Avvocà, questi dicono che io spaccio ! Lettera all’Avv. Carlo Alberto Zaina


Non facciamo altro che riportarvi la struggente lettera del povero Biluccio Fierro ha indirizzato all’avvocato Zaina, sperando che possa risolvere questa brutta questione.

Ill.mo Dott. Avv. Carlo Alberto Zaina,

Sera avvocà, mi chiamo Biluccio Fierro e vivo e lavoro a Montella, in Irpinia, provincia di Avellino. Sono un agricoltore e, specificatamente, coltivo mais, tengo pure una vigna di Aglianico, ma solo per consumo familiare. Eh si, non solo voi in Padania facite o’ granturco e mangiate polenta, ma anche noi terroni la gradiamo. Anzi, con tutto rispetto, la nostra polenta è, diciamo, più saporita.
Ci mettiamo quel caciocavallo podolico, o il pecorino di Carmasciano grattugiato che vi assicuro avvocà, è da svenimento. Quando poi la schiacciamo e la ripassiamo in padella, di ferro, quella della nonna, che fa quella crosta arrostuta, e l’accompagnamo coi friarielli (cime di rapa ripassate con aglio e peperoncino) avvocà va vulissi fa’ assaggià!
Per non parlare di quando la condiamo col ragù… che non è di carne macinata come il vostro, ma è tutto uno scoprire di pezzetti deliziosi: ora una bracioletta, a volte un pezzetto di cotechino, oppure una costina. Ah avvocà, o’ paradiso!

Ma non mi voglio dilungare, so che voi tenete a che fare, cose serie. Dunque dovete sapere che da che mondo è mondo i passeri si mangiano o’ granturco. Allora da che mondo è mondo nuie ci mettimmo qualche pianta di canno pe’ miezzo. O’ canno, avvocà, la canapa.
Si perché ai passeri piace molto. E, a verità, quando è settembre, anche a me mi piace, mo’ fumo rint’a pippa (nella pipa) e me ne vado a dormì sereno. Certe volte o’ tabbacco che pure coltiviamo, fa una muffa strana e nun se può concià, ma o’ canno nun si ammala maie…

Io ora sono qui. In Questura. Avvocà dicono che io spaccio. Vi dico la verità, qualche volta ho spacciato a nero. Eh si, ho venduto farina di granturco, qualche cotechino, salsicce e sopressate e pure e’ melanzane sott’olio che fa mia cognata, senza mai fare scontrino fiscale. O’ saccio, è reato.
Ma avvocà se fa pe’ campà, e chisti mi mettono in galera! So’ venuti all’alba, co’ tre furgoni n’coppa (sopra) o’ granturco che mel’hanno tutto arruvinato. Io tenevo una decina di piante di canno, quattro agli angoli e cinque o sei pe’ miezzo. Me le hanno sradicate e dicono che è il corpo del reato.
Ma quale corpo e corpo, io tengo un corpo forte, e non ho mai fatto reati, giuro avvocà, non ho fatto mai male a nessuno.
Poi tengo ‘na valansa (una bilancia) di quelle con due piatti, pensate che ci pesavo pure e’ criature quand’ereno nionati. Ebbe’ dicono che è la prova dello spaccio: che io ci pesavo la droga. Ma che è sta droga? Io pensavo che era polvere, che nun se puo’ pesà sulla valansa meia. Chilla tene certi pesi di ottone, e che vuoi pesà polveri!

Avvocà aiutatemi, io fra poco devo fa’ la vendemmia, e poi le aulive (olive), quelle vanno frante subbito che sennò esce l’olio rancido, che se non ci sono io a organizzare chi lo fa? Chilla muglierema è scema (mia moglie è scema) nun cia’ può fa’ (chiedo scusa a tutte le donne ma riporto solo le parole di Biluccio).
Mi rimetto alla vostra infinita sapienza, nel frattempo vi mando due galline. Non per darvi dell’Azzeccagarbugli, per carità d’Iddio, ma queste sono due galline speciali, mie amiche, garantite, so’ soddisfazioni.
E non dico altro…

Con deferente devozione sempre ai vostri ordini,
Fierro Biluccio

lettera

Ma non è finita qui. Pare infatti che all’avvocato Zaina, cui va tutta la nostra solidarietà per questo spigoloso caso che si troverà suo malgrado a dover seguire, sia arrivata in seguito anche una lettera da parte della moglie di Biluccio, tale Filumena Ferrante maritata Fierro. Ve la riportiamo di seguito, non prima di avervi però messo in guardia riguardo ai contenuti a tratti scabrosi della stessa.

