Ascoli Piceno: detenuto al 41bis in carcere potrà avere riviste porno in cella


CC Ascoli PicenoIl Giudice di Sorveglianza di Macerata ha accolto un ricorso, stabilendo che un recluso, sebbene sia sottoposto al carcere duro, ha il diritto di preservare la propria integrità psico-fisica. Giornali a luci rosse ai detenuti sottoposti al regime del carcere duro.

Sono circa una quarantina i reclusi al 41 bis del carcere di Ascoli Piceno e uno di essi, esponente di spicco della camorra campana, ha vinto la sua battaglia personale: quella di ricevere in carcere riviste per adulti.

Dieci giorni fa l’udienza, e nelle ultime ore è arrivato il responso del giudice di sorveglianza di Macerata, Marta D’Eramo, che ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che un recluso, sebbene sia sottoposto al carcere duro, ha il diritto di preservare la propria integrità psico-fisica. E così, a margine del provvedimento del magistrato, ora, le riviste hot – che comunque non sono presenti nell’elenco delle riviste acquistabili dal carcere attraverso la ditta convenzionata e spedite in maniera del tutto anonima – potranno essere inviate dai familiari dei detenuti.

Ma una volta arrivate ai cancelli d’ingresso del penitenziario dovranno comunque essere sottoposte al cosiddetto visto di controllo, per scongiurare il pericolo di dare modo ai detenuti di mettersi in contatto con il mondo esterno attraverso messaggi cifrati o di altra natura. Un diritto precedentemente negato perché le riviste in questione, il più delle volte, contengono numeri di telefono che accompagnano inserzioni personali.

Il ricorso del camorrista detenuto al 41 bis del carcere ascolano, ha fatto da apripista ad altri detenuti, difesi dall’avvocato ascolano, Mauro Gionni. Le istanze sono state accettate, ma l’inserimento di riviste per adulti alla lista di quelle già consentite non era l’unica richiesta dei 41 bis del penitenziario ascolano, un supercarcere che, negli anni, ha ospitato il gotha delle mafie ed esponenti di spicco dell’Italia criminale: a partire da Ali Agca, Renato Vallanzasca, fino a Raffaele Cutolo, Totò Riina e tanti altri.

Tra i ricorsi di altri detenuti in regime di carcere duro, tra cui quello di un detenuto per reati di mafia, e accolti dal magistrato di sorveglianza, anche quello di poter avere contatti fisici con i figli minorenni e far loro dei regali in occasione di compleanni o altri eventi.

Blindatissima, però, la procedura per l’acquisto, prima, ed il transito, dopo, del dono di modico valore attraverso i corridoi del penitenziario, fino a destinazione: ad ordinarlo allo “spesino” del carcere sarà lo stesso detenuto e una volta arrivato ai cancelli il regalo verrà accuratamente controllato dagli agenti e stoccato in magazzino fino al giorno del colloquio con i parenti.

“Si tratta di colloqui registrati e video sorvegliati – spiega il penalista ascolano, Mauro Gionni, già difensore del boss di Cosa Nostra, Pippo Calò: sono piccole concessioni, ma è comunque una conquista. Il giudice D’Eramo, molto attenta a queste problematiche, senza minare in alcun modo le esigenze di sicurezza, ha anche disposto che i detenuti possano avere disponibilità più ampie di colloqui qualora, nel giorno stabilito, un familiare fosse indisposto per problemi, ad esempio, di salute”.

Eduardo Parente

Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2014

Calderone (A Buon Diritto) : “Basta con le mezze verità sulle morti in Carcere”


Valentina CalderoneDella vicenda di Giovanni Lorusso ci eravamo già occupati. Lorusso, 41 anni, muore nel carcere di Palmi il 17 novembre 2009. Le prime spiegazioni delle cause del decesso sembrano essere univoche: suicidio tramite inalazione del gas della bomboletta con cui i detenuti cucinano.

