Nessun traffico di droga, assolto il radicale Quintieri. Chiederà 500 mila euro di danni


Emilio Quintieri - Luigi MazzottaNel tardo pomeriggio di ieri, intorno alle ore 17,30, il Tribunale di Paola in composizione collegiale (Del Giudice, Presidente, Paone e Mesiti, Giudici a latere), in nome del popolo italiano, ha pronunciato la sentenza di primo grado nell’ambito dell’Operazione Antidroga “Scacco Matto”, istruita dal Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Paola su delega della locale Procura della Repubblica e che portò all’arresto, tra gli altri, anche del cetrarese Emilio Quintieri, in quel periodo candidato nella circoscrizione calabrese alla Camera dei Deputati con la Lista Radicale “Amnistia, Giustizia e Libertà” promossa da Marco Pannella ed Emma Bonino.

Il Collegio giudicante, disattendendo la richiesta avanzata dal Pubblico Ministero Valeria Teresa Grieco che concludeva per la condanna dell’esponente radicale alla pena di 3 anni di reclusione e 6.000 euro di multa, riqualificati i fatti come di lieve entità ex Art. 73 comma 5 D.P.R. nr. 309/1990 (quasi il massimo atteso che la pena prevista è la reclusione da 6 mesi a 4 anni e la multa da euro 1.032 ad euro 10.329), ha riconosciuto l’innocenza dell’imputato assolvendolo con la formula più ampia “perché il fatto non sussiste” per tutti e cinque i capi di imputazione (capi 3, 10, 11, 12 e 20) che gli erano stati ascritti nell’ordinanza custodiale e nel decreto di giudizio immediato, provvedimenti entrambi firmati dal Gip del Tribunale di Paola Carmine De Rose. L’ordinanza applicativa della misura cautelare della custodia in carcere era stata persino confermata dal Tribunale del Riesame di Catanzaro (Perri, Presidente, Natale e Tarantino, Giudici a latere) che aveva rigettato il ricorso proposto dall’Avvocato Sabrina Mannarino del Foro di Paola, difensore di fiducia del Quintieri, con il quale veniva diffusamente contestato il quadro indiziario e cautelare e, per l’effetto, chiesto l’annullamento e la revoca della misura o, in subordine, la sostituzione della stessa con altra meno afflittiva. Su questa specifica questione, l’imputato Quintieri, che è intervenuto personalmente in udienza, si è soffermato per stigmatizzare l’operato dei Giudici catanzaresi leggendo brevi passi dell’ordinanza da loro vergata, che già all’epoca dei fatti non aveva alcun fondamento. Ed infatti, secondo il Riesame nei confronti del Quintieri vi era la sussistenza della “gravità indiziaria” per i delitti a lui ascritti nella imputazione provvisoria, poiché dagli atti di indagine e, in particolare, dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali svolte dagli inquirenti – rituali e pienamente utilizzabili – il cui contenuto appariva esplicito ed univoco, nonché dalle attività di riscontro (osservazioni, pedinamenti e sommarie informazioni di tossicodipendenti) posti in essere dagli organi di Polizia Giudiziaria, emergevano gravi indizi di colpevolezza a suo carico, senza necessità di altri riscontri esterni. “Vorrei sapere dove sono queste intercettazioni telefoniche ed ambientali visto che negli atti non ve né traccia così come vorrei sapere chi ha compiuto queste osservazioni e pedinamenti visto che i Carabinieri quando sono stati sentiti in aula hanno riferito tutt’altro.” Per quanto riguarda, invece, i cinque tossicodipendenti – sulla cui posizione il Tribunale ha trasmesso gli atti alla Procura della Repubblica per quanto di competenza – l’esponente radicale, ha detto che questi soggetti sono “inattendibili ed inaffidabili” e che le dichiarazioni rese nei suoi confronti sono tutte “false e calunniose” e prive di ogni minimo riscontro, anzi smentite da altri dati acquisiti durante l’istruttoria dibattimentale, lamentando altresì che “non si possono fare processi in queste condizioni”.

