Caso Cuffaro, Quintieri (Radicali): “Il Sen. Santangelo (M5S) è un ignorante matricolato”


“Come si può non indignarsi ? Cuffaro, un condannato per mafia, grazie all’indulto e grazie allo sconto di pena voluto da Renzi torna in libertà ! Che vergogna”. Sono queste le dichiarazioni apparse su Facebook di Vincenzo Maurizio Santangelo, architetto trapanese, Senatore della Repubblica appartenente al Gruppo Parlamentare del Movimento Cinque Stelle.

Non appena ho letto queste brevi dichiarazioni sono rimasto sconcertato ed ho chiesto subito al Senatore Santangelo di conoscere qual’era lo “sconto di pena voluto da Renzi” del quale avrebbe beneficiato l’ex Governatore della Sicilia e Senatore della Repubblica Salvatore Cuffaro poiché lo “sconto di pena” riconosciutogli (45 giorni ogni semestre di pena espiata) è previsto nell’Ordinamento Penitenziario dalla Legge nr. 354 del 26 luglio 1975 quando Renzi era nato da soli pochi mesi e non era certamente Capo del Governo Italiano !

Il citato Senatore mi rispondeva : “Grazie all’indulto ha ottenuto un’anno per i reati “non ostativi” e lo sconto di 45 giorni ogni sei mesi per buona condotta. Ora si scusi.” Replicai immediatamente che “Senatore non le ho chiesto dell’indulto ma dello “sconto di pena voluto da Renzi”. Di cosa mi dovrei scusare ? Lei continua a dimostrare la sua ignoranza.”.

Credevo che il botta e risposta fosse finito ed invece, il Santangelo, replicava ancora dicendo “Spenda il suo tempo in cose concrete piuttosto che cercare sterili polemiche. Niente di personale ma inizi a studiare un po’”. Alchè, per l’ennesima volta, risposi al Parlamentare pentastellato che si permetteva pure il lusso di insultare dicendogli “Dovrebbe studiare lei caro Senatore vista la sua ignoranza in merito. E’ stato lei a scrivere fesserie ed ho ritenuto opportuno replicare.”

Il Senatore grillino, evidentemente a corto di argomenti, concludeva la discussione con “Gentile Emilio Quintieri, le auguro buona giornata” ed io replicai “Anche a lei Senatore. Studi un pochino di diritto penitenziario che la prossima volta eviterà di fare figuracce. Saluti”. Non contento, proseguiva con un altro intervento “Grazie ancora, lei è davvero una persona cortesissima.” ed io “Credo che non sia giusto fare disinformazione. Nulla di personale contro di lei ma da un Parlamentare certe cose non sono tollerabili. Mi dispiace.”

Alle mie contestazioni si aggiunsero anche numerosi altri cittadini, militanti Radicali, Avvocati e Professori Universitari. Tutti nel lamentare le enormi scemenze dette dal Senatore Santangelo. Poco dopo, intervennero gli “squadristi a cinque stelle” con insulti ed ingiurie di ogni genere nei miei riguardi e di chi si era permesso di “difendere Cuffaro”. Ed al Senatore Santangelo non gli rimaneva nient’altro da fare che bannarmi e cancellare tutti i commenti sulla sua pagina pubblica, lasciando quelli che gli facevano piacere e qualche altro dai toni più moderati.

Credo che sulla incompetenza di questo “Portavoce a Cinque Stelle” in materia di diritto ed in particolare di quello relativo all’esecuzione penale e penitenziaria, non ci siano dubbi. I cittadini italiani dovrebbero veramente indignarsi nel sapere che un ignorante matricolato come Vincenzo Santangelo sieda in Parlamento !

Andiamo ai fatti.

Salvatore Cuffaro, detto Totò, ex politico italiano, nella giornata di ieri dopo 4 anni e 11 mesi di detenzione espiata presso la Casa Circondariale di Roma Rebibbia è tornato in libertà (22 gennaio 2011 – 13 dicembre 2015).

Il Cuffaro ha riportato condanna definitiva alla complessiva pena di 7 anni di relcusione per i delitti, uniti in continuazione di rivelazione di segreti di ufficio continuata in concorso con altri e favoreggiamento personale continuato in concorso con altri nei confronti di alcuni indagati per associazione mafiosa e per concorso esterno nella medesima.

La Corte di Appello di Palermo, in qualità di Giudice dell’Esecuzione, con Ordinanza del 24 giugno 2011, ha dichiarato condonato 1 anno di reclusione, pari alla pena inflitta, a titolo di aumenti per la continuazione, per i reati di rivelazione di segreti di ufficio e di favoreggiamento personale, commessi nel 2003.

Infatti la Corte di Appello di Palermo, il 23 gennaio 2010, in riforma della sentenza di primo grado, aveva ravvisato per i reati di cui agli articoli 378 e 326 codice penale (favoreggiamento e rivelazione segreti) l’aggravante di cui all’articolo 7 decreto legge 152/1991 ed aveva determinato la pena per il reato di cui all’articolo 378 codice penale (ritenuto più grave e quindi pena base del reato continuato) in anni 5 di reclusione, determinando l’aumento a titolo di continuazione per il reato di cui all’articolo 326 codice penale, in 1 anno di reclusione (quello che poi è stato condonato).

