Asti, “Torturato in cella”, ma nessuno paga perché in Italia il reato non esiste


ACasa Circondariale di Astindrea Cirino, 38 anni, è il primo detenuto italiano ad aver subito atti di tortura in un carcere del nostro Paese. Così ha dichiarato la Corte Europea dei diritti dell’uomo – che lo scorso dicembre ha ammesso il suo ricorso a Strasburgo – e così ancora prima avevano scritto nero su bianco i giudici del Tribunale di Asti, riconoscendo colpevole del reato di tortura una squadra della polizia penitenziaria. Eppure per i responsabili accertati non c’è stata nessuna condanna: il reato di tortura in Italia non esiste.

Cirino è stato beffato dalla legge e dallo Stato: il ministero della Giustizia gli ha offerto un risarcimento danni “minimo” che la Corte di Strasburgo (incaricata di valutare l’idoneità di una eventuale mediazione economica rispetto al danno subito) ha respinto al mittente. Obbligando di fatto lo Stato italiano a prendere coscienza del proprio vuoto legislativo – al quale il nostro governo non è ancora riuscito a porre rimedio – e di rispondere di quei reati gravissimi davanti ai giudici.
L’ex detenuto e il suo legale Angelo Ginesi insieme all’associazione Antigone, infatti, non si arrendono. E chiedono a gran voce – proprio alla luce delle parole della Corte Europea e degli Stati Generali sul carcere che si sono appena svolti a Roma – che lo Stato italiano si assuma le proprie responsabilità. Perché vicende come queste non accadano mai più. E perché l’amministrazione penitenziaria “dia un segnale forte e chiaro verso i poliziotti violenti”.

“È inconcepibile – si sfoga oggi con l’Espresso l’ex detenuto – che quei poliziotti continuino a svolgere normalmente il loro lavoro come niente fosse, dopo aver rovinato per sempre la mia vita e quella di altri detenuti e dopo che la magistratura ha dimostrato le loro condotte bestiali”. Visionando le carte, l’Espresso ha infatti potuto verificare che uno degli agenti ha avuto una sospensione di 4 mesi per poi tornare in servizio, un altro ha subito una semplice deplorazione (richiamo scritto) mentre uno dei due responsabili accertati dei fatti più gravi – radiato dall’amministrazione penitenziaria – potrebbe riuscire a tornare in servizio facendo ricorso in Cassazione. Nessun provvedimento interno, inoltre, fu preso nei confronti di altri 10 poliziotti identificati da Cirino e da altri testimoni come esecutori dei pestaggi ma mai rinviati a giudizio. Che oggi risultano in servizio in altre carceri italiane.

La vicenda giudiziaria risale al 2009. Alcuni agenti in servizio nel carcere di Asti hanno i telefoni sotto controllo per via di un sospetto spaccio di sostanze stupefacenti all’interno dell’istituto. Un assistente della Penitenziaria e sua moglie finiscono in manette. Nelle loro conversazioni fanno riferimento ad alcuni pestaggi “per punire i prigionieri più problematici”. Davanti ai magistrati astigiani il poliziotto arrestato vuota il sacco, riferendo un sottobosco di violenze inaudite da parte dei poliziotti – che avrebbero agito spesso sotto effetto di sostanze stupefacenti – nei confronti dei detenuti. Che subivano senza denunciare. Avevano sopportato in silenzio anche Andrea Cirino e Claudio Renne, entrambi piemontesi, in attesa di giudizio per reati contro il patrimonio. Nel 2004 erano diventati le vittime predilette di una squadretta composta da 15 poliziotti che, protetti da un muro di omertà, li aveva sottoposti a feroci pestaggi e vessazioni.

“Tutto era partito da un litigio – racconta oggi Cirino – mi hanno portato nella cella di isolamento, la cosiddetta “cella liscia”, e lì è iniziata la tortura”. “Ci lasciavano nudi e al freddo in una stanza senza finestre – racconta oggi Cirino – entravano dopo le dieci di sera e ci prendevano a botte continuamente per non farci addormentare. Quando sentivo il rumore degli anfibi mi rannicchiavo e aspettavo la raffica. Mi chiudevo come un riccio, sperando che smettessero. Ma loro continuavano, puntuali, ogni notte”. “Ogni tanto mi allungavano un tozzo di pane e un goccio d’acqua giusto per non farmi morire di sete – prosegue Cirino nel suo racconto – A volte mi facevano vedere un bel piatto di pasta, al di là delle sbarre, ma dopo avermi fatto sentire l’odore lo portavano via. Per loro era un divertimento. Ma le cose più terribili avvenivano la sera…”.
Un giorno Cirino si ritrova in ospedale privo di sensi, con il collo viola. Gli dicono che ha tentato il suicidio nella cella di isolamento. Ma lui ancora oggi non crede a questa versione: “Mi ricordo solo di aver mangiato e di essermi addormentato di colpo. Stranamente, quella sera, mi avevano fatto avere un bel piatto di pasta che io, affamato, avevo divorato voracemente. Mi sono risvegliato in ospedale. Ora voglio capire: come avrei potuto impiccarmi se mi tenevano nudo in una cella completamente vuota?”.

