Carceri, In Italia ci sono 628 detenuti disabili, arrivano le linee guida del Dap


Cella carcere IserniaNelle carceri italiani sono recluse 628 persone in condizione di disabilità: per garantire loro il pieno rispetto dei diritti il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha emanato la circolare “La condizione di disabilità motoria nell’ambiente penitenziario – Le limitazioni funzionali” che indica le linee direttive in materia di barriere, formazione e assistenza sanitaria.

L’Amministrazione Penitenziaria, nel rispetto delle Convenzioni Internazionali e delle norme nazionali, ha inteso aggiornare le disposizioni già adottate in passato adeguandole a più recenti provvedimenti in materia, in linea con gli interventi messi in atto per migliorare le condizioni detentive e, nello specifico, per garantire la massima autonomia possibile del disabile, si legge in una nota.
La circolare è diretta agli adeguamenti degli spazi, sia per la realizzazione di nuove strutture penitenziarie, sia nella manutenzione e nell’ammodernamento di quelle esistenti. Gli interventi migliorativi prevedono l’abbattimento di barriere architettoniche, la realizzazione di percorsi e varchi per gli spostamenti verticali e orizzontali, adeguatamente dimensionati e attrezzati per garantire l’accessibilità ai locali frequentati da detenuti e/o operatori disabili, nonché ambienti con servizi igienici dedicati e una camera di pernottamento adeguata per ogni circuito. Inoltre, ai detenuti disabili dovrà essere garantita, eventualmente anche con la necessaria assistenza, la libera ed autonoma circolazione all’interno dell’istituto, compresa l’accessibilità ai locali destinati alle attività trattamentali. Secondo quanto indicato dal Dap laddove non siano disponibili ambienti adeguatamente attrezzati, dovrà essere verificata la presenza di luoghi idonei alle esigenze del disabile nell’istituto più vicino, così garantendo anche il principio della territorialità della pena.

Il programma di trattamento rieducativo individualizzato (previsto dall’art. 13 l. 354/1975) dovrà tenere conto delle limitazioni funzionali dei diversi gradi di disabilità, favorire l’occupazione lavorativa e l’assistenza dei patronati e degli organi istituzionali preposti alla valutazione dello stato di disabilità (Asl e Inps). Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, di competenza della ASL, le direzioni degli istituti penitenziari dovranno segnalare, in collaborazione con i Provveditorati regionali, alle direzioni generali delle Asl l’opportunità di implementare i servizi sanitari interni per le esigenze delle persone con disabilità presenti. La circolare pone particolare attenzione alla formazione di detenuti lavoranti con competenze adeguate per lo svolgimento di interventi secondo il modello di “caregiver” familiare. Attraverso gli applicativi “Spazi detentivi” e “Torreggiani” saranno monitorate e incentivate le attività di formazione e di assistenza.

Redattore sociale, 15 marzo 2016

Circolare detenuti disabili del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (clicca per leggere)

Carceri, Consolo (Capo Dap), 200 “Osservati Speciali” tra i detenuti islamici in Italia


Santi Consolo Capo DAPIl piombo a Parigi. L’eco degli applausi, come hanno riferito alcune fonti, di un gruppo di qaedisti detenuti nel carcere calabrese di Rossano. E, probabilmente, l’esultanza complice e silenziosa in centinaia di occhi dietro altre sbarre. Prima che Parigi fosse squarciata dal terrore venerdì 13 novembre, erano già “oltre duecento su 10 mila e 400 detenuti di fede islamica, gli “osservati speciali” negli istituti di pena italiani. Aumenteranno certamente nelle prossime settimane per il più imponente impegno dell’amministrazione penitenziaria e per i controlli più stringenti”. Lo dice Santi Consolo, capo del Dap, a corollario delle proprie dichiarazioni a caldo sul rinnovato impegno nel disinnesco di possibili polveriere islamiste dentro le carceri.

