Il costituzionalista Andrea Pugiotto : “Non è vero che rivedremo circolare per le strade i boss mafiosi. È una bugia”


Andrea Pugiotto, Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Ferrara, tra i massimi esperti di ergastolo ostativo e capofila nella battaglia per eliminarlo, commenta all’Agi la decisione della Corte Europea. “Dopo la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non è vero che, come ho letto, rivedremo circolare per le strade i boss mafiosi. Questa è una bugia anche se detta da un procuratore antimafia”. Così Andrea Pugiotto, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Ferrara, tra i massimi esperti in Italia di ergastolo ostativo e capofila nella battaglia per eliminarlo, commenta all’Agi la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

“Caduto l’automatismo ostativo – argomenta – si ritornerà alla regola della valutazione giurisdizionale individuale. Si chiama riserva di giurisdizione ed è prevista dalla Costituzione come meccanismo di garanzia per tutti i cittadini, detenuti compresi. Chi preferisce un giudice ‘passacarte’, in realtà mostra totale sfiducia nella magistratura di sorveglianza, preferendo alla sua autonomia e indipendenza una sua subordinazione alle informative degli apparati di polizia”.

“I giudici europei – prosegue il docente – non ignorano affatto il fenomeno mafioso, ma sanno che nessun reato, per quanto grave, legittima la violazione della dignità umana protetta dal ‘divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti’ previsto dall’articolo 3 della Cedu. Non sono affatto sorpreso di questa decisione. La sentenza Viola del 13 giugno scorso non faceva altro che applicare al caso italiano una giurisprudenza consolidatissima che considera contraria all’articolo 3 della Cedu una pena perpetua priva di concrete prospettive di liberazione del detenuto, alla luce del suo percorso educativo. Solo chi antepone la logica della politica a quella, stringente, del diritto, poteva anche solo ipotizzare un esito differente”.

Secondo il professore, autore anche di un libro a quattro mani con l’ex ergastolano Carmelo Musumeci, è sbagliato dire, come riportato da diversi organi di stampa, che “fare la guerra all’ergastolo ostativo è un messaggio ai boss mafiosi” e che “superare l’ergastolo ostativo significa armarli di nuovo” e che “la Corte europea deve dichiarare da che parte sta nella lotta alla mafia”. Per Pugiotto “sono prese di posizione chiaramente mirate a esercitare pressioni sul panel dei 5 giudici europei alla vigilia della loro odierna, coerente e scontata decisione. Eppure, i vari procuratori (anche emeriti) che hanno preso cosi’ la parola dovrebbero sapere che l’articolo 3 della Cedu è una delle sole quattro norme che non ammettono eccezione o sospensione, nemmeno in uno Stato di guerra. I giudici europei non ignorano affatto il fenomeno mafioso, ma sanno che nessun reato, per quanto grave, legittima la violazione della dignità umana protetta da quel divieto. Forse, nei prossimi giorni, ci toccherà sentire voci scandalizzate che chiederanno all’Italia di uscire dal Consiglio d’Europa”.

La decisione di oggi è importante per due ragioni. La prima riguarda il fatto che “la sentenza definitiva segnala nell’ergastolo ostativo un problema strutturale nel nostro ordinamento penitenziario, invitando l’Italia a porvi rimedio attraverso una sua riforma ‘di preferenza di iniziativa legislativa’. Diversamente i molti ricorsi siamesi pendenti a Strasburgo e promossi da altri ergastolani ostativi saranno certamente accolti e l’Italia subirà ripetute condanne per non avere adempiuto all’obbligo di rispettare una delle norme chiave della Cedu”.

La seconda ragione “è che il 22 ottobre, la Corte Costituzionale si pronuncerà su due questioni di legittimità riguardanti l’articolo 4-bis, comma I, dell’ordinamento penitenziario, che introduce il regime ostativo applicato all’ergastolo. I giudici costituzionali dovranno misurarsi con le meditate argomentazioni dei loro colleghi di Strasburgo”.

Attualmente, spiega Pugiotto, “tre ergastolani su quattro sono ostativi, cioè condannati per gravi reati associativi che, diversamente da tutti gli altri ristretti in prigione, non beneficeranno mai di alcuna misura extramuraria a meno che non rivelino ciò che ancora sanno dei loro crimini. Lo scopo di tale regime – come la stessa Corte Costituzionale ha recentemente riconosciuto – è di incentivare, per ragioni investigative e di politica criminale generale, la collaborazione con la giustizia attraverso un ‘trattamento penitenziario di particolare asprezza. Il perno di questo regime – una vera e propria presunzione legale assoluta – è che solo collaborando si ha la prova certa sia della rottura col sodalizio criminale che dell’avvenuto processo di ravvedimento del reo”.

La Corte Europea, argomenta il professore, “non ha bocciato la collaborazione come condizione per accedere ai benefici penitenziari ma ha contestato l’equivalenza tra mancata collaborazione e pericolosità sociale del condannato, invitando il legislatore italiano a prevedere anche per l’ergastolano non collaborante la necessita’ di accedere ai benefici penitenziari, se ha dato la prova del sicuro ravvedimento”.

Per esempio, “la scelta se collaborare o meno puoò non essere libera, quando il reo teme ritorsioni su di sé o vendette contro i propri familiari”. La stessa collaborazione “può nascere anche dall’unico proposito di ottenere i benefici”.

“Ecco perché – è l’opinione di Pugiotto – il solo modo di restituire coerenza al sistema è che sia la magistratura di sorveglianza a valutare, caso per caso, alla luce dell’intero percorso trattamentale del reo, se sia ancora specialmente pericoloso, indipendentemente dalla sua collaborazione con la giustizia. Come diceva Leonardo Sciascia, ‘la criminalita’ mafiosa non si combatte con la ‘terribilita’ del diritto’ ma con gli strumenti dello Stato di diritto'”.

Manuela D’Alessandro 

http://www.agi.it – 09 ottobre 2019

41 bis, ergastolo e semilibertà in Italia: parla Carmelo Musumeci, uno che ci è passato


carmelo-musumeciIn carcere da 25 anni e dopo un’esperienza al 41 bis, a Carmelo Musumeci è stata concessa la semilibertà.