Eccellentissimo Avv. Carlo Alberto Zaina,
Buona sera avvoca’, mi chiamo Filumena Ferrante maritata Fierro e sono la moglie di quello scornacchiato di mio marito che mo’ sta al gabbio.
Voi penserete che vi scrivo per raccomandarvi di farlo uscire presto, macchè, tutt’o’ contrario avvocà, tenetemelo lontano per qualche mese, ve lo chiedo col cuore in mano.Io non ce la faccio più, mi so’ scocciata. Quando fuma quella schifezza diventa insopportabile, ride comm’o scemo che veramente o pigliasse a paccheri (lo prenderei a schiaffi). Se poi si fa ‘no paio di bicchieri di quello buono e ci fuma acoppa diventa maniaco sessuale.

Oh avvocato mio, l’altra sera mi spremeva le zizze accussì forte che mi ha fatto i lividi, mi voleva mettere a pecorina sul tavolo della cucina, ma che scherziamo?
Io sono una femmina per bene, come ce lo dico a don Peppe in confessione? Mi vergogno pure a pensarle certe cose. Poi, ma che rimanga fra di noi, se io mi rifiuto, diventa una furia, si chiude nel pollaio e io sento le galline urlare forte come se le stesse accirendo (uccidendo), ma che ci fa? Mah, io so solo che dopo non fanno più uova, me le sta rovinando tutte.
Insomma non o sopporto chiù.

Oddio quei poliziotti hanno un poco esagerato, hanno schiacciato tutto o’ granoturco coi furgoni, messo sott’e’ncoppa (sottosopra) il fienile che cercavano la droga e gli hanno messo pure le manette. Il povero Biluccio mio chiagneva comme ‘no criaturo, ma in fondo ben gli sta, accussì impara a trattarmi come una cretina.
Che poi io glielo avevo detto, metti due spaventapasseri, no quelle piante malefiche che già il figlio di Maria passò un guaio l’anno passato, due mesi di carcere pe’ quattro piante. Avvocà dopo il carcere il ragazzo non è più quello di prima, nu parla, è triste, certo a diciott’anni trovarsi in mezzo ai delinquenti veri, non è una bella cosa.

Mo’ io gli devo dimostrare che non sono una scema, aggia fa’ a vendemmia e pure la raccolta delle aulive, quindi non lo voglio vedere prima di novembre. Avvocà vi prego facitime ‘sta grazia, e ve ne sarò grata per sempre.
Sapete che vi dico? Che mo’ vi invio ‘na bella boccia di quello buono. O’ conoscete o’ Taurasi? No? E che vi siete perso! Dopo il Barolo è il vino più buono e quello che tengo in cantina sta in botte da più di due anni, un nettare avvocà, altro che canapa! Anzi mo’ me ne vado a spillare una bella caraffa ca songo no’ poco nervusa.

