Trento, detenuto trovato impiccato in cella. Gli Agenti Penitenziari : “Niente medici di notte”


Carcere di Trento“Un detenuto che si toglie la vita in carcere è sempre una sconfitta per lo Stato”. Le parole di Donato Capece, segretario generale del Sappe (sindacato autonomo polizia penitenziaria) danno il senso di quello che sta vivendo il personale del carcere di Trento, dell’amarezza e dell’impotenza degli agenti della polizia penitenziaria in servizio a Spini, un edificio modernissimo, aperto solo sette anni fa, ma che paga la cronica carenza di personale.

La scorsa notte c’era un solo agente per coprire quattro posti di servizio. Non c’era alcun medico o infermiere. La cella dell’infermeria dove era detenuto il trentacinquenne Luca Soricelli, della Bassa Vallagarina era stata controllata da poco. Il tempo di finire il giro di verifiche, ma quando l’agente è tornato ha trovato l’uomo impiccato al cancello della cella.

La chiamata disperata ai sanitari del 118 e i tentativi da parte del personale in servizio di rianimare il trentenne non sono bastati a salvarlo. Per lui non c’era purtroppo nulla da fare. L’uomo (di cui omettiamo il nome per rispetto della famiglia ndr) era stato arrestato lunedì notte dai carabinieri per l’incendio appiccato al distributore di benzina di via Cavour a Rovereto. Un gesto di follia. Quando i carabinieri lo avevano fermato l’uomo era stato trovato in stato confusionale e poco lucido.

Il trentacinquenne pochi minuti prima aveva pagato di tasca propria 150 euro di benzina, poi aveva cosparso il carburante le pompe di benzina del distributore Eni-Agip e aveva appiccato il fuoco. Le fiamme in una manciata di secondi avevano giù lambito le due pompe ed erano arrivati fino al tetto della pensilina. Era stato uno dei gestori, che abita poco distante, il primo ad accorrere, nel cuore della notte, per tentare di spegnere con l’estintore l’incendio. Ha scaricato sei estintori sulle fiamme, poi l’intervento dei vigili del fuoco aveva scongiurato il peggio, ma i danni sono comunque ingenti.

Nella prima stima si era parlato di circa 80.000 euro. L’uomo, che pare abbia alle spalle da anni problemi di natura psicologica, non aveva saputo giustificare il suo gesto neppure davanti al giudice Carlo Ancona durante l’udienza per direttissima. Non aveva proferito parola. Per lui si erano aperte le porte del carcere. Il medico che l’aveva visitato aveva infatti ritenuto le condizioni del trentacinquenne compatibili con il regime carcerario.

Era stato portato a Spini di Gardolo e messo nella cella dell’infermeria insieme ad un altro detenuto, ma l’uomo non ce l’ha fatta. Tre giorni dopo il suo ingresso nella casa circondariale, colto dalla disperazione, ha deciso di farla finita. Una tragedia immensa che ha colpito tutti ieri. “Un dramma che deve far riflettere” commentano i sindacati di polizia che in una nota unitaria dell’Uilpa, Sinappe, Fns Cisl, Uspp, Cgil, al Provveditorato regionale un intervento urgente e il distacco di 20 agenti da destinare al carcere di Trento, da tempo sotto organico.

I detenuti a Trento attualmente sono 337 a fronte di un organico di 214 agenti, ma gli effettivi sono di fatto sono solo 108 e di questi molti vengono impiegati per i piantonamenti all’ospedale. Il Sappe parla di una vera e propria “emergenza”.

La scorsa notte doveva esserci qualcuno a sorvegliare il trentacinquenne, ma l’agente incaricato doveva coprire quattro posti contemporaneamente. Pochi minuti di assenza e la tragedia. È il terzo suicidio in sette anni che accade nel carcere di Trento. “Quanto accaduto ci deve far riflettere” commenta il consigliere provinciale del Pd Mattia Civico che ha presentato un disegno di legge per istituire la figura del garante del detenuto a Trento, una proposta che dovrebbe andare in commissione consiliare nei prossimi mesi.

“È una battaglia che porto avanti da sette anni – spiega – al di là del caso specifico bisogna rendere il carcere un luogo aperto, va reso una parte della comunità, ci vogliono strumenti, risorse e sguardi positivi, altrimenti diventa un luogo di disperazione e invece deve essere un luogo di rinascita”. Intanto sul caso scoppiato nei giorni scorsi e sulle accuse del garante nazionale dei diritti dei detenuti contenuti in un rapporto nel quale viene denunciata la presenza di una “stanza delle percosse”, la Procura, che dopo l’esposto aveva aperto un’indagine, ha chiesto l’archiviazione del fascicolo, ritenendo le accuse infondate. Ma il garante ha presentato opposizione al decreto. Ora si attende l’udienza davanti al gip.