Quindi, in poche parole, il Cuffaro, ha ottenuto un indulto di 1 anno sulla pena complessiva che riguardava il reato di rivelazione di segreti di ufficio, reato non ricompreso tra quelli ostativi ai sensi dell’articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Non è stata condonata la pena inflitta per favoreggiamento alla mafia perché tale delitto era escluso tassativamente dall’articolo 1 comma 2 lettera d) della Legge n. 241 del 31 luglio 2006.

La Costituzione Repubblicana mi pare che all’articolo 3 comma 1 sancisca che la legge sia uguale per tutti. Il cosiddetto principio di uguaglianza che vuol dire che tutti sono titolari dei medesimi diritti e doveri, in quanto tutti sono uguali davanti alla legge e tutti devono essere, in egual misura, ad essa sottoposti. Anche se il condannato si chiama Salvatore Cuffaro. Probabilmente, neanche questo importantissimo principio di democrazia liberale sancito dall’Ordinamento Costituzionale, conosce l’esimio Senatore !

Chiarito questo, andiamo allo “sconto di pena voluto da Renzi”.

Il Senatore Santangelo, evidentemente, credeva che al condannato Cuffaro, fosse stata riconosciuta la riduzione della pena a seguito delle recenti novelle legislative, la cosiddetta liberazione anticipata speciale che prevede l’aumento di 30 giorni per ogni semestre di pena espiata (da 45 a 75 giorni), per le condizioni di detenzione inumane e degradanti e quindi contrarie alla legge, patite dai detenuti in tutti gli Istituti Penitenziari d’Italia.

Presumibilmente, anzi sicuramente, l’ignorante Senatore pentastellato, non sapeva che la suddetta liberazione anticipata speciale (quella che lui chiama lo “sconto di pena voluto da Renzi”) non si applica ai condannati per i reati ostativi previsti dall’Articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Ed infatti, la Legge n. 10 del 21 febbraio 2014, di conversione del Decreto Legge n. 146 del 23 dicembre 2013, prevede espressamente che la detrazione di pena di 75 giorni si applichi ai detenuti “Ad esclusione dei condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4 bis della Lege 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni” (fra i quali quelli riportati dal Cuffaro perché aggravati dalla mafiosità).

Ed infatti, a tal proposito, il Magistrato di Sorveglianza di Roma, con Ordinanza dell’11 aprile 2014, accoglieva la domanda di liberazione anticipata proposta da Cuffaro Salvatore in relazione al semestre di detenzione 22 luglio 2013 – 22 gennaio 2014 e, nel contempo, negava in relazione al medesimo semestre e ad altri in precedenza già positivamente valutati, l’applicazione dell’ulteriore beneficio della liberazione anticipata speciale proprio a causa del divieto stabilito a favore dei condannati per taluno dei reati di cui all’articolo 4 bis O.P., ipotesi ricorrente nel caso in esame. Il Tribunale di Sorveglianza di Roma, con Ordinanza del 10 giugno 2014 prima e la Corte Suprema di Cassazione dopo, il 14 aprile 2015, rigettavano il reclamo dappoichè fondata era la causa ostativa alla concessione del beneficio indicata dal provvedimento reclamato.

Al Cuffaro, dunque, non è stato riconosciuto alcuno “sconto di pena” voluto dal Governo Renzi e/o dagli altri Governi precedenti come intendeva far credere il Senatore Vincenzo Santangelo. Al predetto detenuto, infatti, è stata concessa, ricorrendone i presupposti, la liberazione anticipata di 45 giorni ogni semestre di pena espiata prevista dall’articolo 54 dell’Ordinamento Penitenziario concedibile, a propria discrezione, dal Magistrato di Sorveglianza su specifica domanda del detenuto solo quando ravvisi la mancanza di rilievi disciplinari e la prova di attiva partecipazione all’opera di rieducazione predisposta dall’Amministrazione Penitenziaria (cioè quella che il parlamentare grillino chiama volgarmente ed erroneamente “buona condotta”) e che, si badi bene, non è stata fatta dal Segretario del Pd Matteo Renzi ma risale nientedimeno al lontano 26 luglio 1975 nella VI Legislatura quando al Governo del Paese vi era Aldo Moro, esponente della Democrazia Cristiana (DC) ed il Ministro di Grazia e Giustizia era Oronzo Reale, esponente del Partito Repubblicano Italiano (PRI) ed entrambi Illustri Giuristi e non “dilettanti politici” come il grillino Santangelo.

Proprio questa mattina davanti al Magistrato di Sorveglianza di Roma si è tenuta l’Udienza Camerale per discutere sulla richiesta ex Art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziarioo formulata nel mese di luglio 2014 dal condannato Salvatore Cuffaro per il risarcimento dei danni a causa della illegale condizione di detenzione subita nei quasi 5 anni di detenzione nell’Istituto Penitenziario di Rebibbia. Sono i famosi 8 euro per ogni giorno di detenzione espiato in condizioni disumane e degradanti, non conformi ai criteri di cui all’Art. 27 della Costituzione della Repubblica e all’Art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, secondo la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.

