Fatta la riforma, gabbato il Ministro. Italia resta Paese della carcerazione preventiva


arresto-manetteFin dall’inizio, uno si domanda se la vera vergogna siano i dati in sé, oppure il fatto che appena un tribunale su tre abbia deciso di rispondere al ministero della Giustizia. Perché la richiesta del ministro Andrea Orlando era sacrosanta: Orlando aveva chiesto agli uffici giudiziari di tutta Italia di raccontare come abbia funzionato la custodia cautelare nell’ultimo anno.

Non era una curiosità peregrina. Il ministro voleva sapere quali effetti avesse avuto la legge 47 del 16 aprile 2015, entrata in vigore lo scorso 8 maggio, che ha introdotto significative modifiche al codice di procedura penale rendendo più stringenti le regole che stabiliscono la custodia in carcere. Ed è la stessa legge 47 che prevede l’analisi di funzionamento, perché il governo deve presentare una relazione al Parlamento entro il 31 gennaio di ogni anno. Ebbene, a Orlando hanno (vergognosamente) risposto appena 48 uffici giudiziari su 136: prevalentemente si tratta di tribunali piccoli, l’unica eccezione la fa Napoli. E soltanto sette uffici corrispondono a direzioni distrettuali antimafia.
Passando poi ai dati, la vergogna aumenta. Sulle 12.959 misure cautelari personali disposte da questi 48 tribunali, la custodia cautelare in carcere è stata decisa in 6.016 casi: il 46 per cento del totale. Gli arresti domiciliari sono stati 3.704 (il 29 per cento dei casi), l’obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria ha riguardato altri 1.430 casi, l’11 per cento. Gli avvocati penalisti, associati nell’Unione delle camere penali, sono più che delusi: “Il risultato dell’indagine – protesta Beniamino Migliucci, che dell’Ucpi è presidente – è così parziale da non consentire, anche per via della natura del tutto casuale della selezione del campione, di conferire a quel dato un significato in qualche modo rappresentativo della realtà”.

Ma i penalisti correttamente lamentano che resta altissimo (nonostante il commento favorevole del ministero), il ricorso alla custodia cautelare in carcere. Del resto, che anche dopo le restrizioni della legge 47 poco meno della metà del totale delle misure porti un cittadino in cella è statistica letteralmente impensabile per gli altri paesi europei: e questo avviene nonostante il legislatore abbia sempre inteso l’adozione del carcere da parte del giudice come extrema ratio.

E il braccialetto elettronico? A leggere le tabelle del ministero, inoltre, si comprende che tra le oltre 6 mila custodie cautelari disposte in carcere quelle determinate da una condanna definitiva sono state soltanto 845, una su cinque. Quindi i detenuti che in questi ultimi mesi sono andati a occupare una cella sono in stragrande maggioranza imputati in attesa di giudizio: presunti innocenti. E sempre interpretando le tabelle si capisce che in un solo anno (con durate che non è dato conoscere) sono maturate le condizioni per quasi 200 ingiuste detenzioni presso il solo tribunale di Napoli.
In tutto questo, viene da domandarsi che fine abbia fatto il mitico “braccialetto elettronico” di cui si favoleggia da decenni. In base alle ultime statistiche, in Italia dovrebbero esisterne 2 mila, ma non si sa se vengano tutti utilizzati, né come. Aveva fatto scalpore, a metà del 2015, il caso di un detenuto: il giudice aveva ordinato di farlo uscire di prigione e dargli gli arresti domiciliari, ma la carenza di braccialetti lo aveva inesorabilmente respinto in cella. In compenso, i braccialetti costano 11 milioni di curo l’anno (5.500 euro l’uno), che vanno a sommarsi ai 110 milioni circa che dal 2001 al 2011 lo Stato aveva versato a Telecom, titolare del servizio, per la “sperimentazione” su 114 braccialetti.

Maurizio Tortorella

Tempi, 9 settembre 2016

Carceri: Cassazione “detenuti in condizioni disumane, lo sconto di pena è retroattivo”


Alban Koleci ha ottenuto un giorno di riduzione ogni 10 trascorsi nei 5 anni in celle sovraffollate. Camere penali: “Verdetto coerente”. Associazione nazionale magistrati: “Applicare retroattività o l’Italia è fuorilegge e paga penali”. Sarà retroattivo lo sconto di pena per i detenuti che vivono o hanno vissuto in condizioni disumane: 24 ore di cella in meno ogni dieci giorni trascorsi dietro le sbarre o, in alternativa per chi è già libero, 8 euro al giorno a titolo di “rimedio risarcitorio”.