Sempre serva vostra,
Filumena Ferrante in Fierro

di Silvia Bonetti

http://www.dolcevitaonline.it – 18 Luglio 2014

“Caro Biluccio e Gentilissima Filumena qui c’è poco da ridere. Se Lei Biluccio coltiva per se o fa uso di cannabis, per tanti (inquirenti e magistrati) a tutt’oggi costituisce un pubblico pericolo e deve essere punito quasi fosse un vero criminale. Ciò nonostante si consoli e mi permetta di invidiarLa perchè mi sembra proprio che risulti che Lei non si priva nè dei piaceri della buona cucina, nè delle delizie dell’amore coniugale (almeno a quanto mi scrive, con falso sdegno, Sua moglie). Porti pazienza per i suoi focosi impeti se dovesse incontrare qualche improvviso mal di testa o rifiuto da Filumena, le galline (intese in senso di animali) non mi sembrano una alternativa valida. Quanto a Lei Filumena, non può chiedermi qualcosa che sa bene non posso fare (sarei un patrocinatore infedele) e che credo (proprio perchè con un fastidio che non convince, ma che in realtà tradisce un grande orgoglio per la mascolinità di Biluccio, descrive l’ars amandi e l’appetito di Suo marito) Lei in fin dei conti non voglia. Lei è in realtà compiaciuta perchè gli anni passano, ma Biluccio continua a desiderarLa e Lei subisce una minima concorrenza sola dalla cannabis e non da altre. E’ vero, Biluccio qualche volta si è riempito la pipa di cannabis, spesso si è mostrato testone e non è stato ad ascoltare i Suoi ragionevoli consigli (gli spaventapasseri sono sempre un everegreen), ma mi sembra buono e meritevole di perdono e sostegno. Dunque, vediamo, invece, di essere concreti e di risolvere la questione positivamente riportando subito Biluccio a casa, perchè Lei Filumena non ne senta troppo la mancanza e non sia attratta da altre sirene (vino a parte che è una buona scusa, ma insufficiente ed a lungo andare di copertura e poco salutare). Biluccio sarà da me difeso con grande impegno. Sarà meglio che non apra bocca dinanzi al giudice, perchè temo potrebbe complicare assai la sua posizione. Quindi, come diceva mia nonna “un bel tacer non fu mai scritto” e, pertanto, seguiremo la via del silenzio, sperando che il giudice apprezzi il fatto di non essere stato costretto a chiamare un interprete. Abbiamo una precisa strategia. Speriamo, infatti, nella libertà, negli arresti domiciliari nell’obbligo di firma,, nell’assoluzione e, decrescendo, nelle attenuanti generiche, nel comma 5, nella sospensione della pena, nella seminfermità di mente, nella Corte Costituzionale, nelle Sezioni Unite, nella giurisprudenza ed anche se necessario nella pietà e commiserazione del giudice (ma su questo punto poco). Se poi,serve si butti anche in terra e svenga, fa sempre colpo ed impressione. Capisce, quindi che la causa è assai difficile e che debbo attentamente studiarla perchè tali e tante sono le opzioni cui posso ricorrere e devo superare lo scetticismo del giudice e spiegargli in modo convincente le nostre tesi. Veniamo, così, adi un ultimo particolare – che mi pare abbiate colpevolmente trascurato nella foga -, in quanto purtroppo esistono vili necessità terrene e miseri adempimenti giurisdizionali cui nessuno può sfuggire, tanto meno l’avvocato ed il suo assistito. Mandatemi, quindi, subito qualcuno in studio, con mani ben impegnate e che bussi alla porta con i piedi, che mi ponga in condizione di non dovere pensare a lungo a quegli adempimenti economici, che fastidiosamente devo prendere in esame. E’ importante, infatti, che io possa calarmi totalmente nelle delicate problematiche del caso e possa dedicare loro quei miei preziosi e numerosi neuroni che la vicenda mi impone di usare. Mi raccomando, inoltre, che non vi passi per la mente di effettuare pagamenti in natura di alcun genere….pur svolgendo la stessa professione non sono Azzeccagarbugli ed a me, capponi, polli o tacchini non piacciono…. E ricordate che chiedere la fattura è un optional (che vi comporterà, come maggiorazione – ve la sarete voluta voi – il pagamento del CAP e dell’IVA), perchè impegnato come sono potrei dimenticarmi di questo insignificante particolare, che non ho proprio fisso in memoria….. A presto lieto dell’incontro professionale.

Ps anche la mia risposta e’ ovviamente scherzosa.

Avv. Carlo Alberto Zaina

L’Unione delle Camere Penali Italiane boccia la “Riforma della Giustizia” programmata dal Governo Renzi


Avv. Valerio SpigarelliValerio Spigarelli, Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, boccia la proposta in 12 punti del governo Renzi: “Serve molto altro”.

“Mettiamola così: il progetto contiene alcune enunciazioni condivisibili. Ma nell’insieme è decisamente “pochino” per definirlo una vera riforma”. A Valerio Spigarelli, avvocato romano e dal 2010 presidente dell’Unione delle camere penali, basta questa breve premessa per colorare di scetticismo i 12 punti del “progetto di riforma della giustizia” presentato il 30 giugno dal Guardasigilli Andrea Orlando e sbandierato dal premier Matteo Renzi come “svolta epocale”.

Insomma, avvocato Spigarelli: ancora una volta… non arriverà la svolta?

Questa non è una riforma strutturale della giustizia. Da anni si parla di “grandi svolte”, ma qui non c’è nulla che attenga alla struttura costituzionale, al titolo IV: per esempio, non si propone nulla di veramente incisivo sul Consiglio superiore della magistratura; nulla sulla terzietà del giudice rispetto ad accusa e difesa; nulla sulla favola dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Anzi, semmai noto che c’è una piccola marcia indietro: i “saggi”, convocati nel 2013 da Giorgio Napolitano, avevano proposto un’Alta corte di disciplina separata per tutte le magistrature, mentre al punto numero 7 della “riforma” il ministro oggi pare volerla creare esclusivamente per la magistratura amministrativa e contabile.

Però ai punti 4 e 5 si parla del Csm: si dice che la carriera dei magistrati dev’essere basata sul merito e non sulle correnti, e che nel Consiglio dev’essere separato il ruolo di chi fa le nomine delle toghe e di chi applica le sanzioni.