Si tratta, spiega Consolo, di “persone sottoposte a particolare vigilanza in armonia con la posizione soggettiva dei singoli condannati e il rispetto della loro dignità e, nei casi più critici, a monitoraggio costante”. Insomma, gente in potenziale predicato di fiancheggiamento, adesione o proselitismo alla lotta jihadista. Con un poscritto netto: “C’è bisogno, subito, di nuove forze. Non soltanto agenti, ma pure interpreti, mediatori culturali, tecnici informatici”.

Dottor Consolo, non è notizia di giornata che la jihad trovi supporter nelle carceri. In concreto, come prevenire? Come soffocare proselitismo, adesione, al limite associazionismo occulto fra potenziali jihadisti?

“La premessa è, appunto, d’obbligo: non scopriamo adesso un fenomeno che da mesi teniamo sotto osservazione. Agenti e personale amministrativo hanno seguito e seguono corsi di formazione specifici, tesi al riconoscimento e al trattamento di atteggiamenti capaci di denotare simpatia e, per gradi, favoreggiamento e adesione all’islamismo radicale. Giusto andare sul concreto: dalla foggia della barba che qualcuno si decida a lasciar crescere, fino al volantino eventualmente affisso in cella o corridoio. Individuato il comportamento, si agisce per gradi, dalla verifica all’osservazione, alla segnalazione, fino al monitoraggio. Forniamo costantemente i nostri dati all’organo interforze Casa, il Comitato per l’analisi della sicurezza e antiterrorismo”.

I detenuti osservati vengono sottoposti a regimi differenziati? Come si fa a evitare contatti e incontri?

“Compatibilmente con il regime del trattamento deciso caso per caso e nel rispetto della dignità della persona, si può arrivare a un regime di alta sorveglianza che limiti la comunicazione fra i detenuti. Innanzitutto, con passeggi e “aree trattamentali” separate. Senza trascurare l’aspetto del culto: i detenuti di fede islamica sono circa 10 mila e 400, dei quali fra 7 e 8 mila praticanti. Non avrebbe senso, anzi sarebbe controproducente, limitarne la libertà religiosa.

In questa direzione va il protocollo firmato con l’Unione delle comunità islamiche italiane che incentiva l’accesso di ministri di culto e mediatori culturali dentro le carceri. La pratica di culto corretta serve a mettere in luce ciò che corretto, eventualmente, non è. Chi è detenuto è già fragile, spesso, sul piano psicologico. Si può far molto per scoraggiare il condizionamento dei “male inclinati”, prevenendone scelte sbagliate. Ma non basta ancora, abbiamo bisogno di forze fresche e specializzate”.

Vuoti di organico nell’amministrazione penitenziaria, dunque. Basta invocare più agenti?

“Non si tratta soltanto di reclutare nuove risorse di polizia penitenziaria, per quanto un massiccio innesto sia ormai improrogabile. Ho inoltrato al governo una proposta di emendamento alla legge di stabilità per l’assunzione di 800 agenti. Confido nella sensibilità delle forze politiche perché non incontri ostacoli, non ho paura di riuscire retorico se affermo che i risultati nella prevenzione della formazione di sacche islamiste negli istituti di pena, sono frutto dell’impegno anche oltre le proprie forze di polizia penitenziaria e personale amministrativo. Abbiamo bisogno anche di interpreti, mediatori culturali, tecnici informatici. Ho fatto prima l’esempio della barba lunga. Che fare davanti a uno scritto in arabo appeso al muro? Benissimo, se è un passo del Corano. Molto meno bene se inneggia alla guerra santa. Ma ci vuole chi l’arabo lo legge e lo intende”.

