Sono illegali le udienze a “porte chiuse” nei Tribunali di Sorveglianza se i detenuti chiedono “il pubblico”


Corte CostituzionaleLa Consulta: diritti umani negati se non c’è il “pubblico”. Processi “aperti” se l’imputato lo chiede e si deve decidere sulle misure alternative, dice la Corte Costituzionale.

Sarà pure delicata la condizione in cui si svolgono le udienze pressi i magistrati di sorveglianza, ma questo non può impedire che il procedimento si svolga in forma pubblica, qualora l’imputato lo richieda e nel caso in cui si debba decidere sulle misure cautelari, è quanto afferma una sentenza della Corte costituzionale destinata a cambiare in modo radicale le procedure previste per i detenuti.

E peraltro a ritenere non infondata l’eccezione di costituzionalità, e a rimettere gli atti alla Consulta, è stato proprio un magistrato di sorveglianza, sei Tribunale di Napoli, che si è trovato ad ascoltare le ragioni della difesa in un’udienza relativa a una richiesta di concessione dei domiciliari.

Vengono dunque cancellati perché incompatibili con la Carta gli articoli 666, comma 3, e 678 al primo comma, del Codice di procedura penale “nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, il procedimento davanti al tribunale di sorveglianza nelle materie di sua competenza si svolga nelle forme dell’udienza pubblica”.

Nel caso sollevato, il Tribunale eccepiva il contrasto tra gli articoli del codice e la Convenzione europea sui diritti dell’ uomo. La Consulta, dopo aver rilevato che anche “la Corte europea dei diritti dell’uomo ha già avuto modo di ritenere in contrasto con l’indicata garanzia convenzionale taluni procedimenti giurisdizionali dei quali la legge italiana prevedeva la trattazione in forma camerale”, sottolinea che “per un verso la posta in gioco nel procedimento in questione è elevata” e “per altro verso non si è neppure di fronte ad un contenzioso a carattere spiccatamente tecnico, rispetto al quale il controllo del pubblico sull’esercizio dell’attività giurisdizionale possa ritenersi non necessario alla luce della peculiare natura delle questioni trattate. Deve, di conseguenza, concludersi che, anche nel caso in esame, ai fini del rispetto della garanzia prevista dall’articolo 6, paragrafo 1, della Cedu, occorre che le persone coinvolte nel procedimento abbiano la possibilità di chiedere il suo svolgimento in forma pubblica”.

Il Garantista, 6 Giugno 2015

Corte Costituzionale, Sent. n. 97 del 2015, Criscuolo, Presidente, Frigo, Relatore

Giustizia, Camere Penali: carriere Magistrati separate, o tanto vale tornare al processo inquisitorio


Magistrati1Palermo i penalisti si presentano con uno slogan: “Inauguriamo la Giustizia del futuro”. Ma nel futuro non pare esserci la separazione delle carriere. Non nel futuro immediato. Le centinaia di avvocati e professori di Diritto penale accorsi nell’aula magna della Facoltà di Giurisprudenza per la prima giornata del convegno organizzato dall’Unione Camere penali registrano l’ennesimo no del governo sull’ipotesi di revisione dell’ordinamento.

“Dubito che si possa procedere senza intervenire sulla Costituzione, e credo che le tensioni di queste ore dimostrino quanto sia difficile una riforma di questo tipo”, dice senza molti giri di parole il guardasigilli Andrea Orlando. Non c’è spazio, dunque, eppure un’ampia parte del dibattito di questa “Inaugurazione dell’anno giudiziario dei penalisti” è dedicata proprio alla separazione del ruolo dei pm da quello della magistratura giudicante.

Ed è interessante soprattutto lo scambio che avviene nel corso di una delle tavole rotonde organizzate nella giornata di ieri, a cui partecipano un decano delle Camere penali come Gaetano Pecorella e l’ordinario di Diritto penale dell’università Federico II di Napoli Vincenzo Maiello, che è nel direttivo del Centro studi Marongiu dell’Ucpi. A moderare una firma di primissimo piano del Corriere della Sera come Giovanni Bianconi.

Al quale spetta il compito di raffreddare l’ardore degli altri due relatori, che in realtà insistono a invocare una riforma ordina mentale profonda anche quando, a metà pomeriggio, in prima fila si siede proprio il ministro della Giustizia. “Il giudice dovrebbe guardare il pm con lo steso occhio di sospetto che dovrebbe avere verso chi sostiene le tesi di una parte, non la giustizia in senso assoluto”, ricorda Pecorella.

“Se vogliamo un processo accusatorio, cioè un processo di parti, mettiamo un giudice che non abbia a che vedere né con il pm né con il difensore”, continua il penalista ed ex parlamentare del centrodestra, “dico anzi di più: il pm che deve raccogliere le prove a favore dell’imputato è in realtà la negazione del processo accusatorio. Deve raccoglierle contro. Questo è l’accusatorio. Il pm deve essere un soggetto rispetto al quale il giudice è veramente terzo. E invece abbiamo a che fare con pm che dieci giorni prima sedevano a fare i giudici. O con pm famosi che poi ci ritroviamo in Cassazione”.

Il tenore della discussione è pacato, ma Pecorella lo infarcisce della sua sottile ironia milanese: “Nessuno di noi che facciamo i penalisti se la sentirebbe di fare il matrimonialista”. Poi aggiunge: “Non separare le carriere comporta una perdita. Il pm che per motivi di carriera va a fare il giudice non ha la cultura del giudice, ha la cultura del pm. Ci sono tutti i motivi per arrivare alla separazione delle Carriere. La Costituzione chiede la parità delle parti e il processo ‘di partì. E allora perché mai non è stata fatto la separazione delle carriere, che sarebbe una riforma a costo zero?”. Di fronte alla ritrosia su questo punto, sostiene l’ex difensore di Silvio Berlusconi, sarebbe più coerente “tornare al processo inquisitorio. Se vogliamo l’accusatorio, il pm deve diventare veramente parte e non essere invece intercambiabile nel tempo con il ruolo di giudice”.

Bianconi prova a portare la discussione al suo punto di caduta finale: a chi risponderebbe il pubblico ministero in un nuovo assetto ordina mentale che lo vedesse separato dai magistrati giudicanti? Ricorda, la firma di Giudiziaria del Corriere, come molti considerino rischioso uno sviluppo del genere: “È plausibile, accettabile che vada sotto l’esecutivo? Deve decidere da solo quali reati perseguire e quali no, o resta l’obbligatorietà dell’azione penale”.

