Parma: la denuncia di un ex detenuto “pugni, calci e costretto in cella in ginocchio”


CC Parma DAPIl racconto shock di un ex detenuto nel super carcere di Parma è finito in un esposto del garante dei detenuti e consegnato alla magistratura. Non sarebbe l’unico caso. Nell’ultimo anno presentate altre tre denunce. “Hanno indossato un paio di guanti neri e hanno iniziato a picchiarmi violentemente sferrandomi pugni alla testa, al volto e calci alla schiena. Io ero terrorizzato… Cadevo a terra ma uno dei due mi rialzava mentre l’altro continuava a colpirmi con pugni in testa e nella schiena… e ancora calci”. È il racconto shock di un ex detenuto che “l’Espresso” rivela in esclusiva.

Picchiato, costretto a stare nella cella in ginocchio e senza cena. Un incubo durato tre giorni. Una punizione extra per il recluso “infame” del carcere di Parma. Fatti che sono contenuti in un esposto ufficiale consegnato dal garante dei detenuti della città ducale, Roberto Cavalieri, ai magistrati della procura.

L’uomo che ha subito il pestaggio è un ingegnere di nazionalità italiana. Era stato arrestato per una presunta violenza sessuale, poi scarcerato e, attualmente, è in attesa di giudizio. Accusato di un crimine che in carcere ritengono infame, e per questo, secondo le regole non scritte del codice della galera, da sanzionare ulteriormente con il castigo corporale. Abusi che demoliscono il principio costituzionale della pena come rieducazione del condannato.

Il racconto dei soprusi, firmato e inviato agli inquirenti, è denso di particolari: “Durante il pestaggio entrambi continuavano a chiamarmi “bastardo, pezzo di merda”. Finito il pestaggio barcollante mi ordinavano di tornare in cella e dopo avermi aperto la porta dell’anticamera, riuscivo zoppicando ad arrivare fino alla mia cella, sedendomi sul letto. Chiusa la cella si avvicinava allo sportello della porta l’agente più alto che mi ordinava di mettermi subito in ginocchio sul pavimento e a testa bassa, dicendomi che sarei dovuto restare in quella posizione fino alle 18.00, ora in cui lo stesso avrebbe terminato il proprio turno”.

Non c’è pace, dunque, per il super carcere emiliano dove, tra l’altro, sono reclusi alcuni dei più importanti mafiosi italiani. Per un’altra storia di pestaggi e violenze sono già indagati 8 agenti incastrati dalle registrazioni pubblicate l’anno scorso da “l’Espresso” e poi acquisite dalla procura. È di questi giorni, poi, la notizia di un’altra indagine che riguarda un poliziotto che avrebbe passato un cellulare a un detenuto comune. Ma a quanto pare non è finita.

Perché altri esposti gettano ombre pesanti sull’operato di un gruppo uomini in divisa. L’esposto dettagliato del Garante dei detenuti si aggiunge, infatti, ad altri tre casi di presunte violenze a danno di altrettanti reclusi, due italiani e uno straniero, tutti segnalati, nell’ultimo anno, alla magistratura da Cavalieri.

Queste denunce però non hanno ancora portato a niente. Tutto fermo. Incluso il rapporto su quest’ultimo caso. Il documento è stato depositato in procura il 2 luglio 2015. In allegato c’è anche il racconto sintetico di quanto avvenuto tra il 4 e 6 aprile di quest’anno: “Sono stato vittima di un pestaggio ad opera di due agenti penitenziari e allo stesso tempo di una tortura durate tre giorni” scrive la vittima.

Una versione arricchita di particolari da una volontaria del carcere, che secondo fonti de “l’Espresso” sarebbe già stata sentita dai pm: “Il detenuto mi ha raccontato di essere stato violentemente picchiato da due agenti sabato 4 verso le 13, poi costretto a restare in ginocchio in cella senza cena per molte ore. Mi ha mostrato i grandi lividi nella schiena e sull’occhio sinistro. Io l’ho incontrato verso le 11 e sapeva che alle 13 sarebbe stato trasferito a Piacenza non essendoci a Parma la sezione protetti. La denuncia intendeva presentarla una volta giunto a Piacenza per evitare controdenunce. Il mio stato d’animo era appena “rientrato” per l’altra questione”.