Dafne Roat

Corriere del Trentino, 18 dicembre 2016

Trento: esiti autopsia; morì in cella a 28 anni, nell’ottobre 2013, ucciso da farmaci e gas


cella detenuti 1Procedimento civile per ottenere l’autopsia. I periti: inalò butano da una bomboletta. Decesso nell’ottobre 2013. Per la procura non c’è reato: archiviazione.

Ucciso da un cocktail micidiale, un mix di farmaci e di gas propano. A quasi un anno dal decesso in carcere di un detenuto 28enne trentino, si chiariscono i contorni di quella strana morte dietro alle sbarre. Non si trattò di morte per cause naturali, come sosteneva il medico che eseguì l’ispezione cadaverica. Ad uccidere sarebbe stato quel terribile cocktail per disperati che forse serviva al giovane detenuto per “evadere” per un attimo da una vita difficile. L’aspetto particolare di questa vicenda è che a chiarire i contorni del decesso è stata la giustizia civile, non quella penale.

La morte risale al 29 ottobre dell’anno scorso. Quella notte il detenuto venne trovato privo di sensi nel bagno della cella dove era detenuto nel penitenziario di Spini di Gardolo. La procura, acquisite testimonianze e parere medico, ritenne che non ci fossero gli estremi per ordinare l’esame autoptico perché nulla faceva pensare ad un evento traumatico o a ipotetiche responsabilità da parte di terzi.

La madre del giovane però insisteva perché venisse fatta piena luce su quello strano decesso. “Mio figlio – scrisse la donna – è entrato nel carcere di Spini a fine luglio 2013, dovendo scontare una pena di 4 mesi per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La mattina del 29 ottobre, alle 6 circa, i compagni di cella lo hanno trovato in bagno privo di sensi.

Hanno chiamato gli agenti penitenziari, poi è intervenuto il 118, ma non sono riusciti a rianimarlo. Il medico di guardia ha certificato che le cause del decesso sono attribuibili ad arresto cardiaco”. La donna sottolineava che il figlio “soffriva di problemi di tossicodipendenza e per curarsi aveva già trascorso tre anni in una comunità, in carcere gli era stato somministrato del metadone con “terapia a scalare”. Non aveva altri problemi di salute”. E si chiedeva: “Come può essere morto, improvvisamente, per cause naturali?” Per rispondere a questa domanda la donna ha avviato un procedimento civile.

Attraverso l’avvocato Alessandro Baracetti ha chiesto e ottenuto dal Tribunale civile di Trento un’autopsia con la formula dell’accertamento tecnico preventivo. L’ipotesi è che ci potessero essere delle responsabilità di rilievo civile da par te dell’amministrazione carceraria sotto il profilo della colpa in vigilando.

Anche se erano trascorsi mesi dal de cesso, per eseguire l’esame medico legale non è stato necessario riesumare il cadavere perché il corpo del ragazzo era stato conservato all’obitorio. La perizia ha infine chiarito le cause dell’arresto cardio circolatorio. Il giovane è stato stroncato da un mix di farmaci, alcuni prescritti altri invece no, e dall’inalazione di gas propano. Su questo concordano sia il perito del giudice, sia il consulente di parte della famiglia. Pare che il gas venga sniffato dalle bombolette da campeggio che i detenuti possono tenere in cella per cucinare. Viene usato come sostitutivo degli stupefacenti per l’effetto di “sballo” che produce.

Dopo il deposito della perizia il magistrato titolare del procedimento civile, il giudice Aldo Giuliani, ha trasmesso gli atti alla procura della Repubblica per le valutazioni del caso. Procura che tuttavia non ha cambiato idea: è stata chiesta infatti l’archiviazione del fascicolo poiché dall’esame autoptico non emergerebbero elementi di possibile rilievo penale. Ora la parola è tornata alla madre del ragazzo e al suo legale che dovranno valutare se promuovere o meno la causa nei confronti dell’amministrazione penitenziaria.

Il Trentino, 3 settembre 2014

Trento: si impicca detenuto di 38 anni, da inizio 2014 nelle carceri si sono tolti la vita in 29


Carcere di TrentoDopo il suicidio avvenuto ieri nel carcere di Pisa, si registrano nelle carceri altri due decessi. Ed infatti una persona detenuta si è impiccata ieri nel carcere di Trento, mentre, sabato 30 agosto, un detenuto è morto nel carcere di Poggioreale.

Napoli, 30 agosto. Vincenzo Cargiulo di 40 anni viene trovato morto nella sua cella del carcere di Poggioreale. Da quanto si è appreso pare che l’uomo sia morto per un infarto.

Trento, 1 settembre. Giacinto Verra di 38 anni, si impicca nel bagno della sua cella con un laccio. Verra avrebbe finito di scontare la sua pena tra pochi mesi, ovvero a gennaio del 2015.

Pisa, 1 settembre. Martin Amcha, di 46 anni, si impicca nella sua cella della Casa Circondariale di Pisa. L’uomo, che avrebbe finito di scontare la sua pena nel 2018, è stato trovato appeso con delle lenzuola alla finestra del bagno.