Sospetti tremendi, che gettano una luce ancora più inquietante sulla “squadretta” di Asti. “Erano in tutto 15 persone – spiega oggi l’avvocato Angelo Ginesi – Cirino ha identificato ognuno di loro, perché agivano a volto scoperto, eppure siamo riusciti a portare a processo solo cinque di loro. Per gli altri, essendo passati ormai troppi anni dai fatti, non c’erano prove a sufficienza”. Di questi cinque, solo quattro (Marco Sacchi, Cristiano Bucci, Alessandro D’Onofrio e Davide Bitonto) sono stati riconosciuti responsabili in Appello ma salvati, appunto, dalla prescrizione. “Nelle carte del Tribunale i giudici hanno scritto molto chiaramente che se noi detenuti avessimo deciso di denunciare prima – racconta ancora Cirino – forse i poliziotti “picchiatori” sarebbero stati condannati almeno per i reati di lesioni personali. Ma come potevamo farlo? Ci avevano detto che ci avrebbero ammazzati”. “Una vicenda amara che dura da tanti anni e che non è ancora finita”, ricorda l’avvocato Simona Filippi dell’associazione Antigone, la prima ad aver raccolto la testimonianza dei due ex detenuti e ad averli sostenuti durante la complessa vicenda giudiziaria. Chiediamo all’Egitto verità per Giulio. Ed è sacrosanto farlo. Ma siamo l’unico Paese d’Europa a non avere una legge contro le brutalità di Stato.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, infatti, ha dichiarato ammissibile il loro ricorso parlando chiaramente di “atti di tortura”, ma finora non è stato possibile arrivare ad alcun tentativo di mediazione economica.
“Inizialmente il ministero della Giustizia aveva proposto un risarcimento danni di 45mila euro per ciascun detenuto affinché rinunciassero a presentare il ricorso a Strasburgo – spiega ancora l’avvocato Filippi – ma la Cedu ha valutato questa composizione amichevole come non rispettosa dei diritti tutelati dalla convezione europea”. “Una decisione probabilmente presa – ipotizza il legale di Antigone – perché l’Italia non si è impegnata, nel frattempo, a introdurre il reato di tortura”. Ora la palla passa dunque ai giudici francesi. Saranno loro a valutare le responsabilità dello Stato italiano in questa vicenda. E saranno sempre loro a valutare se siano stati presi – oppure no – i dovuti provvedimenti verso gli agenti “picchiatori”.

Interpellato da l’Espresso, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del ministero della Giustizia conferma di aver fatto, all’epoca, tutto il possibile: “A conclusione della vicenda penale – spiegano nei dettagli – furono adottati due provvedimenti di destituzione dal servizio e due provvedimenti di sospensione”.
“A tutela dell’immagine del corpo di Polizia Penitenziaria – proseguono dal Dap – ribadiamo con fermezza che singoli condannabili episodi, come quelli avvenuti nel carcere di Asti, non devono e non possono minimamente ledere l’onore e il prestigio dei singoli appartenenti e del corpo della polizia penitenziaria nel suo insieme, cui va tributato il riconoscimento per il difficile compito al quale sono chiamati quotidianamente per la tutela dei diritti e delle garanzie dei principi costituzionali”. Secondo l’amministrazione penitenziaria, insomma, poliziotti che infrangono le regole che loro stessi sono chiamati a far rispettare dietro le sbarre sono pochi e devono essere allontanati.