Il Dap ha “aperto” all’utilizzo dei computer e del web in cella. Ci illustra criteri e modalità di prevenzione? Non dimentichiamo che a margine degli attacchi di Parigi, gli inquirenti hanno scoperto persino comunicazioni fra terroristi utilizzando le chat di play station e videogame…

“L’uso del computer viene consentito in relazione a casi specifici, e nella misura richiesta dalle esigenze e dalle inclinazioni di studio del detenuto. La macchina viene tarata e resa inaccessibile a chiavette e altri dispositivi. Il detenuto vuole laurearsi o diplomarsi? Gli viene aperto l’accesso al sito dell’istituzione scolastica o universitaria. Non corriamo rischi eccessivi da questo punto di vista. Ma è vero: le maglie digitali sono spesso aperte in modo imprevedibile. Perciò insisto: c’è bisogno di tutte le professionalità, dagli agenti ai tecnici informatici specializzati”.

Giornale di Sicilia, 21 novembre 2015

Cosenza, Poco personale, Uepe al collasso. Ci sono 4 Assistenti Sociali sui 22 previsti dalla pianta organica


Santi Consolo Capo DAPL’Ufficio per l’Esecuzione Penale Esterna (Uepe) di Cosenza è al collasso. Non c’è personale ed a farne le spese sono soprattutto i detenuti per i quali diventa sempre più difficile ottenere i benefici e le altre misure alternative alla detenzione previste dall’Ordinamento Penitenziario che, al momento, per tanti cittadini restano solo sulla carta. Lo dichiara Emilio Quintieri, esponente dei Radicali Italiani, che da anni segue tenacemente i problemi di tutta la comunità penitenziaria calabrese anche collaborando con diversi Deputati e Senatori in attività di sindacato ispettivo all’interno delle strutture penitenziarie.

L’Uepe di Cosenza, Ufficio periferico del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) del Ministero della Giustizia, diretto da Emilio Molinari, soffre di una gravissima carenza di personale di servizio sociale pari all’80% della scopertura. Infatti, al momento – prosegue Quintieri – vi sono in servizio solo 4 Assistenti Sociali su una pianta organica che ne prevede ben 22. E, tra qualche giorno, la situazione continuerà ad aggravarsi poiché uno di questi Funzionari che, tra l’altro, attualmente, ricopre l’incarico di Responsabile dell’Area di Segreteria, andrà in pensione per sopraggiunti limiti d’età. Inoltre, all’Ufficio di Cosenza, non è mai stato assegnato il funzionario dell’organizzazione e delle relazioni, pur essendo previsto nella pianta organica ed il Direttore Molinari, da alcuni anni, è costretto a svolgere servizio in missione anche presso l’Ufficio Territoriale di Catanzaro.

Da circa un anno, continua l’esponente del Partito Radicale, una dipendente del Ministero della Giustizia, in servizio presso la Casa Circondariale “Ugo Caridi” di Catanzaro ma distaccata all’Uepe di Cosenza, avendo i requisiti culturali e professionali richiesti, ha chiesto alla competente Direzione Generale del Personale e della Formazione del Dap, il passaggio dal profilo di funzionario informatico a quello di funzionario dell’organizzazione e delle relazioni. L’istanza è stata trasmessa, con parere favorevole del Direttore dell’Ufficio, al Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria di Catanzaro per quanto di competenza. La nomina della suddetta dipendente, che negli anni passati ha già svolto le funzioni di Coordinatrice dell’Area di Segreteria, risolverebbe ed in maniera definitiva, la problematica evitando di attribuire tale incarico ad altro funzionario di servizio sociale che verrebbe inevitabilmente sottratto dal proprio compito istituzionale che è quello di seguire i condannati ristretti negli Istituti Penitenziaria o sottoposti ad altre misure restrittive della libertà. Come al solito, prosegue il radicale Quintieri, nessuno, né il Provveditorato Regionale né il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si è degnato di rispondere all’istanza e comunque di assumere le dovute determinazioni per risolvere la situazione venutasi a creare. 

