Ergastolo ostativo, Pugiotto: Caino che si fa speranza contro ogni speranza. E’ più utile la risocializzazione che le manette


La sentenza della Corte europea dei diritti nasce dal ricorso di Marcello Viola, ergastolano ostativo ristretto a Sulmona. È grazie a lui che i giudici a Strasburgo, per la prima volta, si sono pronunciati sull’italico “fine pena mai”, condannandolo perché pena perpetua de facto non riducibile.

Pena fino alla morte, l’ergastolo ostativo è salito alla ribalta nei giorni scorsi in ragione di due decisioni. La prima, ora definitiva, è la sua condanna a Strasburgo perché nega dell’ergastolano la dignità umana, che non si acquista per meriti né si perde per demeriti.

La seconda è l’attesa sentenza della Consulta, chiamata a misurarne la conformità alla Costituzione secondo cui tutte le pene devono sempre tendere alla rieducazione e non possono mai essere inumane o degradanti. Ho riletto la (spesso sguaiatamente urlata) rassegna stampa di questi giorni, rilevandone il silenzio su un aspetto decisivo. Provo a colmare la lacuna.

La sentenza della Corte europea dei diritti nasce dal ricorso di Marcello Viola, ergastolano ostativo ristretto a Sulmona. Chiede due volte il beneficio del permesso premio, senza esito. Domanda la liberazione condizionale, senza esito. Ogni volta prospetta al suo giudice l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo, sempre senza esito. Ci sarà pure un giudice, si chiede testardamente, e lo trova: non a Berlino, ma a Strasburgo.

È grazie a lui che la Corte europea, per la prima volta, si è pronunciata su questo italico “fine pena mai”, condannandolo perché pena perpetua de facto non riducibile.

E se il legislatore non ne modificherà tempestivamente la disciplina, la natura strutturale del problema provocherà una slavina di ricorsi da parte degli attuali 1.255 ergastolani ostativi (il 70,1% dei 1.790 condannati a vita). Oggi, per gli ergastolani senza scampo, viola è il colore della speranza.

Anche Sebastiano Cannizzaro è un ergastolano ostativo, ristretto a L’Aquila, in galera da ventiquattro anni.

Gli è negata l’ammissione al permesso premio, prima dal magistrato e poi dal tribunale di sorveglianza. Gli stessi respingono anche l’ipotesi di un’impugnazione costituzionale della legge che vieta ogni beneficio penitenziario a chi non collabora con la giustizia. Ricorre allora in Cassazione che, finalmente, solleva la quaestio. Si deve alla sua cocciutaggine se, il 22 ottobre prossimo, la Consulta sarà chiamata a misurare la conformità dell’ergastolo ostativo alla Costituzione.

Tutto ciò ci racconta del protagonismo di Caino nel rimettere sui binari di una ritrovata legalità non solo sé stesso, ma l’intero ordinamento.

La cella di un condannato, addirittura a vita, è l’ultimo posto dove si poteva immaginare di avviare una simile rivoluzione copernicana. Invece, è proprio da lì che tutto nasce, grazie all’uso del diritto (lex) in funzione dei diritti (jura), adoperato da chi pure il diritto e i diritti ha calpestato in passato.

Non sono casi così a testimoniare la metanoia del reo? Le molteplici definizioni che la Corte costituzionale ha dato della finalità rieducativa della pena convergono, tutte, nella necessità di favorire il recupero del reo ad una vita nella società, rispettosa dell’ordinamento democratico configurato in Costituzione. Di ciò, quale segnale è più tangibile che quello di Caino che sostituisce alla violenza l’arma nonviolenta del diritto?

Si badi. La Corte europea non ha riconosciuto a Viola alcuna somma a titolo di indennizzo. E se la Consulta gli darà ragione, Cannizzaro non tornerà libero: potrà solo domandare al suo giudice se la sua condotta carceraria e l’assenza di pericolosità sociale giustificano la concessione di un permesso di qualche ora, dopo un quarto di secolo di galera. Entrambi, dunque, hanno agito non tanto per interesse individuale, ma nell’interesse generale o, perlomeno, di tutti quelli che ancora pensano che l’unica pena giusta sia quella conforme a Costituzione.

Spes contra spem, Caino che si fa speranza contro ogni speranza: questo è accaduto. È una buona notizia: a impedire la recidiva e a proteggere la società, infatti, è più utile la risocializzazione che le manette.

Andrea Pugiotto (Professore di Diritto Costituzionale all’Università di Ferrara)

Il Manifesto, 16 ottobre 2019

Il costituzionalista Andrea Pugiotto : “Non è vero che rivedremo circolare per le strade i boss mafiosi. È una bugia”


Andrea Pugiotto, Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Ferrara, tra i massimi esperti di ergastolo ostativo e capofila nella battaglia per eliminarlo, commenta all’Agi la decisione della Corte Europea. “Dopo la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non è vero che, come ho letto, rivedremo circolare per le strade i boss mafiosi. Questa è una bugia anche se detta da un procuratore antimafia”. Così Andrea Pugiotto, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Ferrara, tra i massimi esperti in Italia di ergastolo ostativo e capofila nella battaglia per eliminarlo, commenta all’Agi la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

“Caduto l’automatismo ostativo – argomenta – si ritornerà alla regola della valutazione giurisdizionale individuale. Si chiama riserva di giurisdizione ed è prevista dalla Costituzione come meccanismo di garanzia per tutti i cittadini, detenuti compresi. Chi preferisce un giudice ‘passacarte’, in realtà mostra totale sfiducia nella magistratura di sorveglianza, preferendo alla sua autonomia e indipendenza una sua subordinazione alle informative degli apparati di polizia”.