La vicenda carceraria di Lorusso è tristemente esemplare. Assuntore di sostanze stupefacenti fin dall’età giovanile, Lorusso commette più reati a causa del suo stato di tossicodipendente. Alterna, così, periodi di libertà a periodi in carcere e in comunità terapeutica e il motivo della sua ultima carcerazione è il furto di uno zaino sulla spiaggia di Rimini. Per quel reato, essendo recidivo, viene condannato a 4 anni e 5 mesi.

Inizia a scontare la pena nel carcere di Rimini e il suo difensore fa istanza affinché vengano concessi a Lorusso i domiciliari presso una comunità terapeutica. In attesa della risposta del tribunale, però, Lorusso viene trasferito nel carcere di Ariano Irpino, lontano dalla famiglia che vive in Lombardia. Chiede di essere riavvicinato a casa ma, per tutta risposta, ottiene solo un trasferimento ancora più a sud: il carcere di Palmi in Calabria.

Da qui scrive una lettera alla sorella in cui confessa di aver provato a suicidarsi e in cui denuncia di essere stato picchiato dagli agenti di polizia penitenziaria di Ariano Irpino. Nel frattempo arriva la risposta dal tribunale, che acconsente ai domiciliari in comunità a partire dal 20 novembre. Il fax con la comunicazione arriva in carcere il 16 novembre e, dopo i controlli di rito, può essere comunicata al detenuto dalle ore 12 del 17 novembre. La comunicazione non avverrà mai, e Lorusso viene trovato privo di vita nella sua cella quel pomeriggio stesso.

I punti controversi sono molti e, dopo varie richieste di archiviazione e un processo mai partito, in questo momento siamo a un punto fondamentale. Il 26 giugno scorso si è svolta un’ennesima udienza e un giudice, nei prossimi mesi, farà conoscere la sua decisione: dibattere la vicenda di Lorusso in un tribunale decidendo per il rinvio a giudizio del direttore, di due agenti e del medico psichiatra del carcere di Palmi, oppure concludere che le tante questioni ancora aperte non siano meritevoli di risposta. Ecco i punti su cui l’avvocato Martina Montanari ha chiesto l’integrazione delle indagini, motivando l’opposizione all’archiviazione.

a. La comunicazione del provvedimento di affidamento in comunità, che per legge e prassi doveva essere immediatamente trasmessa a Lorusso. Probabilmente, se quella comunicazione fosse avvenuta nei tempi corretti, il suicidio si sarebbe evitato.

b. L’attitudine del detenuto a compiere atti di autolesionismo, come emerge dagli interrogatori degli imputati: nel diario clinico della casa lavoro dove si trovava prima dell’ultima detenzione sono stati riportati numerosi episodi di autolesionismo; il dirigente sanitario di Palmi “verbalizza minacce di gesti autolesionistici” da parte di Lorusso nel caso in cui non venisse soddisfatta la richiesta di trasferimento; uno degli indagati riporta in cartella clinica il tentativo di Lorusso di tagliarsi le vene ma, nel corso dell’interrogatorio, riferisce di non averlo valutato come gesto autolesionistico.

c. Nel carcere di Palmi viene applicata la “grande sorveglianza” proprio per garantire un maggiore controllo, ma evidentemente la misura non risulta efficace.

In poche parole, la domanda è la seguente: nel carcere di Palmi si era a conoscenza del fatto che Lorusso potesse mettere in atto gesti autolesionistici? A leggere gli atti la sensazione che si ricava è quella di persone che, a vario titolo e con vari ruoli, non avrebbero esercitato la propria funzione né rispettato il proprio dovere. E che provano a scaricare le responsabilità le une sulle altre. Nelle vicenda di morti in carcere – frequentissime purtroppo, 82 nel solo 2014, di cui 24 per suicidio – è difficilissimo riuscire a risalire a responsabilità precise.