Nel 1991, l’allora 36enne Carmelo Musumeci è stato arrestato con l’accusa di omicidio e di essere organizzatore di un’associazione mafiosa che si occupava di bische, delitti contro il patrimonio e spaccio di cocaina. Un anno dopo, è arrivata la sentenza definitiva che lo ha condannato all’ergastolo. 

Da allora sono passati 25 anni: Musumeci ha girato diversi penitenziari italiani, preso due lauree in giurisprudenza e una in filosofia, e infine nel novembre del 2016, mentre era nel penitenziario di Padova gli è stata concessa la semilibertà, da lui richiesta tramite istanza. Nonostante l’ergastolo, grazie al regime della semilibertà ha la possibilità di uscire durante le ore diurne per prestare attività di volontariato (nel suo caso, sostegno scolastico e ricreativo a persone portatrici di handicap presso una struttura).  

Negli ultimi tempi, Musumeci ha pubblicato diversi libri, l’ultimo dei quali intitolato L’urlo di un uomo ombra. Da anni tiene anche un diario sul suo sito, e si spende per una campagna contro la formula detentiva dell’ergastolo: è così che è diventato una delle figure pubbliche più note per chi si trova nella sua stessa condizione.

Per capire cosa si prova a scontare una pena a vita e mettere piede fuori dal cacere dopo 25 anni di reclusione, ho incontrato Musumeci in una delle sue ore di semilibertà—cercando di sospendere il giudizio sui reati che ha commesso per parlare liberamente di sistema penitenziario, del concetto di ergastolo e di come ha ritrovato il mondo che aveva lasciato.

VICE: Raccontami come sei finito in carcere.

Carmelo Musumeci: Sono cresciuto in un paesino ai piedi dell’Etna. Eravamo poveri, e io ho cominciato a nutrirmi della cultura di strada già da piccolo. Mia nonna, per esempio, mi ha insegnato a rubare al supermercato quando ero ancora un bambino, e così la prima volta sono finito in carcere che ero ancora minorenne. 

Intorno ai 15 anni i miei genitori si sono separati e sono stato mandato in un collegio al nord. Là ho iniziato a covare rabbia nei confronti del mondo e delle istituzioni, e quando poi sono tornato a casa ho trovato le stesse difficoltà economiche che avevo lasciato: in quel momento, forse inconsapevolmente, avevo già imboccato le strade sbagliate. Ho iniziato con una serie di piccoli reati e poi, dopo aver visto che si poteva guadagnare, ho alzato il tiro: nel 1972 sono stato arrestato durante una rapina in un ufficio postale.  

Quando sono uscito mi sono ributtato in quel mondo. Fino a una sera del 1990 in cui, in uno scontro tra bande rivali, mi beccai sei pallottole. Sono sopravvissuto, ma quello era un ambiente in cui o ammazzi o vieni ammazzato. Così poi è successo quello che è successo.

A cosa hai pensato quando ti è arrivata la sentenza definitiva?

Quando sono stato arrestato sono stato considerato un criminale di spessore, e quindi nel 1991 sono stato sottoposto al 41bis. Mentre stavo in isolamento per un anno e sei mesi, in una cella buia con l’impossibilità di parlare con qualcuno, mi è arrivato il telegramma della mia compagna che confermava l’ergastolo. Be’, inutile dire come mi è crollato il mondo addosso: avevo la consapevolezza che non sarei mai più uscito da là. 

Il 41 bis è il regime carcerario più duro del nostro ordinamento, è l’isolamento totale: personalmente non riesco a pensare a come ci si possa convivere. Com’è stato?

Erano gli anni in seguito alla strage di Capaci e lo Stato era in lotta con l’anti-stato, la mafia: io, tra le accuse, avevo anche quella di associazione mafiosa, e quell’articolo permetteva dei trattamenti più duri per creare collaboratori di giustizia. In pratica vivevo in una cella quasi totalmente buia, ricevevo da mangiare da uno spioncino, avevo poca acqua e sono stato offeso da guardie sbronze. Venivo torturato.  

Non hai mai pensato di ucciderti?

Ci ho pensato costantemente: sarebbe stata la via di fuga più facile. Mi sento anche di dire che chi pensa a togliersi la vita non è vero che non l’ama: chi si toglie la vita in quelle condizione ama la vita talmente tanto che non vuole vedersela appassire. Ho sempre ammirato chi ha avuto il coraggio di farcela perché anche oggi soffro per quello che ho vissuto in quei giorni. 

Mi fa ancora male parlarne, non perché ero innocente ma perché ho sofferto per nulla, e tutto questo non aiutava né lo Stato né i parenti delle vittime. Ma quando hai dei figli, hai una responsabilità. Non potevo andarmene così.

Nel tuo diario online definisci le notti passate in carcere, dopo una giornata di quasi libertà, il tuo “ritorno all’inferno.” Quali sono le cose più brutte che hai visto?

Paradossalmente, le cose che ti succedono intorno. Quella che forse mi fa ancora male è del 1992, quando ho visto il trattamento ai ragazzi della strage di Gela [la faida tra gruppi criminali che nel giro di poche ore, nel novembre del 1990, innescò una catena di agguati mortali]. Erano ancora dei ragazzini, non credo sapessero quello che stavano facendo: ho visto strappargli la vita per sempre in quelle mura. Quello che voglio dire è che il carcere dovrebbe far capire al condannato dove ha sbagliato, ma l’unica cosa che vedevo in quegli anni era un processo che portava al “io ho ucciso ma tu [il carcere] mi stai uccidendo lentamente, giorno dopo giorno.” 

Penso che la cosa che fa più paura a un criminale è il perdono sociale, perché perdi tutti gli alibi e dici “cazzo, ho fatto del male e queste persone mi stanno perdonando.” Quando invece vieni trattato male ogni singolo giorno ti dimentichi del male che hai fatto, e quello che provi non è certamente il rimorso. 

Quanto a te, come si svolgeva una tua regolare giornata in carcere?

Dopo i primi anni ho cambiato carcere spesso: ogni carcere è uno stato a sé, con le proprie regole e i propri ritmi. Ma in generale è tutto molto piatto: mi svegliavo verso l’alba e iniziavo a studiare, nell’ora d’aria facevo una corsetta, e poi verso mezzogiorno mangiavo a mensa. Il pomeriggio rientravo in cella e la sera mi cucinavo qualcosa da mangiare. Questo per migliaia e migliaia di giornate.  