La denuncia ricostruisce nei minimi particolari quei giorni: “Improvvisamente alla porta della cella si presentavano due agenti di Polizia penitenziaria, i quali iniziavano subito ad offendermi con frasi del tipo “brutto grassone di merda, vestiti, fai schifo”. I due agenti di Polizia Penitenziaria erano uno di statura alta, circa l,85 cm, con pochi capelli (o rasato o calvo), l’altro di statura medio bassa, circa 1,65 cm., con capelli scuri e barba, e con fede al dito. Senza fare questioni mi preparavo ed uscivo dalla cella.

Entrambi gli agenti sin dall’inizio della vicenda hanno tenuto nei miei confronti un atteggiamento minaccioso e mi hanno reiteratamente ingiuriato, proferendo al mio indirizzo, e ad alta voce, frasi quali “sei un pezzo di merda, bastardo, cosa hai fatto, brutto pezzo di merda, scendi giù”… “non guardare su, testa bassa e cammina rasente il muro, pezzo di merda”.

Ecco poi la descrizione del pestaggio: “I due agenti continuavano ad insultarmi pesantemente, in particolare quello più alto con frasi del tipo “pezzo di merda, cosa hai fatto allora eh? Bastardo, io ho una figlia se lo facevi a lei tu qui non ci saresti nemmeno arrivato, ti avrei ammazzato di botte”, mentre quello basso diceva “bastardo, ora vedi”.

Si infilavano poi un paio di guanti neri ciascuno, e dopo avermi spinto nell’angolo dell’anticamera, a destra rispetto alla porta di accesso al corridoio delle celle, avvicinandosi alla mia persona cominciavano a picchiarmi violentemente entrambi, sferrandomi pugni alla testa, al volto ed alla schiena, e calci alla schiena. Io ero terrorizzato e schiacciato nell’angolo dell’anticamera porgevo loro il lato sinistro del corpo. Cadevo anche a terra ma uno dei due mi rialzava mentre l’altro continuava a sferrarmi pugni in testa e nella schiena ed ancora calci, mentre io cercavo invano di coprirmi dai colpi. Durante il pestaggio entrambi continuavano a chiamarmi “bastardo, pezzo di merda”.

Ma l’umiliazione, stando al racconto, prevedeva un ultimo terribile passaggio: “Finito il pestaggio barcollante mi ordinavano di tornare in cella e dopo avermi aperto la porta dell’anticamera, riuscivo zoppicando ad arrivare fino alla mia cella, sedendomi sul letto. Chiusa la cella si avvicinava allo sportello della porta l’agente più alto che mi ordinava di mettermi subito in ginocchio sul pavimento e a testa bassa, dicendomi che sarei dovuto restare in quella posizione fino alle 18.00, ora in cui lo stesso avrebbe terminato il proprio turno”.

Anche nei due giorni successivi l’ex detenuto è stato costretto a mettersi in ginocchio. Con il corpo pieno di lividi e terrorizzato, il 7 aprile lascia il carcere di Parma. Per lui è previsto il trasferimento a Piacenza. E qui che medici e agenti penitenziari durante la registrazione di ingresso si rendono conto delle sue condizioni. Partono così una serie di accertamenti fatti dallo stesso corpo di polizia del penitenziario piacentino. Verifiche avviate anche dal direttore del carcere di Parma sollecitato con una lettera dal garante dei detenuti.

“Visti gli elementi emersi nella Sua missiva si è provveduto a notiziare le autorità competenti e svolgere opportuni accertamenti”, si legge nella risposta del dirigente del penitenziario. Sono trascorsi sette mesi dalla risposta del direttore e quattro dalla denuncia del garante. Ma la nebbia su questi presunti pestaggi nel carcere più sicuro d’Italia non si è ancora diradata.

Giovanni Tizian

L’Espresso, 21 ottobre 2015

Belluno, il Tribunale di Venezia condanna lo Stato a risarcire un ex detenuto con 5.800 euro


Casa Circondariale di BellunoUn bellunese che è passato per Busto Arsizio e Padova ha incassato 5.800 euro. Si è avvalso di una sentenza emessa della Corte europea e di un decreto legge. Cella sovraffollata? Una tortura.

Meno di tre metri quadrati a testa danno diritto alla richiesta di un risarcimento danni allo Stato, sulla base della sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell’uomo e del decreto legge numero 92 dell’anno scorso.

