accogliendo il ricorso di Giuseppe G., 32 anni, detenuto al 41 bis nel supercarcere di Cuneo dopo la condanna per associazione mafiosa e tentato omicidio.

“La misura del denudamento, in quanto particolarmente invasiva e potenzialmente lesiva dei diritti fondamentali dell’individuo – scrive la Cassazione – non può essere prevista, in astratto e in situazioni ordinarie nelle quali il controllo può avvenire senza ricorrere alla suddetta misura, ma deve essere disposta con provvedimento motivato, solo nel caso in cui sussistano specifiche e prevalenti esigenze di sicurezza interna o in ragione di una pericolosità del detenuto risultante da fatti concreti”.

I supremi giudici inoltre rimproverano al magistrato di sorveglianza di Cuneo, che aveva respinto il reclamo di Giuseppe G. contro questo tipo di costrizione, di non aver spiegato “quali specifiche e concrete esigenze abbiano determinato la necessità di effettuare una perquisizione con le suddette modalità” Le ragioni per cui si ricorre alla perquisizione con denudamento – insiste la Cassazione – devono essere “adeguatamente motivate” con richiamo a “specifiche e prevalenti esigenze di sicurezza interna”. Giuseppe G., infine, ha fatto presente che “anche il suo avvocato, prima di accedere alla saletta colloqui, veniva sottoposto a controllo e il colloquio era monitorato da telecamere”.