A volte si mischiano colpa, incuria, omissione, superficialità. Un mix di azioni e mancate azioni spesso letale. Qualunque siano le circostanze, i diversi ruoli di chi in carcere lavora, le difficoltà innegabili di chi si trova a operare all’interno dei nostri istituti penitenziari, una cosa è certa: non è possibile continuare ad accontentarsi di mancate risposte e di mezze verità quando si parla della vita di uomini che sono stati affidati alla custodia dello Stato.

Valentina Calderone (Direttrice di “A buon diritto”)

Il Manifesto, 2 agosto 2014

I decreti sulle Carceri e lo “scandalo” dei Tribunali di Sorveglianza


Aula Udienza TribunaleSi occupano degli sconti di pena e dei permessi. Ma gli ultimi due decreti, cosiddetti svuota-carceri, vengono applicati in maniera diversa da città a città. E ora vengono assunte anche persone non preparate.

Il decreto legge Cancellieri, il primo inopinatamente denominato “svuota carceri”, ha dato il via ad una situazione di caos devastante negli uffici di Sorveglianza di tutta Italia. Nel decreto si stabiliva, tra le misure per mitigare l’insostenibile sovraffollamento carcerario, dopo le sonore bacchettate della Corte Europea, la concessione ai detenuti meritevoli per buona condotta, di uno sconto di pena ulteriore: non più 45 giorni ogni sei mesi, bensì 75. Nella prima stesura del decreto, il beneficio è esteso indiscriminatamente a tutti i detenuti. I ristretti per reati più gravi dovranno aver dimostrato una concreta volontà di recupero sociale.

In sede di conversione, però, lo spauracchio della sicurezza, sventolato ad arte da alcune forze politiche e dai compiacenti canali di informazione, prevale su ogni buon senso e si stabilisce per legge che se la detenzione inumana e degradante è patita da chi ha commesso reati di particolare allarme, è cosa buona e giusta.

Naturalmente, però, nella vigenza del decreto prima della conversione, una valanga di istanze raggiunge i singoli magistrati di Sorveglianza, Alcuni le decidono subito, tutte, a volte concedendo altre negando il beneficio. Altri aspettano lasciando spirare i sessanta giorni di vita del decreto e subentrare la disciplina penalizzante introdotta dalla legge di conversione e, pedissequamente rigettano le richieste dei detenuti per i reati successivamente esclusi (previsti dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario).

Altri ancora, pur dopo la conversione, continuano ad applicare la maggiore decurtazione di pena anche a chi espia pene per i reati non più ammessi purché abbia proposto istanza nel periodo di vigenza del decreto. Dalla valanga di istanze scaturisce una valanga dì reclami diretti stavolta al Tribunale di Sorveglianza, Il lavoro aumenta, il caos pure. Ogni collegio decidente partorisce una sua interpretazione della norma, perfino all’interno dello stesso tribunale, Tanti indirizzi giurisprudenziali quante teste. E così nessuno sa se avrà la sperata riduzione di sanzione, dipende da che giudice ti capita, dalla sua lettura della norma.

Gli uffici si ingolfano e tutte le attese e le speranze dei carcerati – richieste di permessi premio, dì permessi di necessità per far visita a un familiare morente, istanze di accesso a misure alternative, alla detenzione domiciliare, al lavoro all’esterno – rimangono sospese e dolenti per tempi via via più dilatati.

Il decreto Cancellieri non ha risolto nulla. La situazione carceraria permane drammatica. Il ministro entrante, Orlando, ha il compito di convincere l’Europa che saremo in grado di ripristinare nelle nostre prigioni la legalità attraverso una relazione programmatica che illustri soluzioni concrete e in tempi determinati. E il 30 maggio l’Europa sospende la pena nei confronti dell’Italia. Ancora un anno di tempo e la pressante richiesta di repentine misure risarcitorie in favore dei detenuti che hanno vissuto la carcerazione in spazi asfittici ed angusti, in situazioni di sostanziale brutalità assimilabili alla tortura.