Non basta. Il vero problema della giustizia italiana è che la terzietà del giudice non solo non è garantita, non c’è proprio. Il giudice resta contiguo al magistrato inquirente, ne condivide la istanze volte ad affermare la pretesa punitiva dello Sato e anzi se ne fa spesso carico in prima persona. A dimostrarlo è anche l’altissimo numero di provvedimenti di custodia cautelare: l’Italia è il solo paese europeo dove i detenuti in attesa di giudizio superano il 40% del totale. E la motivazione prevalente è quella del pericolo della reiterazione del reato: proprio perché il giudice condivide in pieno l’idea che il processo sia uno strumento di difesa sociale, non di risoluzione di una singola vicenda che contrappone lo Stato a un singolo imputato.

Lei sa, vero, che gli avvocati milanesi sciopereranno giovedì 17 luglio proprio perché in udienza un giudice ha dichiarato che, se fossero continuate le convocazioni di testi della difesa a suo parere “inutili”, in caso di condanna sarebbe stato “più duro” con gli imputati?

E hanno ben ragione di protestare. Questo problema emerge con forza anche dal saggio “I diritti della difesa nel processo penale e la riforma della giustizia” (Cedam, 224 pagine, 22 euro), curato dal grande giurista bolognese Giuseppe Di Federico e sponsorizzato dall’Unione delle camere penali. Nel corso del 2013 sono stati intervistati 1.265 penalisti italiani e il libro è appena uscito. Sa che cosa racconta?

Un disastro?

Che nel 72,9% dei casi il giudice accoglie “sempre o quasi sempre” una richiesta d’intercettazione avanzata dal pm, e un altro 26% dice che questo accade “di frequente”. Che il giudice è “più sensibile alle sollecitazioni del pm rispetto a quelle del difensore”: per gli avvocati è così nel 58 per cento dei processi “ordinari” e la quota sale al 71 nei procedimenti “rilevanti”, quelli più importanti e più seguiti dai mass media. Ne esce che l’iscrizione ritardata nel registro degli indagati è una pratica lamentata dal 65,9 per cento degli avvocati. Si scopre che molti di loro denunciano di essere non soltanto intercettati mentre parlano con i loro clienti (e questo accade “sempre” o “di frequente” nel 28,9 per cento dei casi, e “a volte” nel 42,2 per cento), ma che l’intercettazione, pur se totalmente illegale, viene perfino trascritta ed utilizzata negli atti. Si scopre che il 92,1 per cento degli intervistati sostiene che, nell’esame in aula dei testimoni, il giudice pone “domande suggestive”: una pratica espressamente vietata dal codice di procedura penale a tutela del diritto di difesa.

E quali sono le soluzioni che proponete voi avvocati penalisti?

Separare le carriere. E separare il Csm: due Consigli che decidono su carriere in modo separato per giudici e magistrati inquirenti. Poi un’Alta corte di disciplina, competente sulle violazioni disciplinari dei magistrati e anche degli avvocati in grado di appello. E perché non una Scuola superiore delle tre professioni giudiziarie, dopo la laurea? Alla fine, chi ne esce sceglie se fare il pm, il giudice o l’avvocato. Servirebbe anche per dare una qualche ventilazione alla magistratura e creare una comune cultura delle regole.

Altri elementi di debolezza della proposta in 12 punti del governo?

Al punto 9 leggo: “accelerazione del processo penale e riforma della prescrizione”. Ecco: chi non è d’accordo con lo slogan sui tempi? Ma il problema è proprio questo: in questi 12 punti io vedo soltanto slogan, se non battute. Il punto è che per tanti anni abbiamo avuto un premier che faceva battute e poi, purtroppo, non faceva le riforme che vagheggiava. Quello era l’originale: non vorrei che Renzi fosse l’imitazione. Slogan per intercettare la voglia di cambiamento e poi nessun atto concreto Ma torniamo al processo penale e alla prescrizione: lei sa dov’è che si prescrivono, soprattutto, i processi italiani?

Dove: in primo grado? In Corte d’appello?

Sorpresa. Nelle indagini preliminari: il 60% delle prescrizioni avviene lì, quando il fascicolo è ancora sul tavolo del pm! Il problema è che la stessa obbligatorietà dell’azione penale è una favola: a Bologna, Milano, Napoli, Roma, Torino, i procuratori hanno stabilito regole discrezionali per la gestione dell’arretrato, con canali preferenziali per questo o per quel tipo di reati. Ma perché ogni Procura deve andare per la sua strada? Non sarebbe meglio che la fosse la politica a indicare i reati da perseguire in modo prioritario, assumendosene la responsabilità in modo trasparente, davanti agli elettori?