È destinata a fare giurisprudenza la sentenza con la quale la Cassazione ha accolto il ricorso di Alban Koleci, albanese rinchiuso a Foggia, che aveva chiesto la riduzione della pena pochi giorni dopo essere stato spostato in una cella a norma. “Un verdetto coerente, è giusto risarcire un detenuto che ha vissuto in condizioni incivili, rispetto alle quali 8 euro sono anche una miseria” commenta a ilfattoquotidiano.it Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione delle Camere Penali italiane. E i costi per lo Stato con migliaia di ricorsi pendenti davanti a magistrati di sorveglianza e giudici civili? “Sono 4mila i ricorsi presentati – spiega Marcello Bortolato, componente della giunta dell’Associazione nazionale magistrati – ma credo che all’Italia convenga attenersi a quanto stabilito dalla Corte di Strasburgo, per non dover poi pagare milioni e milioni di euro per le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo”.

Il caso di Foggia – Alban Koleci aveva chiesto al magistrato di sorveglianza la riduzione della pena da espiare, tenendo conto della permanenza per cinque anni (dal 14 agosto 2009 al 29 ottobre 2014) in una cella piccola “senza lo spazio di movimento necessario e in condizioni inumane”. Nel novembre 2014 il magistrato di sorveglianza aveva dichiarato inammissibile la richiesta. La ragione? L’istanza non era “attuale” al momento della richiesta, perché pochi giorni prima di presentare ricorso Koleci era stato spostato in una cella a norma. Il detenuto è ricorso in Cassazione che, con la sentenza 46966, ha esteso gli effetti della sentenza Torreggiani.

La Cassazione estende gli effetti della sentenza Cedu – Si tratta della storica sentenza con la quale l’8 gennaio 2013 la Cedu ha condannato l’Italia a risarcire sette ricorrenti per il trattamento disumano e degradante subito in istituti penitenziari italiani. Si parla di somme comprese tra i 10.600 e i 23.500 euro (quest’ultima cifra per un periodo di detenzione di tre anni e tre mesi). I rimedi dello sconto di pena e del risarcimento di 8 euro sono stati introdotti con norme del 2013 e 2014 proprio dopo la sentenza della Cedu. Secondo la Suprema Corte, nulla autorizza a ritenere che le caratteristiche di “gravità e attualità” del pregiudizio “costituiscano presupposto essenziale per accedere al rimedio risarcitorio compensativo”. Così è stato accolto il ricorso di Koleci ed è stato annullato senza rinvio il decreto che gli negava lo sconto. Ora tutti gli atti tornano al magistrato di sorveglianza di Foggia perché faccia i calcoli dei giorni di carcere da sottrarre alla condanna.

La posizione dell’Anm – Ma quante sono le persone in carcere o gli ex detenuti che ora vedranno accolti i propri ricorsi? “In Italia oggi ci sono 52mila e 400 persone detenuti, le condizioni di sovraffollamento stanno migliorando, ma i casi pendenti sono circa 4mila” spiega Bortolato. Subito dopo le sentenze della Cedu in Italia la magistratura di sorveglianza si era spaccata proprio sull’interpretazione del termine “attualità”.

“Molti colleghi – continua – respingevano i ricorsi. La posizione dell’Anm è chiara: il rimedio risarcitorio deve essere applicato anche retroattivamente, anche perché altrimenti si rischia di incorrere nelle condanne della Corte Europea”. Un cambio di rotta dovuto evidentemente anche alle diverse condizioni delle carceri sotto il profilo del sovraffollamento: nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, il risarcimento è rappresentato dallo sconto di pena e non dagli 8 euro destinati a chi è già libero. “Che però – ribadisce Bortolato – sono sempre meno dei risarcimenti imposti dall’Europa”.