Per Quintieri, complessivamente, la “carcerazione preventiva” è durata un anno venendo ristretto in carcere, prima a Paola e poi a Cosenza (dal 13/02/2013) poi sottoposto agli arresti domiciliari “aggravati” in Fagnano Castello (dal 04/09/2013) e, successivamente, scarcerato e sottoposto all’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria per tre volte alla settimana (dal 23/12/2013 al 13/02/2014). Attualmente, per gli stessi fatti, è sottoposto alla misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza che gli impone particolari divieti e restrizioni anche alla libertà personale, misura per la quale, a breve, chiederà la revoca.

Visto che il Codice di Procedura Penale, in adempimento di un preciso obbligo posto dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, riconosce all’imputato il diritto di ottenere un’equa riparazione per la ingiustizia sostanziale della custodia cautelare subita e per gli ulteriori danni morali arrecati sul piano familiare sociale e fisico, considerato anche che al momento dell’arresto Emilio Quintieri era candidato al Parlamento, non appena l’assoluzione diverrà irrevocabile, chiederà alla Corte di Appello di Catanzaro la condanna dello Stato a 500.000 euro di risarcimento, il massimo previsto attualmente dalla legge, non lasciando nulla di intentato nei confronti di chiunque altro abbia sbagliato, abusando delle proprie funzioni.

In poche ore, all’esponente dei Radicali Italiani, è pervenuta la solidarietà di oltre 500 persone tra cui numerosi Deputati e Senatori, Sindaci, Consiglieri Regionali, Funzionari dell’Amministrazione Penitenziaria, Giuristi, Magistrati, Docenti Universitari e Presidenti di Associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani.

Scacco Matto, Quintieri (Radicali) : “Rinuncio anche ai testimoni, basta altri rinvii del processo”


Emilio Quintieri - RadicaliSi terrà il prossimo 15 luglio 2015 alle ore 12 presso il Tribunale di Paola, Sezione Penale in composizione Collegiale (Del Giudice, Presidente, Elia e Mesiti a latere), l’ultima udienza relativa all’Operazione Antidroga “Scacco Matto” che vede imputati i cetraresi Emilio Enzo Quintieri e Davide Pinto, 29 e 33 anni, per traffico illecito in concorso di sostanze stupefacenti (cocaina e marijuana) nel Tirreno Cosentino e nelle Città di Rende e Cosenza. Insieme a Quintieri – che al momento dell’arresto era candidato alla Camera dei Deputati, nella circoscrizione calabrese, per la Lista Radicale “Amnistia Giustizia e Libertà” – ed a Pinto, il 13 febbraio 2013, alle prime ore del mattino, su disposizione della Procura della Repubblica di Paola vennero arrestate dai Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Paola coadiuvati dai Militari del Comando Provinciale di Cosenza e dalle Unità Cinofile del Gruppo Operativo Calabria di Vibo Valentia, altre 4 persone  di Cetraro (Carmine e Giuseppe Antonuccio, Luca Occhiuzzi e Ido Carmine Petruzzi) che hanno già definito le loro posizioni, in primo e secondo grado, avendo scelto di procedere con il rito abbreviato. A firmare i 6 provvedimenti restrittivi, fu il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Paola Carmine De Rose.