Ebbene, neanche questo “risarcimento” al momento è stato possibile riconoscere al Cuffaro poiché, essendo stato nel frattempo scarcerato (è trascorso circa 1 anno e 6 mesi per fissare l’Udienza), il Magistrato di Sorveglianza di Roma, in accoglimento della richiesta avanzata dal suo difensore Avvocato Maria Brucale, ha dovuto dichiararsi incompetente. Dovrà procedere a citare a giudizio lo Stato innanzi al Giudice Monocratico Civile del Tribunale Ordinario di Roma.

In conclusione, lo ripeto, bisogna indignarsi non per Cuffaro che è uscito dal Carcere ma per Santangelo che siede al Senato della Repubblica !

Mi auguro che il più volte citato Senatore della Repubblica, colga l’occasione, per rassegnare le proprie dimissioni.

Emilio Quintieri

Esperto di Diritto Penitenziario

Già membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani

Carceri, “cattivi per sempre”, no alla rieducazione dei condannati per mafia e terrorismo


Aula della Camera dei DeputatiI mal di pancia giustizialisti tengono a freno i propositi di riforma dell’ordinamento penitenziario. Nessuno spazio per le aspirazioni di reinserimento dei condannati per mafia e terrorismo; uno sbarramento populista vuole i “cattivi” “cattivi per sempre”, in carcere fino alla morte. Viene da chiedersi quale spinta dovrebbe indurre un detenuto senza speranza al rimorso, alla rielaborazione del suo vissuto, al cambiamento; quale senso dovrebbe avere la “buona condotta in carcere”, quando ogni anelito di libertà, ogni possibilità di godere di trattamenti premiali, sono esclusi. Ma tant’è!

Eppure, la effettività rieducativa della pena è stata posta dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, quale fulcro dei criteri della delega di governo depositata il 23 dicembre 2014. Ha ammesso, il ministro, che l’articolo 27 della Costituzione è rimasto una norma di programma mai compiutamente attuata ed ha palesato l’esigenza che il carcere, ancora un luogo carcerogeno che si traduce troppo spesso in una spinta alla recidiva, debba, invece, essere programmato quale momento costruttivo verso un concreto reinserimento del detenuto nella società civile.

Ha espresso, pertanto, la cogente esigenza di “un allineamento dell’ordinamento penitenziario agli ultimi pronunciamenti della corte costituzionale che ha più volte affermato l’illegittimità di un sistema sanzionatorio che si fondi su automatismi o preclusioni assolute”. Orlando ha sempre chiarito che massima attenzione sarebbe stata rivolta alle esigenze di sicurezza a fronte della mai sopita gravità dei fenomeni di criminalità organizzata.

L’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che allo stato preclude in assoluto, a chi abbia commesso determinati reati, di accedere a qualsivoglia percorso di rieducazione – salvo che collabori con la giustizia – non può, dunque, nell’idea del ministro, esser soppresso ma sussiste la concreta esigenza che se ne rivisiti il contenuto in una proiezione di legittimità costituzionale e di aderenza agli scopi della sanzione penale.

Ecco, allora, la esplicitazione di principi e criteri direttivi della legge delega tesi a restituire un senso ed una proiezione costituzionali a qualunque carcerazione: “eliminazione di automatismi e di preclusioni che impediscono o rendono molto difficile, sia per i recidivi sia per gli autori di determinate categorie di reati, l’individualizzazione del trattamento rieducativo e revisione della disciplina di preclusione dei benefici penitenziari per i condannati alla pena dell’ergastolo”.

Anche chi è condannato all’ergastolo ostativo (reati contemplati dall’articolo 4 bis) deve poter sperare di tornare alla vita, se è vero che nessuna carcerazione – nel rispetto della volontà dei padri costituenti e degli imperativi comunitari (Vinter c/Regno Unito) – può essere, aprioristicamente ed in astratto, sottratta alla riammissione della persona detenuta nel tessuto sociale, alla aspirazione alla libertà, alla speranza di restituzione.

Nessuna previsione, dunque, che ammetta i condannati per i più gravi reati a godere – sic! – dei benefici penitenziari, bensì l’inserimento nel quadro ordinamentale di una possibilità per i soggetti che abbiano, nel corso della carcerazione, dimostrato di avere proficuamente avviato una revisione critica del sé, di essere gradualmente restituiti alla vita. Una possibilità che sarebbe vagliata da operatori intramurari e magistrati di sorveglianza attraverso la capillare attività di verifica e di controllo svolta dagli organi investigativi, soltanto una “possibilità – per usare le parole del ministro – per chi ha sbagliato di reinserirsi positivamente nel contesto sociale, non commettendo nuovi reati”, cuore del percorso di studio e di approfondimento denominato: “Stati Generali dell’esecuzione penale”.

Le propensioni alla attuazione della Costituzione estrinsecate dal ministro Orlando, tuttavia, hanno trovato un feroce sbarramento in chi, sventolando la polverosa bandiera della paura, ha capziosamente paventato la abrogazione tacita della pena perpetua e la rimessione in libertà di soggetti pericolosi appartenenti alle consorterie mafiose. Nulla di più falso, lo si è detto. La tensione riformatrice è nel senso di lasciare aperto uno spiraglio di emenda; di consentire a ogni uomo che abbia commesso un reato, qualunque reato, di pentirsi – pentirsi nell’animo, ricrearsi, cambiare (che è cosa assai diversa dal collaborare con la giustizia) – di dare un senso ed una concretezza ad una norma – l’articolo 27 della Costituzione – che viene radicalmente svilita dalla insuperabile previsione di morte per pena connaturata all’ergastolo ostativo.

