Carceri: Sovraffollamento e suicidi, il 2018 annus horribilis. Oltre 60 mila detenuti e 67 suicidi


Il 2018 è stato un annus horribilis per le carceri italiane: sessantasette sono stati i detenuti che si sono tolti la vita, superando così gli anni 2010 e 2011 che avevano contabilizzato 66 suicidi.

Solo negli ultimi giorni ci sono stati due detenuti che sono morti nel carcere di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”: uno è un suicidio, l’altro ancora da accertare. Ma il 2018 è stato anche l’anno del sovraffollamento. Al 30 novembre, dopo 5 anni, i reclusi sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017.

Con una capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 50.500 posti, attualmente ci sono circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare, per un tasso di affollamento del 118,6%.

Incertezza sull’effettivo numero dei suicidi nelle carceri italiane avvenute nell’anno 2018. Annus horribilis per quanto riguarda i decessi visto che almeno 67 sono stati i detenuti che sono tolti la vita, superando così l’anno 2010 e 2011 che avevano contabilizzato 66 sucidi. Due sono i detenuti che sono morti nel giro di pochi giorni nel carcere di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”: uno è un suicidio, l’altro ancora da accertare. È Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale Radicali Italiani, candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria, ad aver diffuso per primo una nota sui recenti episodi avvenuti nel carcere di Bancali e, in particolare, sulla morte dell’algherese Omar Tavera che sembrerebbe avvenuta per una overdose. Quintieri informa inoltre di un altro tragico decesso, anche questo algherese. «Questa notte ( 30 dicembre, ndr) sono stato informato di altri due decessi avvenuti nei giorni scorsi presso la Casa Circondariale di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu” e tenuti “riservati” dall’Amministrazione penitenziaria. Dalle poche notizie che sono riuscito ad avere, si tratterebbe di due giovani detenuti di Alghero, morti a poche ore uno dall’altro, entrambi ristretti nell’Istituto Penitenziario di Sassari». Quintieri spiega che il 25 dicembre è deceduto il detenuto Omar Tavera, 37 anni, recluso per reati contro il patrimonio, violazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza ed altro, trovato morto nella sua cella dal personale del Corpo di Polizia Penitenziaria: «Tavera -, il giorno della vigilia di Natale, l’aveva trascorso fuori dall’Istituto Penitenziario, grazie ad un permesso premio concessogli dal magistrato di Sorveglianza di Sassari. Pare che la causa del decesso sia una overdose. La Procura della Repubblica di Sassari, in persona del Pubblico ministero Mario Leo, informata del decesso, ha nominato un proprio consulente, il medico Legale Salvatore Lorenzoni, disponendo l’esame autoptico sulla salma ivi compresi gli esami tossicologici per accertare le cause della morte del detenuto. Al momento si procede per il reato di cui all’Art. 586 del Codice Penale “morte o lesioni come conseguenza di altro delitto”» . Il consulente tecnico incaricato dalla Procura della Repubblica di Sassari relazionerà in merito entro 90 giorni. Ma spunterebbe un altro suicidio di cui ufficialmente ancora non si ha contezza. «Pare che nelle ore successive – denuncia sempre Quintieri-, probabilmente il 26 o il 27 dicembre, ma di questo non ho ancora avuto alcun riscontro ufficiale, nel medesimo Istituto Penitenziario si sia suicidato tramite impiccagione, un altro detenuto algherese di 31 anni, Stefano C., da poco arrestato per reati contro il patrimonio. Nella Casa Circondariale di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”, al momento, a fronte di una capienza regolamentare di 454 posti, sono ristretti 424 detenuti ( 13 donne), di cui 142 stranieri. Tra i ristretti presenti nell’Istituto anche 90 detenuti sottoposti al regime detentivo speciale 41 bis O. P. ed altri 30 detenuti per terrorismo internazionale di matrice islamica. Sale così a 149 il numero dei “morti in carcere”, – conclude Quintieri – di cui 68 suicidi, avvenuti nel 2018». Quintieri parla di 68 persone che si sono uccise, perché include anche l’ultimo suicidio da lui segnalato.

Quindi c’è incertezza, numeri effettivi che non sono ufficiali. D’altronde il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non pubblica una lista ufficiale delle morti nel sito del ministero della Giustizia. Le notizie dei decessi sono difficili da reperire, non sempre arrivano comunicati ufficiali – di solito da parte dei sindacati della polizia penitenziaria – e quindi c’è difficoltà a stilare il numero reale delle morti in carcere. Da anni c’è la redazione di Ristretti Orizzonti che aggiorna ogni giorno la lista dei detenuti morti dal 2002 fino ai giorni nostri per cognome, età, data e luogo del decesso.

Ma il 2018 appena concluso è anche l’anno del sovraffollamento. Al 30 novembre, dopo 5 anni, i detenuti sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017. Con una capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 50.500 posti, attualmente ci sono circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare, per un tasso di affollamento del 118,6%.

Il sovraffollamento è però molto disomogeneo nel paese. Al momento la regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 161%, seguita dalla Lombardia con il 137%. Se poi si guarda ai singoli istituti, in molti ( Taranto, Brescia, Como) è stata raggiunta o superata la soglia del 200%, numeri non molto diversi da quelli che si registravano ai tempi della condanna della Cedu.