“I giudici europei – prosegue il docente – non ignorano affatto il fenomeno mafioso, ma sanno che nessun reato, per quanto grave, legittima la violazione della dignità umana protetta dal ‘divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti’ previsto dall’articolo 3 della Cedu. Non sono affatto sorpreso di questa decisione. La sentenza Viola del 13 giugno scorso non faceva altro che applicare al caso italiano una giurisprudenza consolidatissima che considera contraria all’articolo 3 della Cedu una pena perpetua priva di concrete prospettive di liberazione del detenuto, alla luce del suo percorso educativo. Solo chi antepone la logica della politica a quella, stringente, del diritto, poteva anche solo ipotizzare un esito differente”.

Secondo il professore, autore anche di un libro a quattro mani con l’ex ergastolano Carmelo Musumeci, è sbagliato dire, come riportato da diversi organi di stampa, che “fare la guerra all’ergastolo ostativo è un messaggio ai boss mafiosi” e che “superare l’ergastolo ostativo significa armarli di nuovo” e che “la Corte europea deve dichiarare da che parte sta nella lotta alla mafia”. Per Pugiotto “sono prese di posizione chiaramente mirate a esercitare pressioni sul panel dei 5 giudici europei alla vigilia della loro odierna, coerente e scontata decisione. Eppure, i vari procuratori (anche emeriti) che hanno preso cosi’ la parola dovrebbero sapere che l’articolo 3 della Cedu è una delle sole quattro norme che non ammettono eccezione o sospensione, nemmeno in uno Stato di guerra. I giudici europei non ignorano affatto il fenomeno mafioso, ma sanno che nessun reato, per quanto grave, legittima la violazione della dignità umana protetta da quel divieto. Forse, nei prossimi giorni, ci toccherà sentire voci scandalizzate che chiederanno all’Italia di uscire dal Consiglio d’Europa”.

La decisione di oggi è importante per due ragioni. La prima riguarda il fatto che “la sentenza definitiva segnala nell’ergastolo ostativo un problema strutturale nel nostro ordinamento penitenziario, invitando l’Italia a porvi rimedio attraverso una sua riforma ‘di preferenza di iniziativa legislativa’. Diversamente i molti ricorsi siamesi pendenti a Strasburgo e promossi da altri ergastolani ostativi saranno certamente accolti e l’Italia subirà ripetute condanne per non avere adempiuto all’obbligo di rispettare una delle norme chiave della Cedu”.

La seconda ragione “è che il 22 ottobre, la Corte Costituzionale si pronuncerà su due questioni di legittimità riguardanti l’articolo 4-bis, comma I, dell’ordinamento penitenziario, che introduce il regime ostativo applicato all’ergastolo. I giudici costituzionali dovranno misurarsi con le meditate argomentazioni dei loro colleghi di Strasburgo”.

Attualmente, spiega Pugiotto, “tre ergastolani su quattro sono ostativi, cioè condannati per gravi reati associativi che, diversamente da tutti gli altri ristretti in prigione, non beneficeranno mai di alcuna misura extramuraria a meno che non rivelino ciò che ancora sanno dei loro crimini. Lo scopo di tale regime – come la stessa Corte Costituzionale ha recentemente riconosciuto – è di incentivare, per ragioni investigative e di politica criminale generale, la collaborazione con la giustizia attraverso un ‘trattamento penitenziario di particolare asprezza. Il perno di questo regime – una vera e propria presunzione legale assoluta – è che solo collaborando si ha la prova certa sia della rottura col sodalizio criminale che dell’avvenuto processo di ravvedimento del reo”.

La Corte Europea, argomenta il professore, “non ha bocciato la collaborazione come condizione per accedere ai benefici penitenziari ma ha contestato l’equivalenza tra mancata collaborazione e pericolosità sociale del condannato, invitando il legislatore italiano a prevedere anche per l’ergastolano non collaborante la necessita’ di accedere ai benefici penitenziari, se ha dato la prova del sicuro ravvedimento”.

Per esempio, “la scelta se collaborare o meno puoò non essere libera, quando il reo teme ritorsioni su di sé o vendette contro i propri familiari”. La stessa collaborazione “può nascere anche dall’unico proposito di ottenere i benefici”.

“Ecco perché – è l’opinione di Pugiotto – il solo modo di restituire coerenza al sistema è che sia la magistratura di sorveglianza a valutare, caso per caso, alla luce dell’intero percorso trattamentale del reo, se sia ancora specialmente pericoloso, indipendentemente dalla sua collaborazione con la giustizia. Come diceva Leonardo Sciascia, ‘la criminalita’ mafiosa non si combatte con la ‘terribilita’ del diritto’ ma con gli strumenti dello Stato di diritto'”.

Manuela D’Alessandro 

http://www.agi.it – 09 ottobre 2019

Sen. Ichino (Pd) : Ergastolo e recupero, il bisogno di attuare la finalità della pena


Sen. Pietro IchinoLa condanna al carcere a vita e la rieducazione del detenuto potrebbero essere in antitesi. Dopo il libro del magistrato Elvio Fassone, “Fine pena: ora”, recensito su queste pagine da Corrado Stajano a fine gennaio, sul tema dell’ergastolo ostativo ne esce ora un altro, questa volta scritto da un condannato a quella pena, Carmelo Musumeci, insieme al costituzionalista Andrea Pugiotto (Gli ergastolani senza scampo, Editoriale Scientifica, 2016, pp. 216, € 16.40).

La parte scritta dall’ergastolano consiste nella descrizione esistenziale di un giorno di pena, minuto per minuto, in cinque capitoli: alba, mattino, pomeriggio, sera, notte. Di un solo giorno, perché ne basta uno per dar conto degli altri diecimila precedenti o successivi. Con una avvertenza iniziale che dice tutto: chi è all’ergastolo ostativo può pensare soltanto al passato o al presente; non al futuro, perché per lui non c’è un futuro che non sia identico al presente. Nella seconda parte, Andrea Pugiotto spiega l’ergastolo ostativo dissezionandone con grande finezza la ratio e spiegandone i profili di contrasto con l’articolo 27 della Costituzione: la pena non può essere disumana e deve tendere alla rieducazione del condannato.