Secondo Pecorella la questione non è in grado di scardinare l’idea che separare le carriere sia urgentissimo: “Potremmo ribaltare la domanda: a chi hanno risposto quei procuratori della Repubblica che hanno stilato graduatorie dei processi da fare prima o dopo? A nessuno. A chi risponde il pm che lascia sul tavolo per 3 o 4 anni un fascicolo e invece in poche settimane chiude un altro fascicolo: risponde a qualcuno? La separazione delle carriere non ha a che vedere con le scelte dei reati alla cui persecuzione dare priorità. Il tema di come regolare tali scelte è connesso con quello dell’obbligatorietà dell’azione penale. Oggi la Procura non risponde a nessuno, fa le stesse scelte che farebbe con le carriere separate”.

Prosegue Pecorella: “Il pm fa scelte sul piano della priorità, e sui mezzi da impiegare, e quindi sul clamore che ciascuna inchiesta deve arrivare a produrre: e questa è appunto politica giudiziaria”. C’è il ministro Orlando in platea che ascolta silenzioso. Il decano dell’Unione Camere penali lo prende di petto: “Perché non si fa la separazione delle carriere? Non vorrei si rispondesse che è meglio avere un corpo della magistratura unico e forte e non due corpi separati. D’altronde non credo ci vorrebbe una riforma costituzionale. In proposito si dovrebbe anzi dare seguito all’articolo 111 della Carta, che prevede un giudice terzo, eppure il sistema ordinamentale prevede che giudice e pm siano intercambiabili”.

Bianconi chiede se in fondo non sia un vantaggio avere dei pubblici ministeri che condividano la stessa cultura del magistrato giudicante e che quindi ne possano immaginare la decisione. Gli risponde il professor Maiello: “Nessuno sostiene che svincolando l’organo inquirente dalla struttura ordinamentale dell’organo della decisione, si voglia creare dei soggetti incolti e non attrezzati. Figurarsi se immaginiamo un soggetto incaricato di sostenere l’accusa nel processo che non sia caratterizzato da standard elevati di cultura giuridica”.

Il vero nodo, sostiene il professore di Diritto penale dell’università di Napoli, è quello delle garanzie, e cioè dei “limiti all’esercizio del potere, pensati perché in loro assenza il detentore del potere potrebbe usarlo per obiettivi non funzionali agli scopi della giurisdizione. La prospettiva della separazione delle carriere non si accompagna al depotenziamento del pm, anzi. Dal punto di vista dell’accusa, un sistema diverso potrebbe consentire di individuare meglio quelle strategie processuali che consentirebbero di condurre l’azione penale fino al traguardo” a traguardo il processo”.

Maiello chiude il dibattito con un’analisi che individua l’aspetto più evidente dello squilibrio tra le parti del processo determinato dalla mancata separazione delle carriere: “Negli ultimi tempi, qualche pm impegnato in processi di risonanza, e personalmente schierato dal punto di vista politico, ha coltivato l’idea che un processo possa essere anche funzionale a ricostruire un fatto storico, più che ad arrivare a una condanna. Se il pm pensa di mettere in piedi un processo anche se sa che la prospettiva della condanna non c’è, e lo mette dunque in piedi per far capire come sono andate le cose in un certo settore della vita pubblica, siamo di fronte a uno sbandamento della giurisdizione”. Evidentemente favorito dalla commistione tra ruoli inquirenti e giudicanti. Ma neppure questo basterà a spingere l’attuale Parlamento a rivoluzionare la giustizia.

Il Garantista, 8 febbraio 2015

L’abuso della carcerazione preventiva è uno degli scandali del sistema penale italiano


carceri-640Un limite al ricorso alla custodia cautelare in carcere è entrato definitivamente in vigore la settimana scorsa, così come le disposizioni del decreto legge sulle carceri. Modificando il codice di procedura penale, il legislatore ha vietato al giudice di utilizzare l’arresto preventivo se dovesse ritenere che, all’esito del giudizio, non possa irrogare una pena che superi i tre anni di detenzione, salvo il caso di reati di particolare allarme sociale.

La discrezionalità del giudice era già stata limitata nel 1995, quando le misure cautelari del carcere e degli arresti domiciliari erano stata proibite nel caso in cui il condannato avesse potuto usufruire della sospensione condizionale della pena. È una buona notizia. Ma solo in parte.

L’abuso della carcerazione preventiva è notoriamente una delle pietre dello scandalo del sistema penale italiano: al 31 luglio 2014, su 54.414 detenuti, 8.665 sono in attesa di primo giudizio (fonte ministero della Giustizia). In percentuale, il 16 per cento della popolazione carceraria è lì non perché giudicato – nemmeno provvisoriamente – colpevole di un reato, ma semplicemente in quanto sospettato di reità, benché la Costituzione riconosca il generale principio di non colpevolezza sino a condanna definitiva.

Proprio in virtù di tale principio, il codice penale prevede la possibilità di ricorrere alla custodia cautelare in carcere come estrema ratio, anche rispetto alle altre misure cautelari, e in ipotesi-limite e tassativamente indicate. Di quella tassatività, tuttavia, il giudici fanno carta straccia, interpretando in maniera lasca e disinvolta le ipotesi previste dal codice. Le modifiche al codice penale, se pure serviranno a limitare il ricorso alla carcerazione preventiva, raggiungono quell’effetto non per osservanza della ratio originale della legge. Questa, infatti, prevede che la custodia cautelare sia utilizzata in casi limite come pericolo di fuga o reiterazione del reato o inquinamento delle prove.

Le nuove disposizioni, invece, hanno previsto un divieto di ricorso in ipotesi che non hanno nulla a che vedere con i motivi per cui il giudice possa utilizzarla, ma semplicemente ne legano le mani in caso di reati puniti con pene carcerarie di minore entità. Il fatto è che per ricondurre alle intenzioni iniziali la carcerazione preventiva c’è solo un modo: responsabilizzare, anche e soprattutto attraverso la riforma del Csm, la magistratura. Solo il magistrato, caso per caso, può conoscere in concreto la predisposizione del soggetto a ripetere il reato, il pericolo che esso fugga o la possibilità che inquini le prove.

Se si è abusato della carcerazione preventiva non è perché essa potesse applicarsi anche per reati minori, quanto perché il giudice, in ogni caso, non è chiamato a rispondere dell’uso che di essa ne fa, al punto da potervi ricorrere per fini diversi da quelli originari e legati chissà a una sorta anticipazione della pena o a un modo di facilitare le indagini, anche facendo pressione sull’indagato.