Non è possibile che un Ufficio importante come quello dell’Uepe di Cosenza che ha competenza su 4 Istituti Penitenziari, 3 Case Circondariali (Cosenza, Paola e Castrovillari) ed 1 Casa di Reclusione (Rossano) e su tanti altri cittadini sottoposti a misure alternative alla detenzione intramoenia, possa svolgere le numerose funzioni assegnategli dall’Ordinamento Penitenziario : tra le tante, quelle di svolgere, su richiesta della Magistratura, le inchieste utili a fornire i dati occorrenti per l’applicazione, la modificazione, la proroga e la revoca delle misure di sicurezza; di svolgere le indagini socio-familiari per l’applicazione delle misure alternative alla detenzione ai condannati; di proporre all’Autorità Giudiziaria il programma di trattamento da applicare agli imputati ed ai condannati che chiedono di essere messi alla prova, affidati al servizio sociale e/o sottoposti alla detenzione domiciliare; di controllare l’esecuzione dei programmi, da parte degli ammessi alle misure alternative, e di riferirne all’Autorità Giudiziaria, proponendo eventuali interventi di modificazione o di revoca; di prestare consulenza, su richiesta delle Direzioni degli Istituti Penitenziari, per favorire il buon esito del trattamento penitenziario e tantissime altre funzioni nei confronti dei detenuti ristretti in carcere e dei loro familiari.

Il Governo ed il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria pare che abbiano completamente dimenticato la Calabria, aggiunge ancora l’esponente radicale Emilio Quintieri. Nella nostra Regione, ormai da 5 anni, dopo il suicidio di Paolo Quattrone, manca un Provveditore Regionale in pianta stabile. C’è il Dirigente Generale Salvatore Acerra, in missione, poiché è Provveditore Regionale in Basilicata con sede a Potenza. Ci auguriamo che l’Amministrazione Penitenziaria guidata dal Capo Dipartimento Santi Consolo, in tempi brevi, provveda a dotare l’Uepe di Cosenza dei mezzi e delle risorse umane necessari, assicurando la copertura dei posti di servizio previsti dalla pianta organica, attualmente vacanti, al fin di rendere più efficace l’attività istituzionale cui è preposto, contribuendo, altresì, alla crescita del livello di sicurezza sociale e, contestualmente, che proceda alla nomina del Provveditore Regionale della Calabria, revocando l’incarico di missione attribuito al Provveditore della Basilicata.

 

Pisa : suicidio in Carcere. Si è impiccato un 46enne della Repubblica Ceca


pisa detenuto“È di poche ore fa la triste notizia della morte per suicidio di un detenuto nella Casa Circondariale di Pisa. Ieri mattina tra le 5,30 e le 06,00 si è impiccato un detenuto originario della Repubblica Ceca, Martin Amcha, di 46 anni, che aveva un fine pena 2018 e si trovava in regime aperto e con un altro compagno nella cella. Verso le 5,30, il collega della Polizia penitenziaria addetto alla sezione, durante un giro di controllo, lo ha visto sulla branda, dopo di che si è recato di sentinella dando il cambio ad altro collega. Quest’ultimo è arrivato nella sezione dopo circa una mezz’ora e nel corso del giro di controllo non ha visto il suddetto ristretto sulla branda.

Insospettito ha svegliato l’altro detenuto che lo ha trovato appeso, con delle lenzuola, alla finestra del bagno. Nulla ha fatto presagire l’insano gesto del detenuto, anche in virtù del comportamento corretto dello stesso, sia nei confronti della restante popolazione detenuta che nei confronti del personale di Polizia Penitenziaria. Purtroppo, nonostante il prezioso e costante lavoro svolto dalla Polizia Penitenziaria, con le criticità che l’affliggono, non si è riusciti ad evitare tempestivamente ciò che il detenuto ha posto in essere nella propria cella”.

La notizia arriva dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, il primo e più rappresentativo della Categoria, per voce del leader Donato Capece.

Il sindacalista del Sappe sottolinea che “negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 16mila tentati suicidi ed impedito che quasi 113mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze”.

Capece torna a sottolineare le criticità del sistema penitenziario: “Manca il personale di Polizia Penitenziaria e ogni giorno c’è una nuova criticità. L’Amministrazione Penitenziaria è ormai da diversi mesi senza un Capo Dipartimento e l’organico dei Baschi Azzurri è sotto di 7mila unità. La spending review e la legge di Stabilità hanno cancellato le assunzioni, nonostante l’età media dei poliziotti si aggira ormai sui 40 anni.