Poi, a complicare ancora le cose e a garantire la prescrizione, c’è la lentezza della burocrazia tribunalizia…

Già. Lei sa a Roma quanto ci mette in media un fascicolo a passare dal Tribunale alla Corte d’appello?

No, quanto?

Sono appena 50 metri a separare i due uffici: ma la durata media per la trasmissione degli atti è 8 mesi. La prescrizione avviene nell’8% dei casi per “colpa” dell’avvocato o dell’imputato, ma nel restante 92% dei casi arriva per défaillance dello Stato. Per questo servirebbe davvero una riforma, non banali enunciazioni di principio.

Intanto la magistratura associata è comunque sul piede di guerra: ma la politica ce la farà mai a varare una riforma della giustizia veramente autonoma?

Per troppi anni la politica ha affidato le chiavi di ogni riforma in materia all’ordine giudiziario: è ovvio che quell’ordine apre e chiude le porte a seconda delle proprie convenienze. Oggi che la sinistra è al governo, però, il problema emerge. Lo stesso Giovanni Fiandaca, il giurista siciliano che il Pd ha candidato alle ultime elezioni europee (e che ora potrebbe andare al Csm, ndr) dice che vorrebbe un paese dove chi fa le leggi fa le leggi, e chi fa il giudice si limita ad applicarle. Ecco, io spero che la politica riaffermi il suo primato, uscendo dalla tutela dell’ordine giudiziario. Ma deve fare meglio di così. Molto, molto meglio.

Maurizio Tortorella

Panorama, 15 luglio 2014

Napoli, Ciruzzi (Camera Penale): serve Amnistia e Indulto, il carcere non è “strumento d’indagine”


toga_avvocato“Invece di depenalizzare, dal 1999 ad oggi abbiamo prodotto 320 nuove norme. I risarcimenti? Non risolvono il problema”. I cambiamenti in campo carcerario sono in atto, se ne parla da tempo e il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, è riuscito a strappare una proroga a Strasburgo.

Ma le misure messe in campo sono davvero efficienti per dare un nuovo volto alla giustizia italiana? A queste domande risponde l’avvocato Domenico Ciruzzi, Presidente della Camera Penale di Napoli.

Avvocato, i dati sul sovraffollamento carcerario a Napoli, indicano una flessione delle presenze. Secondo lei, sono dati significativi?

“I dati non sono significativi perché arrivano dopo un periodo di totale illegalità. Quelli messi in campo sono piccoli, importanti provvedimenti, ma non sono risolutivi. Continuiamo a versare in uno stato di censure europee. Insisto nel dire che il Governo si sarebbe dovuto precipitare ad attuare amnistia e indulto per avere una situazione accettabile. Amnistia e indulto non sono un male necessario, ma un dovere necessario da parte dello Stato”.

Meno di due settimane fa è stata approvata una normativa per il risarcimento a favore dei detenuti che hanno subito la carcerazione in condizioni inumane. Pensa che ci saranno fiumi di ricorsi?

“Difficile capire come si evolveranno le cose, ma questi restano provvedimenti finalizzati ad evitare la sanzione, non certo a risolvere il problema. Per una questione meramente elettoralistica, perché si teme di perdere consensi, non si fa un indulto che invece sarebbe la mossa risolutiva”.

L’Italia ha ottenuto una proroga dall’Europa per l’attuazione delle sanzioni fino a giugno 2015. Secondo lei c’è tempo sufficiente per riuscire a rientrare nei parametri europei e tornare ad avere un sistema carcerario aderente ai dettami della Costituzione?

“Per riuscirci i campi di cambiamento dovrebbero essere due”.

Quali?

“Dovrebbe esserci un cambiamento culturale e uno delle riforme. Gli stessi giudici hanno una visione del carcere come strumento d’indagine, quando dovrebbe essere invece l’estrema ratio. Non ci sono strumenti in atto, nemmeno le norme per gli arresti domiciliari sono state approvate in via definitiva”.

Nel concreto, che cosa si sarebbe dovuto fare?

“Guardi, dal 1999 ad oggi si sarebbero potuti fare tanti passi avanti, ma invece di depenalizzare alcuni reati, sono state varate sempre nuove norme per dare al cittadino l’impressione di una maggiore sicurezza”.

Di quante norme stiamo parlando?

“Sono state introdotte 320 nuove norme, per fortuna e ‘è stato il recente intervento della Corte costituzionale per differenziare almeno le pene in materia di droghe pesanti e leggere, superando la Bossi-Fini. Il carcere dovrebbe essere applicato solo per le cose eclatanti”.