Ma è notizia di questi giorni che uno dei “picchiatori” di Asti (Cristiano Bucci) ha presentato ricorso in Cassazione per ridiscutere la sentenza di Appello e probabilmente per ottenere il reintegro. Un suo diritto, certo. Che però l’avvocato di Cirino definisce “uno schiaffo in pieno viso nei confronti delle vittime”. “Si tratta dell’agente che ha avuto il ruolo più grave all’interno di tutta la vicenda, “l’anima nera” di tutta la squadretta – ricorda Ginesi – colui che, intercettato al telefono, incitava il collega a picchiare i detenuti dicendo: “devi fare uscire la carogna che c’è in te”. Sapere che questa persona tornerà a negare l’evidenza davanti ai giudici è qualcosa di vergognoso. Ma noi non ci arrendiamo e andiamo avanti”.

Arianna Giunti

L’Espresso, 23 aprile 2016

Lavoro in carcere: i detenuti fanno causa allo Stato che li paga poco… e vincono sempre!


Casa Circondariale 1Da 23 anni la cosiddetta “mercede”, cioè la retribuzione di chi lavora per l’amministrazione penitenziaria, non viene adeguata ai livelli previsti dalla legge perché non ci sono i soldi: è ferma a circa 2,5 euro l’ora. Innumerevoli i ricorsi. Il ministero della Giustizia sta cercando una via di uscita, ma le soluzioni che vuole proporre rischiano di essere incostituzionali.

“Innumerevoli ricorsi” ai giudici del lavoro, davanti ai quali “l’amministrazione è, naturalmente, sempre soccombente”. Cioè perde. E deve mettere mano al portafogli, con esborsi fino a 20mila euro per ogni singolo caso. È il risultato dell’inadempienza dello Stato, che da 23 anni “per carenza di risorse economiche” non adegua ai livelli previsti dalla legge la retribuzione dei detenuti che lavorano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. I quali ricevono in media 2,5 euro l’ora. A mettere nero su bianco il paradosso, senza nascondere che “l’esponenziale aumento del contenzioso rende sempre più problematico un intervento teso a sanare la situazione”, è lo stesso ministero della Giustizia, nella relazione presentata al Senato dal titolare Andrea Orlando lo scorso 19 gennaio e firmata da Santi Consolo, capo del Dap. Via Arenula sta cercando di trovare una via di uscita, ma le “pezze” che vuole proporre sono peggiori del buco: rischiano di essere incostituzionali.

La “mercede” al palo dal 1994 – I detenuti che lavorano nelle carceri per distribuire i pasti, come impiegati nell’ufficio spesa o come addetti alle pulizie sono più di 10mila (altri 1.400 lavorano per soggetti esterni all’amministrazione, tra cui le cooperative sociali). In base all’articolo 22 dell’ordinamento penitenziario la loro paga, la cosiddetta “mercede”, non deve essere inferiore ai due terzi della retribuzione stabilita per gli altri lavoratori della stessa categoria dal contratto collettivo nazionale in vigore. Peccato che la Commissione ministeriale responsabile di disporre gli adeguamenti non lo faccia dal 1994 perché non ci sono i soldi. Per le mercedi vengono stanziati tra i 50 e i 60 milioni l’anno, a seconda delle presenze di detenuti, ma sempre stando alla relazione in caso di adeguamento servirebbero 50 milioni in più. Così con il passare degli anni la distanza tra i compensi di chi è “fuori” e chi è “dentro” si è allargata sempre di più. A questo va aggiunto che da agosto dello scorso anno la mercede ha subito una contrazione reale a causa dell’aumento, in alcuni casi del cento per cento, della quota di mantenimento, la cifra che ogni detenuto paga per i servizi che riceve in carcere.

La denuncia di Carte Bollate – Le tabelle con la retribuzione netta intascata dai detenuti sono state rese pubbliche da Carte Bollate, il magazine edito dai carcerati del penitenziario in provincia di Milano. “Da noi dipendono tutti i servizi: il funzionamento dei laboratori, le cucine, la distribuzione delle vivande, gli sportelli giuridici e sociali, le cooperative, le biblioteche, la distribuzione della spesa – si legge nel bimestrale – Tutto nelle case di detenzione funziona grazie al lavoro dei detenuti”. Le paghe nette? Da fame: uno scopino riceve 2,23 euro all’ora, uno spesino si ferma a 2,12 e un jolly arriva a 2,33. I più fortunati sono gli scrivani: due euro e settantaquattro centesimi. Notare che questi sono i nomi con cui il gergo ministeriale indica gli addetti alla distribuzione del vitto, all’ufficio e alla tabella spesa, ai quali è concessa una “mercede” in cambio del loro lavoro utile a portare avanti le strutture.