Si coniuga così per la prima volta, che io sappia, e molto efficacemente, l’opera dello studioso che sta fuori del sistema penitenziario con la testimonianza personale di chi è dentro, “l’ergastolano senza scampo”. Chi lo ha incontrato sa che, dopo un quarto di secolo di carcere duro, Carmelo Musumeci è ora una persona colta, pienamente recuperata alla convivenza civile, il cui destino di non uscire mai più di prigione stride violentemente con quanto detta la Costituzione.
Anche qui, come nel racconto di Fassone, siamo di fronte al pieno raggiungimento dell’obiettivo posto dalla Costituzione: il recupero del condannato. E anche qui, se la pena consegue questo obiettivo, essa non può al tempo stesso recidere ferocemente ogni speranza di ricucitura del rapporto tra il condannato stesso e i suoi simili che hanno la ventura di essere rimasti “fuori”. Tra i due racconti c’è però una differenza: mentre nel libro di Fassone la narrazione parte dall’inizio della vicenda, cioè dai crimini per i quali il magistrato ha irrogato l’ergastolo, conducendo il lettore lungo il percorso della conversione del condannato, il racconto di Musumeci sulla prima parte della vicenda tace. E invece, almeno in un libro come questo, darne conto è indispensabile.
Parlarne è indispensabile perché significa andare al nocciolo della vicenda, a quella rinascita della persona che segna il raggiungimento di entrambe le finalità della pena previste dalla Costituzione: il recupero del reo ai valori della convivenza civile e la protezione di altre persone contro il ripetersi del suo comportamento criminale.

Certo, residua una terza finalità della pena: la deterrenza, cioè il disincentivo efficace e proporzionato contro i possibili comportamenti criminali di altri individui. Ma è evidente l’impossibilità logica che l’esecuzione di una pena resti immutabile nel suo contenuto e nel suo rigore quando ben due delle sue tre funzioni siano state pienamente adempiute. Dunque, per l’efficacia della giusta battaglia di Carmelo Musumeci e di Andrea Pugiotto in difesa del “diritto a un futuro” dell’ergastolano redento, è essenziale dar conto non soltanto del suo tempo presente, ma anche del suo passato: precisamente dar conto di come nel corso dell’esecuzione della pena si è prodotta la sua redenzione. Anche perché il darne conto comporta il riconoscimento – necessario affinché la battaglia sia vincente – di una funzione positiva che la pena ha svolto, almeno in quella fase passata.

Parlarne è indispensabile anche perché non si può dimenticare che una parte della durezza della pena – la parte prevista dal tristemente famoso articolo 41-bis della legge penitenziaria – non ha una funzione punitiva, ma costituisce una misura di sicurezza: quando a essa ci si oppone occorre dunque sempre spiegare quando e come sia venuta meno l’esigenza di sicurezza per la quale quella misura è stata adottata. Quando il detenuto in regime di 41-bis denuncia la lastra di vetro che impedisce a sua moglie e ai figli di accarezzarlo, il pensiero non può non andare ad altri coniugi e altri figli, ai quali accarezzare il proprio congiunto è impedito da una lastra di marmo: il 41-bis è lì per evitare in modo efficace che altre lastre di marmo si aggiungano, a separare altre persone dal mondo a cui hanno appartenuto. Non si può dimenticare che alla durezza di queste misure si è arrivati negli anni 80 per interrompere la serie tragica degli assassini compiuti dalle Brigate Rosse e in un secondo tempo quella degli assassini compiuti dalle organizzazioni mafiose.
Ma – e su questo Musumeci e Pugiotto hanno pienamente ragione – non si può dimenticare neppure che nella maggior parte dei 700 casi in cui il 41bis oggi si applica, per il modo e il tempo in cui si applica, quel regime è con tutta evidenza incongruo rispetto all’esigenza di sicurezza che dovrebbe giustificarlo.

Pietro Ichino – Senatore della Repubblica (Pd)

Corriere della Sera, 15 marzo 2016

Giustizia: decalogo del rifiuto alla richiesta del Papa di una “grande amnistia”


Cella Carcere ItaliaLa richiesta del Papa “di una grande amnistia” per il Giubileo Straordinario della Misericordia, può anche essere respinta al mittente. Purché lo si motivi con ragioni all’altezza dell’interlocutore, il quale possiede carisma, progettualità, credibilità in quantità che la politica ha smarrito da tempo.

Ovvio l’entusiasmo dei favorevoli, a cominciare dalla voce ragionevolmente visionaria di Pannella. Quanto agli altri, il silenzio generale è stato interrotto da poche risposte verosimili, ma non vere. Eccone il catalogo.

La risposta orgogliosa è, in apparenza, convincente. Rivendica il primato della politica sull’indulgenza cristiana. La misericordia è una virtù morale, che dispone alla compassione e opera per il bene del prossimo perdonandone le offese. Non può però dettare tempi e contenuti delle scelte giuridiche che, laicamente, rispondono all’etica della responsabilità, preoccupandosi delle conseguenze concrete più che dei buoni propositi.

Tutto giusto ma sbagliato se riferito al tema della clemenza, dove la voce di Bergoglio si è aggiunta (e non sostituita) a quella del capo dello Stato e della Corte costituzionale che, da tempo, hanno invocato una legge di amnistia e indulto. Il primo, motivandone le ragioni strutturali nel suo unico messaggio alle Camere, ignorato al Senato, discusso solo di sponda alla Camera. La seconda, evocandolo in un’importante sentenza del 2013 in tema di sovraffollamento carcerario. Rispondere picche al Papa, come già al Presidente Napolitano e ai Giudici costituzionali (tra i quali, allora, sedeva anche Sergio Mattarella), testimonia della politica non l’autonomia, ma la grave afasia.