Solo la piena responsabilizzazione, in primo luogo disciplinare, dell’attività del giudice potrà costituire quell’unico, vero vincolo al corretto uso dei suoi poteri di cui l’intero sistema giudiziario ha un forte bisogno.

Giorgio Alfieri

L’Opinione, 29 agosto 2014

Giustizia, Camere Penali : Quella del Governo non è una vera riforma. Manca la terzietà del Giudice


Giustizia3“Quella che il governo si appresta a varare non è una vera riforma della giustizia. Perché si possa parlare di una reale riforma di struttura, mancano interventi che assicurino la terzietà del giudice, un efficace controllo sull’obbligatorietà dell’azione penale, oltre che un corretto ed equilibrato rapporto tra il giudiziario e gli altri poteri dello Stato”.

Lo ha detto il Presidente dell’Unione Camere Penali, Valerio Spigarelli, che ieri mattina ha incontrato il guardasigilli Andrea Orlando. “Non si conoscono gli articolati, ma dalle anticipazioni ricevute dal ministro emergono alcune fortissime criticità.

In particolare nonostante obiettivi aggiustamenti rispetto alle anticipazioni dei giorni scorsi – ha osservato Spigarelli – non sono assolutamente condivisibili le previsioni in tema di prescrizione, con la sospensione della stessa in caso di condanna, per due anni in appello e uno in Cassazione, senza però l’eliminazione di doppi binari, ivi incluse le ipotesi speciali per reati colposi, ovvero delle ipotesi di interruzione, o ancora senza l’introduzione di qualche forma di controllo giurisdizionale sui tempi di esercizio dell’azione, incredibilmente, visto che quasi il 70% dei casi di prescrizione si verifica negli armadi delle Procure. Manca poi una verifica delle modalità di iscrizione nel registro notizie di reato dei pm”.

Inoltre, denuncia il leader dei penalisti “viene ridotto drasticamente il diritto di difesa prevedendo la sola ipotesi della violazione di legge come titolo di ricorso per Cassazione nei casi di doppia conforme di condanna; allo stesso modo l’appello, non più a forma libera ma per ipotesi tipizzate, nasconde l’intento di falcidiare finanche il secondo grado di giudizio”.

Anche sulle intercettazioni le ipotesi allo studio non appaiono condivisibili ai penalisti. “Invece di imboccare la strada più semplice, cioè quella di sanzionare la pubblicazione in violazione di un divieto che già è previsto, quello dell’art. 114 del codice di procedura penale, si vuole estendere l’area della segretezza, con l’effetto non secondario di complicare, se non vanificare, il diritto di difesa”. Insomma, l’impressione dei penalisti è “che si voglia accorciare i processi buttando via il bambino delle fasi dibattimentali e tenendosi l’acqua sporca dei lunghissimi tempi morti che si consumano nel chiuso, e nel buio più completo, degli uffici di Procura”.

Un giudizio netto, che non parte da una opposizione preconcetta, però. “Non possiamo non riconoscere – ha spiegato Spigarelli – come alcune delle proposte delle Camere Penali siano oggi sul tavolo del Governo; mi riferisco in primo luogo alla responsabilità civile dei magistrati, mantenuta dal Ministro a dispetto del cannoneggiamento iper-corporativo dell’Anm e dei suoi house organ, ma anche all’abbandono di ipotesi di allungamento generalizzato della prescrizione ordinaria, che si voleva portare sic et simpliciter ad 8 anni, in contrasto con l’auspicata brevità dei processi”.

Ma soprattutto “viene finalmente avanzata l’ipotesi di modifica dell’articolo 103 del codice di procedura, con il divieto trascrivere le intercettazioni ‘occasionali’ tra difensore ed indagato” che “rappresenta sicuramente la presa d’atto di un gravissimo problema, quello della sistematica violazione della segretezza delle conversazioni tra gli avvocati e i loro assistiti, che le camere penali stanno denunciando in questi anni anche a suon di astensioni”.

“Per tutte queste ragioni è forte l’allarme dei penalisti – ha concluso Spigarelli. Ci riserviamo ovviamente di analizzare nel dettaglio i testi definitivi che verranno varati dal governo, e che ancora non sono noti, confidando che nel Consiglio dei Ministri di venerdì ma anche da parte delle opposizioni, maggiormente sensibili a questi argomenti, le nostre osservazioni siano raccolte e sostenute . I penalisti, dal canto loro, sono mobilitati da tempo e pronti a battersi per assicurare ai cittadini una giustizia più giusta ed efficace”.

Schettini : Io, Magistrato in cella a Rebibbia nell’inferno del carcere preventivo


toghePer la prima volta parla Chiara Schettini, il magistrato del tribunale di Roma arrestato con l’accusa di aver pilotato i fallimenti. “L’obbrobrio di sbattere subito dentro la gente l’ho capito solo dopo aver provato la galera di Rebibbia Lo Stato toglie dignità alle persone, dentro si muore”.

Ecco il primo magistrato donna arrestato. La toga della “fallimentare” di Roma sbattuta in cella dai colleghi del penale per corruzione e peculato tristemente nota alla cronache per quella frase choc intercettata al telefono: “Io sono più mafiosa dei mafiosi”.

Parla per la prima volta il giudice Chiara Schettini sprofondato in quel “sistema atavico” di corruzioni e spartizioni tra giudici e curatori, sulle macerie delle imprese in crisi. Una donna distrutta, annichilita, spezzata da 45 giorni trascorsi negli abissi penitenziari intrisi di sofferenza e degrado, lei che abitava ai Parioli. Ammaccata da uno tsunami giudiziario violentissimo la Schettini si racconta senza freni a Il Tempo. Un’intervista agghiacciante. Un magistrato che sulla propria pelle vive l’obbrobrio della carcerazione preventiva.

Dottoressa Schettini, lei viene arrestata il 12 giugno 2012 con accuse gravissime…

“Ho l’immagine ferma alla corsa dell’auto che mi trasportava, senza senso come la follia che mi privava della libertà; il vuoto assoluto; l’abbraccio di mio figlio più grande, la sua forza, la faccia imbronciata del piccolo che sapeva che la mamma non sarebbe tornata. L’unico pensiero che avevo era: dov’è la verità? L’articolo 275 del codice di procedura penale vieta la custodia cautelare in carcere nei casi di madri con bambini inferiori ai sei anni salvo “esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”, che non potevano essere le mie trattandosi di reati datati nel tempo e per i quali gli indagati arrestati erano stati già rimessi in libertà. Sono stata trattata come una feroce criminale, trasportata nel blindo da Rebibbia a Capanne”.

