Parma, Detenuto perde l’uso delle gambe per non essere stato curato. Condannato il Ministero della Giustizia a 500 mila euro di risarcimento danni


CC Parma DAPLi ha saldati tutti, i suoi debiti con la giustizia: anno dopo anno. “Quelli dovuti per colpa mia, e quelli che mi sono stati appioppati ingiustamente”. Ora dalla parte del creditore c’è lui, un 56enne pugliese che nel 1981, durante un tentativo di rapina, fu centrato alla schiena da un colpo di pistola. Quel proiettile gli procurò una paraparesi agli arti inferiori. Cure adeguate avrebbero potuto permettergli di continuare a camminare.

“Cure che mai ricevette durante il periodo in cui fu tenuto in carcere” sottolinea l’avvocato Claudio De Filippi, che in questa causa ha trascinato alla sbarra lo Stato. I giudici hanno dato ragione al legale (“Una sentenza eclatante, che ribadisce il diritto alla salute di tutti i cittadini: speriamo possa migliorare le condizioni di tanti”) e all’ex detenuto, condannando il ministero della Giustizia a pagare 473.394,07 euro, oltre a saldare le spese processuali e 22.500 euro per onorari.

“Nessuno mi ridarà le mie gambe, ma almeno giustizia è fatta” commenta Antonio (il nome è di fantasia), che ora cammina con le stampelle, dopo aver condotto per anni una vita quasi normale, prima che tra lui e la sua riabilitazione (fisioterapica) si mettessero di mezzo le sbarre di via Burla. “Avevo ripreso a guidare il mio camion carico di prodotti ortofrutticoli pugliesi tra il sud e il nord-ricorda lui. Riuscivo a fare palestra e rieducazione: zoppicavo, d’accordo, ma camminavo”.

Antonio, le sue colpe le ammette. Aveva 23 anni, nel 1981, quando con alcuni complici assaltò una gioielleria a Taranto. Non sparò un colpo: quel giorno fu lui, mentre stava fuggendo, a essere ferito dal proiettile esploso da un vigile urbano. La pallottola lo centrò alla schiena, procurandogli una lesione midollare. “Caddi a terra e capii subito di aver perso le gambe. Dopo un mese e mezzo di ospedale, in sedia a rotelle fui portato in tribunale, dove venni giudicato per rito abbreviato. Fui condannato a due anni e mezzo”.

Alle spalle il giovane aveva un’altra tentata rapina. Non ci mise molto a capire di non essere tagliato per quella vita. “Mio unico scopo divenne quello di guarire: di rimettermi in piedi, in tutti i sensi”. Trenta mesi di fisiokinesiterapia, in particolare dì idrokinesiterapia, gli restituirono più della speranza. “Nel 1983 cominciai a recuperare l’uso delle gambe. Poi, ripresi il lavoro di camionista, pur continuando a eseguire cicli di idromassaggi”. Continuò così fino al 1990. Vita massacrante, chilometri su chilometri, salite e discese dalla cabina del camion, rientri a casa. “Mi muovevo da solo, senza problemi”. Ma la sua vita stava dì nuovo deragliando. “Questa volta senza che fosse colpa mia – sottolinea.

Nel febbraio del 1990 venni arrestato, con l’accusa di essere un trafficante dì droga. Un’accusa ingiusta che mi offende, perché io non ho mai avuto niente a che vedere con quella porcheria”. Se le cose stanno come dice Antonio, si trattò di una doppia ingiustizia. perché gli portò ria non solo vent’anni di vita (la condanna a 26 anni fu abbreviata dai tre anni di indulto e da altrettanti di scarcerazione anticipata), ma anche la possibilità di camminare. “Entrai in carcere sulle mie gambe, pur se claudicante, ma ben presto le mie condizioni precipitarono a causa dell’interruzione dei cicli di idrokinesiterapia”.

E infatti nel 1991 gli venne concesso l’uso della sedia a rotelle, dopo che il centro clinico del carcere di Bari lo aveva dichiarato minorato fisico. “Difficile spiegare quanto mi amareggi pensare che tutto questo potesse essere evitato. Ho provato in tutti i modi ad attirare l’attenzione sul mio caso: scrivendo lettere su lettere, facendo anche uno sciopero della fame che mi ridusse pelle e ossa”. Fu nel 1993 che Antonio venne trasferito per la prima volta nel carcere di via Burla, dove in teoria avrebbe potuto usufruire dell’idrokinesiterapia.

“In teoria, già: la piscina per le cure esiste davvero, ma io non l’ho mai vista in funzione. Dallo stesso carcere venivano spediti fax su fax nei quali si sottolineava come fosse necessario che venissi trasferito in una struttura sanitaria vera e propria. Accadeva che mi mandassero i periti, che mi dessero i domiciliari. Ma ben presto quello che recuperavo tornavo a perderlo in carcere, tra Taranto e Parma”. Fu nell’agosto del 2000 che i medici dissero che non si poteva fare più niente per il recupero dell’uso delle gambe del detenuto.

“In piedi ero un pezzo di legno, tremavo: le gambe mi bruciavano e la sinistra mi si era accorciata di due centimetri e mezzo rispetto all’altra”. Terminato di scontare la pena nel 2010, Antonio, quattro volte padre e cinque nonno, vive con 740 euro al mese dì pensione di invalidità. Ora questo risarcimento. “Soldi che hanno comunque un fondo amaro. Spero di riuscire a vivere per vederli”.