La risposta pavloviana è quella di chi ama vincere facile. C’è la sua variante rozza (“Mai più delinquenti in libertà”) e quella più forbita (“Le carceri devono essere luoghi di rieducazione, ma chi è condannato deve stare in carcere fino all’ultimo giorno”). È un mantra costituzionalmente stonato. Se le pene “devono tendere” alla risocializzazione, durata e afflittività dipendono, in ultima analisi, dal grado di ravvedimento del reo: questo, alle corte, è quanto imposto dalla Costituzione. La certezza della pena è, dunque, un concetto flessibile, più processuale che sostanziale. Scambiarla con la legge del taglione significa abrogare l’intero ordinamento penitenziario, benché vigente da quarant’anni.

C’è poi la risposta causidica. Interpretare le parole del Papa come un appello alla politica ne fraintenderebbe il senso, esclusivamente ecclesiale. Che tale precisazione venga dal portavoce vaticano non stupisce: già nel 2002 la richiesta di clemenza di Papa Wojtyla – coperta da applausi in Parlamento – fu poi ignorata da deputati e senatori. Prudenzialmente, oltre Tevere, si vorrebbe evitare il déjà-vu.

Se Bergoglio ha usato – per la prima volta – la parola “amnistia”, l’ha fatto a ragion veduta, soppesandone l’inevitabile impatto politico. Non ha improvvisato. Ha proseguito la sua riflessione (sul senso delle pene, sulla necessità di un diritto penale minimo, sui pericoli del populismo penale) e la sua azione riformatrice (abolizione dell’ergastolo, introduzione del reato di tortura), entrambe costituzionalmente orientate. Isolare da ciò il suo appello alla clemenza è come divorziare dalla realtà delle cose.

Dal governo, invece, è giunta la risposta stupefatta: “Ma come? Proprio ora che il tasso di sovraffollamento è calato, grazie a misure deflattive adeguate? Proprio ora che si è aperto un grande cantiere per la riforma della giustizia e dell’ordinamento penitenziario?”. Lo stupore nasce da un fraintendimento di fondo: quello per cui un atto di clemenza generale sarebbe alternativo a riforme strutturali, quando invece ne rappresenta un tassello essenziale. Amnistia e indulto sono previsti in Costituzione come utili strumenti di politica giudiziaria e criminale, a rimedio di una legalità violata da un eccesso di processi e detenuti. È solo la sua rappresentazione collettiva (decostruita efficacemente da Manconi e Torrente nel loro libro La pena e i diritti, Ed. Carocci, 2015) ad aver trasformato una legge di clemenza da opportunità a catastrofe per i propri dividendi elettorali.

Resta la risposta possibilista. Fare in modo che “una legittima aspirazione della Chiesa possa diventare un fatto politico” (così il Presidente Grasso); tradurre questa richiesta “in qualche cosa di strutturale, che rimanga anche dopo” (così il ministro Orlando). Come? Le maggioranze dolomitiche necessarie e le divisioni tra le forze politiche, temo, bloccheranno i disegni di legge ora fermi in Commissione al Senato. Perché, allora, non riformare l’art. 79 della Costituzione che, nel suo testo attuale, oppone così rilevanti ostacoli alla loro approvazione? L’ultima amnistia risale al 1990, l’ultimo indulto al 2006. Restituire agibilità politica e parlamentare agli strumenti di clemenza: questa sarebbe una risposta possibile, e all’altezza della misericordia giubilare.

Andrea Pugiotto

Il Manifesto, 9 settembre 2015

 

Contro l’ergastolo, le parole di Papa Francesco. Molti Giudici sapranno ascoltarle ?


Papa FrancescoLo spettacolare discorso del Pontefice sui temi della giustizia penale ha il destino segnato. All’inizio echi sui media e plauso generale; poi i primi distinguo e i persistenti silenzi; infine la sua riduzione a profetica testimonianza.

È un dejà vu. Inviato un anno fa, il messaggio del Quirinale sulla condizione carceraria non è stato mai discusso in Senato. La Camera invece, asserendo incredibilmente che non lo si potesse dibattere in Aula, preferì discuterne i contenuti di sponda, dopo cinque mesi e due rinvii, in un emiciclo semivuoto.

Destino comune perché comune è il denominatore dei due documenti: lucidità di diagnosi, rigore nella prognosi, chiarezza nell’indicare i rimedi. Inevitabile, per la politica, la tentazione del fuggi fuggi generale.

Eppure, per la posta in gioco, l’intensa riflessione del Papa chiama all’assunzione di responsabilità tutti: chi plasma il diritto penale (il legislatore), chi gli dà forma di diritto vivente (i giudici e la dottrina giuridica), chi ne controlla la legittimità (la Consulta), chi è chiamato a informare senza cedere alle semplificazioni del populismo penale (i media). Vedremo chi sarà all’altezza della sfida.

Esserne all’altezza significa assumerla integralmente. Soprattutto nel punto di massima contraddizione: il ripudio della pena capitale e dell’ergastolo. In Italia, infatti, non c’è più la pena di morte, mentre sopravvive la pena fino alla morte.

Ha ragione Francesco: “L’ergastolo è una pena di morte nascosta”. Quanti sanno, infatti, che in Italia esistono non uno ma più ergastoli (comune, con isolamento diurno, ostativo)? Quanti sanno che, oggi, gli ergastolani sono 1.576? Molti reclusi da oltre 26 anni, senza liberazione condizionale; altri da più di 30 anni, durata massima per le pene detentive. Quanto a quelli ostativi (1.162, la stragrande maggioranza), sono ergastolani senza scampo: per essi le porte del carcere non si apriranno mai.

Dobbiamo forse attenderne la morte, per riconoscere che tutte queste persone scontano una pena senza fine? Nel frattempo, su di loro ci si accanisce. Leggi recenti negano agli ergastolani il beneficio della liberazione anticipata speciale, la durata massima dell’internamento in ospedale psichiatrico giudiziario, finanche il rimedio risarcitorio per detenzione inumana. Come se la loro colpa fosse uno stigma irredimibile, quando invece per Costituzione tutte le pene “devono tendere” alla risocializzazione del reo.