Provenzano resta in 41 bis. Se ad ottobre sarà ancora vivo il Tribunale di Sorveglianza di Roma deciderà se revocargli il carcere duro


Perché Ponzio Pilato è, nell’immaginario collettivo, sinonimo di viltà ?

Perché è, rappresenta il potere, gli viene chiesto di decidere, di scegliere e si lava le mani. Lascia al popolo le sua responsabilità, se ne scarica e sa che il popolo deciderà morte.

Si è celebrata il 20 giugno 2014 avanti al Tribunale di Sorveglianza di Roma, l’udienza per stabilire se Bernardo Provenzano dovesse restare in 41 bis, regime carcerario differenziato. La difesa chiedeva, con l’avallo delle Procure DDA di Palermo, Caltanissetta e Firenze che, alla luce delle numerose perizie in atti che ne certificavano le drammatiche condizioni di salute, uno stato cognitivo gravemente ed irrimediabilmente decaduto nonché l’incapacità di comunicare con l’esterno, venisse revocato il 41 bis nei confronti del Provenzano. L’odioso regime di carcerazione, infatti, si traduceva, nella specie, soltanto in una tortura vindice che colpiva gli stretti congiunti del malato ormai moribondo, privati della pietosa possibilità di fargli una carezza. Intanto a Milano, su impulso del Magistrato di Sorveglianza, si era discusso se sospendere la carcerazione del Provenzano, proprio in virtù del quadro clinico ormai disperato. I Giudici Milanesi avevano disposto una ulteriore perizia e fissato al 03 ottobre l’udienza di trattazione per decidere, facendo salva una eventuale anticipazione ove necessitata dal precipitare della situazione sanitaria del detenuto.

Dopo due settimane di attesa, anche il Tribunale di Sorveglianza di Roma decideva pedissequamente un rinvio della questione 41 bis, al 03 ottobre. Quando si dice le coincidenze!

“Il Tribunale, ritenuta la necessità ai fini del decidere, vista la relazione dell’Azienda Ospedaliera San Paolo in data 11.06.2014 – scrive a Roma il giudice relatore nel provvedimento di rinvio – dispone l’acquisizione di informazioni più dettagliate e precise in ordine alla storia clinica, alla diagnosi, alle patologie riscontrate, con indicazione di esami clinici e strumentali effettuati e relativi esiti soprattutto in merito alle patologie neurologiche”. Un rinvio a quattro mesi di distanza che non ha giustificazione alcuna. Le informazioni richieste sono in possesso del carcere e potevano essere inviate in giornata, anche in corso di udienza. Aspettare la decisione di Milano. Questo è il senso palese. Ma cosa diceva la relazione del San Paolo richiamata? “Paziente in stato clinico gravemente deteriorato ed in progressivo peggioramento, allettato, totalmente dipendente per ogni atto della vita quotidiana. Stato cognitivo gravemente ed irrimediabilmente compromesso, portatore di pluripatologie cronicizzate, di catetere vescicale a permanenza, alimentazione spontanea impossibile se non attraverso catetere venoso centrale, sondino naso gastrico, evacuazione dell’alvo difficoltosa, mantenuta con clisteri quotidiani e, occasionalmente con svuotamento manuale delle feci. Si ritiene il paziente incompatibile con il regime carcerario. L’assistenza sanitaria di cui necessità sarebbe erogabile solo in ambiente sanitario di lungodegenza”.

Questa era la relazione. Di che altri accertamenti, esami e verifiche avevano bisogno per affermare che Bernardo Provenzano non è più un boss? Che non è forse nemmeno più un uomo se non ha impeti, volontà, azioni, linguaggio? Ancora almeno altri quattro mesi di 41 bis, dunque. Altri quattro mesi in cui i figli guarderanno il loro caro nel silenzio, per pochi minuti, attraverso un vetro divisore. Lo vedranno immobile, sofferente, con lo sguardo perso e spento e non potranno toccarlo.

Ponzio Pilato si lava le mani e lo sa che il popolo sceglie morte.

Avv. Maria Brucale e Avv. Rosalba Di Gregorio

difensori di Bernardo Provenzano

Il Garantista, 08 Luglio 2014

Speciale Giustizia : Intervista all’Avv. Rosalba Di Gregorio, difensore di Bernardo Provenzano


Avv. Rosalba Di GregorioPrima parte: intervista all’Avvocato Rosalba di Gregorio, difensore di Bernardo Provenzano, ex capomafia, detenuto in regime di carcere duro 41 bis O.P.