È scontato da dire, ma immagino che in una situazione del genere trovare uno scopo ti aiuti ad affrontare le giornate. Come nel caso dello studio. Come funzionava, e come ti procuravi i libri necessari?

Sì, se non fosse stato per lo studio sarei impazzito. Ho anche iniziato a scrivere, oltre a studiare per laurearmi in giurisprudenza e filosofia: penso che in Italia manchi una letteratura sociale carceraria. Voglio dire, la letteratura è l’anima e la storia di un paese, per questo m’illudo di crearne una con i miei romanzi.

Per quanto riguarda i libri, dopo il 41 bis ho potuto averne, fortunatamente. A volte non dovevano essere più di tre, non potevano avere la copertina dura e nonostante fossi iscritto all’università mi mancavano sempre dei manuali. Il solo fatto che cambiavo spesso carcere rendeva sempre difficilissimo l’iter universitario.  

A cosa erano dovuti i costanti spostamenti di carcere?

Diciamo che ero un detenuto scomodo. Dopo un po’ che studiavo chiedevo sempre più cose che mi appartenevano come diritto, e questo può dare fastidio ai dirigenti. Era un attivismo scomodo e infatti a chiunque dovesse andare in carcere consiglio assolutamente di procurarsi un codice per capire i propri diritti che spesso vengono trascurati.

Nel tuo caso però a un certo punto sei riuscito a ottenere la semilibertà, caso raro per un ergastolo ex ostativo, per prestare servizio in una comunità. Qual è stata la prima cosa a cui hai pensato?

Ero sicuro di non avere speranza e di morire in carcere. Quando dopo svariati tentativi mi è stata concessa la semilibertà, non so cosa ho provato qualcosa di inspiegabile, forse, ma molto simile all’ansia e alla paura. Ho pensato alla mia famiglia, ai miei nipoti…

E quando sei effettivamente uscito cosa ti ha sorpreso di più?

Le piccole cose, paradossalmente, come affacciarsi a una finestra o guardarmi allo specchio in carcere ci sono solo specchi piccolissimi. Mi sono guardato allo specchio e ho visto tutto il mio corpo, ma non era più il mio corpo. Era quello di una persona che non sapevo chi fosse. Poi un’infinità di sensazioni e cose di cui mi ero completamente dimenticato cose come percepire la sabbia tra le dita dei piedi, l’odore del mare, la pelle dei miei figli. 

In che modo hai trovato cambiato il mondo ? Voglio dire, ti sei perso l’esplosione di Internet…

Quando sono uscito la prima volta mi sono fermato, e per un po’ mi sono guardato intorno immobile. Tutto mi sembrava irreale e diverso da come mi ricordavo il mondo. Le persone sono cambiate, così il modo di vivere e adesso anche prendere un semplice treno, con le persone connesse ai loro pc è come guardare un film di fantascienza. Insomma, è tutto molto strano e mi ci sto abituando piano piano, ma sono dannatamente felice di doverlo fare. 

Leon Benz

http://www.vice.com – 01 febbraio 2017

Sen. Ichino (Pd) : Ergastolo e recupero, il bisogno di attuare la finalità della pena


Sen. Pietro IchinoLa condanna al carcere a vita e la rieducazione del detenuto potrebbero essere in antitesi. Dopo il libro del magistrato Elvio Fassone, “Fine pena: ora”, recensito su queste pagine da Corrado Stajano a fine gennaio, sul tema dell’ergastolo ostativo ne esce ora un altro, questa volta scritto da un condannato a quella pena, Carmelo Musumeci, insieme al costituzionalista Andrea Pugiotto (Gli ergastolani senza scampo, Editoriale Scientifica, 2016, pp. 216, € 16.40).

La parte scritta dall’ergastolano consiste nella descrizione esistenziale di un giorno di pena, minuto per minuto, in cinque capitoli: alba, mattino, pomeriggio, sera, notte. Di un solo giorno, perché ne basta uno per dar conto degli altri diecimila precedenti o successivi. Con una avvertenza iniziale che dice tutto: chi è all’ergastolo ostativo può pensare soltanto al passato o al presente; non al futuro, perché per lui non c’è un futuro che non sia identico al presente. Nella seconda parte, Andrea Pugiotto spiega l’ergastolo ostativo dissezionandone con grande finezza la ratio e spiegandone i profili di contrasto con l’articolo 27 della Costituzione: la pena non può essere disumana e deve tendere alla rieducazione del condannato.

Si coniuga così per la prima volta, che io sappia, e molto efficacemente, l’opera dello studioso che sta fuori del sistema penitenziario con la testimonianza personale di chi è dentro, “l’ergastolano senza scampo”. Chi lo ha incontrato sa che, dopo un quarto di secolo di carcere duro, Carmelo Musumeci è ora una persona colta, pienamente recuperata alla convivenza civile, il cui destino di non uscire mai più di prigione stride violentemente con quanto detta la Costituzione.
Anche qui, come nel racconto di Fassone, siamo di fronte al pieno raggiungimento dell’obiettivo posto dalla Costituzione: il recupero del condannato. E anche qui, se la pena consegue questo obiettivo, essa non può al tempo stesso recidere ferocemente ogni speranza di ricucitura del rapporto tra il condannato stesso e i suoi simili che hanno la ventura di essere rimasti “fuori”. Tra i due racconti c’è però una differenza: mentre nel libro di Fassone la narrazione parte dall’inizio della vicenda, cioè dai crimini per i quali il magistrato ha irrogato l’ergastolo, conducendo il lettore lungo il percorso della conversione del condannato, il racconto di Musumeci sulla prima parte della vicenda tace. E invece, almeno in un libro come questo, darne conto è indispensabile.
Parlarne è indispensabile perché significa andare al nocciolo della vicenda, a quella rinascita della persona che segna il raggiungimento di entrambe le finalità della pena previste dalla Costituzione: il recupero del reo ai valori della convivenza civile e la protezione di altre persone contro il ripetersi del suo comportamento criminale.