La pena di morte, “in tutte le sue forme” viene collegata dal Papa “con l’ergastolo”, entrambe abolite in Vaticano nel 2013. Altrettanta coerenza è pretesa dalla Costituzione. Il suo art. 27, 4° comma, rifiuta sanzioni irrimediabili: la pena di morte è vietata perché condannare un innocente è sempre possibile. L’ergastolo, al contrario, è un atto di fede cieca verso un’infallibilità giudiziaria che la Costituzione esclude.

La fallacia normativistica di un ordinamento a prova di errore si spinge, con l’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, al paradosso kafkiano: se condannati all’ergastolo ostativo, auguratevi di essere davvero colpevoli, perché solo il colpevole può utilmente collaborare con la giustizia (guadagnando così una possibile libertà). Ma se malauguratamente foste innocenti, peggio per voi: dovrete rassegnarvi a morire murati vivi.

Quarant’anni fa la Consulta liquidò il problema della costituzionalità dell’ergastolo con una motivazione più breve di questo articolo. Da allora mai più un tribunale ha risollevato la questione. Molti giudici, commossi e ammirati, avranno letto le parole del Papa contro il “fine pena mai”. Sapranno anche ascoltarle?

Andrea Pugiotto

Il Manifesto, 29 ottobre 2014

In Italia più di 1.000 ergastolani “ostativi”, lo Stato non rispetta la sua legalità


carcere chiaveIntervista ad Andrea Pugiotto, Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Ferrara, realizzata dalla giornalista Francesca de Carolis.

Il luogo comune che nessuno muore in carcere a fronte di una realtà di più di mille ergastolani ostativi; il confine costituzionale fra forza e violenza che impedisce che l’uso della prima sconfini in quello della seconda; un tema, quello dell’ergastolo, su cui la volontà popolare non può esercitarsi, in quanto di rilevanza costituzionale; il rischio che il problema gravissimo del sovraffollamento fa correre: che il reo diventi vittima.

Quando e perché ha scelto di fare della questione carceraria e in particolare dell’ergastolo non solo il suo filone principale di studio, ma anche una vera e propria battaglia civile?

Provo a rispondere muovendo da un dato giuridico. Nel nostro ordinamento penale esiste un principio secondo il quale, quando si ha il dovere giuridico di impedirlo, non evitare un reato equivale a cagionarlo. Analogamente, avere una competenza (cioè un sapere) e non fare nulla, è un grave peccato di omissione o, per noi laici, una grave responsabilità personale. Nasce da qui, da questa consapevolezza, l’urgenza non solo di studiare e di scrivere, ma anche di trovare strumenti inediti ed efficaci in grado di veicolare il proprio sapere in una battaglia di scopo.

Non accade spesso, tra i membri dell’Accademia…

Non saprei dire. E comunque, in questo, ognuno risponde solo a se stesso: nel mio caso la circolarità tra l’impegno scientifico e l’impegno civile era un esito pressoché obbligato. Da costituzionalista, infatti, ho sempre pensato il diritto come violenza domata, e la Costituzione come regola e limite al potere. Visti da tale angolazione, il carcere e le pene rappresentano indubbiamente un campo d’indagine privilegiata, un banco di prova tra i più impegnativi per misurare la distanza tra la dimensione ontica del diritto, la sua effettività, e la dimensione deontica del diritto, il suo dover essere. O, se preferisce, tra il diritto vivente e il diritto che insegno.

Iniziamo dall’ergastolo, al cui superamento lei ha dedicato un’attenzione tutta particolare. Un tema impopolare, senza parlare del luogo comune difficile da scalfire: “l’ergastolo in Italia non esiste più”…

Sul tema dell’ergastolo, ma vale in realtà per tutti i principali problemi che ruotano attorno alle pene e alla loro esecuzione, è davvero larga la forbice tra il senso comune e la realtà delle cose. Ecco perché è fondamentale la parola, lo scritto, il dibattito pubblico, la capacità di creare momenti di riflessione non reticente: tutte occasioni capaci di colmare la distanza abissale tra l’opinione omologata, la doxa dominante, e la consapevolezza delle cose, l’epistème. Quante persone sanno, ad esempio, che in Italia esistono non uno ma più tipi di ergastolo? Quante sono al corrente che, al 22 settembre 2014, dietro le sbarre si contavano 1.576 ergastolani dei quali ben 1.162 ostativi?

Parlo di ergastoli al plurale perché, accanto a quello comune contemplato nell’art. 22 del codice penale, presentano un proprio regime autonomo ed una propria ratio l’ergastolo con isolamento diurno (art. 72 c.p.) e l’ergastolo ostativo (per i reati previsti all’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario). Di ergastolo nascosto si deve poi parlare per l’internamento dei rei folli negli ospedali psichiatrici giudiziari che, di rinnovo in rinnovo, spesso si traduce in una detenzione senza fine. Degli attuali 1576 ergastolani, molti sono reclusi da oltre 26 anni, che pure è il termine raggiunto il quale è possibile accedere alla liberazione condizionale, anche se si sta scontando una pena a vita. Altri addirittura sono in carcere da più di 30 anni, che è la durata massima per le pene detentive. Quanto agli ergastolani ostativi (e sono almeno 681), sono condannati a morire murati vivi, perché per essi – salvo non mettano qualcuno al loro posto, collaborando proficuamente con la giustizia – le porte del carcere non si apriranno mai. Mi (e vi) domando: dobbiamo forse attenderne la morte in carcere, per affermare che queste persone stanno scontando una pena senza fine?