Sale così a 29 il numero delle persone detenute che si sono tolte la vita dall’inizio del 2014, per un totale di 99 decessi.

Radio Carcere, 03 Settembre 2014

Trento: detenuto si impicca in cella, aveva già avuto comportamenti autolesionistici


Carcere di TrentoRiccardo Scalet, di 32 anni, si è impiccato nella sua cella del Carcere di Trento. Per uccidersi Riccardo Scalet ha approfittato che i compagni di cella andassero all’ora d’aria, ha legato un lenzuolo alla doccia della cella e si è impiccato. E sono stati gli stessi compagni di cella a ritrovare Riccardo appeso a quel lenzuolo perché insospettiti del fatto che la doccia era ancora aperta.
Riccardo Scalet che era tossicodipendente, si trovava in carcere perché condannato per reati contro il patrimonio e avrebbe finito di scontare la sua pena nell’ottobre del 2016.

Pare gli avessero rigettato recentemente la domanda di inserimento in Comunità Terapeutica. Tempo fa aveva già tentato di farsi del male, ingoiando delle batterie.

Sale a 81 il numero delle persone detenute morte nei primi 7 mesi del 2014 (una media di oltre 11 morti al mese) tra cui ben 23 sono stati i suicidi.

Ristretti Orizzonti – 24 Luglio 2014

Trento, Fece abusi nei confronti di un detenuto. Condannato Sovrintendente di Polizia Penitenziaria


Carcere di Trento16 giorni di reclusione (pena sospesa) per abuso di mezzi di correzione e disciplina in danno di un detenuto. La Corte di Appello di Trento, pur confermando la sentenza di primo grado, ha rideterminato la pena comminata a Fabio Piazza, Sovrintendente della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale di Trento ed autorevole Dirigente del Sindacato di Polizia Penitenziaria “Sinappe”.

In primo grado, invece, innanzi al Giudice Monocratico del Tribunale di Trento Guglielmo Avolio, che derubricò il reato da abuso di autorità contro i detenuti in quello di abuso di mezzi di correzione e disciplina, al Sovrintendente Penitenziario vennero inflitti 20 giorni di reclusione (pena sospesa) con l’obbligo di risarcire il detenuto con 1.000 euro.

I fatti sono accaduti il 20 ottobre 2011. Quel giorno, alle 9 di mattina, il Sovrintendente Piazza, era Capo Posto e aveva deciso di effettuare una perquisizione all’interno della cella in cui era allocato un detenuto che aveva già subito ben 14 sanzioni disciplinari. Un detenuto che aveva dato problemi in passato.

Quando il Sovrintendente gli chiese di aprire l’armadietto, il detenuto si rifiutò categoricamente, arrabbiandosi. Alchè, il Piazza, con l’aiuto di due colleghi, suoi sottoposti, avrebbe condotto il detenuto in un’altra cella, mettendolo di fatto in isolamento.

Durante il dibattimento di primo grado, in aula, sono state visionate le telecamere di sorveglianza interne e dalle stesse è emerso che il Sovrintendente Piazza, effettivamente, accompagnò il detenuto in una cella di isolamento e lo fece inginocchiare innanzi a se. Nell’occasione, secondo l’editto accusatorio, ci sarebbe stato uno scontro fisico tra i due.

In ogni caso, il difensore dell’imputato, Avvocato Nicola Canestrini, attende le motivazioni della sentenza ed ha preannunciato ricorso alla Suprema Corte di Cassazione perché ritiene che il suo assistito debba essere assolto.

Proprio qualche settimana addietro, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia per gli abusi commessi nel lontano 2000 da alcuni Agenti di Polizia Penitenziaria nel Carcere “San Sebastiano” di Sassari in seguito alla denuncia del detenuto Valentino Saba che raccontò le violenze e le torture subite. Nel condannare l’Italia la Corte di Strasburgo oltre a puntare il dito sulla irragionevole durata del processo avviato dopo la denuncia del detenuto ed il fatto che per molti dei colpevoli sia stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere perché i reati si erano estinti per prescrizione, ha evidenziato l’irrisorietà delle pene inflitte agli altri Agenti Penitenziari che vennero condannati per le condotte delittuose contestate e per non essere stati sospesi dal servizio durante la fase processuale così come stabilisce la giurisprudenza della Corte Europea. Addirittura, uno degli Agenti, venne giudicato colpevole per non aver denunciato le violenze dei suoi colleghi a danno del detenuto e per questo condannato al pagamento di una multa di 100 euro.

Nonostante la condanna della Corte Europea dei Diritti Umani, si continuano ad infliggere pene leggerissime ai Pubblici Ufficiali, responsabili di questi gravissimi fatti. Anche perché, purtroppo, ancora oggi nel Codice Penale non è stato inserito il reato di tortura.