Certo, residua una terza finalità della pena: la deterrenza, cioè il disincentivo efficace e proporzionato contro i possibili comportamenti criminali di altri individui. Ma è evidente l’impossibilità logica che l’esecuzione di una pena resti immutabile nel suo contenuto e nel suo rigore quando ben due delle sue tre funzioni siano state pienamente adempiute. Dunque, per l’efficacia della giusta battaglia di Carmelo Musumeci e di Andrea Pugiotto in difesa del “diritto a un futuro” dell’ergastolano redento, è essenziale dar conto non soltanto del suo tempo presente, ma anche del suo passato: precisamente dar conto di come nel corso dell’esecuzione della pena si è prodotta la sua redenzione. Anche perché il darne conto comporta il riconoscimento – necessario affinché la battaglia sia vincente – di una funzione positiva che la pena ha svolto, almeno in quella fase passata.

Parlarne è indispensabile anche perché non si può dimenticare che una parte della durezza della pena – la parte prevista dal tristemente famoso articolo 41-bis della legge penitenziaria – non ha una funzione punitiva, ma costituisce una misura di sicurezza: quando a essa ci si oppone occorre dunque sempre spiegare quando e come sia venuta meno l’esigenza di sicurezza per la quale quella misura è stata adottata. Quando il detenuto in regime di 41-bis denuncia la lastra di vetro che impedisce a sua moglie e ai figli di accarezzarlo, il pensiero non può non andare ad altri coniugi e altri figli, ai quali accarezzare il proprio congiunto è impedito da una lastra di marmo: il 41-bis è lì per evitare in modo efficace che altre lastre di marmo si aggiungano, a separare altre persone dal mondo a cui hanno appartenuto. Non si può dimenticare che alla durezza di queste misure si è arrivati negli anni 80 per interrompere la serie tragica degli assassini compiuti dalle Brigate Rosse e in un secondo tempo quella degli assassini compiuti dalle organizzazioni mafiose.
Ma – e su questo Musumeci e Pugiotto hanno pienamente ragione – non si può dimenticare neppure che nella maggior parte dei 700 casi in cui il 41bis oggi si applica, per il modo e il tempo in cui si applica, quel regime è con tutta evidenza incongruo rispetto all’esigenza di sicurezza che dovrebbe giustificarlo.

Pietro Ichino – Senatore della Repubblica (Pd)

Corriere della Sera, 15 marzo 2016

I detenuti scrivono al Ministro Orlando dopo l’apertura del Carcere di Rovigo


On. Andrea OrlandoScrivere direttamente da un carcere al ministro della Giustizia, da parte di persone che stanno scontando una pena, può sembrare un atto irriverente o arrogante, in realtà è un modo per riflettere su come dovrebbero essere le istituzioni: vicine a tutti i cittadini, anche a quelli che hanno sbagliato e stanno duramente pagando.

Noi questo bisogno di “vicinanza” lo vogliamo esprimere al ministro della Giustizia Andrea Orlando, che lunedì scorso ha fatto tappa in Veneto dove ha inaugurato il nuovo carcere a Rovigo ma, per fortuna, ha anche affermato che non è il carcere che ci rende più sicuri, quanto piuttosto le pene scontate in modo civile, e possibilmente dentro la comunità, e non fuori, da esclusi. E non è un caso che oggi le pene e le misure alternative al carcere si chiamano “misure di Comunità”: il nome deve ricordare ai cittadini che accogliere e accompagnare chi ha sbagliato è molto più efficace per la nostra sicurezza che escluderlo e cacciarlo per anni in galera.

Il recupero passa per il confronto

Mi chiamo Lorenzo Sciacca e sono un detenuto ristretto nella Casa di reclusione di Padova. Per quello che può significare, voglio dirle che ho apprezzato le parole che ha espresso davanti all’assemblea della Camera in occasione delle comunicazioni sull’anno giudiziario. Lei ha rivendicato di aver creato un clima nuovo grazie a una costante ricerca del confronto e di avere stimolato un senso diverso e più vivo della responsabilità.
Leggendo queste sue affermazioni la prima cosa che mi è venuta da pensare è stata la maniera in cui oggi sto affrontandola mia pena in questo istituto. Faccio parte della redazione di Ristretti Orizzonti da tre anni e da tre anni per la prima volta affronto la mia lunga pena con un senso di responsabilità e soprattutto con la voglia di confronto. Questa maniera diversa di affrontare la carcerazione è dovuta al progetto della redazione “Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere”, un progetto che vede entrare migliaia di studenti ogni anno per confrontarsi con noi detenuti, per conoscere chi c’è dietro a questi imperiosi muri e per comprendere che il carcere dovrebbe essere parte integrante della società e non qualcosa di nascosto e “impresentabile”.
Durante questi incontri, condotti dalla nostra direttrice, noi partiamo raccontando tre nostre storie, una storia di un reato in famiglia, una storia di tossicodipendenza e un’altra, come la mia, che parla di una scelta di vita fatta in età adolescenziale. Partiamo da tre testimonianze per poi lasciare spazio alle domande che ovviamente sorgono negli studenti ad ascoltare le nostre storie, e qui nasce il confronto. Le loro domande molto spesso sono scomode per noi, ma assumendoci le nostre responsabilità per un gesto commesso, o nel mio caso per una scelta di vita, cerchiamo di rispondere nella maniera più onesta possibile.
Come vede sto parlando di “confronto” e di “responsabilità”, temi che molto spesso il detenuto non è stato abituato ad affrontare, sicuramente per un senso di presunzione, ma anche perché il carcere com’è oggi non consente delle opportunità per rivedersi in maniera critica.
Nel nostro Paese, il carcere è un sistema che produce una recidiva impressionante per un Paese che si ritiene civile. Questo è un progetto che farebbe bene a tutti per abbattere dei pregiudizi che molto spesso vengono alimentati da una informazione alquanto distorta, un’informazione che cavalca i dolori e il desiderio iniziale di vendetta, comprensibile, di una vittima, ma non va quasi mai oltre per cercare di comprendere, non di giustificare, ma provare a comprendere che tutti possono commettere degli errori e che a tutti può capitare di finire in questi posti abbandonati.
Sono convinto che nessuna parola possa realmente far capire l’importanza di questo progetto, potrei stare ore a spiegarle l’influenza positiva che dà confrontarsi con gli studenti che sono il futuro della società, è per questo che la invito a partecipare a uno di questi incontri, sono convinto che rafforzerebbe la sua idea di rieducazione grazie al confronto e alla responsabilità. Spero che anche questa mia richiesta non cada nel silenzio più assoluto. Per noi averla ospite qui, nella Casa di reclusione di Padova, sarebbe un chiaro segnale per iniziare a dare una svolta alla cultura di una pena esclusivamente retributiva che da anni vige nel nostro Paese.