L’ergastolo, però, è già stato sottoposto a giudizio, sia costituzionale, mi riferisco alla sentenza n. 264 del 1974, che popolare con referendum radicale del 1981. Tutte e due le vote ne è uscito confermato…

Quanto a quel voto popolare contrario all’abrogazione dell’ergastolo, come per ogni altro referendum la vittoria del no non produce alcun vincolo giuridico, perché solo la vittoria del sì – con conseguente cancellazione della legge – è in grado di innovare l’ordinamento. Semmai, il fatto che la Corte costituzionale abbia allora dichiarato ammissibile il quesito, ci dice che l’ergastolo non è una pena costituzionalmente necessaria: le leggi il cui contenuto è imposto dalla Costituzione, infatti, non possono essere sottoposte a referendum abrogativo. Da ultimo, vorrei ricordare che anche la sovranità popolare si esercita “nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1, 2° comma) e se l’ergastolo è una pena illegittima, non basta a metterlo in sicurezza un voto referendario.

Ma la Corte costituzionale, ricordavamo, ha escluso che il “fine pena mai” violi la nostra Carta fondamentale…

Quella sentenza di rigetto, che risolveva un problema gigantesco con una motivazione di sole tremila battute, giuridicamente, non preclude la riproposizione della questione di legittimità dell’ergastolo. Da allora, infatti, il quadro costituzionale è mutato: pensi, ad esempio, all’introduzione in Costituzione nel 2007 del divieto incondizionato della pena di morte (art. 27, 4° comma), che molto ci dice sull’illegittimità di pene irrimediabili e che eleva a paradigma la finalità risocializzatrice cui tutte le pene “devono tendere”, come enuncia l’art. 27, 3° comma. La stessa giurisprudenza costituzionale, nel tempo, ha valorizzato in massimo grado questo vincolo di scopo, che non può mai essere sacrificato integralmente ad altre diverse finalità, arrivando anche, con la sentenza n. 161/1997, a dichiarare illegittimo l’ergastolo per i minori. Infine, quella sentenza di quarant’anni fa diceva cose che, oggi, andrebbero rilette con maggiore attenzione di quanto finora è stato fatto.

Ci spiega?

La ratio decidendi di quella decisione è che l’ergastolo non viola la Costituzione perché non è più pena perpetua, potendo il condannato a vita beneficiare della liberazione condizionale, istituto che estingue la pena restituendo il reo alla libertà. Con tutto il rispetto, si tratta di un sofisma. Equivale a dire che l’ergastolo esiste in quanto tende a non esistere. Rovesciato, quell’argomento dimostra che una reclusione a vita è certamente incostituzionale: dunque, tutti i condannati che per le ragioni più varie hanno scontato l’ergastolo fino a morirne, sono stati sottoposti a una pena che la Costituzione respinge. È accaduto. Accade anche oggi. Continuerà ad accadere, finché sopravvivrà la previsione legislativa di una pena perpetua.

Perché, allora, in tutti questi anni, l’ergastolo non è mai stato cancellato dal codice penale?

Perché le pene, la loro tipologia, la loro durata, rappresentano un formidabile “medium comunicativo”, come dice Giovanni Fiandaca, manipolabile ad arte e catalizzatore di ansie sociali, È un serbatoio cui la politica attinge a piene mani per rispondere simbolicamente alla paura percepita dal corpo sociale. Ma dal quale si tiene alla larga, quando si tratta di restituire al diritto penale cornici edittali più ragionevoli di quelle attuali, o se si tratta di mettere in discussione un sistema penale tolemaicamente costruito attorno al paradigma della pena detentiva. Difficile, in questo contesto, che l’ergastolo, cioè la massima tra le pene, possa essere cancellato da un voto, parlamentare o referendario, entrambi suggestionabili ad arte.

Infatti lei ha indicato come strada alternativa l’incidente di costituzionalità davanti alla Consulta. E a questo scopo ha elaborato un atto di promovimento (pubblicato nella rivista Diritto Penale Contemporaneo e che è anche in appendice al volume Volti e maschere della pena curato con Franco Corleone). Perché questa strada dovrebbe riuscire dove hanno fallito legge e referendum?

Prevedere come i giudici costituzionali risponderebbero a rinnovati dubbi di legittimità sull’ergastolo va oltre le mie capacità. Tuttavia, diversamente da un voto politico, so che il loro giudizio andrà argomentato secondo coerenza logica e giuridica, sarà guidato da un principio di legalità costituzionale che ha una sua logica stringente non inquinabile da ragioni di opportunità. Riducendo l’essenziale all’essenziale: i giudici delle leggi rispondono alla Costituzione, non al consenso popolare. Compito del giudice che impugna la legge è argomentare persuasivamente perché il carcere a vita, cioè a morte, si collochi fuori dall’orizzonte costituzionale delle pene. In ciò la dottrina giuridica può dare il suo contributo. Dopo di che, vale la massima “fai ciò che devi, accada quel che può”.

Può sembrare un atto di sfiducia nella logica democratica, fatta di partiti, confronto parlamentare, leggi approvate a maggioranza…

Capisco l’obiezione ma la respingo. Nasce dall’ubriacatura di questi ultimi vent’anni a favore di una mera democrazia d’investitura, quasi che gli strumenti della sovranità popolare si risolvano esclusivamente nel voto periodico, inteso come delega a una forza politica, a sua volta riunita attorno al capo di turno che tutto prevede e a tutto provvede. La democrazia liberale, disegnata nella nostra Costituzione, è molto più ricca e articolata. Prevede la rappresentanza politica, ma anche la seconda scheda referendaria, il pluralismo associativo, l’esercizio delle libertà civili, la rivendicazione dei propri diritti per via giurisdizionale. La sovranità popolare, in altri termini, si esercita continuamente attraverso tutti questi canali di partecipazione. Tra essi c’è anche la via della questione di costituzionalità, laddove ne ricorrano le condizioni di ammissibilità previste dalla legge.

La via giurisdizionale come forma complementare di partecipazione politica, dunque?