Da magistrato a detenuta. Una sorta di contrappasso giudiziario…

“Prima dell’interrogatorio col Gip non ero mai stata interrogata né dalla Guardia di Finanza né dallo stesso pm, sebbene ne avessi fatto ufficialmente richiesta. Ma non sono riuscita a parlare e a fermare il pianto nemmeno davanti al Riesame. Ero sola, senza il mio difensore di sempre. Era difficile per me ricordare e non hanno mi hanno dato il tempo di leggere gli appunti che avevo scritto con tanta fatica”.

Cosa ha provato entrando nel carcere a Rebibbia?

“Ho avuto paura di non farcela. Mi hanno scaricato in una realtà sconosciuta dove da giudice non ero ben vista inizialmente da alcune detenute. Ho avuto paura di non riabbracciare i miei figli, ho provato impotenza, un’ansia che a fatica riuscivo a governare. In carcere fallisce anche il più misero tentativo di ribellione. Rabbia e rassegnazione sono due concetti inscindibili”.

Com’è il quotidiano là dentro?

“Ogni giorno è di ordinaria follia. Il ritmo della vita è paralizzato, schiacciato sotto il peso insostenibile della monotonia. La tolleranza e la pazienza solo raramente prevalgono perché sono sopraffatte dall’oscuro ma riconoscibile desiderio di vendetta. Eppure in tanta oscurità si avverte la purezza dell’anima. In carcere si prega moltissimo: l’unico punto di riferimento sicuro è la fede. Non c’è spazio per la gentilezza a meno che non si faccia capire che venga trasmessa dal cuore”.

Dai Parioli alla cella stretta.

“Dentro le strutture non funzionano. Quella che chiamo “aria”, e cioè la possibilità di sgranchirti le gambe, è troppo limitata, le porzioni di vitto sono ridotte, il cibo non è commestibile; le “domandine”, necessarie per ogni cosa che si possa o voglia fare, spesso si perdono. E le visite mediche che tardano di mesi, se fa freddo ci si riscalda con le bottiglie di acqua bollente. Ovunque si sentono voci straziate immerse in una pozza di sangue che chiedono disperate l’intervento degli infermieri che non arrivano mai o giungono in ritardo; si litiga, ci si ammazza di botte, si vive in uno spazio irrisorio. Non ci sono percorsi rieducativi seri che diano la possibilità di lavorare o studiare”.

Cosa vorrebbe non avere mai visto o provato?

“Ho negli occhi scene che non scorderò mai. A Rebibbia c’è Biura: drogata o pazza, parla in un linguaggio misterioso, si dispera, tenta di rompersi il collo, sputa. Con la pancia gonfia perché incinta si lancia contro il vetro della cella; vomita e si strappai capelli. La disperazione negli occhi e la voglia di morire ed allora toccandosi, senza pudore, per avere già perso la dignità mille volte, ha un orgasmo. Mi sono chiesta che significato può avere la vita per Biura? Ricordo di Valeria, consumata dalla droga e che sta cercando di disintossicarsi ma non ce la fa. I calzoncini sono abbassati sotto le mutande e lasciano vedere una pancia rigonfia, tatuata con una grande croce nera. L’aspetto è trasandato ma l’aria è dolce, da bambina, quando grida a Rita: “Amò fantine vedè l’arcobaleno, famme sognà!”.

In quel pezzetto di giardino, Rita, sciacquandosi la faccia sudata, proietta il tubo verso l’alto e l’acqua, con il sole che filtra dentro, lascia in-travedere ed immaginare l’arcobaleno. A Capanne invece c’era Hesna reclusa per furto. Quand’è nata la bambina più piccola, in carcere, le avevano diagnosticato un fibroma, che avrebbe dovuto operare. Ma non le hanno mai detto la verità. Urlava dal dolore, le avevano spiegato che si trattava di cirrosi epatica ma i suoi bambini erano troppo belli. Prima di morire chiedeva dei figli ma erano scomparsi. Non sappiamo dove e se sia stata sepolta.

Caterina, omicida, deve scontare 35 anni: il fidanzato fatto a pezzi e trovato nel frigorifero. All’ennesima richiesta di permesso negata, Caterina, urlando e muovendosi scompostamente, ficcandosi le mani in gola, si lancia contro il blindo con tutta se stessa fracassandosi la testa. Il sangue le cola sul viso ma riescono a bloccarla soltanto tre assistenti”.

Torniamo a lei. Si difende dalle accuse di aver pilotato una serie di fallimenti traendone consistenti vantaggi economici, scaricando tutte le accuse sul suo ex compagno, unno-to commercialista, che anche in cella ha continuato a proteggere?

“Contro la volontà del mio difensore, essendo certa che se lo avessi denunciato non sarei stata arrestata, ho deciso di non farlo perché ha prevalso il rispetto nei confronti di colui che è il padre di mio figlio. Quando però, sapendomi innocente, mi ha ingiustamente coinvolta, denunciandomi e sottraendomi il bambino, di tre anni, che ha vissuto continuativamente con me e che mi ha impedito di vedere e sentire per quasi quattro mesi, ho pensato che non avevo nessuna giustificazione nel tutelarlo e ho lasciato prevalere la verità, non nascondendo quello che sapevo e che mi ricordavo mi aveva detto lui stesso. Voglio, però, precisare che, dopo anni di indagini patrimoniali pesantissime ed invasive da parte della Guardia di Finanza sui miei conti e su quelli dei miei familiari – con il divieto di espatrio per controllare che non avessi denaro all’estero – è stato accertato che per le ruberie per 13 milioni di euro – alle quali, secondo le dichiarazioni accusatorie del mio ex compagno avrei preso parte come giudice delegato, non ho ricevuto un euro da nessuno. Sono indagata per peculato ed il vantaggio economico è elemento costitutivo del reato… compartecipare ad una truffa, di tale importo per affetto mi sembra un tantino eccessivo”.

Sì ma il suo compagno…

“Ex compagno. È un collaboratore pentito, che per la sua “collaborazione” nell’affermazione della mia compartecipazione, ha tentato di ottenere un vantaggio: il patteggiamento. Essere collaboratore di giustizia significa avere fatto una scelta di carattere processuale, essere pentito significa avere intrapreso un percorso che si sviluppa su un piano interiore, che porta al distacco consapevole, dal reato. Ma può accadere che il collaboratore di giustizia, fingendosi pentito, tenti di ottenere in cambio di “qualche verità adatta al caso”, un benefìcio, che non merita. Non dico una cosa nuova quando raccomando a tutti di stare attenti ai pentiti”.