È la volta del nuovo decreto “svuota carceri”, appena approvato dalla Camera e transitato al Senato. Ai detenuti che hanno subito una carcerazione in violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, spetta una riduzione pena pari a un giorno ogni dieci. Chi non è più ristretto, entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto, potrà chiedere “ben” 8 euro per ogni giorno di tortura.

Naturalmente le domande andranno vagliate dal Magistrato di Sorveglianza che dovrà valutare la sussistenza dei requisiti e, dunque, l’effettività di una detenzione subita in condizioni trattamentali disumane, in ambiti spaziali del tutto inadeguati con margini di discrezionalità e di interpretazione che il decreto ha lasciato del tutto aperti. È inevitabile che ne derivi la paralisi definitiva dei Tribunali e degli Uffici di Sorveglianza.

Le migliaia di richieste di graduale ritorno alla vita dei detenuti sono destinate ad attese impensabili. Il decreto prevede quale soluzione un male peggiore, la nomina veloce per i magistrati di Sorveglianza. Il Consiglio superiore della magistratura potrà attribuire le funzioni di magistrato di Sorveglianza, al termine del tirocinio, anche prima del conseguimento della prima valutazione dì professionalità.

La novità riguarda i 370 nuovi magistrati ordinari assegnati con il decreto ministeriale del 20 febbraio 2014 in casi di scopertura superiore al 20% dei posti di Magistrato di Sorveglianza in organico. In effetti, di magistrati di Sorveglianza meno formati e preparati si sentiva davvero il bisogno.

Avv. Maria Brucale

Il Garantista, 29 Luglio 2014

«Sebastiano Pelle, detenuto a Napoli, rischia la vita. Ha urgente bisogno di un intervento cardiaco»


Carcere-di-Secondigliano“Se non verrà, al più presto, sottoposto, in un centro clinico specializzato, ad un delicato intervento chirurgico finalizzato alla sostituzione della valvola aortica, Sebastiano Pelle, rischia di morire in carcere”. È quanto scrive, in un’istanza presentata al Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma, l’avvocato Angela Giampaolo, legale di Pelle, di 54 anni, di Careri (Reggio Calabria), attualmente ristretto nel Carcere di Napoli Secondigliano.

Sebastiano Pelle, originario di San Luca, soprannominato “Pelle-Pelle”, è stato coinvolto nell’operazione antidroga “Good Luck”, eseguita nel maggio del 2012 su direttive della Procura della Repubblica di Roma. Dopo un periodo di irreperibilità, Pelle è stato arrestato dai Carabinieri di Bianco e dallo Squadrone Cacciatori a Careri, in contrada Ancone, nei pressi di un capannone vicino alla sua abitazione, nell’agosto del 2013. Nel processo col rito abbreviato, conclusosi nel maggio scorso, Pelle è stato condannato ad 8 anni di reclusione per traffico di droga.

“Il Gip del Tribunale di Roma – aggiunge l’avvocato Giampaolo – nel maggio scorso, rispondendo ad una nostra precisa istanza, ha invitato il Dap ad attivarsi con la massima sollecitudine per reperire un’altra idonea sistemazione per Pelle, viste le gravi patologie accertate non solo dal nostro consulente ma anche dal perito nominato dal giudice. Dalle perizie effettuate è chiaramente emerso che le condizioni di Pelle sono assolutamente incompatibili con l’ordinario regime di detenzione carceraria. Insistiamo, quindi, affinché Sebastiano Pelle venga trasferito al più presto in una struttura sanitaria adeguata quale cittadino italiano e padre di sei figli e a tutela del suo diritto alla salute, costituzionalmente garantito e previsto anche dalle convenzioni internazionali”.

Nuoro: detenuto al carcere a vita, Marcello Dell’Anna per una sera diventa attore teatrale


Carcere di Badu e Carros NuoroDopo la laurea è riuscito a coronare un altro splendido sogno: calcare il palcoscenico di un teatro per partecipare ad uno spettacolo, vivere qualche minuto di gloria, gustarsi l’emozione di uscire di nuovo dal carcere a distanza di due anni e respirare così l’atmosfera della società civile.