Quintieri, difeso dagli Avvocati Sabrina Mannarino e Marta Gammella del Foro di Paola, già durante l’interrogatorio di garanzia, contrariamente a tutti gli altri indagati, non si avvalse della facoltà di non rispondere difendendosi dalle contestazioni che gli vennero rivolte nell’ordinanza custodiale. Ma fu del tutto inutile perché il Gip non gli credette confermandogli la misura cautelare di massimo rigore che, tra l’altro, venne poi ratificata dal Tribunale del Riesame di Catanzaro. Dopo quasi un anno di custodia inframuraria, prima a Paola e poi a Cosenza, l’attivista radicale, venne scarcerato e posto agli arresti domiciliari nel Comune di Fagnano Castello nonostante l’opposizione della Procura della Repubblica. Successivamente, la misura cautelare, per la sua considerevole durata e per la rigorosa osservanza delle prescrizioni e degli obblighi imposti dall’Autorità Giudiziaria, venne inizialmente sostituita con quella più lieve dell’obbligo di presentazione trisettimanale alla Polizia Giudiziaria e poi revocata completamente all’esito dell’abrogazione della Legge Fini Giovanardi sugli Stupefacenti disposta dalla Corte Costituzionale della quale anche Quintieri aveva sollevato eccezione di costituzionalità. Pinto, invece, è difeso dagli Avvocati Giuseppe Bruno del Foro di Paola e Rossana Cribari del Foro di Cosenza, è sin dal primo momento è stato sottoposto agli arresti domiciliari poi, in maniera gradata, sostituiti con altre misure meno afflittive. Durante l’udienza del 13 maggio scorso, dopo l’esame degli Ufficiali di Polizia Giudiziaria e dei tossicodipendenti indicati dal Pubblico Ministero, avrebbero dovuto essere sentiti i tre testimoni della difesa di Quintieri ma, purtroppo, nessuno di questi aveva ritirato le citazioni all’Ufficio Postale per cui ci sarebbe stato un ulteriore rinvio dell’udienza di alcuni mesi per disporre l’accompagnamento coatto degli stessi a mezzo della Forza Pubblica. L’Avv. Mannarino, in accordo con il suo assistito, ha proposto al Collegio giudicante di rinunciare a far sentire i propri testi qualora il processo venisse definito prima della pausa estiva e che venisse acquisita al fascicolo processuale la deposizione resa ai Carabinieri, durante le indagini, da uno dei testimoni che smentiva la detenzione e cessione di sostanza stupefacente da parte di Quintieri. Il Presidente Del Giudice, sentito il parere favorevole del Pubblico Ministero Teresa Grieco, ha disposto l’acquisizione del verbale richiesto dalla difesa ed ha revocato l’ammissione delle ulteriori testimonianze, fissando l’udienza conclusiva del processo per il prossimo 15 luglio alle ore 12.

Sono fermamente convinto che, nonostante l’accanimento sbirresco e giudiziario senza tregua nei miei confronti, sarò assolto con formula piena, non per non aver commesso i fatti contestati ma proprio per la insussistenza degli stessi. Per questo motivo, dice l’imputato Emilio Quintieri, non ho voluto fare il rito abbreviato, nonostante rischiassi una pena molto alta, perché ero sicuro che l’istruttoria dibattimentale avrebbe chiarito come stavano realmente le cose e che quelle imputazioni non avrebbero trovato riscontro nelle risultanze processuali.

 

Paola (Cosenza), Per il Pm dare il diritto di parola ad un imputato sul giornale è favoreggiamento alla mafia


Palazzo di Giustizia di PaolaDa 17 anni scrivo sui giornali e denuncio la mafia. Mi hanno anche bruciato la macchina e minacciato. Mi è capitato poi di dare diritto di replica agli imputati. Per esempio a un certo Serpa. Perché lo ho fatto? Perché vivo – o così credo – in uno stato di diritto. Non è che se uno è accusato di un reato mafioso perde il diritto a difendersi, no? E invece un Pm, durante la requisitoria, se l’è presa con quei giornalisti che danno la parola ai boss e di conseguenza “favoreggiano la mafia…”

Il diritto di replica può essere concesso anche ad un boss di ‘ndrangheta in semilibertà o ad un presunto “capoclan” a piede libero? È una domanda, a mio avviso superflua -soprattutto se posta dal cronista di un giornale che si chiama il Garantista – che pongo a me stesso dopo aver udito la requisitoria di un pubblico ministero antimafia, svoltasi a Paola, in provincia di Cosenza, che, bontà sua, ha distribuito bacchettate a destra e a manca: ai politici, ai parlamentari e finanche – mi chiedo cosa ci sia dietro – al “solito articolista”, che avrebbe condotto una “attività di favoreggiamento” per aver offerto il diritto di replica.