Per l’opinione pubblica, lei è il magistrato che al telefono si definitiva “più mafiosa dei mafiosi”. La gente si è chiesta: come può un giudice esprimersi in questo modo? Cosa risponde?

“Capisco solo avendolo vissuto il dramma di quanti finiscono triturati, e rovinati, da una singola frase estrapolata dal contesto intercettato. Emi viene da ridere amaro. Si finisce sui giornali, indipendentemente da come termina la sto -ria, massacrati: tutto quello che hai cercato di fare di buono viene cancellato e dimenticato. Le parole, dette d’istinto, per proteggermi, per apparire cattiva e tentare di incutere timore, ma che non hanno alcun fondamento nella realtà, devono essere inserite in un colloquio privato tra me e il mio ex compagno, con il quale all’epoca mi sono scusata. Però mi lasci dire che persino le ragazze del carcere di Capanne (dove da Rebibbia sono stata trasferita) leggendo gli atti hanno immediatamente capito che si trattava di un’ enfatizzazione”.

La accusano di avere accumulato un patrimonio ingente. “Non ho mai avuto “bisogno” di dover utilizzare il mio ruolo negli acquisti. Non solo non ho mai comprato alcunché alla fallimentare, nemmeno da colleghi o tramite amici, considerando il fatto gravissimo e censurabile disciplinarmente, ma sono uscita dalle società immobiliari, di cui facevo parte per successione ereditaria. Come da rapporto della Finanza mia mamma ha venduto, dalla morte di mio padre, circa 250 immobili e tutti gli acquisti a cui lei si riferisce, che sono stati al vaglio del precedente pm di Perugia Sergio Sottani, sono stati fatti da mia madre, per me, con parte dei denari provenienti dalla liquidazione come socia. Specifico, visto che si insiste su queste benedette “tante case”, che via del Colosseo, l’appartamento che non è sotto sequestro, è stato acquistato da mia madre nel 2002; quello di piazza Margana nel 2003; quello di Miami, trasferito dal mio ex alla sua società, le cui quote sono sotto sequestro – quando mia madre era già morta, è stato venduto dallo stesso senza alcuna autorizzazione da parte mia. Era stato acquistato sempre da mia madre per mio figlio quale rendita per l’Università a Londra, come quello di Campiglio, intestato dall’ex compagno sempre alla sua società”.

Insomma non ha davvero nulla da rimproverarsi?

“Sono innocente. Lo grido disperatamente ma nessuno mi ascolta. Dal al punto di vista professionale, non devo rimproverarmi alcuna leggerezza. Credo questo sia piuttosto chiaro per chi conosce il diritto fallimentare. D’altra parte la mia seconda lettera di encomio da parte del Presidente del Tribunale di Roma è datata 2006 e mi ringrazia per la mia professionalità, per la mia correttezza e per lamia moralità. Credo che, purtroppo, sia nella natura dello stesso pm farsi un’idea, prima ancora di leggere approfonditamente tutte le carte, e tentare di avvalorare l’opinione precostituita, trascurando spesso argomenti importanti e dettagli giuridici, di logica e di obiettività”.

Ora che c’è passata lei, come pensa dovrebbe comportarsi un pubblico ministero?

“L’indagine dovrebbe essere fondata su una valutazione che deve essere rigorosamente dettata dall’equilibrio e dalla serenità di giudizio, lontana da opinioni e da condizionamenti personali e fondata sull’imparzialità. Ci vogliono le prove”.

Interrogata dai pm romani lei descrive la fallimentare di Roma come un “sistema atavico” in cui si sarebbero verificati gravi episodi di corruzione. Le accuse da lei fatte ai suoi colleghi non hanno però avuto seguito.

Lei è mai stata ascoltata dai pm perugini, che indagano per competenza, su quelle frasi?

“Sono andata a rendere interrogatorio a Roma, invitata dal mio difensore, per reati collegati. Sono stata sentita a Perugia ma non ho confermato quando detto ai pm romani, denunciando invece degli ignoti per una lettera, indirizzata a me con timbro napoletano, dove si diceva che “se avessi ancora voluto decidere di mio figlio avrei dovuto fare il mio dovere”. Non riesco a capire da chi possa provenire…”.

Ritiene che la situazione, alla fallimentare, oggi sia diversa rispetto al periodo in cui vi lavorava lei?

“Non mi interessa quello che avviene alla sezione fallimentare”.

Suo padre Italo, avvocato di fama e consigliere provinciale della Dc, fu ucciso dalle Brigate Rosse nel 1979.

“Mio padre è stato un uomo eccezionale. Ho immediatamente percepito, anche se allora non avevo la capacità di condividere le sue scelte, la sua grandezza nella determinazione di morire per rimanere fedele ai suoi valori, ai suoi principi. Ed io, per rispettare il mio giuramento, credendo nell’apoliticizzazione della magistratura, non mi sono mai iscritta ad alcuna corrente. Ma è una trappola mortale, si finisce senza tutela, soli e derisi. Il destino, che con me si diverte, a volte gioca in modo pesante e così, giovanissima, appena entrata in magistratura, mi sono trovata a dover interrogare Seghetti, l’esecutore materiale dell’omicidio di mio padre, recluso nel carcere di massima sicurezza di Fossombrone. Non ce l’ho fatta, mi sono rifiutata e sono stata messa sotto procedimento disciplinare ma prosciolta e richiamata a Roma. Oggi, dopo molta riflessione, dopo lunghi anni di sofferenza, ho imparato a non odiare”.

In attesa della conclusione delle indagini, che cosa fa?

“Spero in una giustizia giusta, cerco di fare la mamma al meglio. Ho scritto un libro sulla mia devastante esperienza, mi è servito. Mi accingo a scriverne un altro”

Il carcere l’ha cambiata?

“In carcere l’anima è più libera e costringe alla riflessione. Non si può mentire, né fingere. Ho imparato ad ascoltare, ad essere umile e disponibile e a pensare che tutti possiamo commettere errori e che la differenza sta nel voler ricominciare in modo diverso.

L’ho scritto così nel libro: “In un’umanità disarmata di fronte ad un sorriso, disarmante nella richiesta sfrenata di amore, ho capito che stavo vivendo una vita non mia, che la mia realtà non era quella effettiva, nella quale mi muovevo, ma frutto di immaturità ed illusione, che avevo giocato con il destino e che avevo perso”. Mi auguro che ci sia una qualche sensibilità nell’interpretazione di questa mia frase: in carcere, in un’umanità brutalizzata, devastata dalla rabbia, dal rimpianto, dall’impotenza, mi sono fermata, mi sono recuperata. Ho capito tante cose che molti miei colleghi, malati di manette, non possono capire”.