Un ex detenuto bellunese, difeso dall’avvocato Mario Mazzoccoli ha ottenuto 5.800 euro per i 730 giorni passati in spazi angusti, tra le carceri di Busto Arzizio e Due Palazzi di Padova. Non aveva abbastanza spazio vitale, insieme ad altri carcerati e, quando è uscito ha presentato un ricorso di fronte al giudice civile di Venezia, entro il termine previsto di sei mesi. Gli spettano otto euro per ciascun giorno di detenzione in condizioni difficili. E il conto torna.

Nel caso fosse stato ancora detenuto, invece, avrebbe spuntato uno sconto di pena pari a un giorno ogni dieci trascorsi nelle stesse condizioni. L’uomo è in stato di libertà ormai da qualche settimana e ha anche trovato un lavoro. Era stato condannato a un certo numero di anni, per vari e non meglio identificati reati e quasi 24 mesi li ha passati con uno spazio vitale intorno troppo esiguo per essere considerato umano.

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo è dell’8 gennaio di due anni fa e rappresenta una pesante condanna nei confronti dell’Italia e del suo sistema penitenziario. Il caso di Torreggiani e di altri ricorrenti era stato posto all’attenzione della Corte nell’agosto del 2009. È stato depositato da sette ricorrenti contro lo Stato per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea, che proibisce trattamenti inumani e degradanti. I detenuti stanno scontando la pena nelle case circondariali di Busto e Piacenza. Ogni cella era occupata da tre detenuti, ognuno dei quali aveva meno di tre metri quadrati, come proprio spazio personale. Letti a castello e mobilio esclusi.

La Corte considera che non solo lo spazio vitale indicato non sia conforme alle previsioni minime individuate dalla propria giurisprudenza, ma anche che tale situazione detentiva sia aggravata dalle generali condizioni di mancanza di acqua calda, mancanza di ventilazione e luce. Questa situazione costituisce una violazione dei requisiti minimi di vivibilità provocando una situazione di vita degradante. I danni morali subiti in violazione dell’articolo 3 della Convenzione è stata quantificata per loro in una somma di circa 100 mila euro a testa.

Gigi Sosso

Corriere delle Alpi, 4 ottobre 2015

Palermo: detenuta tunisina di 58 anni si impicca in cella, era in carcere da poche ore


carcere-Pagliarelli-di-Palermo.Si è impiccata con un lenzuolo dopo appena mezz’ora dal suo ingresso nel carcere Pagliarelli, nella sezione delle donne. Quello di Wahida Ben Khafallah, tunisina, detenuta per pochi minuti nel penitenziario palermitano è il secondo caso di suicidio nelle ultime due settimane nelle carceri siciliane, il trentaduesimo in Italia dall’inizio dell’anno. Il 26 agosto a togliersi la vita era stato un giovane italiano di 30 anni, anche lui impiccato ma nel carcere di Gela. Gli restavano meno di due anni di pena per detenzione di droga e ricettazione.

Anche Wahida Ben Khafallah, che aveva 58 anni, doveva scontare una condanna definitiva per droga. Era conosciuta dalle forze dell’ordine per i diversi episodi di spaccio nei quali era stata coinvolta nel centro storico della città. Dal momento in cui è stato scoperto il suo cadavere all’interno della cella in cui si trovava da sola, cinque giorni fa, nessuno ha reclamato il corpo. Ieri è stata eseguita l’autopsia, disposta dal pm Gaetano Guardì, la donna resterà in deposito e poi, con molta probabilità, verrà cremata.

Venerdì sera, quando è arrivata a Pagliarelli, Wahida Ben Khafallah ha solo detto di essere vedova. Ha passato le visite mediche e poi è stata ricevuta all’ufficio immatricolazione. Alle tre è scattata l’emergenza. “Era in una cella da sola – spiega il direttore del Pagliarelli, Francesca Vazzana – perché ancora stavamo decidendo la sistemazione più adeguata per lei”.

I poliziotti penitenziari si sono accorti quasi subito di quello che era accaduto nella cella dovesi trovava la detenuta tunisina. “C’è stato anche un soccorso con le manovre rianimatorie da parte del nostro personale – spiega il direttore del penitenziario – ma non c’è stato nulla da fare. La detenuta aveva stretto le lenzuola alle sbarre della finestra”.

Anche i medici del 118 non hanno potuto fare nulla, se non dichiarare la morte della donna. Sull’ultimo caso di suicidio dietro le sbarre interviene il sindacato Osapp. “L’assistenza sanitaria è al lumicino – denuncia il segretario generale dell’Osapp, Mimmo Nicotra – basti pensare che da dieci anni non è stato bandito alcun concorso per educatori.