E però la paura – anche ottusa, ignorante, artificiosa, ingannevole – vince. Con una modifica della legge delega, la presidente della Commissione Giustizia, Ferranti (Pd) spazza via qualunque spinta riformatrice verso l’attuazione della Costituzione escludendo dalla revisione della disciplina di preclusione dei benefici penitenziari per i condannati alla pena dell’ergastolo, “i casi di eccezionale gravità e pericolosità e in particolare per le condanne per i delitti di mafia e terrorismo anche internazionale”.

La modifica annienta il senso del progetto di cambiamento semplicemente precludendo il cambiamento. Oggi i pochi condannati all’ergastolo per reati diversi da mafia e terrorismo accedono già – in caso di positivo compimento del personale percorso di rieducazione intramuraria e di conforme valutazione da parte del tribunale di sorveglianza competente – al graduale reinserimento in società. La paura vince, la Costituzione perde.

Avv. Maria Brucale

L’Opinione, 26 settembre 2015

Carceri, il “girone dei cattivi”, ideato dal Dap, alimenterà l’antisocialità dei detenuti


cella penitenziariaUna Circolare Dap, 0186697-2015, del 26 maggio 2015, sollecita l’istituzione, negli istituti penitenziari, di specifiche sezioni dove allocare i detenuti che abbiano dimostrato di essere meno pronti di altri al regime c.d. “aperto”, ovvero abbiano posto in essere condotte che li rendano con lo stesso incompatibili. Un girone dei cattivi, insomma, che li raggruppa e li assimila, li marchia e li isola.

La circolare muove dall’osservazione di un dato statistico: “l’aumento – seppur lieve – del numero di eventi critici configuranti aggressioni al personale”. Il fenomeno, prosegue la circolare, “è maggiormente presente laddove è in vigore un regime cosiddetto chiuso mentre la percentuale di aggressioni (seppur sempre in ascesa) è nettamente inferiore nelle sezioni dove è applicata una gestione aperta”.

Il primo dato, dunque, appare logico e coerente: quando la persona detenuta è abbrutita da uno stato di restrizione asfittico, è più probabile che indulga a comportamenti o ad atteggiamenti antisociali, espressione di uno stato d’animo di sofferenza e di oppressione. Del tutto illogico e incoerente risulta, invece, rispetto alla premessa argomentativa, il prosieguo del provvedimento amministrativo. Stabilita la prevalenza della necessità di salvaguardare la incolumità del personale (il Dap opera, dunque, in modo autonomo una perequazione di diritti di rango costituzionale), la circolare evidenzia l’opportunità di istituire un servizio di controllo che offra ausilio costante al personale, nonché di creare sezioni ex art 32 del regolamento di esecuzione. L’invocazione dell’art. 32 non sembra del tutto pertinente. La norma prevede infatti “assegnazione e raggruppamento per motivi cautelari”, ma le cautele cui si riferisce sono nei confronti di soggetti deboli che rischiano “aggressioni o sopraffazioni da parte dei compagni”. La circolare in questione, invece, tende alla istituzione di “sezioni appositamente dedicate ove allocare quei detenuti non ancora pronti al regime aperto ovvero che si siano manifestati incompatibili con lo stesso”.

Lo spirito, chiarisce la circolare, non vuole essere quello di isolare o di punire, bensì quello di agevolare, attraverso idonea attività trattamentale, il ritorno di tali soggetti ad un regime di carcerazione “aperto”, salvaguardando al contempo tale regime da atti di prevaricazione e violenza. Il proclama, tuttavia, non rassicura affatto e svela appieno la sua grave e vistosa incongruenza. Ha un intento punitivo immediatamente leggibile che travalica il potere disciplinare di sanzionare il singolo recluso che si sia reso responsabile di condotte contrarie ai regolamenti di istituto e ad esso si aggiunge.

Dà vita a un altro carcere dentro al carcere, più aspro, meno indulgente, più “chiuso” senza neppure specificare con chiarezza quali condotte si tradurranno per il detenuto in un nuovo marchio stigmatizzante e lo renderanno peggiore, più aggressivo, riconoscibile come cattivo. L’offerta trattamentale sarà ridotta insieme alla partecipazione del punito alle iniziative formative del carcere. I comportamenti antisociali, conformemente alla premessa logica della circolare, saranno con buona probabilità acuiti ed esasperati dall’inasprimento delle restrizioni. Nei nuovi ghetti, però, i reclusi saranno invisibili e innocui con buona pace della inviolabilità della libertà personale, della riserva assoluta di legge, della sempre più martoriata Costituzione.

Maria Brucale (Avvocato, Camera Penale di Roma)

L’Opinione, 9 giugno 2015

La proposta dell’On. Bruno Bossio (Pd) ? Una modifica costituzionalmente orientata


Alcuni detenuti sono più detenuti degli altri e non possono accedere al percorsi di rieducazione. Critico anche il Ministro della Giustizia Orlando.