I numeri – Eppure solo poche settimane fa la Corte dei Conti ha diffuso la relazione che certifica un vero flop della politica carceraria degli ultimi governi. Basti pensare che i commissari straordinari che dal 2010 al 2014 hanno gestito il piano carceri hanno speso poco più di 52 milioni a fronte di una dotazione di 462 milioni e 769mila euro. E che gli interventi immobiliari finanziati dallo Stato, hanno realizzato solo 4.415 posti detentivi invece degli 11.934 previsti. Oltre 52mila persone oggi sono rinchiuse in 202 istituti di pena. Anche se i problemi non sono del tutto risolti il periodo buio dell’Italia per quanto riguarda il sovraffollamento delle carceri è stato quello del triennio 2010-2013.

“Solo in quegli anni 3mila detenuti si sono rivolti alla Corte europea – spiega Simona Filippi, difensore civico dell’associazione Antigone – che, a sua volta, dopo l’introduzione delle norme italiane, rimandava i casi ai nostri magistrati. E molti di loro hanno rigettato le istanze”. Dunque migliaia di casi partono da lontano. “Dal settembre 2009 e fino al gennaio 2013 (quando fu emessa la sentenza Torreggiani, nda) come associazione Antigone – dice Simona Filippi – abbiamo raccolto circa 2mila e 400 richieste di detenuti”. Chi è già libero, per avere il risarcimento, dovrà rivolgersi al tribunale civile. Solo a Roma, nella seconda sezione, attualmente ci sono circa 300 richieste.

Le reazioni – Secondo Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione Camere Penali italiane, questa sentenza ha applicato un principio corretto “sottolineando ancora una volta la necessità di seguire in primis l’articolo 27 della Costituzione, che parla della funzione educativa del carcere”. La corsa alle richieste risarcitorie potrebbe costare molto allo Stato. “Un calcolo impossibile da fare – spiega Migliucci – perché bisogna tenere conto dei giorni di pena per ciascun detenuto, ma anche del fatto che in molti non conoscono i propri diritti e non arrivano al ricorso”. È prudente Felice Casson, ex magistrato e vicepresidente della Commissione Giustizia di Palazzo Madama. “Condivido in casi come questo la riduzione della pena, perché garantisce un diritto fondamentale della persona – dice a ilfattoquotidiano.it – mentre valuterei caso per caso la questione del risarcimento economico per chi non è più in condizioni di disagio”.

Luisiana Gaita

Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2015

L’Unione Camere Penali indaga sulla custodia cautelare. Il Presidente Migliucci scrive a tutte le Camere Penali