In un clima di omertà e condizionamento denunciato dal pm, mi sarei atteso, dallo stesso pm, quanto meno nomi e cognomi. Tuttavia, ciò non è accaduto, ed il quesito di cui sopra lo pongo a me stesso, anche perché il sottoscritto, in diciassette anni di professione in cui ha documentato quasi quotidianamente le attività delittuose delle cosche tirreniche, nonostante le auto bruciate (la sua auto) e le tante minacce mafiose subite (“spedizioni punitive” sotto casa e proiettili inclusi), ha avuto il buon senso di far parlare, in replica, il boss della cosca Serpa, a quel tempo in semilibertà.

Mario Serpa ha infatti contattato, anni addietro, il cronista perché voleva replicare a chi, come il sottoscritto, lo accusava d’aver mandato alcuni parenti – che incutevano terrore facendo il suo nome – a taglieggiare gli esercenti commerciali; anticipava telefonicamente, al giornalista, l’invio di una lettera a sua firma, concordata con l’avvocato Gino Perrotta, che il giornale pubblicò sulle pagine regionali a corredo di un altro pezzo, a dir poco “cattivo”, sempre a firma del sottoscritto, in cui si riportava il curriculum criminale dello stesso boss di Paola. Quella missiva (che non è stata sequestrata, come erroneamente riferito) è stata consegnata, dal sottoscritto, ai carabinieri, dopo essere stata pubblicata. In diciassette anni di attività, dunque, ho fatto parlare Mario Serpa e non credo d’aver “favorito” nessuno. Era un suo diritto parlare, in uno Stato di diritto e dopo centinaia di batoste a mezzo stampa. Peraltro era stato promesso dal detenuto in semilibertà, sempre al sottoscritto, l’invio di un corposo “dossier-confessione” a sua firma, da trattare – era questo l’intento – in una serie di articoli o attraverso la stesura di un libro. Una inchiesta giornalistica che mi avrebbe consentito di raccogliere una importante “verità di parte” da mettere in contrapposizione ai fatti storici ed ai fatti processuali della mala nella provincia di Cosenza.

Poi Mario Serpa venne arrestato e quel dossier venne trovato in carcere e finì – questo sì – sotto sequestro. Ho fatto parlare, poi, Nella Serpa, cugina di Mario e presunta “reggente” della cosca di Paola. Mi ha inviato delle lettere dal carcere che ho pubblicato (due, di cui una in ricordo del suo avvocato, il noto compianto penalista Enzo Lo Giudice), mentre altre tre/quattro missive (credo anche telegrammi), contenenti dure accuse e velate minacce al sottoscritto, non le ho rese note – ma consegnate (e non sequestrate) ai carabinieri quando mi è stata bruciata l’auto – solo perché di scarso interesse pubblico.

Ricordo ancora, quando lavoravo a Calabria Ora, di essere stato contattato da un “gancio” per una intervista al boss di Cetraro, Franco Muto, che poi, nonostante la mia piena disponibilità a recarmi in quel di Cetraro, dove sono sempre stato odiato per le innumerevoli pagine da me stilate contro la cosca, non venne mai rilasciata. Ricordo ancora, diversi anni or sono, di essere stato convocato dai carabinieri, su richiesta dello stesso pm, per aver ospitato sulle mie pagine la denuncia di un avvocato penalista (Gino Perrotta) a discolpa di un suo assistito, un aspirante pentito prelevato dal carcere senza autorizzazione per indurlo a contattare telefonicamente i suoi “compari” al fine di raccogliere indizi nell’ambito di indagini antimafia. In questo caso, il magistrato perse mezz’ora del suo prezioso tempo solo per pormi una domanda: “Ma lei con chi sta? Con noi o con loro?”.

Io risposi: “Io sto con me stesso. Faccio il giornalista”. Una risposta che mi portò, poco dopo, ad un’altra convocazione, questa volta in caserma a San Lucido -pare sempre su richiesta dello stesso pm – per rispondere sulla fonte di una notizia di cronaca nera apparsa sul mio giornale ed a mia firma. Chiaramente mi rifiutai di fare nomi, ma fornii ai carabinieri (me l’ero portato dietro, perché avevo previsto la mossa del “nemico”) copia di un articolo apparso il giorno prima su un giornale concorrente in cui il giornalista intimo amico di quel pm, pubblicò la stessa notizia, precedendomi, ma lui – il collega – non venne convocato da nessuno.