Nelle carceri si muore per solitudine”. E da sola, senza nessuno a vegliarla, Wahida Ben Khafallah rimane nell’obitorio dell’ospedale Policlinico. Non ha lasciato nessun biglietto per spiegare il suo gesto e il personale del carcere non aveva notato alcun atteggiamento che potesse far presagire quanto accaduto. Adesso dal carcere e dalla procura sperano che la sua fotografia possa essere vista da chi la conosceva per rintracciare i suoi familiari in Tunisia.

Romina Marceca

La Repubblica, 9 settembre 2015

Palermo, detenuto legato alla branda con “fasce di contenzione” picchiò Agenti, assolto


Cella carcereLo avevano tenuto legato alla Branda della cella, all’Ucciardone, per 24 ore, assicurandolo con “fasce di contenzione”, espressione elegante per definire la camicia di forza. E per questo i giudici di appello di Palermo definiscono il comportamento dei poliziotti penitenziari arbitrario e inumano, affermando che si è tradotto “in una forma di tortura e nella violazione dei diritti costituzioni”.

Il processo non era contro gli agenti ma contro di lui, Amadou Abiyara, nato in Costa d’Avorio e finito in cella, l’1 febbraio del 2008: dopo che lo avevano lasciato un’intera giornata senza poter mangiare o bere né fare i bisogni fisiologici, nel momento in cui era stato liberato, Amadou aveva reagito violentemente. Era stato per questo condannato a otto mesi. Ora è stato assolto. È stato un difensore d’ufficio, l’avvocato, Venera Micciché, a chiedere giustizia.

E la Corte d’appello ha ricordato che immobilizzare i soggetti che appaiono pericolo si può apparire inumano ma è consentito solo se a stabilirlo è uno psichiatra. Nel caso specifico la prescrizione non c’era mai stata: “Ed allora – si legge in sentenza – è da chiedersi se rientri nelle funzioni del personale del carcere assicurare un soggetto straniero, che non parla italiano, con fasce di contenzione dentro una cella, senza più curarsi di lui e delle sue necessità per circa 24 ore”. La reazione può ritenersi così giustificata – altra stoccata – “ignorando l’imputato le particolari consuetudini utilizzate talvolta, come nel caso di specie, nelle carceri italiane, e ritenere che nei suoi confronti sia stata esercitata una forma di violenza fisica non consentita”.

Riccardo Arena

La Stampa, 26 giugno 2015

Carceri, va valutata la richiesta del detenuto di essere spostato in una cella non fumatori


Corte di cassazione1Va affrontata seriamente la richiesta del detenuto di essere trasferito in una cella per non fumatori. In generale, per la Cassazione, Sentenza n. 17014/2015, tutti i reclami che lamentano la violazione di «diritti soggettivi», fa cui svetta la carenza di spazio, non possono essere liquidati con formule generiche ma esigono sempre una valutazione concreta delle condizioni della carcerazione.

Il caso
– Il Magistrato di Sorveglianza di Cosenza aveva respinto tutte le doglianze di un detenuto. Riguardo la dedotta impossibilità di utilizzare la lavanderia esterna, il giudice ha stabilito che dipendeva soltanto dall’assenza della specifica domanda. Non era vero, invece, che il farmaco richiesto non gli veniva somministrato essendo al contrario provato che ne riceveva gratuitamente uno equivalente. Mentre la cella (per sei persone) era «in linea con quanto prescritto dalla legge».

La motivazione
– Proposto ricorso, i giudici di legittimità hanno in primis chiarito che, dopo la sentenza della Consulta 26/1999, il ricorso per Cassazione avverso il rigetto dei reclami dei detenuti è sempre «ammissibile nella misura in cui si verta in tema di indebita limitazione dei diritti soggettivi». Per cui, prosegue la sentenza, mentre la questione della lavanderia esula da tale categoria, le altre doglianze meritano di essere valutate riguardando «situazioni tali da incidere sul diritto alla salute e sul diritto ad una pena detentiva in linea con il divieto di trattamenti inumani».

E se non vi è motivo di dubitare della idoneità del farmaco, con riguardo invece alla spazio intramurario «il provvedimento impugnato non affronta realmente i temi posti nei reclami». In assenza di una chiara regolamentazione normativa, infatti, la Suprema corte ricorda che il «parametro di riferimento» resta la sentenza Torreggiani emessa dalla Cedu nel 2013 dove si stabilisce che lo spazio minimo a disposizione del detenuto «non può essere inferiore a tre metri quadrati».