Altissima, considerato il lavoro usurante che svolgiamo. Nonostante le affrettate rassicurazioni di chi va in giro a dire che i problemi delle carceri sono (quasi) risolti e non c’è più un’emergenza, i drammi umani restano, eccome, ed è quindi sbagliata la scelta del Ministero della Giustizia di cancellare i presidi di sicurezza penitenziaria in cinque importanti regioni come Calabria, Liguria, Umbria, Marche e Basilicata”.

“Non è pensabile chiudere strutture importanti di raccordo tra carcere, istituzioni e territorio come i Provveditorati Regionali dell’Amministrazione Penitenziaria di Calabria, Liguria, Umbria, Marche e Basilicata” conclude Capece “a meno che non si voglia paralizzare il sistema ed avere del carcere l’esclusiva concezione custodiale che lo ha caratterizzato fino ad oggi. Vuole il Governo Renzi essere ricordato per questo attacco ai presidi di sicurezza del Paese?”.

Osapp: in Italia è il 28esimo dall’inizio dell’anno

“Un detenuto di 46 anni ristretto nel carcere di Pisa si è impiccato questa mattina nel bagno della cella che condivideva con un altro detenuto” a darne notizia in una nota è Leo Beneduci. segretario generale dell’Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria).

Secondo il sindacato: “sulla carta il sovraffollamento penitenziario la Toscana non sarebbe in condizioni critiche, a differenza di altre sedi, atteso che per i 3.246 detenuti presenti sarebbero 3.345 i posti della capienza c.d. “regolamentare” e, addirittura, 4.916 posti della capienza c.d. “tollerabile”, mentre nel carcere di Pisa a fronte di una capienza “regolamentare” di 288 posti sono presenti 261 detenuti, per cui è da ritene3re che le cause che hanno portato ai gravi eventi di Firenze-Sollicciano, Porto Azzurro nei giorni scorsi e oggi a Pisa hanno altre cause, probabilmente, insite in un sistema e in una organizzazione che al di là dei numeri produce comunque disagio e sofferenza nell’utenza come nel personale.”,

“Peraltro – prosegue il leader dell’Osapp – l’episodio ingenera ulteriori e gravi dubbi anche rispetto ai criteri di gestione del lavoro in uso negli istituti di pena e riguardo alla considerazione istituzionale in cui è tenuta l’Amministrazione penitenziaria, in ambito nazionale e periferico, se da un lato risulterebbero contemporaneamente assenti per ferie il direttore e il comandante di reparto di Pisa nonché il Provveditore Regionale, mentre nell’assoluta discrezionalità che compete all’autorità giudiziaria le indagini di rito a Pisa sono state comunque affidate ai militari dell’Arma dei Carabinieri e non agli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria benché colà in servizio.

“È, pertanto, non solo urgente ma di vitale importanza – conclude Beneduci – che il Governo inserisca nella riforma della Giustizia anche la completa riorganizzazione dell’Amministrazione penitenziaria e, ad oltre 24 anni dalla prima, una nuova riforma della Polizia Penitenziaria”.

Radicali: suicidio dimostra inadeguatezza sistema penitenziario

“Ieri mattina si è suicidato nella sua cella del carcere di Pisa un detenuto cecoslovacco: é il 28º caso di suicidio nelle carceri italiane, il 3º nelle carceri toscane dall’inizio del 2014”. La segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, e Maurizio Buzzegoli, segretario dell’Associazione “Andrea Tamburi” di Firenze, sottolineano che “i proclami del Governo Renzi che ritengono di aver risolto il problema carcerario vengono sconfessati quotidianamente dalle tragedie che avvengono negli istituti penitenziari italiani: la morte per pena é una triste realtà che testimonia l’illegalità e l’inadeguatezza del nostro sistema penitenziario”.