Martino Villosio

Il Tempo, 21 luglio 2014

Decreto detenuti, l’Aula della Camera respinge pregiudiziali M5S e Lega Nord


Camera dei DeputatiL’aula della Camera ha respinto le questioni pregiudiziali presentate al dl Detenuti da Movimento 5 stelle e Lega Nord: 310 contrari, 102 favorevoli.

Il dl, spiega una nota di Palazzo Chigi, “ha la finalità di adempiere alle direttive dettate da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (Cedu) nei confronti dello Stato italiano nella Sentenza Torreggiani del gennaio 2013, nella quale la Corte aveva imposto l’adozione di specifiche misure riparatorie per Detenuti che hanno scontato la pena in una condizione di sovraffollamento, imponendo a tal fine il perentorio termine, appena decorso, di un anno dalla definitività della pronuncia”.

“I giudici europei – continua la nota – hanno condannato il nostro Stato al pagamento nei confronti dei ricorrenti di somme comprese tra i 10mila euro ed i 23mila”. Il dl si occupa anche di chi già è uscito dal carcere disponendo “un risarcimento pari a 8 euro per ciascuna giornata di detenzione trascorsa in condizioni non conformi alle indicazioni della Cedu”.

Nel dl sono state poi previste anche alcune modifiche in materia di codice di procedura penale. Tra queste ci sono: gli obblighi informativi per procedimenti che incidono sullo stato di libertà di condannati da corti penali internazionali, misure di esecuzione delle ordinanze degli arresti domiciliari, la modifica dell’art. 275 del codice di procedura penale che prevede che, con una pena detentiva da irrogare che sia massimo di tre anni, non possano essere disposte le misure della custodia cautelare o degli arresti domiciliari. E ancora, altre misure previste nel dl riguardano l’esecuzione “dei provvedimenti limitativi della libertà personale” verso i minorenni che “nel corso dell’esecuzione, siano divenuti maggiorenni” ma fino ai 25 anni d’età.

Infine il governo ha predisposto alcune modifiche dell’ordinamento della polizia penitenziaria sulla “consistenza dell’organico”, tramite “un aumento della dotazione del ruolo degli agenti e assistenti e diminuzione di quella degli ispettori” e una specifica modifica all’ordinamento per fare in modo che “il magistrato di sorveglianza possa avvalersi dell’ausilio di assistenti volontari”.

Balduzzi (Sc): adempiere a obblighi Ue

“Non si tratta di far bella figura con l’Europa, ma di adempiere agli obblighi derivanti dalla sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell’uomo che non può essere ignorata”. Lo ha detto Renato Balduzzi, presidente reggente di Scelta Civica, che ha annunciato nell’Aula di Montecitorio il voto favorevole del suo movimento politico per la conversione in legge del decreto-legge che dispone in materia di rimedi risarcitori in favore dei detenuti e degli internati che hanno subito un trattamento in violazione dell’articolo 3 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Nel confutare i profili di illegittimità contestati in aula al provvedimento in quanto si porrebbe in contrasto con la funzione di urgenza propria del decreto legge, Balduzzi ha tenuto piuttosto a sottolineare i profili di merito del testo adottato dal Governo.

“Alla base – ha osservato il deputato piemontese – c’è l’idea della prevalenza della funzione rieducativa della pena così come prevista dall’art. 27 della nostra Costituzione. L’extrema ratio rappresentata dall’applicazione della pena detentiva, così come dimostrato da pronunce e disposizioni susseguitesi nel tempo, costituisce la cultura giuridica prevalente nel nostro ordinamento e anche questo provvedimento va in tale direzione”.

Fedriga (Ln): ci batteremo per premiare Abele, non Caino

“Le battaglie che ci troviamo ad affrontare riguardano non solo noi, ma tutto il gruppo e il movimento”. Lo ha detto il nuovo capogruppo della Lega Nord alla Camera Massimiliano Fedriga annunciando la battaglia che il Carroccio porterà avanti nei prossimi giorni contro il governo sul tema dei carcerati: “Renzi vuole regalare 8 euro al giorno ai carcerati e dare incentivi alle aziende che assumeranno i detenuti, invece di aiutare i lavoratori e le aziende. Ci batteremo perché noi vogliamo premiare Abele e non Caino”.

Public Policy, 9 luglio 2014

Custodia cautelare: per le Sezioni Unite della Cassazione i limiti massimi per ogni fase non possono mai essere superati


Corte di cassazione1Nel caso di sospensione dei termini di fase della custodia cautelare il limite del doppio del termine di fase non può essere ulteriormente superato. Lo chiariscono le Sezioni unite penali della Cassazione con la sentenza n. 29956 depositata ieri.

Con la pronuncia si evita che, sia pure nel caso di procedimenti per reati assai gravi come quelli previsti dall’articolo 407 comma 2 lettera a), del Codice di procedura penale (tra cui, l’associazione mafiosa e la strage), si proceda a un’ulteriore proroga dei termini di durata massima della carcerazione preventiva sulla base del comma 3 bis dell’articolo 303 comma 1 lettera b).

La scelta più garantista effettuata dalle Sezioni unite parte da una ricostruzione della genesi della disposizione inserita tra la fine del 200 e l’inizio del 2001 nel Codice di procedura penale all’articolo 303 con l’obiettivo di evitare il fenomeno delle “scarcerazioni facili” che aveva sollevato un particolare allarme nell’opinione pubblica.

Per questo veniva elaborato un meccanismo di recupero della custodia cautelare, possibile ma non utilizzata pienamente in una fase, nella fase successiva. Le Sezioni unite puntualizzano, quanto all’intervento, che non ci trova in presenza di una stratificazione normativa, quanto piuttosto di una modifica complessiva che risponde a un disegno lineare costituito da una flessibilità dei termini di fase, da un aumento recuperabile fino a 6 mesi dei termini di fase per i delitti di maggiore allarme sociale e da un’espressa previsione che l’aumento per le sospensioni non può essere cumulato, nel caso si arrivi al doppio del termine di fase, con l’ulteriore aumento previsto dal n. 3 bis del medesimo articolo 303.