L’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario stabilisce che alcune categorie di reati siano sottratte per legge alla rieducazione ed al reinserimento nella società. Ma nessuna pena può essere costituzionalmente legittima se non è proiettata al raggiungimento della libertà. Nessuna punizione può essere utile se manca lo scopo del subirla.

Per questo è importante la proposta di legge presentata alla Camera dei Deputati dall’onorevole Enza Bruno Bossio una modifica costituzionalmente orientata dell’art. 4 bis della legge penitenziaria.

Il senso della pena, della restrizione di un uomo in carcere, dell’inflizione allo stesso della privazione del bene supremo della libertà, deve essere la restituzione alla società. Il carcere non può, non deve, essere la facile soddisfazione offerta a pance dolenti per le troppe afflizioni del vivere quotidiano, il pronto ristoro per biechi populismi vendicativi, uno specchietto per allodole avvizzite dal bisogno cieco di giustizia sociale e di legalità. Il senso della pena deve essere la riabilitazione e la proiezione al ritorno alla vita. L’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario stabilisce che alcune categorie di reati – ergo, alcune categorie di persone – siano sottratte per legge alla rieducazione e al reinserimento nella società.

Per le persone condannate a pene temporanee, nega la possibilità di ripristino graduale e progressivo alla vita nella società polche preclude l’accesso ad ogni beneficio penitenziario e a qualunque alternativa alla pena detentiva. Per le persone condannate alla pena perpetua, recide definitivamente ogni speranza, toglie ogni senso al carcere che rende non proiezione alla “restituzione” ma silenziosa, inerme, indolente attesa della morte. Nessuna pena può essere costituzionalmente legittima se non è proiettata al raggiungimento della libertà.

Ministro OrlandoNessuna punizione può essere utile se manca lo scopo del subirla. L’ergastolo ostativo sottrae senso perfino al pentimento, quello dell’anima, all’analisi dei propri errori, alla rivisitazione dei propri percorsi deviati. Crea un tempo circolare destinato ad un infinito ed immutabile ripetersi. Immutabile e inutile. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.

La sola speranza di una detenzione finalizzata al recupero del sé e, per le categorie di persone condannate per reati di cui all’art. 4 bis, la collaborazione con la giustizia. Mercanteggiare la libertà di un uomo con la sua collaborazione è, però, uno strumento pericoloso e drammaticamente dannoso: si può tradurre in delazioni del tutto fasulle che hanno il solo scopo, per chi le esprime, di conseguire la libertà.

Non solo. Il ricatto della collaborazione può essere una tragedia ulteriore per chi si trovi in carcere ingiustamente condannato. E ancora: è la negazione e la mortificazione di un diritto, quello di proclamare e difendere, anche a dispetto di una sentenza di condanna, la propria innocenza. Nessuno può essere coartato all’autoaccusa, ad affermare la propria responsabilità penale; nessuno può essere privato del diritto di professarsi innocente. È una tutela offerta dalla costituzione e racchiusa nei principi di inviolabilità del diritto di difesa e di non colpevolezza posti a presidio della libertà – da intendersi come valore assoluto e preminente – ma anche del decoro e della reputazione del soggetto nel contesto in cui il vive.

La correlazione tra aspirazione all’accesso ai benefici penitenziari e obbligatorio approdo a condotte auto ed etera accusatorie – quando non meramente debitorie – si pone in feroce contrapposizione con il diritto di qualunque soggetto, perfino condannato con sentenza definitiva, a proclamare la propria innocenza.

Nella effettività ri educati va della pena si proietta la delega di governo depositata il 23 dicembre 2014 dal ministro della giustizia, di concerto con il ministro dell’interno, e con il ministro dell’economia e delle finanze.

L’art. 26 del disegno di legge elabora “Princìpi e criteri direttivi per la riforma dell’ordinamento penitenziario” e propone al legislatore “l’eliminazione dì automatismi e di preclusioni che impediscono o rendono molto difficile, sia per i recidivi sia per gli autori di determinate categorie di reati, l’individualizzazione del trattamento rieducativo e revisione della disciplina di preclusione dei benefici penitenziari per i condannati alla pena dell’ergastolo”, E un passo in avanti, un passo importante che risponde ad una impellente urgenza costituzionale ed a un monito europeo di rispetto dell’art. 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo che vieta la tortura ed i trattamenti inumani e degradanti.

E tortura, stabilisce la Corte Europea nelle sentenze Vinter c/Regno Unito e Trabelsi c/Belgio, la pena perpetua che non contempli la possibilità di revisione del proprio percorso di vita e di conseguente aspirazione alla libertà, “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte” (art. 27, comma 3 della Costituzione). “Un articolo per lungo tempo inattuato”, afferma il ministro della giustizia, Orlando, al convegno tenutosi a Roma il 7 maggio sulla delega per la riforma dell’ordinamento penitenziario e ricorda che “il tema della pena e delle condizioni della sua esecuzione rappresentano una priorità di assoluto rilievo” anche in virtù della cogente necessità di “colmare il divario tra il dettato costituzionale e il sistema penale”.