Lo scorso 30 giugno Rita Bernardini, insieme a Marco Pannella e a centinaia di cittadini, ha intrapreso uno sciopero della fame, durato 43 giorni, con l’obiettivo, tra gli altri, di scongiurare le morti violente in carcere. “A più riprese, siamo stati obbligati da parte delle giurisdizioni internazionali a ristabilire la legalità e lo Stato di Diritto all’interno delle patrie galere -proseguono Bernardini e Buzzegoli – ma ad oggi si continuano ad ignorare le uniche due soluzioni in grado di risolvere immediatamente il problema, così come auspicato anche dal Presidente Napolitano: i provvedimenti di amnistia e indulto”. I due esponenti radicali lanciano un appello al Presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi: “Le carceri toscane sopravvivono nella continua emergenza: auspichiamo che, quanto prima, si riesca a convocare sul tema una seduta straordinaria del Consiglio regionale”.

Ristretti Orizzonti, 02 Settembre 2014

Carceri, Mauro Palma a capo del Dap ? arriva l’outsider… e i Magistrati tremano


img_9954Sarebbe una svolta storica. Perché quella poltrona, ambitissima e desideratissima, che vale, solo di indennità, 500mila euro l’anno, fonte di vere e proprie guerre fratricide tra le correnti della magistratura, è stata sempre appannaggio delle toghe. Una legge non scritta. Ma è un fatto.

Da Nicolò Amato fino a Giovanni Tamburino, passando per Caselli, Coiro, Tinebra, Ferrara e tanti altri, l’incarico dirigenziale di capo del Dap, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che si occupa di carceri e che ha, sotto di sé, la Polizia penitenziaria, è sempre e solo stato riservato ai magistrati. Ma, forse, stavolta, non sarà così.

Perché dalla polizia penitenziaria ai penalisti, alle associazioni dei detenuti, si sta formando un fronte comune per portare, su quella poltrona, un outsider, Mauro Palma, in contrapposizione ai nomi di tre magistrati che sono in pole position: Giovanni Salvi, procuratore di Catania, Giovanni Melillo, già procuratore aggiunto di Napoli e ora capo di gabinetto del ministero della Giustizia e Santi Consolo, che è stato vice capo del Dap e attualmente è procuratore generale di Caltanissetta.

Una nomina, quella del capo del Dap, che da mesi viene tenuta in sospeso. Tanto che l’Unione delle Camere Penali annota “il mondo del carcere, e non solo, è in attesa da tempo di conoscere il nome del nuovo direttore del Dap” prima di schierarsi apertamente con gli agenti di custodia a favore del nome di Palma quale nuovo capo del Dap: “si augura che l’attesa possa essere foriera di cambiamenti, peraltro in un settore che vive problemi enormi e che, pertanto, necessita più di ogni altro di un cambiamento radicale. Il primo cambiamento che viene in mente – sottolineano i penalisti – è anche quello più ovvio, ossia la scelta di affidare quella carica ad una persona che non sia un magistrato.

E ciò, oltre che per iniziare ad invertire, concretamente, la tendenza in ordine ai troppi magistrati fuori ruolo, anche per scegliere secondo le reali competenze: cosa che certamente non indirizza verso una categoria che, com’è noto e come è ammesso dai suoi stessi rappresentanti, conosce poco o niente il carcere, tanto che si va affacciando l’idea di farne argomento del tirocinio”.

Di qui il nome di Palma “sposato” in pieno dai penalisti attraverso un attacco dialettico frontale alla magistratura: “La nostra società vive due paradossi: il primo è che i titolari del potere coercitivo non sanno cosa sia la galera, il secondo è che vengono per giunta nominati capo del Dap. Lo sanno bene gli agenti di custodia, che invece il carcere lo vivono dal di dentro e che tramite il sindacato Sappe hanno proposto una figura di grande spessore e sicura competenza come il professor Mauro Palma. Richiesta cui l’Unione – conclude i penalisti – non può che associarsi”.