L’attore davvero speciale non è un detenuto “qualsiasi”: si tratta del 47enne di Nardò Marcello Dell’Anna, in carcere da 23 anni, condannato all’ergastolo ostativo (per reati associativi) e quindi destinato per la legge italiana a marcire in galera come si dice in questi casi. Così dopo essersi laureato in Giurisprudenza nel maggio di due anni fa con il massimo dei voti all’Università di Pisa nel periodo in cui era detenuto nel carcere di Spoleto solo poco tempo fa Dell’Anna ha impreziosito il proprio curriculum di uomo redento diventando uno dei protagonisti di “La fine all’alba”, uno spettacolo che i detenuti di Roma Rebibbia hanno realizzato presso il teatro “Eliseo” di Nuoro nei giorni scorsi (città sarda in cui Dell’Anna è detenuto dal luglio di un anno fa).

Il 47enne salentino, assistito dall’avvocato Ladislao Massari, presso il penitenziario sardo ha avuto anche la possibilità di salire in cattedra grazie al progetto “Carcere: diritto penitenziario dentro e fuori” realizzato dalla scuola forense di Nuoro in collaborazione con la direzione della Casa circondariale. Il detenuto neretino, seppur condannato al carcere a vita, ha potuto beneficiare di un permesso accordatogli dal giudice del tribunale di Sorveglianza della città sarda che ha valutato l’eccezionalità della concessione “in quanto” così come scrive il magistrato, “la partecipazione alla rappresentazione teatrale rappresenta il culmine di un percorso di positiva riflessione sul proprio vissuto deviante e sulla propria esperienza detentiva, percorso iniziato con gli studi universitari e proseguito attraverso il diploma di laurea, la specializzazione in diritto penitenziario, la gestione in prima persona di seminari di approfondimento della tematica penitenziaria rivolti ad avvocati ed esperti del settore”. Un caso unico in Italia destinato certamente a lasciare il segno con cui il sistema penitenziario italiano ha dimostrato che l’Europa dei diritti civili non è poi così lontana come invece molto spesso magistrati e istituzioni fanno sembrare.

Francesco Oliva

Gazzetta del Sud, 25 luglio 2014

Padova: il direttore Pirruccio; droghe e telefoni in carcere ? non ho mai saputo nulla


Carcere di Padova“Non sapevo nulla dello spaccio e dei favori che avvenivano all’interno del carcere altrimenti sarei intervenuto”. Lo ha detto Salvatore Pirruccio direttore della Casa di reclusione del carcere Due Palazzi, interrogato ieri mattina, come persona informata sui fatti, dal sostituto procuratore Sergio Dini nell’ambito dell’operazione “Apache” che un paio di settimane fa aveva portato all’arresto di 15 persone, e tra loro di diversi agenti della polizia penitenziaria.

L’accusa ha portato alla luce dei favori sistematici di alcune guardie corrotte che portavano all’interno delle celle telefonini, sim card, droga, dispositivi di memoria e in alcuni episodi film pornografici. Il magistrato, inoltre, ha voluto capire come mai nessuno si era accorti che alcuni agenti arrivavano al penitenziario dopo aver assunto stupefacenti.

Pirruccio ha spiegato al magistrato che non sono previste verifiche in grado di far emergere casi del genere. L’unica visita accurata, infatti, viene fatta all’agente all’atto dell’assunzione, poi più nulla visto che i medici che lavorano all’interno del penitenziario hanno competenza esclusivamente sui detenuti e non sugli agenti.

Nel frattempo il giudice Mariella Fino ha negato la scarcerazione, attualmente ai domiciliari, dell’avvocato polesano, Michela Marangon di Porto Viro. Secondo il giudice il quadro accusatorio contro di lei si è ulteriormente aggravato.