Avv. Beniamino MigliucciAi Presidenti delle Camere Penali
Loro Sedi

Caro Presidente,
sono lieto di renderTi partecipe – e per Tuo tramite, tutti gli iscritti alla Camera Penale da Te presieduta – di una nuova iniziativa politica che l’Unione ha deliberato di assumere, alla quale io e la Giunta che ho l’onore di presiedere annettiamo grande importanza, e che richiede, per la sua riuscita, la diretta e fattiva partecipazione di tutte le Camere Penali italiane.
E’ infatti giunta l’ora di raccontare – all’ opinione pubblica, alle istituzioni parlamentari, alle forze politiche – la verità sull’uso che quotidianamente viene fatto nel nostro Paese, nella concreta amministrazione della giustizia penale, dell’istituto della custodia cautelare.
E’ una verità che i penalisti italiani, beninteso, conoscono alla perfezione, grazie alla propria quotidiana esperienza professionale; ed è la verità di un abuso ordinario e sistematico di uno strumento che invece legge e Costituzione impongono categoricamente come eccezionale e residuale. Ma, appunto, il problema politico che ci siamo posti è: come la possiamo raccontare, questa verità, in modo che non possa essere liquidata come un punto di vista, fazioso ed interessato, degli avvocati penalisti, ma sia invece disvelata nella sua rigorosa, non controvertibile oggettività?
L’UCPI già raggiunse con successo, nel 2008, un analogo obiettivo politico: la ricerca sull’udienza dibattimentale, realizzata insieme all’Istituto Eurispes con la decisiva collaborazione di un gran numero di Camere Penali, demolì una volta per tutte la menzogna che pretendeva di attribuire ad un supposto eccesso di garanzie difensive la irragionevole durata dei processi penali.
E noi vogliamo – o almeno, questa è la nostra ambizione- esattamente replicare quel successo politico, questa volta in tema di abuso della custodia cautelare, e di malfunzionamento dei meccanismi procedimentali deputati al controllo della legittimità delle misure custodiali.
Per tali ragioni, sin dal suo insediamento questa Giunta ha ritenuto prioritario dotarsi di uno strumento deputato proprio alla raccolta dei dati statistici sul funzionamento e sulla amministrazione della giustizia penale in Italia: l’Osservatorio Dati, affidandone la responsabilità a Gian Domenico Caiazza, che già aveva organizzato e coordinato la “ricerca Eurispes” nel 2007-2008.
Ebbene, in questi mesi i (numerosi) Colleghi componenti di quell’Osservatorio (espressione di tutte le 24 Camere Penali residenti nelle città sede delle Corti di Appello), hanno con grande impegno lavorato alla predisposizione degli strumenti indispensabili per la realizzazione di questa grande indagine nazionale, che si realizzerà mediante due distinti, ma ovviamente convergenti, strumenti di acquisizione dei dati.
Il primo nasce dalla collaborazione tra l’Osservatorio e l’Ufficio Statistica del Ministero di Giustizia, che ha prodotto la condivisa elaborazione di un complesso catalogo di query, cioè di interrogazioni in tema di custodia cautelare e di procedimenti cautelari, che verranno ora poste ai sistemi informatici ed agli uffici statistici degli uffici giudiziari territoriali, prima nelle sedi-pilota di Palermo e Milano, e poi su tutto il territorio nazionale.
Il secondo nasce grazie alla collaborazione scientifica, preziosa ed ovviamente indispensabile, con il Dipartimento di scienze statistiche dell’Università “Sapienza” di Roma, e consiste nella realizzazione di un sofisticato questionario on line, destinato alla interrogazione di un preciso campione statistico di avvocati penalisti italiani.
Il questionario, la cui davvero complessa articolazione ha richiesto molti mesi di lavoro, costituisce ora lo straordinario strumento scientifico attraverso il quale gli avvocati italiani, ricostruendo le vicende cautelari direttamente patrocinate negli anni 2013 e 2014, potranno raccontare non un innocuo punto di vista, ma la deflagrante, oggettiva verità di questo ormai non più tollerabile scandalo della giustizia penale italiana, dal momento della richiesta della misura, alla sua esecuzione, alle esigenze che l’hanno motivata, a tutte le successive vicende procedimentali (Riesame, Appello, Cassazione, istanze di revoca e di sostituzione), fino all’esito (se nel frattempo intervenuto nell’arco di tempo considerato), del giudizio di merito, quantomeno del primo grado.
Come puoi constatare, caro Presidente, si tratta di una autentica impresa, considerata la mole monumentale dei dati che intendiamo raccogliere ed elaborare con rigore scientifico non controvertibile, e poi analizzare politicamente; ed è una impresa le cui possibilità di successo sono interamente nelle nostre mani. Qui, a differenza che nella ricerca Eurispes 2008, la natura dei dati che ci proponiamo di raccogliere non è pubblica, e dunque la raccolta non può che derivare dallo scrutinio accurato e rigoroso dei fascicoli, di studio o di ufficio, relativi alle vicende cautelari da noi patrocinate.
Dunque il successo di questa nostra iniziativa politica dipenderà, senza dubbio alcuno, dall’impegno che ciascuna Camera Penale italiana (coordinata, per distretto di Corte di Appello, dal rispettivo componente dell’Osservatorio), saprà assicurare per garantire le risposte al questionario da parte del numero di avvocati che a ciascuna di esse sarà assegnato di raggiungere.
Anche per questa ragione, nel corso del Congresso straordinario che si terrà a Cagliari dal 25 al 27 settembre 2015, effettueremo una presentazione della ricerca ed una dimostrazione delle modalità di compilazione del questionario on line.
Confidiamo dunque molto nel forte impegno della Tua Camera Penale, non solo per il raggiungimento dell’obiettivo politico immediato di questa ricerca, ma ancor più per vedere definitivamente affermata e riconosciuta ai penalisti italiani una ulteriore ragione di forza ed autorevolezza politica, cioè quella –ci auguriamo – di avere finalmente sconfitto il monopolio della Magistratura italiana sulla raccolta e la conoscenza dei dati relativi al funzionamento della giustizia penale italiana.
Gli avvocati penalisti italiani, caro Presidente, sono – letteralmente – seduti su una miniera di dati e di verità sul processo penale: noi vogliamo finalmente portarli alla luce, per costringere politica, istituzioni ed opinione pubblica a conoscerli, ed a misurarsi con essi.
RingraziandoTi per l’attenzione, formulo i miei più cordiali saluti.