La polemica è di vecchia data. E i sindacati degli agenti di custodia non hanno mai mancato di dire come la pensavano rispetto alle “imposizioni” di magistrati alla guida del Dap: “continuiamo a subire la nomina di Capi Dipartimento che non hanno alcuna cognizione di che cosa significhi comandare un Corpo di polizia né alcuna esperienza manageriale in senso stretto”, disse la polizia penitenziaria quando arrivò la nomina dell’ultimo, recente, capo del Dipartimento, quel Giovanni Tamburino che ora deve essere sostituito. “Sono anni, forse decenni, che continuiamo a lanciare sos sulla necessità che a capo del Dap sia nominato un manager, esperto di organizzazione e, soprattutto, di gestione delle risorse umane”, rincararono, all’epoca, la dose gli agenti secondo i quali “per colpa della stramaledetta indennità di 500.000 euro all’anno la poltrona di capo del Dap è uno degli incarichi dirigenziali più ambiti e desiderati dello stato italiano”.

Indennità che ha una particolarità, ben spiegata dagli stessi agenti di polizia penitenziaria: “il diritto alla indennità di cinquecentomila euro si acquisisce contestualmente e immediatamente al conferimento dell’incarico di Capo Dap e si mantiene per sempre – anche dopo aver lasciato l’incarico – anche sulla pensione che si percepirà dopo aver lasciato il lavoro”. Forse così si comprende meglio perché la magistratura sgomita per avere quell’incarico. Che, stavolta, potrebbe sfuggirgli di mano.

Secolo d’Italia, 2 settembre 2014

Carceri, le Camere Penali : “Mauro Palma nome giusto per il Dap”


Mauro PalmaL’Unione Camere Penali prende posizione: l’ex presidente del Cpt è una “figura di grande spessore e di sicura competenza”. In lizza anche i magistrati Salvi, Melillo e Consolo. E Orlando rinvia.

“Il mondo del carcere, e non solo, è in attesa da tempo di conoscere il nome del nuovo direttore del Dap”, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dopo Giovanni Tamburino, non confermato dal governo Renzi. Il consiglio dei ministri del 29 è andato a vuoto, e l’Unione delle camere penali italiane “si augura che l’attesa possa essere foriera di cambiamenti, peraltro in un settore che vive problemi enormi e che, pertanto, necessita di un cambiamento radicale”.

“Il primo cambiamento che viene in mente – sottolineano i penalisti – è anche quello più ovvio, ossia la scelta di affidare quella carica ad una persona che non sia un magistrato. E ciò, oltre che per iniziare ad invertire, concretamente, la tendenza in ordine ai troppi magistrati fuori ruolo, anche per scegliere secondo le reali competenze: cosa che certamente non indirizza verso una categoria che, com’è noto e come è ammesso dai suoi stessi rappresentanti, conosce poco o niente il carcere, tanto che si va affacciando l’idea di farne argomento del tirocinio”.

“La nostra società vive due paradossi – spiegano – il primo è che i titolari del potere coercitivo non sanno cosa sia la galera, il secondo è che vengono per giunta nominati capo del Dap. Lo sanno bene gli agenti di custodia, che invece il carcere lo vivono dal di dentro e che tramite il sindacato Sappe hanno proposto una figura di grande spessore e sicura competenza come il prof. Mauro Palma. Richiesta cui l’Unione non può che associarsi”.

L’ipotesi Palma – già presidente del Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa e presidente della commissione carcere del ministero della Giustizia – è stata lanciata dall’associazione Antigone, che difende i diritti dei detenuti.

Accanto al nome di Palma, circolano quelli di Giovanni Salvi, procuratore di Catania; di Giovanni Melillo, già procuratore aggiunto di Napoli e ora capo di gabinetto del ministero della Giustizia; e di Santi Consolo, che è stato vice capo del Dap e attualmente è procuratore generale di Caltanissetta.

Il Manifesto, 2 settembre 2014