Lorenzo Sciacca

Meglio investire in strutture alternative

“Un Paese misura il grado di sviluppo della propria democrazia dalle scuole e dalle carceri, quando le carceri siano più scuole e le scuole meno carceri. La pena deve essere un diritto, se sia condanna deve poter essere la condanna a capire e capirsi” (Giuseppe Ferraro, docente di Filosofia all’Università Federico II di Napoli).
In questi giorni sui giornali mi ha colpito la notizia dell’inaugurazione del nuovo carcere di Rovigo, vissuta un po’ come una festa. Io credo che ci sia poco da festeggiare per l’apertura di una nuova prigione, perché nel nostro Paese il carcere produce nella stragrande maggioranza criminalità. Non lo dico solo io che sono un avanzo di galera, ma lo dice lo stesso ministro della Giustizia: “Siamo un Paese che spende 3 miliardi di euro all’anno per l’esecuzione della pena, più di tutti gli altri in Europa e siamo il Paese con il più alto tasso di recidiva di tutta l’Europa.
(…) Un carcere che accoglie delinquenti e restituisce delinquenti non garantisce sicurezza” (fonte: Il Gazzettino, 1 marzo 2016). Sostanzialmente il ministro della Giustizia conferma l’alta recidiva che esiste nelle carceri italiane: infatti, il 70% dei detenuti che finiscono la loro pena rientrano presto in carcere e le carceri minorili rappresentano, di fatto, l’anticamera di quelle per gli adulti. Signor ministro, credo che lei abbia ragione perché il carcere così com’è ti fa disimparare a vivere, ti fa odiare la vita e ti fa sentire innocente anche se non lo sei.
E credo che se cambi il tuo modo di vedere soffri di più. Forse per questo molti detenuti preferiscono non cambiare per difendersi dalla sofferenza della detenzione. Mi creda, in Italia la prigione è l’anti-vita perché nella stragrande maggioranza dei casi qui da noi il carcere ti vuole solo sottomettere e distruggere. Non penso certo che quelli che stanno in carcere siano migliori di quelli di fuori, forse però in molti casi non sono neppure peggiori, ma con il passare del tempo lo diventeranno se vengono trattati come rifiuti della società.
Signor ministro, fra queste mura hai poche possibilità di scelta, perché spesso è “l’assassino dei sogni” (il carcere come lo chiamo io) che ci condiziona su come, quando e cosa pensare. Purtroppo, va a finire che spesso ti dimentichi chi sei e cosa sei e c’è il rischio di diventare cosa fra le cose. Signor ministro, mi permetto di citare un brano della tesi di laurea di una volontaria, Anna Maria Buono: “La mia esperienza di relazione di aiuto si svolge in questa struttura alternativa al carcere situata a Montecolombo, della comunità Papa Giovanni XXIII. È una casa colonica, in mezzo al verde abbastanza grande da ospitare una ventina di persone. Ha un grande cortile da cui si accede all’entrata principale, sulla quale spicca un grande cartello in cui è scritto “l’uomo non è il suo errore”. (…)
Qui non vi sono cancelli, sbarre, tutte le porte e finestre sono aperte, non vi sono guardie. Signor ministro, dalle notizie di stampa il nuovo carcere di Rovigo è costato 30 milioni, ma non sarebbe stato meglio investire quel denaro in strutture alternative al carcere come questa appena citata? Non dico per me che sono un delinquente incallito e pericoloso, ma almeno per i detenuti problematici e tossicodipendenti. Colgo l’occasione per invitarla a venirci a trovare nella redazione di Ristretti Orizzonti nella Casa di reclusione di Padova, perché di carcere ce ne intendiamo e le potremmo dare qualche idea per portare la legalità costituzionale nelle nostre “Patrie Galere”. Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci

Il Mattino di Padova, 7 marzo 2016

Musumeci (Ergastolano) : Se il Parlamento approva la Legge Bruno Bossio sarà cancellato l’ergastolo ostativo


Carmelo MusumeciOggi in un articolo ho scritto che un giudice dovrebbe osservare la legge con gli occhi aperti perché molti di loro sono convinti che i cattivi non cambino, io invece voglio dimostrare che anche i cattivi cambiano quando gliene viene data una possibilità“. (Diario di un ergastolano: Carmelo Musumeci).

C’è qualche parlamentare che ha la voglia e il coraggio di fare una interrogazione sui circuiti di “Alta Sicurezza” nelle carceri italiane? Ultimamente i parlamentari Enza Bruno Bossio, Walter Verini, Roberto Rampi, Luigi Lacquaniti, Danilo Leva, Chiara Scuvera, Camilla Sgambato, Ernesto Magorno, Gea Schirò, Federico Massa, Cristina Bargero, Romina Mura, Alfredo Bazoli, Pia Locatelli, Paola Pinna, Franco Bruno hanno presentato un disegno di legge per rivedere il divieto di concessione dei benefici penitenziari nei confronti dei detenuti che non collaborano con la giustizia.

Se passerà questa legge sarà cancellato nel nostro paese l’ergastolo ostativo e un ergastolano, per usufruire dei benefici previsti dalla legge penitenziaria, non avrà più la necessità di mettere in cella un altro al posto suo e di mettere a rischio la sua famiglia. Ultimamente, sto dando il mio contributo alla redazione di “Ristretti Orizzonti” che si sta occupando di fare conoscere all’opinione pubblica i gironi spesso infernali che esistono nelle “Patrie Galere”, dal regime del 41 bis, ai circuiti di “Alta Sicurezza”.