In un certo senso è così. Per la condizione carceraria, ad esempio, il processo di riforme introdotte nell’ultimo anno da Governo e Parlamento è stato messo in moto da importanti decisioni giurisdizionali sui diritti dei detenuti, pronunciate dalla Corte di Strasburgo e dalla Corte costituzionale, sollecitate opportunamente da singoli detenuti o da giudici chiamati, altrimenti, ad applicare norme illegittime. Diversamente, tutto sarebbe rimasto come prima. Spero accada, e presto, anche per l’ergastolo.

Più in generale, comunque il diritto esige sanzioni per condotte penalmente illecite, pene detentive, anche dure…

Premesso che la pena è un male necessario, senza il quale sarebbe a rischio l’esistenza stessa dell’ordinamento e, con esso, le condizioni minime necessarie a una convivenza pacifica, va fatta salva una precisazione, in verità decisiva. La nostra Costituzione ammette la forza di cui lo Stato ha il monopolio ma nega la violenza. E lo fa proprio con riferimento alle situazioni in cui il soggetto è nelle mani dell’apparato statale: se è costretto a una qualunque restrizione di libertà (art. 13, 4° comma), durante l’esecuzione della pena (art. 27, 3° comma), quando è sottoposta a un trattamento sanitario obbligatorio (art. 32, 2° comma). I tanti obblighi internazionali che pongono il divieto di trattamenti crudeli, inumani, degradanti, e ai quali l’Italia è egualmente vincolata ora anche per obbligo costituzionale (mi riferisco all’art. 117, 1° comma), chiudono questo cerchio normativo. Ecco il punto: quando la pena minacciata dal legislatore, irrogata dal giudice, eseguita dalla polizia penitenziaria sotto il controllo della magistratura di sorveglianza, travalica il confine che separa la forza dalla violenza, non è più una pena legale.

E questo è proprio quello che accade nelle nostre carceri sovraffollate, come ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo, condannando l’Italia per il divieto di tortura sancito dall’art. 3 della Cedu…

Esattamente. Anche qui urge una precisazione, per me decisiva. Affrontare il problema “strutturale e sistemico”, per dirla con i giudici di Strasburgo, di galere colme fino all’inverosimile, non significa fare fronte a un problema umanitario, né essere chiamati a un sussulto di civiltà o a un obbligo morale. Quello che abbiamo davanti, e di cui il sovraffollamento è solo il lato più visibile, è innanzitutto un problema di legalità. La sua soluzione, dunque, non è una scelta dettata da buonismo o affidata a valutazioni di opportunità politica. È, semmai, un vero è proprio dovere costituzionale cui non possiamo sottrarci. Pena, altrimenti, un micidiale cortocircuito ordinamentale.

Quale?

Quello per cui, mentre condanna un soggetto ad espiare una pena per aver violato la legge, è lo Stato che contestualmente viola la propria Costituzione, la Cedu, l’ordinamento penitenziario e finanche il suo regolamento di esecuzione. È un cortocircuito micidiale perché, a riconoscere che lo Stato non rispetta la propria legalità sono i suoi stessi organi apicali: sul problema del sovraffollamento carcerario, per esempio, i richiami più severi sono venuti dal Presidente della Repubblica, dalla Corte costituzionale, dal Primo Presidente della Corte di cassazione. La stessa Presidenza del Consiglio, con propri decreti, ha proclamato nel 2010 e reiterato negli anni successivi lo stato di emergenza in ragione dell’attuale condizione carceraria. Sono state addirittura emanate apposite circolari ministeriali che riconoscono il problema dei troppi suicidi dietro le sbarre, la violazione della capienza regolamentare nelle carceri, il problema di una carente assistenza sanitaria per i detenuti. Se questo è il quadro, corriamo il serio pericolo che il reo diventi vittima, perdendo così la consapevolezza della propria condotta antigiuridica, percepita come minuscola davanti a una illegalità statale tanto certa quanto vasta.

Lei fa molti incontri in carcere e in carcere, è entrato più volte. Che percezioni ne ha ricavato?

Entrare in un carcere, anche se occasionalmente, è un’esperienza sconvolgente. Varchi uno, due, tre, più cancelli che, ad ogni passaggio, si richiudono rumorosamente alle tue spalle. Gli odori, i suoni, i colori, gli spazi, i visi che incroci – del detenuto, dell’agente penitenziario, dei familiari di detenuti, il più delle volte mogli, madri, sorelle fuori dal carcere in attesa di entrare per i colloqui – ti si imprimono nel ricordo. È come se tutti i tuoi sensi acuissero la loro capacità di percezione. Fondamentalmente, è un’esperienza che ti mette in contatto con il dolore più sordo, quello che sembra non avere né rimedio né speranza. Per quanto mi sia sforzato, non riesco minimamente a realizzare che cosa siano, quotidianamente, il tempo dietro le sbarre, l’assenza di spazio, la convivenza coatta tra detenuti, l’amputazione della sessualità come libera scelta.

Dove trovare le parole per far capire a chi non ha visto, per raccontare…

Nella letteratura spesso riesco a trovare le parole capaci di raccontare del carcere ciò che altrimenti non saprei personalmente narrare. Adriano Sofri, su tutti, ha questa straordinaria dote. Penso ai suoi libri più carcerari: Le prigioni degli altri (Sellerio), Altri Hotel (Mondadori, 2002), alcune pagine di Piccola posta (Sellerio, 1999) e quelle sull’ergastolo in Reagì Mauro Rostagno sorridendo (Sellerio, 2014). Tra le mie letture più recenti, ho trovato coinvolgenti alcuni romanzi che ruotano attorno all’esperienza del carcere, guardata con occhi diversi: lo sguardo del detenuto che è entrato e uscito di galera (Sandro Bonvissuto, Dentro, Einaudi, 2012), lo sguardo dei figli di madri detenute che hanno vissuto i loro primi tre anni di vita dietro le sbarre (Rosella Postorino, Il corpo docile, Einaudi, 2013), lo sguardo dei genitori di figli detenuti in regimi di massima sicurezza (Francesca Melandri, Più alto del mare, Bur, 2012). Per capire l’ergastolo, poi, i libri di Nicola Valentino, Carmelo Musumeci e – senza alcuna piaggeria – le testimonianze da lei raccolte Urla a bassa voce (Stampa Alternativa, 2012) sono stati per me letture fondamentali.