Seconda parte: Processo Borsellino quater (Strage di via d’Amelio): udienza del 30 giugno 2014, escussione testimoniale di Gaetano Gifuni (ex Segretario generale della Presidenza della Repubblica)

http://www.radioradicale.it/scheda/415769/speciale-giustizia

 

Bernardo Provenzano in fin di vita. I Radicali chiedono la revoca del 41 bis


Bernardo Provenzano arrestoBernardo Provenzano sta veramente molto male. E se perfino tre Procure della repubblica, quelle di Caltanissetta, Firenze e Palermo, hanno ritenuto si possa revocargli il regime carcerario duro (il 41/bis), io non capisco perchè la politica sia di parere opposto». Rita Bernardini, segretario di Radicali italiani, sta combattendo l’ennesima, solitaria e difficile battaglia di legalità per il più odiato fra i detenuti italiani. Lodevole battaglia, perché diritti e garanzie non sono divisibili, opinabili, differenziabili tra soggetti e soggetti. Eppure il ministero della Giustizia ha finora sempre confermato il regime duro per Provenzano: soprattutto imponendo limiti invalicabili ai colloqui con i suoi familiari.

Il boss mafioso, 81 anni trascorsi per metà in latitanza, condannato a tre ergastoli e in carcere dal 2006, nel 2012 ha tentato il suicidio. Da allora le sue condizioni di salute si sono continuamente e gravemente deteriorate (per questo è da mesi ricoverato nell’ospedale San Paolo di Milano) ed è ormai totalmente inebetito. Del resto, mesi fa Provenzano è stato perfino dichiarato incapace d’intendere e di volere dal tribunale di Palermo, che per questo ha stabilito dovesse essere sospeso il suo stato di imputato nel processo sulla cosiddetta «trattativa tra Stato e mafia», vista la sua impossibilità di partecipare alle udienze.

Ma oggi il boss è praticamente in fin di vita. Anche per questo, da una settimana, Rita Bernardini è in sciopero della fame. La segretaria radicale protesta anche contro l’ultima decisione del ministero della Giustizia. Il 27 marzo il ministro Andrea Orlando aveva negato la sospensione del carcere duro chiesta dall’avvocato del condannato, Rosalba Di Gregorio: «Risulta conclamata oggettivamente la pericolosità del detenuto» aveva scritto allora il Guardasigilli «quale capo indiscusso di Cosa nostra». Eppure la stessa Procura di Palermo aveva segnalato che, pur se effettivamente permane immutata la pericolosità di Provenzano, questi «non è in grado di comunicare compiutamente con l’esterno» a causa delle «condizioni di salute deteriorate».

Oggi pomeriggio si è poi appreso che saranno due medici legali di Milano e un criminologo(chissà perché un criminologo?) a dovere accertare se il boss debba o meno restare in carcere. Il tribunale di sorveglianza di Milano, competente territorialmente in quanto il capomafia ospedalizzato a Milano è formalmente detenuto a Opera, ha nominato i tre periti per verificare le condizioni del padrino di Corleone e se sia possibile un’eventuale sospensione dell’esecuzione delle pene che questi deve scontare.

A indurre i magistrati a valutare una possibile scarcerazione del boss è stato il certificato medico redatto dal responsabile del reparto Medicina 5 dell’ospedale San Paolo (Provenzano è ricoverato nel reparto detenuti del nosocomio milanese). Nel certificato il medico parla di “stato clinico del paziente gravemente deteriorato e in progressivo peggioramento”, di “stato cognitivo irrimediabilmente compromesso” e di “incompatibilita’ con il sistema carcerario”. Il parere del medico è stato inviato anche al Tribunale di sorveglianza che ha fissato un’udienza per l’eventuale differimento della pena.

Il problema è che i periti dovranno pronunciarsi entro il 3 ottobre. E non si capisce perché debbano servire addirittura tre mesi per la pronuncia: «Ma chissà se Provenzano sarà ancora vivo il 3 ottobre», chiosa con una nota di pessimismo l’avvocato Di Gregorio. E aggiunge: «Questa decisione mi sa tanto di rinvio, nella speranza che il condannato tolga il disturbo da solo».