“Budget insufficiente incide su qualità della vita” – La gravità della situazione viene evidenziata dalla relazione presentata al Senato dal ministro Orlando lo scorso 19 gennaio. Il documento è firmato da Santi Consolo, il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. La fotografia è deprimente e inequivocabile: “Non vi è dubbio che nel corso degli ultimi anni le inadeguate risorse finanziarie non hanno consentito l’affermazione di una cultura del lavoro all’interno degli istituti penitenziari”, scrive Consolo. Il budget per la remunerazione dei detenuti nelle attività quotidiane “sebbene incrementato” di recente è “ancora insufficiente” e “incide negativamente sulla qualità della vita”. La retribuzione dei detenuti non viene aggiornata dal 1993 “per carenze di risorse economiche”. Ma la beffa è che quello che lo Stato non paga deve poi versarlo a seguito delle sempre più frequenti cause presentate dagli ex detenuti. Il “mancato aumento delle mercede”, prosegue il documento, ha infatti innescato un “proliferare di ricorsi ai giudici del lavoro” davanti ai quali “l’amministrazione è, naturalmente, soccombente” con “ulteriori aggravi per la finanza pubblica”. Oltre a pagare le differenze retributive modulate sugli anni, lo Stato versa infatti “anche gli interessi e le relative spese di giudizio”.

Osservatorio Antigone: “Mai perso una causa” – Accade sempre più spesso, conferma a ilfattoquotidiano.it l’avvocatessa Simona Filippi, difensore civico dell’Osservatorio Antigone: “Assieme ad alcuni colleghi abbiamo aperto un fronte giuridico e politico da circa quattro anni. In circa quaranta cause intentate non ho mai ricevuto un rigetto”. Le sentenze dei giudici sono univoche e danno ragione agli ex detenuti corrispondendo risarcimenti che variano dai 2mila ai 20mila euro, a seconda del monte ore lavorato. “Visto che le retribuzioni sono ferme dal 1993 – si chiede Filippi – e che la legge prevede la facoltà, in realtà sempre applicata, di abbattere di un terzo i minimi dal contratto nazionale, perché quando è aumentato il mantenimento non è stata tolta la riduzione?”.

Andrea Tundo

Il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2016

Carceri: Cassazione “detenuti in condizioni disumane, lo sconto di pena è retroattivo”


Alban Koleci ha ottenuto un giorno di riduzione ogni 10 trascorsi nei 5 anni in celle sovraffollate. Camere penali: “Verdetto coerente”. Associazione nazionale magistrati: “Applicare retroattività o l’Italia è fuorilegge e paga penali”. Sarà retroattivo lo sconto di pena per i detenuti che vivono o hanno vissuto in condizioni disumane: 24 ore di cella in meno ogni dieci giorni trascorsi dietro le sbarre o, in alternativa per chi è già libero, 8 euro al giorno a titolo di “rimedio risarcitorio”.

È destinata a fare giurisprudenza la sentenza con la quale la Cassazione ha accolto il ricorso di Alban Koleci, albanese rinchiuso a Foggia, che aveva chiesto la riduzione della pena pochi giorni dopo essere stato spostato in una cella a norma. “Un verdetto coerente, è giusto risarcire un detenuto che ha vissuto in condizioni incivili, rispetto alle quali 8 euro sono anche una miseria” commenta a ilfattoquotidiano.it Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione delle Camere Penali italiane. E i costi per lo Stato con migliaia di ricorsi pendenti davanti a magistrati di sorveglianza e giudici civili? “Sono 4mila i ricorsi presentati – spiega Marcello Bortolato, componente della giunta dell’Associazione nazionale magistrati – ma credo che all’Italia convenga attenersi a quanto stabilito dalla Corte di Strasburgo, per non dover poi pagare milioni e milioni di euro per le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo”.

Il caso di Foggia – Alban Koleci aveva chiesto al magistrato di sorveglianza la riduzione della pena da espiare, tenendo conto della permanenza per cinque anni (dal 14 agosto 2009 al 29 ottobre 2014) in una cella piccola “senza lo spazio di movimento necessario e in condizioni inumane”. Nel novembre 2014 il magistrato di sorveglianza aveva dichiarato inammissibile la richiesta. La ragione? L’istanza non era “attuale” al momento della richiesta, perché pochi giorni prima di presentare ricorso Koleci era stato spostato in una cella a norma. Il detenuto è ricorso in Cassazione che, con la sentenza 46966, ha esteso gli effetti della sentenza Torreggiani.