«L’indirizzo dell’attuale governo – dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone sembra quello di costruire nuovi istituti di pena. Costruire un carcere di 250 posti costa tuttavia circa 25 milioni di euro. Ciò significa che ad oggi servirebbero circa 40 nuovi istituti di medie dimensioni per una spesa complessiva di 1 miliardo di euro, senza contare che il numero dei detenuti dal 2014 ad oggi ha registrato una costante crescita e nemmeno questa spesa dunque basterà. Servirebbe inoltre più personale, più risorse, e ci vorrebbe comunque molto tempo». «Quello che si potrebbe fare subito sostiene Gonnella – è investire nelle misure alternative alla detenzione. Sono circa un terzo le persone recluse che potrebbero beneficiarne e finire di scontare la propria pena in una misura di comunità. Inoltre conclude il presidente di Antigone – andrebbe riposta al centro della discussione pubblica la questione droghe. Circa il 34% dei detenuti è in carcere per aver violato le leggi in materia, un numero esorbitante per un fenomeno che andrebbe regolato e gestito diversamente».

L’anno che si è concluso ha visto anche l’approvazione della riforma dell’ordinamento penitenziario, a conclusione di un iter avviato dal precedente governo che aveva convocato gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale a cui avevano partecipato addetti ai lavori provenienti da diversi mondi. «Gran parte delle indicazioni uscite da quella consultazione – scrive Antigone – sono state disattese, in particolare proprio sulle misure alternative alla detenzione.

Tuttavia su alcuni temi si sono fatti dei piccoli passi avanti, ad esempio con la creazione di un ordinamento penitenziario per i minorenni». Antigone denuncia anche il discorso dello spazio vitale nelle celle. «L’elaborazione dei dati raccolti è ancora in corso – scrive l’associazione- ma, nei 70 istituti per cui è conclusa, abbiamo rilevato che nel 20% dei casi ci sono celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3mq ciascuno». Continua anche a registrare carenza di personale, soprattutto gli educatori. «Negli istituti visitati – denuncia Antigone – c’è in media un educatore ogni 80 detenuti ed un agente di polizia penitenziaria ogni 1,8 detenuti. Ma in alcuni realtà si arriva a 3,8 detenuti per ogni agente ( Reggio Calabria ‘ Arghillà’) o a 206 detenuti per ogni educatore ( Taranto)».

Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 2 gennaio 2019

Sassari, il boss di “Gomorra” Amato denuncia : qui al 41 bis a Bancali non mi curano


raffaele-amatoRaffaele Amato, capo clan camorrista sottoposto al 41bis, si rivolge alla procura perché a suo avviso gli sarebbero negati assistenza medica e un intervento chirurgico dovuto a “gravi patologie”. Aperto un fascicolo.
Un “quadro sanitario preoccupante” al quale non sarebbero seguiti i necessari “accertamenti né da parte di medici di fiducia né presso una struttura esterna, né tantomeno da parte dei medici dell’area sanitaria dell’istituto penitenziario (di Bancali ndr), del tutto inadeguati nel gestire situazioni patologiche gravi. E le visite specialistiche mi vengono puntualmente rigettate”.

Non è lo sfogo di un detenuto qualsiasi. A denunciare nero su bianco una situazione “per la quale rischio la vita” è Raffaele Amato in persona, considerato uno dei camorristi più pericolosi in Italia e in Europa, il capo del clan degli Scissionisti di Secondigliano che ha dato vita nel 2004 alla faida di Scampia. Amato denuncia e la Procura di Sassari decide di indagare. Oggi Raffaele Amato è detenuto in regime di 41 bis nel carcere di Bancali e proprio dalla sua cella ha dato mandato all’avvocato di fiducia Sara Luiu perché depositasse la querela negli uffici della Procura della Repubblica di Sassari. Il magistrato Emanuela Greco ha aperto un’inchiesta – al momento contro ignoti – per verificare se esistano responsabilità ed eventualmente a carico di chi.

Una denuncia dettagliata, quella consegnata all’avvocato Luiu, nella quale Amato – accusato tra l’altro di essere importatore di tonnellate di droga dalla Spagna in Italia – come prima cosa evidenzia “la necessità di essere sottoposto a un immediato intervento chirurgico (peraltro già in programma all’ospedale dell’Aquila prima del mio trasferimento a Sassari) per la rimozione di una “lesione aneurismatica sacciforme della vena gemellare mediale di destra”, come risulta dalle perizie contenute nel diario clinico”. Una patologia che lo costringe a seguire una terapia antitrombotica con eparina “per evitare l’elevato rischio di trombosi venosa profonda e conseguente embolia polmonare. In attesa dell’intervento, dal 3 luglio del 2015 a oggi mi viene fatta un’iniezione di eparina. Per 12 giorni mi è stata somministrata nell’addome attraverso le sbarre della cella!”.
L’elenco delle patologie di Raffaele Amato è lungo: “Sto male anche per via di un intervento di resezione dell’intestino tenue in seguito a una ferita d’arma da fuoco. Ho violente coliche addominali ricorrenti con rischio di occlusione intestinale”.

Ed è per questo motivo che il boss che ha ispirato in “Gomorra” il personaggio di don Salvatore Conte, rivale di Pietro Savastano, sostiene di dover seguire “un particolare regime dietetico che a oggi non mi viene ancora somministrato”. E poi i problemi dentari con un bite andato smarrito: “Ho dato la disponibilità ad acquistarlo a mie spese ma mi è stato risposto che non è consentito”. E ancora le tante malattie dermatologiche: “Mi è stato prescritto l’uso di coperte e lenzuola anallergiche, il dirigente sanitario ha dato l’autorizzazione un anno fa e a tutt’oggi non mi sono ancora state concesse, così come il materasso ortopedico. Mi hanno diagnosticato varie discopatie e mi hanno negato quel tipo di materasso, neppure a mie spese”. Da qui la denuncia e la conseguente apertura di un’inchiesta.

Nadia Cossu

La Nuova Sardegna, 7 ottobre 2016