La strada intrapresa, anche a fronte delle pesanti bacchettate inflitte e promesse dalla Corte Europea, è nella direzione di un ricorso sempre minore al carcere (riforma della custodia cautelare) e nel sempre maggiore potenziamento delle misure alternative alla detenzione. La condanna di Strasburgo, sottolinea il ministro, è stata “l’occasione per l’avvio di un complesso di interventi, non in chiave meramente emergenziale e difensiva, ma per un generale ripensamento della politica della sanzione penale e della detenzione nel nostro Paese”. Un sistema, quello cui aspira il ministro Orlando, nel quale la costrizione e la privazione della libertà non costituiscano lo sbocco naturale per qualsiasi reato e che “sia pienamente finalizzato alla riabilitazione ed al recupero del condannato”.

Maggiore pena, maggiore afflizione, non equivalgono a maggior sicurezza, anzi! L’incoerenza della afflizione genera la ricaduta nel crimine e l’incancrenirsi di atteggiamenti deviati. Si impone, allora, “un allineamento dell’ordinamento penitenziario agli ultimi pronunciamenti della corte costituzionale che ha più volte affermato l’incostituzionalità di un sistema sanzionarono che si fondi su automatismi o preclusioni assolute”.

Orlando non reputa di poter smantellare l’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario ma ravvisa la concreta esigenza che se ne rivisiti il contenuto in una proiezione di legittimità costituzionale e di aderenza agli scopi della sanzione penale. In tale direzione si muove la proposta di legge presentata alla Camera dei Deputati dall’on. Enza Bruno Bossio, deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia: una modifica costituzionalmente orientata dell’Art. 4 bis della legge penitenziaria.

On. Enza Bruno BossioAl momento, oltre dall’on. Walter Verini, Capogruppo del Pd in Commissione Giustizia alla Camera, la proposta è stata sottoscritta anche da altri deputati: Danilo Leva, Gea Schirò, Luigi Lacquaniti, Chiara S cu vera, Roberto Rampi, Mario Tulio, Federico Massa, Cristina Bargero, Ernesto Magorno, Romina Mura, Camilla Sgambato, Alfredo Bazoli, Vanna lori, Edoardo Patriarca, Ernesto Preziosi (Pd), Pia Elda Locatelli (Partito Socialista Italiano), Franco Bruno (Alleanza per l’Italia) Paola Pinna (Scelta Civica per l’Italia) Daniele Farina, Celeste Costantino e Gianni Melilla, deputati di Sinistra Ecologia e Libertà.

È un progetto importante teso ad inserire nell’ordinamento meccanismi di superamento di preclusioni e sbarramenti assoluti all’accesso ai benefìci penitenziari, proiettato, conformemente agli obiettivi della delega, a restituire al carcere, senza eccezioni, una prospettiva di rieducazione, di reinserimento, di recupero sociale della persona condannata.

È una proposta che contempla, in aderenza al dato reale, possibilità per il recluso, anche diverse dalla collaborazione con la giustizia, dì dimostrare il ripudio di scelte criminali (esemplificativamente vengono indicate la dissociazione esplicita; le prese di posizione pubbliche; l’adesione fattiva a modelli sociali di legalità; l’impegno profuso per risarcire le vittime; il radicamento in diversi contesti territoriali). Una proposta che, in aderenza alla giurisprudenza della Corte Europea, è coerente al principio in virtù del quale “a tutti i detenuti, compresi gli ergastolani, deve essere offerta la possibilità di rehabilitation” (Vinter c/Regno Unito), che nessun uomo può giungere al pentimento, quello autentico, se non sarà mai perdonato; nessuna spinta positiva può esercitare una pena che non ha fine né emenda.

Avv. Maria Brucale

Il Garantista, 13 Maggio 2015

Giustizia: cancelliamo il 4 bis della Legge Penitenziaria, è contro la Costituzione


281778_203223483069863_6404471_nDi qualunque condanna si tratti, è inammissibile una carcerazione non protesa alla riammissione in società. C’è una norma nell’ordinamento penitenziario che è stigmate, preclusione di speranza, mutilazione di rieducazione, negazione di umanità.

C’è una norma che spezza ogni anelito dì cambiamento a coloro che sono stati condannati per una determinata categoria di reati, salvo che collaborino con la giustizia. C’è una norma che e incostituzionale e deve essere abrogata.

E’ l’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario. E una nonna tarlata da stridenti contraddizioni rispetto al dettato costituzionale, scaturigine di indirizzi giurisprudenziali schizofrenici. I giudici di legittimità esprimono principi assoluti e inderogabili afferenti alla proiezione di ogni pena alla rieducazione del condannato per poi stravolgerli ineluttabilmente a fronte dello sbarramento cieco dei reati ostativi alla concessione di qualsivoglia beneficio intramurario ad eccezione della liberazione anticipata.

Si impone, dunque, un adeguamento normativo della legislazione ordinaria a quella di rango costituzionale reso più cogente da imperativi comunitari che ricordano come sia inammissibile una carcerazione non protesa alla riammissione della persona detenuta nel tessuto sociale, alla aspirazione alla libertà, alla speranza di restituzione alla vita (Vinter c. Regno Unito).