Roberto Longoni

Gazzetta di Parma, 7 febbraio 2015

Carlo Saturno, da 4 anni s’attende la verità per la sua morte nel Carcere di Bari


Carlo SaturnoSi attende la verità per la terribile fine del giovane ventitreenne nel carcere di Bari: chiesta per due volte l’archiviazione. Era il 30 marzo del 2011, quattro anni fa. Dopo uno scontro fisico con un agente di polizia penitenziaria, alla presenza di altri agenti e di detenuti, Carlo Saturno, un ragazzo di soli 23 anni, veniva rinchiuso in una cella di contenimento del carcere di Bari e, dopo poco meno di un’ora, veniva ritrovato soffocato con un lenzuolo legato al collo e già in condizioni disperate. Il 7 aprile Carlo moriva.

Nel 2010, era stato testimone in un processo penale a carico di agenti di polizia penitenziaria minorile imputati per lesioni, abuso dei mezzi di correzione, lesioni gravi ed altri reati. Carlo, come altri ragazzi, detenuti in quell’istituto minorile, veniva pestato, vilipeso, sbeffeggiato, costretto al silenzio, messo in celle di isolamento, legato nudo alle reti metalliche dei letti. Allora Carlo, come i suoi compagni di sventura, aveva appena 14,15 anni.

Con enorme coraggio, si era fidato della Giustizia ed aveva denunciato quei fatti. Con altrettanto coraggio, poi, si era presentato in aula ed aveva testimoniato tutto ciò che aveva subito. Ma la denuncia, sofferta, rabbiosa e solitaria di Carlo non avrebbe prodotto alcun risultato. Si sa, a volte, la giustizia si fa ancora più lenta e il processo penale, scaturito dal dolore di Carlo, nel giugno del 2011 si è prescritto.

Dal 7 aprile 2011 ad oggi la Procura di Bari ha richiesto ben due volte l’archiviazione e ben due volte è stata rigettata dal gip dietro opposizione dell’avv. Tania Rizzo, difensore dei due fratelli, Ottavio ed Anna. Necessarie nuove indagini. Imprescindibile ascoltare i testimoni, scrive il giudice nell’ordinanza con cui rigetta la seconda richiesta di archiviazione del pm Isabella Ginefra.

“Le indagini non risultano complete” afferma il gip. Tra le anomalie del tutto senza spiegazione, rileva anche la circostanza che incredibilmente un soggetto che era considerato fragile e assumeva psicofarmaci, dopo uno scontro fisico con alcuni agenti di polizia penitenziaria, era stato lasciato solo, in una cella asfittica dove, forse da solo, aveva avuto la possibilità di stringersi una corda al collo.

Agli atti del pm che chiedeva l’archiviazione, non c’erano i verbali delle sommarie informazioni rese dagli altri detenuti presenti quel giorno nel carcere di Bari, né le cartelle mediche e psichiatriche del ragazzo che ne attestavano la condizione psicologica determinata dalle violenze in passato subite, né erano state raccolte le dichiarazioni dei medici che lo avevano visitato dopo il pestaggio, né di quelli che lo avevano accompagnato in ospedale dopo il tentativo di suicidio, né della sua educatrice cui, a quanto pare, non era stato consentito di incontrarlo sebbene Carlo, dopo quanto accaduto, ne avesse chiesto la presenza perché era in stato di grande agitazione emotiva.

Una inspiegabile voragine investigativa a fronte della notizia di reato elaborata: istigazione al suicidio. Un’ipotesi, in realtà, già oltremodo circoscritta che esclude l’accertamento sulla dinamica del suicidio ed allontana il sospetto sulla eventuale responsabilità di terzi nella drammatica morte del giovane sebbene una perizia disposta dalla Procura ed eseguita dal medico legale Francesco Introna, abbia stabilito che i segni intorno al collo sarebbero compatibili sia con un salto nel vuoto che con un eventuale strangolamento da parte di altri.

Quattro anni di indagini, dunque, all’esito dei quali, tuttavia, non c’è ancora un’iscrizione nel registro degli indagati presso la Procura di Bari. Non si conoscono i nomi di coloro che picchiarono Carlo, che lo condussero a forza nella cella di isolamento, che lo lasciarono morire. È un procedimento a carico di ignoti ed ancora giace sulla scrivania del pubblico ministero. Carlo era in carcere per furto, sottoposto a pena preventiva, detenuto in custodia cautelare. Non colpevole, fino alla sentenza definitiva di condanna. Così è morto in carcere. Non colpevole, non ancora!

Ristretto come “giovane adulto”, aveva avviato le richieste per essere assegnato ad una casa famiglia al nord nella quale avrebbe potuto imparare ad occuparsi dei più bisognosi e avrebbe potuto studiare. Ma i giudici della Corte di Appello avevano rigettato la richiesta pur corredata della disponibilità piena della casa famiglia ad accoglierlo anche in carcerazione preventiva.

Extrema ratio, il carcere, quando ogni altra misura cautelare risulti inadeguata. Oggi Carlo sarebbe vivo. Ma tant’è! Da quattro anni la vita di un giovane adulto è ferma su una scrivania. Inutili i solleciti del difensore dei due fratelli: ad oggi non è pervenuta nessuna novità dalla Procura di Bari. Sospese sono le lacrime dei familiari, la loro incredulità, la loro attesa di verità, la loro speranza di giustizia.

Maria Brucale

Il Garantista, 3 febbraio 2015