Dunque, dopo migliaia di articoli contro le cosche del Tirreno (ospitando anche tante veline dei “buoni”), dare spazio in replica, con tre articoli, ai “cattivi”, può anche non fare piacere a tutti, ma a me interessa poco proprio perché opinione “interessata”. Mi sono sempre guardato le spalle dalla ‘ndrangheta e dalla mala-politica ed ho imparato ad essere guardingo anche verso “padroni” in cerca di “servi” e verso quei pochissimi pm che vivono di visibilità ad ogni costo. Dopotutto, se un giornalista che fa parlare un mafioso è accusato – verbalmente, e non certo sulla carta – di essere un “favoreggiatore” (opinione personale non condivisa), un magistrato che acquista consapevolmente una villa abusiva (è la motivazione di un giudice), è uno che non rispetta le regole e non è in condizioni di dare lezioni a nessuno.

P.S.: Oggi sono in vena di consigli: non dimenticate di chiedere al neo pentito Adolfo Foggetti chi è il mandante e chi l’esecutore dell’incendio della mia auto. Poi confrontate i nomi con quelli da me forniti al magistrato di Paola.

Guido Scarpino

Il Garantista, 4 febbraio 2015

 

«Sebastiano Pelle, detenuto a Napoli, rischia la vita. Ha urgente bisogno di un intervento cardiaco»


Carcere-di-Secondigliano“Se non verrà, al più presto, sottoposto, in un centro clinico specializzato, ad un delicato intervento chirurgico finalizzato alla sostituzione della valvola aortica, Sebastiano Pelle, rischia di morire in carcere”. È quanto scrive, in un’istanza presentata al Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma, l’avvocato Angela Giampaolo, legale di Pelle, di 54 anni, di Careri (Reggio Calabria), attualmente ristretto nel Carcere di Napoli Secondigliano.

Sebastiano Pelle, originario di San Luca, soprannominato “Pelle-Pelle”, è stato coinvolto nell’operazione antidroga “Good Luck”, eseguita nel maggio del 2012 su direttive della Procura della Repubblica di Roma. Dopo un periodo di irreperibilità, Pelle è stato arrestato dai Carabinieri di Bianco e dallo Squadrone Cacciatori a Careri, in contrada Ancone, nei pressi di un capannone vicino alla sua abitazione, nell’agosto del 2013. Nel processo col rito abbreviato, conclusosi nel maggio scorso, Pelle è stato condannato ad 8 anni di reclusione per traffico di droga.

“Il Gip del Tribunale di Roma – aggiunge l’avvocato Giampaolo – nel maggio scorso, rispondendo ad una nostra precisa istanza, ha invitato il Dap ad attivarsi con la massima sollecitudine per reperire un’altra idonea sistemazione per Pelle, viste le gravi patologie accertate non solo dal nostro consulente ma anche dal perito nominato dal giudice. Dalle perizie effettuate è chiaramente emerso che le condizioni di Pelle sono assolutamente incompatibili con l’ordinario regime di detenzione carceraria. Insistiamo, quindi, affinché Sebastiano Pelle venga trasferito al più presto in una struttura sanitaria adeguata quale cittadino italiano e padre di sei figli e a tutela del suo diritto alla salute, costituzionalmente garantito e previsto anche dalle convenzioni internazionali”.

Caso Uva: sei Poliziotti e un Carabiniere a giudizio per omicidio ed altro


Tribunale di VareseAtmosfera di grande tensione ieri nell’aula del Giudice dell’udienza preliminare di Varese, Stefano Sala, nel processo che vede alla sbarra sei poliziotti ed un carabiniere accusati di omicidio preterintenzionale e reati minori ai danni di Giuseppe Uva. Il giovane, allora quarantatreenne, il 14 giugno 2008 fu fermato dai carabinieri mentre con un amico, Alberto Bigioggero, forse per aver bevuto, stava spostando una transenna. Condotto in caserma insieme all’amico, dopo tre interminabili ore, veniva trasportato nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Varese con la richiesta di trattamento sanitario obbligatorio, e lì moriva.