La Cassazione estende gli effetti della sentenza Cedu – Si tratta della storica sentenza con la quale l’8 gennaio 2013 la Cedu ha condannato l’Italia a risarcire sette ricorrenti per il trattamento disumano e degradante subito in istituti penitenziari italiani. Si parla di somme comprese tra i 10.600 e i 23.500 euro (quest’ultima cifra per un periodo di detenzione di tre anni e tre mesi). I rimedi dello sconto di pena e del risarcimento di 8 euro sono stati introdotti con norme del 2013 e 2014 proprio dopo la sentenza della Cedu. Secondo la Suprema Corte, nulla autorizza a ritenere che le caratteristiche di “gravità e attualità” del pregiudizio “costituiscano presupposto essenziale per accedere al rimedio risarcitorio compensativo”. Così è stato accolto il ricorso di Koleci ed è stato annullato senza rinvio il decreto che gli negava lo sconto. Ora tutti gli atti tornano al magistrato di sorveglianza di Foggia perché faccia i calcoli dei giorni di carcere da sottrarre alla condanna.

La posizione dell’Anm – Ma quante sono le persone in carcere o gli ex detenuti che ora vedranno accolti i propri ricorsi? “In Italia oggi ci sono 52mila e 400 persone detenuti, le condizioni di sovraffollamento stanno migliorando, ma i casi pendenti sono circa 4mila” spiega Bortolato. Subito dopo le sentenze della Cedu in Italia la magistratura di sorveglianza si era spaccata proprio sull’interpretazione del termine “attualità”.

“Molti colleghi – continua – respingevano i ricorsi. La posizione dell’Anm è chiara: il rimedio risarcitorio deve essere applicato anche retroattivamente, anche perché altrimenti si rischia di incorrere nelle condanne della Corte Europea”. Un cambio di rotta dovuto evidentemente anche alle diverse condizioni delle carceri sotto il profilo del sovraffollamento: nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, il risarcimento è rappresentato dallo sconto di pena e non dagli 8 euro destinati a chi è già libero. “Che però – ribadisce Bortolato – sono sempre meno dei risarcimenti imposti dall’Europa”.

I numeri – Eppure solo poche settimane fa la Corte dei Conti ha diffuso la relazione che certifica un vero flop della politica carceraria degli ultimi governi. Basti pensare che i commissari straordinari che dal 2010 al 2014 hanno gestito il piano carceri hanno speso poco più di 52 milioni a fronte di una dotazione di 462 milioni e 769mila euro. E che gli interventi immobiliari finanziati dallo Stato, hanno realizzato solo 4.415 posti detentivi invece degli 11.934 previsti. Oltre 52mila persone oggi sono rinchiuse in 202 istituti di pena. Anche se i problemi non sono del tutto risolti il periodo buio dell’Italia per quanto riguarda il sovraffollamento delle carceri è stato quello del triennio 2010-2013.

“Solo in quegli anni 3mila detenuti si sono rivolti alla Corte europea – spiega Simona Filippi, difensore civico dell’associazione Antigone – che, a sua volta, dopo l’introduzione delle norme italiane, rimandava i casi ai nostri magistrati. E molti di loro hanno rigettato le istanze”. Dunque migliaia di casi partono da lontano. “Dal settembre 2009 e fino al gennaio 2013 (quando fu emessa la sentenza Torreggiani, nda) come associazione Antigone – dice Simona Filippi – abbiamo raccolto circa 2mila e 400 richieste di detenuti”. Chi è già libero, per avere il risarcimento, dovrà rivolgersi al tribunale civile. Solo a Roma, nella seconda sezione, attualmente ci sono circa 300 richieste.

Le reazioni – Secondo Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione Camere Penali italiane, questa sentenza ha applicato un principio corretto “sottolineando ancora una volta la necessità di seguire in primis l’articolo 27 della Costituzione, che parla della funzione educativa del carcere”. La corsa alle richieste risarcitorie potrebbe costare molto allo Stato. “Un calcolo impossibile da fare – spiega Migliucci – perché bisogna tenere conto dei giorni di pena per ciascun detenuto, ma anche del fatto che in molti non conoscono i propri diritti e non arrivano al ricorso”. È prudente Felice Casson, ex magistrato e vicepresidente della Commissione Giustizia di Palazzo Madama. “Condivido in casi come questo la riduzione della pena, perché garantisce un diritto fondamentale della persona – dice a ilfattoquotidiano.it – mentre valuterei caso per caso la questione del risarcimento economico per chi non è più in condizioni di disagio”.

Luisiana Gaita

Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2015