Occorre una visione costituzionalmente orientata dell’accesso alle misure alternative alla carcerazione attraverso verifiche del percorso compiuto dalla persona ristretta avulse da meccanismi mercimoniosi; una “valutazione della condotta complessiva – per usare le parole della Cassazione – che consenta di verificare che l’azione rieducativa svolta abbia condotto il detenuto ad una revisione critica della vita anteatta”; una valutazione che non radichi il giudizio sul compiuto ravvedimento del condannato a logiche auto od eteroaccusatorie che si scontrano con principi anch’essi di valore e rango costituzionale, ma adotti criteri personalistici ed esuli da logiche preconcette ed aprioristiche.

“Nemo tenetur se detergere” è principio cui è improntato l’intero sistema ordinamentale e da esso trae sostanza la giurisprudenza di legittimità che con indirizzo costante afferma: “la concessione delle misure alternative alla detenzione non presuppone la confessione del condannato”. Nessuno può essere coartato all’autoaccusa, ad affermare la propria responsabilità penale; nessuno può essere privato del diritto di professarsi innocente (magari perfino di esserlo!). É una tutela offerta dalla Costituzione e racchiusa nei principi di inviolabilità del diritto di difesa e di non colpevolezza posti a presidio della libertà – da intendersi come valore assoluto e preminente – ma anche del decoro e della reputazione del soggetto nel contesto in cui il vive.

La correlazione tra aspirazione all’accesso ai benefici penitenziari e obbligatorio approdo a condotte auto ed etero accusatorie – quando non meramente delatorie – contrasta con violenza con i principi evocati e si pone in feroce contrapposizione con il diritto di qualunque soggetto, perfino condannato con sentenza definitiva, a proclamare la propria innocenza.

La Corte Costituzionale ha offerto uno spunto di cambiamento, un segnale positivo affermando l’esistenza di “un criterio costituzionalmente vincolante” che impone di “escludere rigidi automatismi” nella materia dei benefici penitenziari, ossia divieti aprioristici all’accesso ai benefìci premiali e alle misure alternative al carcere tratti dal tipo di reato.

Esiste, dunque, una vistosa separazione tra compimento del percorso rieducativo e collaborazione con la giustizia per cui è, deve essere, del tutto ammissibile che un percorso di reinserimento nel tessuto sociale possa dirsi compiuto anche in difetto di approdo alla scelta collaborativa. Nessun uomo può giungere al pentimento, quello autentico dell’anima, se non sarà mai perdonato. Nessuna spinta positiva esercita una pena che non ha fine né emenda. Il 4 bis è una norma che deve essere cancellata. Lo chiede la Costituzione, lo chiede la ragione.

Avv. Maria Brucale

Il Garantista, 30 aprile 2015

“Togliete i bambini ai condannati per mafia”, la proposta choc dell’On. Carbone (Pd)


Ernesto Carbone, Deputato PdCon un emendamento, Ernesto Carbone, Pd, vorrebbe proporre una sconcertante novità normativa: togliere la potestà genitoriale a chi sia stato condannato per reati di mafia, di terrorismo, di riduzione in schiavitù, di traffico di sostanze stupefacenti. Chi abbia riportato una condanna definitiva per i reati menzionati, non sarebbe in grado di fare il genitore. La suggestione è forte e benpensanti, manettari, giudici senza appello potrebbero coglierla. Cattivi uomini ergo cattivi genitori. Ma le semplificazioni sono sempre subdole.

Si impone una prima riflessione. Importante, urgente, rabbiosa. Che fare di questi uomini che hanno riportato gravi condanne con sentenza definitiva? Sono pregiudicati. I loro errori devono avere un’emenda? Una speranza di perdono? Un’aspirazione di oblio? Le loro vite devono muoversi all’indietro ripercorrendo in un solco immutabile i propri passi?

Deve essere loro concesso di tornare uomini, di ricostruirsi, di essere restituiti alla società, alla libertà? C’è, ci può essere libertà con un marchio scavato e impresso per sempre nella propria esistenza che compromette ogni dignità, ogni anelito di recupero? Rieducazione e reinserimento. Povera Costituzione! Povera legge! Poveri noi!

Nel percorso di vita in carcere un detenuto è osservato, soggetto al trattamento penitenziario. Il suo comportamento è oggetto di verifica e tra i momenti salienti di tale verifica c’è il rapporto con la famiglia, la capacità di mantenere solide relazioni con i propri congiunti, di rapportarsi a loro in una prospettiva di continuità di vicinanza e di unione nella proiezione del definitivo ripristino del vivere insieme dopo la scarcerazione. Questo percorso, nella tragica eventualità del prospettato cambiamento normativo, verrebbe meno, perderebbe senso e sostanza. Un uomo, scontata la condanna che gli è stata inflitta avrebbe

perso tutto, anche la capacità di essere padre per i suoi figli. Che presa in giro la “rieducazione”, che desolante ipocrisia la tensione di qualunque carcerazione al ripristino della vita in società, al ritorno alla vita! Che uomo può diventare quello a cui è tolta perfino la possibilità di vivere i suoi affetti più cari? Non solo. La potestà genitoriale è un diritto, un diritto del genitore, un diritto del fanciullo, per Costituzione. Per l’articolo 2 della Costituzione, la Repubblica garantisce e riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.