L’insuperabilità assoluta, e non relativa, del limite del doppio del termine di fase è verificata dalla sentenza sulla base della forma stessa della disposizione per concludere che “la frase (dell’articolo 304 comma 6, ndr) ci dice che nel calcolo per verificare l’eventuale superamento del doppio non si deve tenere conto di quell’aumento. È come se l’aumento di 6 mesi non esistesse; il giudice deve calcolare il doppio del termine di fase come se il n. 3 bis nonfosse mai esistito”.

In questo senso, milita, ed è argomento decisivo, anche un’interpretazione costituzionalmente orientata alla luce cioè di quanto stabilito dalla Consulta. Quest’ultima infatti ha avuto modo di chiarire (sentenza n. 299 del 2005) come anche i termini di fase devono, come quelli complessivi, essere ispirati ai principi di proprozionalità e adeguatezza. Inoltre, a volere allargare un po’ lo sguardo, la stessa Convenzione europea dei diritti dell’uomo, pur in assenza di una disciplina sui termini di custodia cautelare, è attenta a sottolineare come la persona sottoposta a detenzione preventiva deve essere giudicata in un “tempo congruo” oppure deve essere liberata. Il sacrificio della libertà personale non può così essere protratto oltre i confini della ragionevolezza.

di Giovanni Negri

Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2014

Fai clic per accedere a Sentenza_29556_2014.pdf

Risarcimenti per detenzione inumana, in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge 92/2014


 Varata con decreto urgente la disciplina del rimedio “compensativo” richiesto dalla Corte di Strasburgo per la carcerazione in condizioni “disumane”.

È approdato infatti ieri nella Gazzetta Ufficiale 147 il decreto legge 92/2014 che introduce il rimedio giurisdizionale di carattere risarcitorio del danno sofferto dalle persone detenute e internate in condizioni contrarie alla dignità e all’umanità (articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), richiesto dalla stessa alta Corte con la sentenza Torreggiani dell’8 gennaio 2013.

Il ricorso, la cui disciplina è contenuta nel nuovo articolo 35-ter, legge 354/75 (articolo 1, dl 92/2014), distingue tre possibili modalità di risarcimento, correlate essenzialmente alla durata del pregiudizio subito dai soggetti ristretti.

Se il danno consiste in una detenzione in condizioni contrarie all’articolo 3 della Convenzione, protrattasi per un perìodo di tempo non inferiore ai 15 giorni, su istanza presentata dal detenuto, personalmente ovvero tramite difensore munito di procura speciale, il magistrato di sorveglianza dispone, a titolo di risarcimento, una riduzione della pena detentiva ancora da espiare pari, nella durata, a un giorno per ogni dieci durante il quale il richiedente ha subito il pregiudizio (comma 1, articolo 35-ter).

Il comma 2, articolo 35-ter, prevede una seconda fattispecie, integrata qualora il residuo dì pena ancora da espiare non consenta l’integrale detrazione di pena prevista dall’ipotesi precedente. Subentra allora la liquidazione in favore del richiedente, in relazione al residuo periodo e a titolo di risarcimento del danno, una somma di denaro pari a 8 euro per ciascuna giornata nella quale questi ha subito il pregiudizio. Il magistrato di sorveglianza provvede negli stessi termini anche nel caso in cui il periodo di detenzione espiato in condizioni contrarie all’articolo 3 della Convenzione sia stato inferiore a 15 giorni.

Il comma 3, articolo 35-ter, regola la terza modalità risarcitoria, che concerne il danno sofferto in relazione a periodi di custodia cautelare in carcere non computabile nella determinazione della pena da espiare ai sensi dell’articolo 657, Cpp, ovvero i soggetti danneggiati che hanno terminato di espiare la pena detentiva in carcere. In questi casi, la domanda deve essere proposta, nel termine decadenziale di sei mesi dalla cessazione dello stato di detenzione o di custodia cautelare, di fronte al tribunale del capoluogo del distretto nel cui territorio i soggetti hanno la residenza. Il tribunale decide in composizione monocratica nelle forme di cui agli articoli 737 e seguenti, Cpc, con decreto non reclamabile, liquidando il danno nelle medesime forme sopra indicate.

L’articolo 2, di 92/2014, introduce una disciplina transitoria, modellata su quella prevista dall’articolo 6 della legge 89 del 24 marzo 2001 (“legge Pinto”), applicato le con riguardo a coloro che, alla data di entrata in vigore del decreto-legge, abbiano cessato di espiare la pena detentiva o non si trovino più in stato di custodia cautelare in carcere, i quali dovranno proporre l’azione risarcitoria di cui all’articolo 35-ter, comma 3, legge 354/75, entro se i mesi decorrenti dalla stessa data, a pena di decadenza.

Entro lo stesso termine, chi abbia già presentato ricorso alla Cedu per violazione dell’articolo 3, potrà formulare la domanda di risarcimento ai sensi dell’articolo 35-ter, qualora non sia intervenuta una decisione sulla ricevibilità del ricorso da parte della Corte europea, la domanda dovrà contenere, a pena di inammissibilità, l’indicazione della data di presentazione del ricorso alla Corte europea. La cancelleria del giudice adito informerà senza ritardo il Ministero degli affari esteri di tutte le domande presentate, nel t er-mine di sei mesi dalla data di entrata in vigore del decreto-legge.

Arresti domiciliari, si aspetta il braccialetto elettronico

Oltre al risarcimento per detenzione inumana, il decreto legge 92/2014 introduce altre importanti novità, che spaziano dall’ordinamento penitenziario, a quello minorile; dal Codice di procedura penale all’ordinamento del Corpo di polizia penitenziaria.

Viene introdotto l’obbligo per il giudice di sorveglianza che provvede su richieste di provvedimenti incidenti sulla libertà personale di condannati da tribunali o corti penali internazionali, di darne immediata comunicazione al ministro della Giustizia, che informa il ministro degli Affari esteri e, qualora previsto da accordi internazionali, l’organismo che ha pronunciato la condanna (articolo 3). In ausilio agli uffici di sorveglianza viene prevista la possibilità di impiego degli assistenti volontari, sia pure con compiti meramente ausiliari (articolo 1, comma 2).

In materia di disciplina esecutiva degli arresti domiciliari disposti in sostituzione della custodia cautelare, è riformulato l’articolo 97-bis, disposizioni di attuazione del Codice di procedura penale: il giudice della cautela, in caso di sostituzione della misura cautelare della custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari, può autorizzare il differimento dell’esecuzione dell’ordinanza per il tempo necessario alle forze dell’ordine per acquisire la materiale disponibilità dei dispositivi elettronici di controllo (“braccialetto elettronico”).