Ciò detto, continua la Corte, «il giudice del reclamo è chiamato ad accertare e valutare la condizione di fatto della carcerazione». Al contrario, nel caso in esame «il provvedimento si limita ad affermare che la camera detentiva è in linea con quanto prescritto dalla legge senza precisare qual è la sua superficie in rapporto al numero delle persone che la occupano». «Si tratta di risposta non adeguata», chiosano i giudici.

Infine con riferimento alla questione del fumo passivo, la Corte stabilisce che mentre la richiesta di essere messi in una cella dove si può fumare rende la doglianza inammissibile, la domanda opposta investendo un «aspetto indubbiamente correlato alla tutela del diritto alla salute» merita una risposta adeguata.

Corte di Cassazione, Sez. I, Sent. n. 17014/2015 del 23/04/2015

Sassari: detenuto morto in cella, indaga la Magistratura. Non si trova il filmato perchè “sovrascritto”


Carcere-634x396Un filmato che non si trova perché è stato “sovrascritto”, una cena mai consumata, una famiglia che non si rassegna alla tesi del suicidio e che mette in campo esperti di fama nazionale. La Procura ha aperto una inchiesta per fare chiarezza sulla morte di Francesco Saverio Russo, il detenuto algherese trovato nella sua cella a Bancali il 6 settembre.

È ancora sotto sequestro la cella del carcere di Bancali dove la sera del 6 settembre è stato trovato privo di vita Francesco Saverio Russo, di 34 anni. L’ipotesi è che il detenuto algherese si sia tolto la vita, ma l’inchiesta avviata dalla Procura e affidata al pubblico ministero Cristina Carunchio dovrà chiarire se esiste anche il minimo dubbio sul suicidio.

E i familiari della vittima – fin dal primo momento – hanno chiesto che vengano svolti tutti gli accertamenti per capire che cosa è successo quella sera. La mamma del giovane, in particolare, ha più volte espresso la convinzione che il figlio non avesse mai manifestato – tanto meno nell’ultimo periodo – l’intenzione di togliersi la vita.

Ha anche raccontato di averci parlato il giorno stesso, di avergli portato la cena (che non era stata neppure consumata, in larga parte era nel piatto). Gli esperti. Dal giorno della morte di Francesco Saverio Russo, i familiari hanno affidato l’incarico agli avvocati Elias Vacca e Paolo Spano di seguire la vicenda e fare in modo che venga accertata la verità.

Nominati anche consulenti tecnici piuttosto conosciuti a livello nazionale: si tratta della criminologa Roberta Bruzzone (che ha seguito tutti i casi più importanti degli ultimi anni), di Mariano Pitzianti (esperto della ricerca della prova elettronica-digitale e conoscitore di sistemi di sicurezza e server ministeriali), dell’avvocato Federico Delitala e del genetista Andrea Maludrottu, del team di esperti fanno parte anche un medico legale e un investigatore privato. In carcere.

I legali sono stati in carcere per un sopralluogo. Hanno potuto vedere l’ambiente dove è avvenuta la tragedia e si sono resi conto della presenza di una sbarra orizzontale (a una altezza di circa due metri da terra) che divide il bagno da una sorta di disimpegno. Ora, che cosa ci faccia una sbarra in una cella di un nuovo carcere è da capire. L’indagine. L’indagine sta muovendo i primi passi e la parte più importante è rappresentata dall’esame dei filmati registrati dalle telecamere che nel nuovo carcere di Bancali sono ovunque.

La perizia del medico legale darà un contributo prezioso per la valutazione del caso e le valutazioni dei consulenti della Procura sono già sulla scrivania del magistrato che si occupa dell’inchiesta. Ci sono, però, diversi dubbi da chiarire. Le immagini. Pare che il filmato del giorno 6 settembre – quello fondamentale perché quella sera viene scoperto il corpo senza vita del detenuto – non sia disponibile.

Nel senso che sarebbe stato sovrascritto da altri dati. I familiari di Francesco Saverio Russo vogliono che sia fatta chiarezza sulla morte in cella, e quel filmato ha un valore enorme, anche per capire se la sera della tragedia ci sono stati movimenti in entrata o in uscita. I consulenti tecnici chiederanno di avere accesso al server ministeriale che – per norma – ha un sistema ridondante e deve continuare a funzionare in presenza di qualunque anomalia e quindi conservare anche la memoria.