Dichiarazione di Rita Bernardini, segretaria dei Radicali Italiani:

Con il sostegno di Marco Pannella e di almeno 150 cittadini, questo è per me il settimo giorno di sciopero della fame finalizzato ad interrompere la tragedia delle morti in carcere e la mancanza di cure che riguardano anche reclusi incompatibili con il regime di detenzione carceraria. Fra queste migliaia di casi è incluso anche il caso dell’ottantenne boss di cosa nostra Bernardo Provenzano che si trova ristretto in regime di carcere duro (41-bis) pur essendo incapace di intendere e di volere e con patologie gravissime. Sebbene sia ridotto al lumicino, leggo che il tribunale di sorveglianza di Roma ha rimandato la decisione sulla revoca del 41-bis al 3 ottobre, abbondantemente superate le ferie estive. In questo modo, una parte della magistratura e lo stesso ministero della giustizia, si contrappongono al giudizio di tre procure della repubblica (Palermo, Caltanissetta e Firenze) che si sono invece pronunciate per la cancellazione del “carcere duro” per Provenzano. Ma non solo. Abbiamo istituzioni che, quanto al rispetto di diritti umani fondamentali, si pongono allo stesso livello di criminalità di coloro che affermano di voler combattere.

Maurizio Tortorella

Panorama, 04 Luglio 2014

Spacciava droga in Carcere a Brindisi. Condannato Agente di Polizia Penitenziaria


Carcere di BrindisiAgevolato dalla divisa che indossava, riusciva ad introdurre nel carcere di Brindisi dosi di hashish e cocaina, che poi spacciava ai detenuti che ne facevano richiesta. Un corriere della droga insospettabile, il 48enne brindisino Salvatore Papadonno, Assistente Capo di Polizia Penitenziaria, che finì in carcere grazie proprio alla “soffiata” di un detenuto e che, recentemente, ha chiuso i conti con la giustizia che rappresentava, patteggiando la pena a due anni e mezzo di reclusione (pena sospesa) e al pagamento di una multa di 10 mila euro.

La sentenza di condanna è stata emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Paola Liaci, che ha accolto la richiesta avanzata dal difensore del basco azzurro “infedele”, l’avvocato Vito Epifani.

L’agente-pusher, secondo le indagini svolte dai carabinieri della Compagnia di Brindisi, si procacciava la droga da smerciare nel penitenziario di via Appia, dove lo stesso lavorava, dai due brindisini Vito Braccio ed Aldo Cigliola, di 33 e 42 anni, che lo rifornivano di “fumo” e “bianca” nonostante entrambi si trovassero ristretti ai domiciliari.

Tutti e tre i brindisini finirono in manette all’alba dell’11 marzo scorso, quando i militari eseguirono le tre ordinanze di custodia cautelare in carcere (Braccio e Cigliola erano già detenuti per vicende precedenti), emesse dal gip Maurizio Saso, su richiesta del sostituto procuratore Milto Stefano De Nozza.

Papadonno svolgeva il ruolo di “fattorino” della droga, in barba all’uniforme che indossava. In violazione dei doveri inerenti alla sua pubblica funzione, infatti, il 48enne era accusato di avere acquistato, trattenuto, trasportato all’interno dell’istituto carcerario e, infine, ceduto a diversi detenuti dosi di sostanze stupefacenti. Un'”attività” parallela ed antitetica, che il carceriere avrebbe svolto almeno fino all’agosto del 2013.

La droga che il basco azzurro spacciava nel carcere brindisino, come emerso dalle indagini dei carabinieri (che piazzarono cimici anche nell’auto del 48enne), nella maggior parte dei casi gli era fornita dai suoi spacciatori di fiducia, ossia Braccio e Cigliola. Il primo, difeso dall’avvocato Cinzia Cavallo, ha proposto una pena a due anni di reclusione ed attende la decisione del giudice; Cigliola, invece, difeso dall’avvocato Laura Beltrami, dovrà comparire davanti al gip Liaci il prossimo 23 ottobre.

A mettere in allarme tanto i carabinieri quanto i vertici della Polizia Penitenziaria del carcere di Brindisi – come detto – fu un “rigurgito di giustizia” da parte di un detenuto: una fonte interna che, con dovizia di particolari, rivelò alla direzione del penitenziario nomi, cognomi, fatti e circostanze in relazione al viavai di droga, maturato all’interno delle mura carcerarie, grazie alla collaborazione dell’agente “infedele”. Confidenze che le indagini tecniche dei carabinieri, fondate anche su intercettazioni ambientali e telefoniche, avvalorarono nel corso dei mesi.

Accogliendo la richiesta di patteggiamento, il gip Liaci ha concesso al Papadonno le attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle aggravanti contestategli, in virtù dell’atteggiamento collaborativo assunto dal 48enne sin dal giorno del suo arresto. L’agente penitenziario, durante l’interrogatorio di garanzia, confessò in lacrime. Papadonno, che fino al 2 aprile scorso fu recluso nel carcere di Lecce, salvo poi ottenere gli arresti domiciliari, è stato condannato anche al pagamento delle spese di mantenimento in carcere, essendo la pena superiore ai due anni.