In tema di ordinamento minorile, è modificato il testo dell’articolo 24 del Dlgs 272/1989, con estensione delle disposizioni in materia di esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale nei confronti dei minorenni a chi non ha ancora 25 anni.

Il dl 92/14 interviene, inoltre, con una rimodulazione della pianta organica del Corpo di polizia penitenziaria e abbrevia la durata del corso di formazione degli agenti e vice ispettori neoassunti. È anche disposto, per due anni, il divieto di comandi e distacchi del personale del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (articolo 6 e 7).

Il quadro delle riforme si chiude con la riformulazione del comma 2-bis dell’articolo 275 del Codice di procedura penale, con riguardo alle condizioni di applicabilità della custodia cautelare in carcere (che non potrà più essere disposta se il giudice ritenga che la pena detentiva da eseguire non sarà superiore a tre anni), per armonizzarne la disciplina la con le disposizioni dettate dall’articolo 656 del Codice di procedura penale, relativamente alle ipotesi di sospensione dell’esecuzione della pena detentiva (articolo 8, dl 92/2014).

Fai clic per accedere a decreto_risarcimenti.pdf

Fabio Fiorentin

Il Sole 24 Ore, 28 giugno 2014

Carceri : Il Governo approva il Decreto per risarcire i detenuti vittime di trattamenti disumani


Andrea Orlando Ministro GiustiziaIl Consiglio dei Ministri si è riunito oggi venerdì 20 giugno alle ore 10.45 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Segretario il ministro per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi.

Disposizioni urgenti in materia di rimedi risarcitori in favore dei detenuti e internati (decreto legge)

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente, Matteo Renzi, e del Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha approvato un decreto legge contenente disposizioni urgenti in materia di rimedi risarcitori in favore dei detenuti e degli internati che hanno subito un trattamento in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nonché  modifiche al codice di procedura penale e alle disposizioni di attuazione, all’ordinamento del Corpo di polizia penitenziaria e all’ordinamento penitenziario, anche minorile.

Il provvedimento ha la finalità di adempiere alle direttive dettate da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (Cedu) nei confronti dello Stato italiano nella sentenza “Torreggiani” del gennaio 2013, nella quale la Corte aveva imposto l’adozione di specifiche misure riparatorie in favore dei detenuti che hanno scontato la pena in una condizione di sovraffollamento, imponendo a tal fine il perentorio termine, appena decorso, di un anno dalla definitività della pronuncia.

I giudici europei hanno condannato il nostro Stato al pagamento nei confronti dei ricorrenti di somme comprese tra € 10.600 ed € 23.500 (quantificata, in quest’ultimo caso, per un periodo di detenzione pari a tre anni e tre mesi). Occorre quindi adempiere a tale direttiva al fine di evitare le condanne dello Stato italiano e i conseguenti pesanti oneri per la finanza pubblica.

Il provvedimento adempie a tali direttive prevedendo che i detenuti che hanno subito un trattamento non conforme al disposto della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo abbiano diritto a ottenere la riduzione di un giorno di pena per ogni dieci durante il quale è avvenuta la violazione del loro diritto a uno spazio e a condizioni adeguate, con contestuale previsione in favore di coloro che non si trovino più in stato di detenzione di un risarcimento pari a 8 euro per ciascuna giornata di detenzione trascorsa in condizioni non conformi alle indicazioni della Cedu.

Modifiche in materia di codice di procedura penale e di rafforzamento del corpo di polizia penitenziaria

Il decreto legge contiene altresì una serie di puntuali modifiche in materia di codice di procedura penale e di rafforzamento del corpo di polizia penitenziaria:

  • gli obblighi informativi nascenti dall’incardinazione di procedimenti incidenti sullo stato di libertà di soggetti condannati da corti penali internazionali;
  • le modalità di esecuzione delle ordinanze applicative degli arresti domiciliari, autorizzando l’imputato a recarsi senza scorta al luogo di esecuzione della misura, salvo particolari esigenze;
  • la modifica del comma 2-bis dell’art.275 codice procedura penale con cui si prevede che, qualora il giudice procedente ritenga che la pena detentiva da irrogare possa essere contenuta in un massimo di tre anni, non possano essere disposte le misure della custodia cautelare o degli arresti domiciliari (in coerenza con le disposizioni contenute nell’art.656 cod. proc. pen. in materia di sospensione dell’esecuzione della pena);
  •  le modalità esecutive dei provvedimenti limitativi della libertà personale nei confronti degli imputati e condannati minorenni che, nel corso dell’esecuzione, siano divenuti maggiorenni non più sino a al compimento del ventunesimo anno, ma fino ai 25 anni: la norme consentirà di completare percorsi rieducativi modulati su specifiche esigenze rieducative;
  • alcune modifiche ordinamento della polizia penitenziaria, riguardanti, da un lato, la consistenza dell’organico (con aumento della dotazione del ruolo degli agenti e assistenti e diminuzione di quella degli ispettori) e, dall’altro, finalizzate a  consentire una più celere utilizzazione nei servizi di istituto a seguito dell’ingresso in ruolo e a impedire, per un biennio, l’adozione di atti di comando o di distacco presso altre pubbliche amministrazioni;
  • una specifica modifica all’ordinamento penitenziario in forza della quale il magistrato di sorveglianza può avvalersi dell’ausilio di assistenti volontari.

Il Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando ha annunciato al Consiglio dei Ministri la sua volontà di attribuire il titolo di Vice Ministro della Giustizia al Sottosegretario On. Enrico Costa.

Il Consiglio dei Ministri ha condiviso l’iniziativa ed ha approvato la delega di funzione attribuitagli.

La Conferenza Stampa del Consiglio dei Ministri del 20/06/2014 :

http://www.youtube.com/watch?v=aLkKKyyVm4k&feature=youtu.be

 

Carceri : Oggi si riunisce il Governo. All’esame il Decreto Legge per risarcire i detenuti vittime di trattamenti inumani e degradanti


 Il Consiglio dei Ministri e’ convocato per oggi 20 giugno alle ore 10 a Palazzo Chigi. Tra i provvedimenti in esame all’ordine del giorno :

DECRETO-LEGGE : Disposizioni urgenti in materia di rimedi risarcitori in favore dei detenuti e degli internati che hanno subito un trattamento in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà’ fondamentali, nonché’ modifiche al codice di procedura penale e alle disposizioni di attuazione, all’ordinamento del Corpo di Polizia Penitenziaria e all’ordinamento penitenziario, anche minorile.