Ipotesi. Dalle verifiche risulta che Francesco Saverio Russo era solo in cella, aveva la vicinanza della famiglia ed era seguito regolarmente dagli avvocati. Una situazione che, teoricamente, porterebbe a escludere eventuali tentativi di suicidio che in carcere si realizzano in presenza di una serie di elementi negativi.

Tra le ipotesi prese in esame c’è anche quella di un atto dimostrativo finito in tragedia: “Ci abbiamo pensato – ha spiegato l’avvocato Elias Vacca – ma se decidi di mettere in pratica una azione simile non la fai nell’angolo nascosto, ti posizioni nel punto più visibile per fare in modo che i soccorsi possano scattare immediatamente”. L’inchiesta dovrà chiarire se davvero quello di Francesco Saverio Russo è il primo suicidio nel carcere di Bancali oppure se dietro quella morte inspiegabile e che ha sorpreso tutti c’è dell’altro.

Gianni Bazzoni

La Nuova Sardegna, 16 ottobre 2014

Misteriosa morte di un detenuto di 42 anni nel Carcere di Trieste. La Magistratura apre una inchiesta


Casa Circondariale 1È morto sulla branda all’interno della sua cella dell’infermeria del Coroneo. Si chiamava Roberto Poropat, 42 anni. Il pm Massimo De Bortoli ha disposto l’autopsia affidandola al medico legale Fulvio Costantinides. Lo scopo è quello di individuare le cause della morte. E capire se possano essere state riconducibili a eventi non naturali. L’altra sera Poropat non ha lamentato alcun disturbo.

A dare l’allarme, ieri mattina, sono stati alcuni detenuti della stessa cella. Roberto Poropat era immobile. Lo hanno scosso pensando che stesse dormendo. Ma in breve si sono resi conto che era morto. Dopo poco sono arrivati alcuni agenti della polizia penitenziaria e i sanitari del 118. Hanno tentato di rianimare l’uomo. Ma non c’è stato nulla da fare. Sul posto anche alcuni investigatori della Squadra mobile incaricati dal pm di svolgere le indagini.

“Dai primi accertamenti – afferma Donato Capece, segretario generale del Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria – sembrerebbe che il decesso sia avvenuto per cause naturali, tant’è che gli stessi compagni di cella credevano che dormisse. Il detenuto avrebbe finito di scontare la pena per reati a breve. Non risultava essere tossicodipendente e non assumeva terapie particolari”.

Capece sottolinea “la professionalità, la competenza e l’umanità che ogni giorno contraddistingue l’operato delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria con tutti i detenuti per garantire una carcerazione umana e attenta pur in presenza ormai da anni di oggettive difficoltà operative come il sovraffollamento, le gravi carenze di organico di poliziotti, le strutture spesso inadeguate”.

“L’ho visto sabato scorso quando sono andata a fargli visita. Stava bene anche se era ingrassato”, racconta disperata la madre. Dice: “Non riesco a darmi una risposta. In carcere c’è gente di tutti i tipi. Roberto, non lo dico perché sono la mamma, era uno buono, forse troppo buono. Qualcuno potrebbe avergli fatto del male…”.

Roberto Poropat era finito nei guai per aver picchiato la fidanzata e aver messo a soqquadro alcuni locali della comunità di San Martino al Campo all’interno della villa “Stella Mattutina” di Opicina.

Aveva fatto irruzione a notte fonda nella stanza occupata dalla fidanzata dopo aver superato di slancio il muro di cinta e scardinato la porta d’ingresso. Poi aveva rovesciato il letto della giovane e aveva cercato di picchiare la ragazza, ma era stato sorpreso e stretto con le spalle al muro da un volontario della Comunità che aveva dato l’allarme.

La giovane era stata vittima poche ore prima di un altro episodio di violenza, sempre provocato, secondo l’accusa, da Roberto Poropat. La giovane era precipitata da un muricciolo, fratturandosi il polso e lesionandosi alcune costole. Così almeno aveva riferito in un primo momento. Poi è emersa una seconda versione: che la caduta non era accidentale e sarebbe stata procurata in un momento di rabbia, secondo la Procura, dallo stesso Roberto Poropat. C’è anche una terza versione: che Poropat abbia picchiato la giovane nella sua abitazione ma che lei per difendere l’uomo che diceva di volerle bene, abbia cercato di accreditare la tesi della caduta accidentale per non procurargli dei guai con la giustizia.

Corrado Barbacini

Il Piccolo, 13 Agosto 2014