La scrittura e la lettura, in effetti, possono essere chiavi d’accesso a una realtà, come quella del carcere, altrimenti sconosciuta…

È vero, ma c’è anche dell’altro. Le parole “libro” e “libertà” derivano dalla medesima radice: liber. Ci aveva mai fatto caso? Io la trovo una coincidenza fantastica. Non è una bizzarria, allora, se in altri paesi per ogni libro letto in detenzione è prevista una riduzione della pena da scontare. Del resto, non si è sempre detto che la lettura è una forma di evasione?

Una Città, 15 ottobre 2014

Senza l’ergastolo. Per una società non vendicativa. Convegno al Carcere di Padova


radioradicale logoConvegno promosso nell’ambito della Giornata Nazionale di studi dal titolo “Le pene estreme: ergastolo e tortura. Per una critica della penalità” promosso da Ristretti Orizzonti, dal Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata (FISPPA) e dal Corso Di Sociologia della Devianza, di Sociologia del diritto e Master in Criminologia Critica dell’Università di Padova, dall’Associazione Antigone per i diritti e le garanzie nel sistema penale e dall’Unione delle Camere Penali Italiane.

Padova 6 Giugno 2014

http://www.radioradicale.it/scheda/413289

 

Giustizia: Strasburgo, fine corsa per le patrie galere?


CC Busto ArsizioDopo la sentenza Torreggiani sul sovraffollamento, l’Europa potrebbe concedere più tempo all’Italia per rendere meno “disumane” le sue carceri. Ma il rispetto della Costituzione è ancora lontano.

Scade oggi l’anno concesso all’Italia per trasformare il carcere in luogo di legalità. Il cronometro era scattato dopo la condanna a Strasburgo per violazione del divieto di tortura, causata da un sovraffollamento carcerario “strutturale e sistemico”, denunciato da una marea di ricorsi. Nei prossimi giorni conosceremo il verdetto su quanto fatto e non fatto dalle autorità italiane. Previsioni?

Tracciamo il perimetro giuridico del problema. La condanna nasceva dalla carenza di spazio in cella (sotto i 3 mq a detenuto). Un “malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano”, che impone “senza indugio” rimedi effettivi sia preventivi che compensativi. Tutto il resto viene dopo.

Il Guardasigilli è fiducioso. Le novità normative e le azioni amministrative realizzate, incidendo sui flussi detentivi in entrata e in uscita, avrebbero ridotto la popolazione carceraria a 59.500 unità. È stata avviata la riduzione dei circa 18.000 detenuti ristretti in uno spazio tra 3 e 4 mq, troppo vicino al margine sanzionato a Strasburgo. È in funzione un sistema che consente – con un clic sul computer – di monitorare le condizioni di ogni detenuto, in ogni cella, in ogni carcere. Missione compiuta, dunque? Queste cifre sono oggetto di non infondate contestazioni. Assumiamole, egualmente, per vere. Statisticamente, forse, soddisferanno “un prosaico calcolo geometrico della sofferenza” (Giostra). Restano tuttavia sopra la capienza regolamentare, che pure il ministero stima assai generosamente in 48.300 posti.

Resta insoddisfatto l’obbligo di introdurre adeguati rimedi compensativi. Il governo pensa a indennizzi pecuniari ovvero a sconti di pena per chi è ancora recluso. La monetizzazione di un trattamento inumano ha un che di osceno ma è nella logica del risarcimento del danno. Più problematico, anche alla luce della giurisprudenza di Strasburgo, è l’altro rimedio ipotizzato: perché l’art. 3 Cedu (divieto di tortura) non consente bilanciamenti di alcun genere. Diversamente, ad esempio, dall’art. 6 Cedu (durata ragionevole del processo), la cui violazione può compensarsi – come ha ammesso la Corte europea – con una riduzione della successiva condanna.

È realistico, allora, attendersi una proroga rispetto all’odierna scadenza. E non solo come apprezzamento per quanto fatto dall’Italia, che è molto ma non è abbastanza. Dietro la sentenza-pilota di un anno fa c’è anche l’interesse della Corte europea a non affogare in migliaia di ricorsi siamesi (ad oggi, 6.829): Strasburgo non può né deve né vuole trasformarsi in giudice di ultima istanza per un paese – il nostro – incapace di rispettare lo standard minimo e non incomprimibile di superficie dietro le sbarre.

Dovevamo pensarci prima. La sentenza Torreggiani nulla dice che la politica non sapesse: già nella scorsa legislatura le Camere discussero in seduta straordinaria il problema della condizione carceraria. Nella Legislatura attuale, serviva un tempestivo dibattito parlamentare del messaggio presidenziale, parcheggiato invece per mesi. Serviva un atto di clemenza generale imposto dalla straordinaria gravità della situazione: come richiesto – inascoltati – da Quirinale, Consulta, Primo Presidente di Cassazione e da un Marco Pannella mai domo.

Si è scelto diversamente, a favore di un’aritmia normativa che ci costringerà a giocare i tempi di recupero. Sapendo fin d’ora che, adempiuto il giudicato europeo, saremo ancora a metà dell’opera. Perché il nostro orizzonte resta quello costituzionale di una pena che deve tendere alla risocializzazione del reo. Un orizzonte che non si misura soltanto in metri quadri.

di Andrea Pugiotto

Il Manifesto, 28 maggio 2014