Bigioggero era nella stanza attigua, aveva sentito le grida di dolore di Uva,  chiamato disperato il 118, chiesto aiuto. Ma nessuno sarebbe mai arrivato. Dalla caserma avevano avvertito che era tutto a posto. Solo due ubriachi. Il corpo di Giuseppe è martoriato da botte e lividi, fratture alla colonna vertebrale, forse una sigaretta spenta sul viso e tantissimo sangue. Si apre uno scenario di violenze e di orrore. Bigioggero presenta, il giorno della morte dell’amico, un esposto nel quale denuncia l’accaduto, racconta ciò che ha sentito in quella terribile notte ma il pm Abate lo interroga solo 5 anni dopo e conclude con una richiesta di archiviazione. Un ritardo ed una negligenza che gli costeranno un’azione disciplinare avviata dall’allora Ministro Annamaria Cancellieri. Il Gip di Varese però non ci sta e costringe i pm Agostino Abate e Sara Arduini a formulare a carico di otto agenti, Paolo Righetto, Stefano Dal Bosco, Gioacchino Rubino,  Luigi Empirio, Pierfrancesco Colucci, Francesco Focarelli Barone, Bruno Belisario, Vito Capuano, un’imputazione di omicidio preterintenzionale (oltre a violenza privata, abbandono di incapace e arresto illegale). Uno dei carabinieri sceglie il rito immediato.

Una tumultuosa vicenda giudiziaria durata sei anni approda finalmente davanti al  gup Sala che dopo aver ascoltato le ragioni delle parti civili e delle difese degli imputati, all’udienza del 30 giugno scorso, ha rilevato ambiguità e contraddizioni nelle indagini spesso rivelatesi superficiali e non approfondite e ha disposto la trascrizione della telefonata depositata dalle parti civili (una conversazione tra Lucia Uva, sorella della vittima e Assunta Russo, una testimone che afferma di avere sentito le minacce rivolte a Giuseppe dai carabinieri in ospedale) e l’escussione in aula del teste Alberto Bigioggero.

Il 14 luglio, Bigioggero viene sentito per oltre cinque ore. Interrogato e compulsato dal pm, dalle difese delle parti civili e degli imputati racconta l’orrore di quella notte, espone un dolore che non lo abbandonerà mai, disvela un’impotenza che gli ha lasciato segni eterni. Non ha potuto salvare il suo amico quella notte. Lo sentiva gridare, invocare aiuto dalla stanza accanto ma non ha potuto salvarlo.

Il pm Felice Isnardi, che aveva avocato a sé le indagini ravvisandone incongruenze ed inefficienze, ha infine chiesto che si proceda solo per il reato di abuso di autorità su arrestati, e non per omicidio preterintenzionale, arresto illegale e abbandono di incapace. I difensori della parte civile hanno chiesto a gran voce che ci sia un processo!!!

Dopo tre ore di camera di consiglio, il Giudice ha deciso: tutti gli imputati a giudizio! Il 20 ottobre la prima udienza.

Dopo sei lunghissimi anni, la famiglia di Uva aspetta ancora giustizia e pretende che venga punito chi ha tolto il sorriso a Giuseppe. C’è ancora tempo per sperare, dunque, che si pervenga ad una verità accettabile, che spieghi lividi, sangue, fratture, lesioni.

Avv. Maria Brucale

Il Garantista, 22 Luglio 2014

L’Inviato Speciale – La storia di Emilio Quintieri tra ingiustizia e impegno sociale


Emilio Quintieri - RadicaliEmilio Quintieri è un militante radicale che da oltre un decennio si batte per migliorare le condizioni di vita dei detenuti. Un anno fa fu arrestato per spaccio e detenzione di stupefacenti.

La sua storia raccontata al giornalista Pasquale Motta, Inviato Speciale di Rete Kalabria, un’emittente radio televisiva calabrese visibile sul Canale 19 del Digitale Terrestre.

L’Inviato Speciale è un format d’inchiesta che va in onda su Rete Kalabria alle 13,30 ed alle 20,30.