E ho pensato di chiedere, pubblicamente, a questi parlamentari, che hanno avuto il coraggio di ascoltare le parole di Papa Francesco, di avere il coraggio anche di fare una interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia per fare luce e portare la legalità istituzionale in queste sezioni ombra, dove sai quando entri ma non sai quando ne esci. La redazione di “Ristretti Orizzonti” che cerca di fare un’informazione seria e d’inchiesta, andando a cercarsi le fonti più attendibili e le testimonianze, famosa (un pò come i radicali) per le lotte contro i mulini a vento, ha scritto a tanti detenuti nei circuiti di “Alta Sicurezza” facendogli delle domande sulla loro “storia carceraria”, sulle loro condizioni di detenzione, sui regimi e i circuiti che hanno conosciuto: “Quanti anni hai trascorso in circuiti di Alta Sicurezza”, “Quante richieste di declassificazione dall’Alta Sicurezza hai fatto?”, “Quando ti è stata rigettata la declassificazione, il carcere ti aveva messo parere favorevole? E tante altre ancora.

Ci hanno risposto molti detenuti e da questa inchiesta è uscito fuori uno spaccato da terzo mondo o se preferite dai tempi del medioevo. Abbiamo scoperto che ci sono detenuti “dimenticati” che dopo decenni che sono stati sottoposti al regime di tortura del 41 Bis, ora si trovano da anni nelle sezioni di Alta Sicurezza (prima chiamate sezioni di “Elevato Indice di Vigilanza”). Abbiamo scoperto che alle richieste di declassificazioni, i funzionari dell’Amministrazione Penitenziaria rispondono spesso con brevi, e simili con il passare dei decenni, motivazioni per tutti i detenuti, più o meno di questo tenore: “Considerata l’assenza di elementi certi tali da far desumere l’allontanamento dalle organizzazioni malavitose di provenienza e fatte salve ulteriori verifiche in tempi futuri” o ancora peggio “Rilevato che non risultano elementi univoci comprovanti l’interruzione dei collegamenti dell’istante con la criminalità organizzata”.

Io, adesso mi e vi domando: ma come può fare un detenuto a difendersi da queste motivazioni? Ed infatti nessuno ci riesce. La redazione di Ristretti Orizzonti ha deciso di rendere pubblici questi questionari, sia per i politici che desiderano chiedere una interrogazione parlamentare, sia per i mass media che vogliono informare l’opinione pubblica su che cosa accade nelle loro Patrie Galere. I questionari si possono richiedere all’indirizzo mail della direttrice di Ristretti Orizzonti Ornella Favero ornif@.iol.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. e verrà mandato il materiale che abbiamo raccolto.

Carmelo Musumeci – Ergastolano detenuto nel Carcere di Padova

Ristretti Orizzonti, 12 giugno 2015

La proposta: “Benefici anche per gli ergastolani che non collaborano”


cella detenuti 1«Anche i detenuti ergastolani ostativi che non collaborano con la giustizia hanno diritto ai benefici e alle misure alternative alla detenzione». È destinata a far discutere la proposta di legge firmata dalla deputata del Pd e membro della Commissione antimafia Enza Bruno Bossio, che in poco più di dieci giorni ha ricevuto l’adesione di 23 parlamentari tra Partito democratico, Partito socialista e Sinistra ecologia e libertà.

L’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, introdotto all’inizio degli anni Novanta dopo le stragi di mafia, stabilisce che i condannati per alcuni reati gravi definiti “ostativi” non possano accedere alle misure di rieducazione e reinserimento nella società in caso di mancata collaborazione con la giustizia. «Divieto che, nel caso dei condannati all’ergastolo, si traduce in una “pena di morte occulta”come l’ha definita di recente Papa Francesco», dice Emilio Quintieri, esponente dei Radicali e collaboratore di Enza Bruno Bossio.

A fine 2014 i condannati all’ergastolo in Italia erano 1.584, di cui 86 stranieri, molti dei quali reclusi da oltre 26 anni, altri da più di 30. Tra di loro, i cosiddetti “ostativi”, molti dei quali coinvolti in reati legati all’associazione mafiosa, sono circa un migliaio. «Secondo l’ordinamento penitenziario se l’ergastolano ostativo non collabora, non avrà più accesso ai permessi premio né tantomeno alla detenzione domiciliare, affidamento in prova o libertà condizionale di cui godono invece gli altri ergastolani dopo 26 anni», spiega Quintieri. Se sei condannato per un reato grave che “osta” all’accesso di alcuni benefici, puoi accedere ai benefici, ai percorsi di rieducazione e alle misure alternative al carcere solo se collabori e fai i nomi dei tuoi complici.

Nel 2008 ben 700 ergastolani ostativi chiesero al presidente della Repubblica la sostituzione della loro pena con la pena di morte. Carmelo Musumeci, ergastolano del carcere di Spoleto, la chiama “pena di morte viva”. Oltre ai boss di mafia come Totò Riina e Bernardo Provenzano, tra gli ergastolani c’è chi è in carcere dal 1979, finito dietro le sbarre all’età di 18 anni. «Va detto», ricorda Quintieri, «che molti degli ergastolani ostativi non sono dentro per omicidio. A Catanzaro, ad esempio, Giovanni Farina è recluso da 35 anni per due sequestri di persona, ma non ha mai ucciso nessuno. In molti casi tra l’altro l’associazione mafiosa è presunta, non certa. Molti ergastolani per crimini efferati riescono invece ad accedere ai benefici perché non hanno il 4 bis, anche se sono molto peggio».

La domanda che viene da porsi: perché non collaborare con la giustizia? «Molti rifiutano di collaborare», risponde Quintieri, «perché, come mi ha detto un detenuto, “sarei il mandante dell’omicidio dei miei figli e dei miei familiari”. Il problema è che il diritto al silenzio riconosciuto in fase di procedimento non viene però concesso dopo».

La proposta di legge prevede di modificare l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario allargando i benefici anche in caso di mancata collaborazione purché ci siano i requisiti per accedere ai benefici e “siano stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva”, oltre che l’assenza della pericolosità sociale. «È assolutamente necessario che dopo un lungo periodo di detenzione debbano prevalere le esigenze umanitarie ponendo un limite temporale assoluto alla pena dell’ergastolo che, in caso di reato ostativo ai sensi dell’articolo 4-bis della legge n.354 del 1975, la rende ineluttabilmente perpetua», ha detto Enza Bruno Bossio in aula.

L’8 maggio la proposta di legge è stata assegnata in sede referente alla Commissione Giustizia, dove si sta discutendo il disegno di legge anticorruzione, che contiene anche misure sul sistema penitenziario in linea con quanto chiesto dalla Corte Costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che più volte ha condannato l’Italia. Il testo è approdato anche in Commissione affari costituzionali e affari sociali per un parere.