All’interno del carcere arrivava di tutto ai detenuti, bastava pagare gli agenti di polizia penitenziaria (sei quelli finiti nei guai, due in carcere a Santa Maria Capua Vetere e quattro ai domiciliari) e così la cella diventava – seppur con i limiti del caso – un hotel a cinque stelle. Siamo tra l’agosto e il settembre scorso e la Squadra mobile della polizia, guidata dal vicequestore Marco Calì, sta intercettando un gruppo di marocchini sospettati di un traffico di droga. Un’indagine di routine come tante altre che prende una piega particolare quando gli investigatori (coordinati dal pm Sergio Dini con la supervisione del procuratore aggiunto Matteo Stuccilli) scoprono che uno degli acquirenti è un agente della polizia penitenziaria.

Scattano accertamenti e intercettazioni, ed emerge il caso delle “mazzette” in carcere: i secondini portavano dentro di tutto in cambio di soldi dai detenuti e dai loro parenti. Alcuni agenti in servizio alla Casa di reclusione – secondo le contestazioni – erano dediti, in pianta stabile e in concorso con familiari ed ex detenuti, a un sistema illecito finalizzato all’introduzione in carcere di droga (eroina, coca, hashish, metadone), di materiale tecnologico (telefonini, schede sim, chiavette usb, palmari) ai detenuti.

Il Mattino di Padova, 24 luglio 2014

Roma, Durante una perquisizione in cella, gli ruppero l’apparecchio acustico. Negato risarcimento a detenuto 63enne


Carcere Regina Coeli RomaSordo da quasi due anni, per “colpa” dello Stato. Doveva essere una normale perquisizione in cella, a Regina Coeli, quella a cui venne sottoposto un detenuto: ma, al suo rientro, il 63enne si accorse che qualcosa era andato storto e che il suo prezioso apparecchio acustico, unica difesa dal grave deficit auditivo che lo rende pressoché sordo, era ridotto in frantumi.

Per questo, esasperato, ha deciso di sporgere denuncia chiedendo il risarcimento danni. L’uomo, all’epoca dei fatti gestore di una tabaccheria vicino al Colosseo, racconta che il 15 settembre del 2012 venne arrestato con l’accusa di spaccio di stupefacenti. Al processo di primo grado fu condannato a 4 anni di reclusione, poi ridotti a 3 anni in appello, da scontare a Regina Coeli. In questa struttura, il 9 novembre di due anni fa, a seguito di una perquisizione a sorpresa, avrebbe rinvenuto il suo apparecchio acustico danneggiato in modo irreparabile.

Il detenuto fece subito presente l’accaduto al personale e si sarebbe successivamente rivolto all’avvocato Simone Pacifici, già legale dell’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali). Quest’ultimo avrebbe richiesto e ottenuto un incontro con un dirigente della struttura carceraria che, si legge nella denuncia, “convocò gli agenti che confermarono i fatti”.

La richiesta di rimborso venne però rigettata. Inutile ogni tentativo, a spese del detenuto stesso, di riparazione dell’apparecchio “anche con l’invio a Milano presso tecnici specializzati”. Così il 63enne, che nel frattempo aveva ottenuto gli arresti domiciliari, impossibilitato a sostenere le spese per il riacquisto dell’apparecchio (superiori ai 4mila euro), sarebbe stato costretto a vivere in condizioni di estremo disagio per evitare il ritorno in carcere: che sarebbe inesorabilmente scattato qualora non avesse sentito gli agenti bussare alla sua porta per effettuare i consueti controlli sullo stato di detenzione in casa. Anzi, a causa della sua sordità, sarebbe stato costretto a “passare tutte le notti sveglio e a dormire accanto la porta d’ingresso”.

L’avvocato Pacifici ha spiegato: “Ho speranza che la Procura di Roma possa aprire un fascicolo e disporre un’approfondita indagine, capace di fare giustizia in questo caso e in altri analoghi”.