Ogni giorno ‘L’inviato Speciale’ percorre la Regione in lungo e in largo per raccontare il bianco e il nero, le verità scomode, ma anche i colori di una terra bella e violata, ricca e depredata, per raccontare i luoghi comuni e i pregiudizi dei quali, da sempre, questa terra è vittima.

http://www.retecalabria.tv/pages/2131/ondemand/l-inviato-speciale–la-storia-di-emilio-quintieri-tra-ingiustizia-e-impegno-sociale-.html

Inviato Speciale Rete Kalabria

Perché in Italia la tortura non è reato ? Furio Colombo : Hanno ragione i Radicali


Furio ColomboCaro Colombo, leggo un po’ dappertutto che in Italia non esiste il reato di tortura perché le polizie si oppongono. Cioè Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di finanza si oppongono in tutti i modi. È vero?

Nadia

Lo leggo anch’io ogni volta che si torna a discutere del problema (che è grave e urgente) e me lo sentivo dire da colleghi deputati e senatori quando ero in Parlamento. Spiegavano, sussurravano o tuonavano (secondo l’inclinazione politica, ma anche con diverse intonazioni dentro lo stesso partito) che mai e poi mai si sarebbe potuta fare una legge contro la tortura perché le Forze dell’ordine non volevano una simile legge. Non ci credevo allora e non ci credo adesso. Solo i Radicali appoggiavano l’urgenza della legge e il doppio argomento che condivido. Una legge sulla tortura difende i cittadini e difende la polizia.

Adesso mi sembra chiaro, addirittura evidente che poche persone nelle varie polizie hanno trovato agganci alla Camera e al Senato, diffondendo la leggenda secondo cui una simile legge avrebbe a) offeso la Polizia, b) favorito il moltiplicarsi di denunce false come espediente di difesa, c) avrebbe limitato la capacità di azioni adeguate ed efficaci degli agenti in casi di grave necessità. Cerco di spiegare perché non può essere vero, e perché è il rifiuto della legge, e non la legge, che offende la Polizia, come se la polizia volesse la libertà di abbandonarsi alla violenza. È un pensiero insultante e la prova è semplice.

I casi dolorosi e barbari in cui si può legittimamente parlare di tortura (da Cucchi ad Aldrovandi, da Uva a Magherini) ci sono purtroppo. Ma sono più rari delle prodezze di bravi cittadini che all’improvviso diventano pirati della strada, falciano sulle strisce mamme e bambini, e si allontanano senza prestare soccorso e senza autodenunciarsi. Ma quando i casi di maltrattamenti violenti e mortali ci sono, e la storia raggiunge un giudice, la materia (dai maltrattamenti alla morte) rimane difficile da giudicare perché manca la definizione giuridica di quegli atti e lascia tutto in bilico tra voluto, possibile e accidentale.

La pragmaticità americana ha trovato una definizione semplice e precisa: maltrattamento insolito e crudele. Chi si oppone? Evidentemente i pochi e i violenti che hanno compiuto o potrebbero compiere simili atti. Chi non ha niente da obiettare alla legge sulla tortura che c’è in ogni Paese civile? Tutti gli altri, i moltissimi che, anche in situazioni difficili e pericolose, non hanno mai violato leggi, dettami e buon senso umanitario in migliaia di interventi, di azioni, di impegni, di contenimento del disordine violento.

Sono tanti coloro che non sono mai stati accusati o anche solo indicati dai cittadini come colpevoli di abusi e violenze, e pochi (ma liberi di essere recidivi) coloro che hanno commesso atti che i cittadini non possono dimenticare. Una legge sulla tortura protegge da un lato i cittadini dalle iniziative per cui è prevista una condanna.

Ma, dall’altro, protegge i carabinieri e agenti delle diverse polizie che in quella legge trovano definizione e garanzia del loro comportamento e nella condanna di quella legge non incapperanno mai. Infatti anche adesso non si abbandonano e non si sono mai abbandonati al comportamento crudele e incivile. Hanno ragione i Radicali. Per il solo fatto di esistere, quella legge sarà la difesa più forte del prestigio e della reputazione delle polizie democratiche.

Furio Colombo

Il Fatto Quotidiano, 29 Giugno 2014