Roma, 1 settembre 2015
Beniamino Migliucci

* Presidente Unione Camere Penali Italiane

L’Unione delle Camere Penali Italiane: non trasferite i detenuti di Padova


Camere PenaliLa Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane, con il proprio Osservatorio Carcere, raccoglie il grido di allarme lanciato dalla Redazione di “Ristretti Orizzonti”, in merito al trasferimento di alcuni detenuti dall’Alta Sicurezza di Padova in altri istituti.

Già nell’aprile scorso l’Unione era intervenuta chiedendo un incontro urgente con il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, manifestando forte preoccupazione per le modalità con le quali il Dipartimento stava procedendo, interrompendo irrimediabilmente il percorso educativo di molti detenuti. Da allora, anche e soprattutto per l’intervento della redazione di Ristretti Orizzonti, grazie ad una nuova circolare sulle “declassificazioni”, alcuni trasferimenti sono stati evitati. Ma molti ancora rischiano di vedere vanificato il percorso trattamentale fino ad ora svolto, a causa di valutazioni sulla personalità che si rifanno a episodi ormai di venti o trent’anni addietro.

Si chiede, pertanto, che vada rivista tutta la materia in ordine ai circuiti e che si tenga conto, nell’esprimere giudizi, soprattutto dell’attualità, dando un significato concreto e operativo alle parole “rieducazione” e “trattamento individualizzato”, espressamente riportate dalle norme penitenziarie e più volte invocate dallo stesso Ministro della Giustizia, che proprio nella sezione di Padova hanno trovato attuazione, laddove, nella gran parte degli istituti di pena del nostro Paese altro non sono che lettera morta.

Chiediamo che l’amministrazione penitenziaria ponga immediatamente rimedio alla situazione e salvaguardi la condizione di tutte le persone ospitate nella sezione alta sicurezza del carcere di Padova che hanno in atto positivi percorsi di trattamento.

Avv. Beniamino Migliucci, Presidente dell’Unione camere penali Italiane

Avv. Riccardo Polidoro, Responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Ucpi

Migliucci (Camere Penali) : “Separare le carriere è un obbligo costituzionale, basta con un solo Csm”


Avv. Beniamino MigliucciMigliucci, neopresidente delle Camere penali: “Separare le carriere è un obbligo costituzionale, basta con un solo Csm”.

Bisogna ripartire dalla separazione delle carriere. Separare, separare, separare”. A parlare così è Beniamino Migliucci, neopresidente dell’Unione delle camere penali. L’esortazione, ripetuta tre volte, evoca un altro appello, quello a “resistere, resistere, resistere, come sul Piave”, pronunciato nel 2002 dall’ex procuratore generale di Milano Saverio Borrelli.

Allora, come oggi, la sola ipotesi di separare i percorsi della magistratura inquirente e giudicante era considerata un vulnus “all’indipendenza del giudice penale e alla signoria della legge”. E allora come oggi la Procura di Milano è al centro dell’attenzione: questa volta a tenere banco è lo scontro tra il procuratore capo, Edmondo Bruti Liberati, e il suo aggiunto Alfredo Robledo.

Uno scontro che, a sentire l’avvocato Migliucci, “danneggia la credibilità delle toghe, con un Consiglio superiore della magistratura in balia delle correnti, costitutivamente incapace dì gestire e disciplinare i conflitti interni”.

A proposito della separazione tra pm e giudice, Migliucci, altoatesino con padre napoletano, è implacabile: “La magistratura può essere in disaccordo, ma le leggi le fa il Parlamento. Separare le carriere è la conseguenza obbligata della riforma costituzionale del 1999”.

Il riferimento è all’inserimento nell’articolo del giusto processo fondato sul “contraddittorio tra le partì, in condizioni dì parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Perché il dettato costituzionale abbia attuazione, pm e giudici non possono far parte dello stesso Csm.

“L’imparzialità è requisito del giudizio, la terzietà riguarda l’ordinamento. Affinché il giudice sia effettivamente terzo, le carriere devono seguire percorsi distinti. Attualmente pm e giudice sono colleghi, siedono nei medesimi organi del Csm, si valutano a vicenda e ciò comporta una debolezza strutturale per la difesa”.