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, durante un convegno a Roma, si è dichiarato favorevole. Ma tutto andrà calibrato, soprattutto davanti a una opinione pubblica solitamente giustizialista. «Non può e non deve essere smantellato l’articolo 4 bis dell’ordinamento giudiziario», ha precisato Orlando. «La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nella decisione del 25 novembre 2014 sul caso Vasilescu contro il Belgio, ha affermato che, quando manca una prospettiva di liberazione anticipata per l’ergastolano, il trattamento è inumano e viola l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. Se è vero che attualmente l’ordinamento contempla dei correttivi che permettono anche ai condannati all’ergastolo, a determinate condizioni, di poter uscire dal carcere e rientrare nella collettività – quali la semilibertà o la liberazione condizionale – sono moltissimi i casi di detenuti in espiazione della pena dell’ergastolo per reati ostativi; è indispensabile sul punto una adeguata riflessione, che assicuri il raccordo di tutte le istanze complessivamente coinvolte».

Lidia Baratta

http://www.linkiesta.it – 15 Maggio 2015

La quotidiana strage nelle galere italiane ….. e gli italiani in Carcere all’estero


Ascoli 3A. L., italiana, 42 anni, in carcere dal 2011 per una serie di reati comuni ed aveva problemi di dipendenza dalle droghe, negli ultimi tempi, dicono, aveva manifestato un forte disagio tanto da essere, proprio per questo, sottoposta in carcere alle misure previste in questi casi.

L’altro giorno ha deciso di farla finita, si è lasciata andare, non voleva più vivere; e dire che fra qualche mese, il 1 dicembre, sarebbe uscita di galera. Quattro mesi di attesa insopportabili, in quella cella del carcere di Civitavecchia, più insopportabili della morte. Oppure è stato proprio il pensiero che sarebbe dovuta uscire, e che avrebbe dovuto riprendere la vita che l’aveva portata in carcere; e ha così preferito “chiudere”…vai a sapere.

Angiolo Marroni, garante dei detenuti della regione Lazio, commenta: “Una persona che, a poche settimane dal fine pena, decide di negarsi in maniera tanto drammatica ogni speranza per il futuro dovrebbe farci riflettere sulla reale capacità della pena di tutelare i detenuti e di garantirne il pieno recupero”. Ancora un episodio che dovrebbe far riflettere sull’utilità della detenzione per i tossicodipendenti e, più in generale, per tutti coloro che sono affetti da malattie. “Il carcere è un ambiente duro che piega la resistenza dei più forti, figurarsi di quanti vivono una situazione di disagio psicologico”, dice Marroni: “Credo che il carcere non sia la risposta migliore ai problemi delle persone malate e che non basti diminuire le presenze per avere condizioni più umane di detenzione. La differenza sta nella funzione trattamentale e nell’individuare la soluzione più efficace a garantire i diritti dei reclusi, garantendo la continuità di trattamento anche quando finisce la detenzione. Per questi casi, la soluzione migliore può essere il ricorso a misure alternative alla detenzione come il ricovero nelle comunità terapeutiche, che sicuramente hanno maggiori professionalità per accogliere queste persone”.

La “notizia” del suicidio è stata data dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. Il segretario Donato Capece, nel darla, ne ha fornito un’altra non meno inquietante: “È purtroppo il quarto caso in pochi anni che si verifica nella sezione femminile del carcere. Un Reparto il cui Ispettore coordinatore (un uomo) è spesso impiegato in altri servizi d’istituto. Questo episodio deve far capire all’Amministrazione penitenziaria l’importanza di avere un coordinatore stabile del settore detentivo femminile, magari destinando in quell’incarico un Ispettore di Polizia Penitenziaria femminile”.

Che al ministero della Giustizia non si batta ciglio di fronte a situazioni di questo tipo, è inquietante. Ma non solo. Si viene a sapere che “negli ultimi vent’anni anni, dal 1992 al 2012, abbiamo salvato la vita ad oltre 17.000 detenuti che hanno tentato il suicidio ed ai quasi 119mila che hanno posto in essere atti di autolesionismo, molti deturpandosi anche violentemente il proprio corpo. Numeri su numeri che raccontano un’emergenza ancora sottovalutata, anche dall’Amministrazione penitenziaria che pensa alla vigilanza dinamica come unica soluzione all’invivibilità della vita nelle celle senza però far lavorare i detenuti o impiegarli in attività socialmente utili”.

Si può ripetere? 17mila tentativi di suicidio sventati in vent’anni, quasi mille l’anno. 119mila atti di autolesionismo…

La lettera che segue la scrive Carmelo Musumeci, detenuto nel carcere di Padova, uno di quelli del “fine pena mai”. Da sola si commenta: “L’Italia è veramente uno strano paese dove la matematica non è una scienze esatta. E nelle galere italiane si usa la matematica fai da te. A secondo del governo di destra, di centro o di sinistra, e il ministro della giustizia che lo rappresenta, i posti letti in carcere aumentano e diminuiscono come per magia. Fino a poco tempo fa i posti letto erano 38.000 (Fonte: Associazione Antigone, confermati dall’allora Ministra della Giustizia, Annamaria Cancellieri). Dopo qualche mese i posti letto erano diventati 43.000 (Fonte dall’inchiesta di “Reporter” per Rai 3). E con meraviglia l’altro giorno ho letto che i numeri dei posti letto erano di nuovo cambiati: “(…) I dati, aggiornati al 31 luglio, del Ministro della Giustizia indicano nei 204 penitenziari 54.414 detenuti a fronte di 49.402 posti”(Fonte: Il Gazzettino, domenica 3 agosto 2014).

Penso che neppure Gesù riuscirebbe a moltiplicare i posti letto come fanno i funzionari del Dipartimento Amministrativo Penitenziario. Credo che gli italiani siano famosi nel mondo per la loro creatività ma penso che negli ultimi tempi la maggioranza dei posti letto in carcere si siano moltiplicati facendo diventare doppie le celle singole e quintuple quelle triple. Bugie e semplificazioni sul carcere se ne sentono tante e ancora l’altro giorno ho letto “Detenuto suicida con la bombola a gas Il sindacato degli agenti di Polizia ha chiesto che siano vietate”.