Non si può dubitare che tra i diritti inviolabili del fanciullo vi sia quello di crescere con i genitori e di essere educati da questi, e, al pari, tra quelli del genitore, la possibilità di educare e accompagnare i propri figli nella crescita. Anche dal diritto internazionale si trae conferma di tale elementare principio.

La Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176, attribuisce al bambino il diritto di conoscere i genitori e di essere da loro allevato, mentre il successivo art. 8 obbliga gli Stati a preservare le relazioni familiari del fanciullo, sempre fermo restando il suo interesse superiore (art. 3), a tutela del quale è possibile adottare, di volta in volta, provvedimenti di allontanamento o di ablazione della potestà genitoriale. Ma qual è l’interesse superiore del fanciullo? Può un emendamento certificarlo per legge, in modo aprioristico, ottuso, assoluto?

Il Tribunale di Milano ha sollevato in passato, nel 2012, questione di legittimità costituzionale dell’articolo 569 del codice penale, nella parte in cui prevede “l’applicazione automatica della pena accessoria della perdita della potestà genitoriale a seguito della commissione del reato di cui all’art. 567 c.p.”.

Nel rimettere la questione alla Corte Costituzionale il collegio riteneva evidente che, per tutelare i preminenti interessi del minore, gli eventuali provvedimenti di sospensione o di decadenza dalla potestà genitoriale dovessero essere adottati caso per caso, all’esito di un capillare esame di tutte le peculiarità della fattispecie, al fine di stabilire se quei provvedimenti corrispondessero effettivamente nel caso concreto al preminente interesse del minore. Irragionevole dunque qualunque automatismo.

I provvedimenti di sospensione o decadenza dalla potestà genitoriale, attribuiti al tribunale per i minorenni devono, infatti, essere adottati all’esito di approfondita analisi, “solo quando vi sia la ricorrenza di un pregiudizio agito dai genitori nei confronti dei figli derivante da una mancata osservanza dei doveri nascenti dalla titolarità della potestà”.

Il pregiudizio deve essere valutato con estrema cautela perché la famiglia è la formazione per eccellenza in cui il minore svolge la sua personalità. L’istruzione, l’educazione e il mantenimento si esprimono nell’alveo della potestà genitoriale.

Il principio, pur codificato dalla legge ordinaria, ha chiara valenza costituzionale – art. 30, primo comma, Cost. “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”. Dovere e Diritto! È evidente, dunque, che la potestà genitoriale, se correttamente esercitata, risponde all’ interesse morale e materiale del minore, il quale, dunque, è inevitabilmente coinvolto da una statuizione che di quella potestà sancisca la perdita.

È possibile, e la stessa Costituzione lo prevede (art. 30, secondo comma), che uno o entrambi i genitori si rivelino incapaci di assolvere ai loro compiti, con conseguente necessità per il legislatore di disporre interventi sostitutivi. E tuttavia, proprio perché la pronunzia di decadenza dalla potestà genitoriale incide sull’interesse del minore, sulla sua vita, sulla sua formazione, sulla sua psiche, non è conforme al principio di ragionevolezza, e contrasta quindi con il dettato dell’art. 3 Cost., il disposto di una norma che, come quella posta all’attenzione della Corte Costituzionale, ignorando tale interesse, statuisce la perdita della potestà sulla base di un mero automatismo e preclude al giudice ogni possibilità di valutazione e di bilanciamento, nel caso concreto, tra l’interesse stesso e la necessità di applicare comunque la pena accessoria.

Nel caso indicato, la corte costituzionale, riteneva fondata la questione di legittimità valutando preminente l’interesse del figlio minore a vivere e a crescere nell’ambito della propria famiglia, a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, dai quali ha diritto di ricevere cura, educazione ed istruzione, un interesse complesso, articolato in diverse situazioni giuridiche, che hanno trovato riconoscimento e tutela sia nell’ordinamento internazionale sia in quello interno.

In virtù di tale preminenza, la corte costituzionale riteneva irragionevole e, quindi, in contrasto con l’art. 3 Cost., l’applicazione automatica della pena accessoria della decadenza dalla potestà genitoriale e dichiarava, conseguentemente, l’illegittimità costituzionale dell’articolo 569 del codice penale, nella parte in cui stabilisce che, in caso di condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di alterazione di stato, previsto dall’articolo 567, secondo comma, del codice penale, consegua di diritto la perdita della potestà genitoriale, così precludendo al giudice ogni possibilità di valutazione dell’interesse del minore nel caso concreto.

La pronuncia del giudice delle leggi afferma un principio assai importante: la potestà genitoriale non è solo diritto-dovere del genitore, ma è, ancor prima, un diritto del fanciullo. E ancora: i rapporti familiari non consentono valutazioni astratte ed aprioristiche con la cieca attribuzione ad un padre o ad una madre che abbiano commesso un reato, pur grave, della stigmate di cattivi genitori. La famiglia è prima di tutto un luogo di amore, un amore che può essere offerto e corrisposto da un pregiudicato che è ancora, è prima di tutto, un uomo.

Maria Brucale, Avvocato

Il Garantista, 31 marzo 2015