Secondo Migliucci il diritto alla difesa, garanzia costituzionale, è sempre più svilito. “L’intangibilità dei colloqui tra assistito e difensore, garantita dalla legge, viene puntualmente aggirata. La formazione della prova nel dibattimento è mortificata, come pure l’oralità del processo. Insomma, l’avvocato è guardato con sospetto, come se la difesa fosse un optional”.

Così il rito accusatorio, introdotto formalmente nel 1989, soffoca sotto il peso d’innumerevoli rigurgiti inquisitori. “Manca un controllo giurisdizionale vero e imparziale su una serie di passaggi che gli inquirenti gestiscono come vogliono, con un potere straripante. Per esempio, sul momento effettivo dell’iscrizione nel registro degli indagati e sulla richiesta di proroga delle indagini. Raramente il giudice nega al pm il ricorso a strumenti di ricerca della prova invasivi come le intercettazioni telefoniche e ambientali. E in molti procedimenti, soprattutto di criminalità organizzata, vengono frequentemente depositati i soli interrogatori che discrezionalmente gli inquirenti ritengono di poter far conoscere, a loro insindacabile giudizio. Ma che giustizia è quella in cui il cittadino è nelle mani del pm?”.

Il potere prevaricante delle toghe fa da contraltare alla debolezza della politica: “Va riaffermato il primato della politica. I politici li scelgono i cittadini che possono licenziarli a ogni elezione. I magistrati no”. Il processo penale deve tornare a essere “la verifica della pretesa punitiva dello Stato nei confronti del cittadino”, un momento laico di accertamento delle responsabilità individuali e non il luogo della crociata contro il nemico di turno.

In Italia, secondo Migliucci esiste una questione democratica: le leggi le fa il Parlamento oppure i cento magistrati collocati negli uffici legislativi dei ministeri? “L’Unione ha partecipato a molte commissioni. La storia è sempre la stessa: si producono documenti destinati a rimanere lettera morta, mentre a decidere sono i soliti burocrati togati. Nella Corte costituzionale tutti gli assistenti sono magistrati. Perché non si può ricorrere ad altre figure, come accademici e avvocati?”.

Il governo Renzi ha messo in cantiere alcuni progetti di riforma penale che non convincono Migliucci. “Se i testi rimarranno quelli che abbiamo letto in bozza, i magistrati possono dormire sonni tranquilli. Siamo totalmente contrari alla riforma della prescrizione così come alla limitazione dell’appello. Se si vuole la ragionevole durata del processo bisogna agire a monte, non ridurre i diritti degli imputati. Senza l’appello, Enzo Tortora sarebbe stato condannato. Il doppio giudizio è una garanzia irrinunciabile”.

Però i processi in Italia spesso sono senza fine. “Nel 70 per cento dei casi la prescrizione scatta nelle indagini preliminari. Sono i pm a decidere arbitrariamente quali fascicoli portare avanti e quali no. Nei tribunali ci sono enormi disfunzioni organizzative, sanarle farebbe risparmiare molto tempo”. Per il presidente del Senato, Pietro Grasso, già magistrato, sarebbe meglio limitare appello e ricorsi in Cassazione, “Gli appelli sono limitati nei sistemi anglosassoni in cui le carriere sono separate e le assoluzioni di primo grado non possono essere appellate dal pm. È un altro pianeta” dice Migliucci.

E il caso de Magistris? “Per noi è innocente fino a sentenza di condanna definitiva. Non ci è mai piaciuto il garantismo a corrente alternata. Ciò detto, chi di Severino ferisce di Severino perisce. Restiamo convinti che, come per Silvio Berlusconi, anche per l’ex sindaco di Napoli questa normativa, avendo carattere sanzionatorio, non abbia efficacia retroattiva”.

C’è anche la questione de! capo dello Stato: deporrà davanti ai magistrati di Palermo e due boss mafiosi hanno espresso la volontà di assistere in videoconferenza. “È un’evidente prova di forza. Il tribunale non ha voluto prendere atto della sentenza della Consulta che ha definito inequivocabilmente il perimetro delle prerogative costituzionali. Ma la richiesta dei boss non è paradossale perché il contraddittorio va garantito. Così il presidente Napolitano, rimasto inascoltato su amnistia, Csm e correnti, questa volta sarà inevitabilmente ascoltato”.

Annalisa Chirico

Panorama, 10 ottobre 2014