Come se uno non si potesse suicidare impiccandosi con le lenzuola, o con le maniche di una camicia. E come proporre di non costruire più automobili perché nelle strade italiane ci sono troppi decessi per incidenti di macchine. Se si levassero i fornellini a gas nelle prigioni come farebbero i detenuti a mangiare? Non lo sa il sindacato degli agenti della Polizia penitenziaria che il cibo che passa l’Amministrazione dell’istituto non basterebbe neppure per i topi che vivono in carcere?

Quante cose inesatte si dicono e si leggono sul carcere, ma è normale perché parlano tutti fuorché i carcerati. Sempre l’altro giorno sull’ultimo suicidio che è accaduto nel carcere di Padova, ho letto che il segretario generale del sindacato autonomo di Polizia penitenziaria denuncia carenze negli organici: “Come può un solo agente controllare 80 o 100 detenuti?”. A parte che sono i detenuti che controllano la Polizia penitenziaria – perché non potrebbe essere altrimenti – come farebbe un solo agente da solo a controllare ottanta o cento detenuti senza l’aiuto e il consenso degli stessi prigionieri?

Se le carceri non scoppiano, e i detenuti preferiscono ammazzarsi piuttosto che spaccare tutto come facevano nel passato, è merito della crescita interiore dei detenuti, o forse della loro rassegnazione, o, quasi certamente, della quantità di psicofarmaci e tranquillanti che vengono erogati. E trovo di pessimo gusto approfittare dei morti ammazzati di carcere per chiedere miglioramenti sindacali di organico e finanziari.

Noi non abbiamo bisogno di agenti penitenziari piuttosto abbiamo necessità di educatori, psicologi, magistrati di sorveglianza e di pene alternative. Ricordo a proposito che per i detenuti che scontano l’intera pena la recidiva sale al 70%, invece per chi sconta pene alternative al carcere la recidiva non supera il 12%. Solo così aumenterebbero realmente i posti letto e diminuirebbero i detenuti nelle carceri italiane, non certo con la matematica fai da te”.

Si può chiudere con un libro. Un libro che fa male leggere, ti sprofonda in realtà di cui poco si parla e di conosce. Si ignorano, infatti (o si preferisce ignorare), la condizione cui sono costretti a vivere i circa tremila italiani attualmente detenuti all’estero, talvolta in spregio al diritto internazionale e nell’inadempienza dei nostri consolati.

Pochi, probabilmente sanno che “l’American Dream” per un italiano si può trasformare in un incubo vissuto per anni dietro le sbarre, con il rischio di finire su una sedia elettrica o ucciso da un’iniezione; o che dietro il miraggio delle spiagge di Santo Domingo può nascondersi un “imprevisto” fatale. Oppure che il fascino di Paesi come India e Thailandia può celare aspetti oscuri e brutali.

“Le voci del silenzio. Storie di italiani detenuti all’estero” di Fabio Polese e Federico Cenci (Eclettica Edizioni, prefazione di Roberta Bruzzone), racconta le condizioni che affliggono circa 3mila italiani nel mondo, per lo più sconosciuti.

“Ci siamo accorti”, spiegano Polese e Cenci, “che ad alcune disavventure giudiziarie, in cui erano incappati nostri connazionali all’estero, non veniva dedicato nessun spazio rilevante, né da parte dei media, né da parte delle nostre istituzioni. E così abbiamo provato a colmare noi questo vuoto, iniziandoci ad occupare del tema, cercando storie e testimonianze” Ed ecco, pagina dopo pagina, sfilare sotto i nostri occhi i casi e le vicende di Carlo Parlanti, Enrico Forti, Derek Rocco Barnabei, Mariano Pasqualin, Fernando Nardini, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni con interviste dirette agli involontari protagonisti o ai loro familiari… Parlanti, per esempio, è rientrato in Italia dopo aver scontato quasi tutta la sua pena negli Stati Uniti; Nardini anche lui è rientrato nel nostro Paese dopo essere stato finalmente dichiarato innocente nel terzo grado di giudizio thailandese…

Un lavoro non ha la presunzione di fungere da giudice e dichiarare l’innocenza a spada tratta degli italiani detenuti all’estero, ma intende dar voce a chi non ce l’ha: “Crediamo sia un atto doveroso nei confronti di chi è rinchiuso in pochi metri quadri di cemento armato in qualche angolo sperduto del mondo. Ogni storia tra quelle che abbiamo trattato possiede aspetti toccanti.

Tuttavia la storia di Mariano Pasqualin, un giovane ragazzo di Vicenza arrestato per traffico di stupefacenti a Santo Domingo, è quella che ci è rimasta più impressa. In una galera del posto, dopo pochi giorni dal suo arresto, ha trovato la morte in circostanze molto dubbie.

Nonostante la richiesta della famiglia di far rientrare la salma in Italia per effettuare un’autopsia che ne svelasse le cause del decesso, le autorità della Repubblica Dominicana hanno, senza autorizzazione, deciso di cremare il corpo e spedire in Italia le ceneri. Sua sorella Ornella ci ha trasmesso una grande forza d’animo, ma anche il dolore lacerante che ha colpito tutta la loro famiglia”.

L’Annuario statistico 2013 pubblicato dalla Farnesina “censisce” in 3.103 gli italiani detenuti oltre confine. In particolare 2.323 italiani sono imprigionati nei Paesi dell’Unione europea, 129 nei Paesi extra-Ue, 494 nelle Americhe, 64 nella regione mediterranea e in Medio Oriente, 17 nell’Africa sub-sahariana e 76 in Asia e Oceania.

In Europa il record degli italiani detenuti se lo aggiudicano le carceri tedesche che ospitano 1.115 nostri connazionali, segue la Spagna con 524. Nel resto del mondo, il maggior numero di detenuti italiani si trova in Venezuela con 81 persone recluse nelle carceri amministrate dal governo di Caracas. “Purtroppo la nostra diplomazia”, dicono Polese e Cenci, “in tutte le parti del mondo, anche secondo le testimonianze che abbiamo raccolto per la stesura del libro, è spesso assente e in alcuni casi impreparata ad affrontare certe situazioni”.

Valter Vecellio

http://www.lindro.it, 30 agosto 2014