Catanzaro, i Pm fanno danni e lo Stato paga. 26 mila euro di risarcimento per il collega Magistrato ingiustamente indagato


tribunale_catanzaroL’ultimo errore giudiziario “inescusabile” che lo Stato dovrà risarcire chiama in causa il sindaco di Napoli ed ex “toga” Luigi De Magistris. La legge Vassalli sulla responsabilità civile dei magistrati, da pochi giorni soppiantata dalle nuove norme del governo Renzi, ha concluso i suoi 27 anni di applicazione con un caso clamoroso: Palazzo Chigi dovrà risarcire 22.400 euro (circa 26mila con le rivalutazioni Istat), tra danni e spese legali, in favore di Paolo Antonio Bruno, magistrato di Cassazione che la procura di Catanzaro, nel 2004, aveva perquisito e indagato per concorso in associazione mafiosa. A firmare quel provvedimento, poi rivelatosi abnorme, erano stati l’allora procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi (deceduto nel 2011), il pm De Magistris (dimessosi dalla magistratura a fine 2009 per entrare in europarlamento con l’Idv di Di Pietro) e l’aggiunto Mario Spagnuolo (ora procuratore capo a Vibo Valentia).

A condannare lo Stato per almeno due “errori inescusabili”, commessi dalla procura di Catanzaro ben 11 anni fa, è stato il mese scorso il Tribunale civile di Salerno con motivazioni che pesano come macigni e ora aprono una serie di interrogativi: il governo avrà o no l’obbligo di rivalsa entro due anni su De Magistris, ora che non è più in magistratura? Varranno le vecchie norme della Vassalli o quelle più salate della nuova legge Orlando (fino alla metà dell’annualità dello stipendio)? In assenza di una norma transitoria, vige l’incertezza sui procedimenti pendenti. Agli atti resta però un fatto: in dieci anni, il nono e ultimo caso di condanna dello Stato per un errore giudiziario, valutato sulla base della Vassalli, tocca la procura di Catanzaro, finita tra il 2006 e il 2008 nell’occhio del ciclone.

Le inchieste “Toghe lucane”, “Why Not” e “Poseidone” aprirono una stagione di guerre intestine alla magistratura (De Magistris intercettò alcuni colleghi e avviò un conflitto col suo capo Lombardi) e di scontro frontale con la politica (nel registro degli indagati, poi archiviati, finirono anche l’allora premier Prodi e l’ex Guardasigilli Mastella).

Il giudice Paolo Antonio Bruno si era trovato coinvolto in una precedente inchiesta di Catanzaro che, il 9 novembre del 2004, aveva portato all’arresto di sei persone, tra cui l’ex parlamentare forzista Matacena, accusate a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso e minaccia a un corpo giudiziario. L’ipotesi di De Magistris era la seguente: a Reggio Calabria ci sarebbe stato un comitato di affari che avrebbe cercato di condizionare i magistrati della Dda per bloccare le inchieste. Tra i 34 indagati anche il consigliere di Cassazione Bruno. Il quale aveva solo una “colpa”: essere nato a Reggio. Il filone principale fu chiuso con l’assoluzione in primo grado di tutti gli imputati.

E anche il giudice Bruno ha avuto ragione in toto. Il gup di Roma, competente per territorio e al quale Catanzaro ha inviato gli atti in ritardo, dopo averli girati per errore a Perugia, ha archiviato tutte le accuse. E lo ha fatto, scrive il Tribunale di Salerno che ha condannato lo Stato, “non già in forza di sopravvenienze investigative, ma sulla base della mera presa d’atto che fin dall’inizio mancava qualsiasi elemento, sia pure di mero sospetto, idonea a sorreggere l’accusa come prospettata”. Le indagini, poi, hanno avuto una “durata assolutamente irragionevole”, senza contare che il magistrato perquisito non è mai stato interrogato, nonostante lo avesse chiesto per oltre un anno.

Silvia Barocci

Il Messaggero, 2 marzo 2015

Concorso esterno in Associazione mafiosa. Un reato che non esiste nel Codice Penale


Magistrati1Dubai ha detto di no. Matacena non sarà estradato in Italia per espiare la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa che la Corte di Cassazione aveva ridotto da cinque a tre anni di reclusione.

Le vicinanze alla ‘ndrangheta ritenute in sentenza, esauritesi come comprovato dai Giudici di legittimità nell’anno 1998, non sono titolo di reato a Dubai e, nel rispetto dei trattati internazionali, l’estradizione non può essere concessa. E’ la dimostrazione, afferma Matacena : “che negli Emirati Arabi vengono rispettati i diritti del cittadino”.

Il tema è di ampio respiro e ripropone l’annosa questione sull’esistenza del reato di concorso esterno in associazione mafiosa, della sua tipicità, della possibilità di inalvearlo in una ipotesi normativa specifica che indichi, nel rispetto del principio di tassatività della norma penale, quali condotte, come connotate, da quale volontà sostenute, portino alla condanna.

Il concorrente esterno, infatti, è nel nostro ordinamento figura di mera matrice giurisprudenziale ovvero creata non dal legislatore ma dai giudici per rispondere all’esigenza di punire efficacemente l’operato di chi agisce appannaggio di una associazione malavitosa senza entrare appieno nei meccanismi partecipativi di essa; di chi si muove in un’area grigia e sfumata in modo fattivo e finalisticamente orientato alla vita del sodalizio ma senza farne parte.

E, tuttavia, la zona grigia per la sua indefinita ampiezza svela l’iniquità di un meccanismo che vuole a parametro di punibilità un reato che non è norma che, in sostanza, non esiste. La creazione, infatti, applica le norme sul concorso di persone nel reato, all’art. 416 bis del codice penale (associazione mafiosa). Non partecipazione, dunque, per il concorrente esterno, ma mero concorso nel reato.

Appare evidente come si tratti di un escamotage di “giustizia” che sfugge a qualsiasi controllo di specificità e consente di assoggettare a sanzioni gravi condotte sfaccettate ed ampie al punto da lasciare alle forbici della libera interpretazione del giudice una smisurata apertura. A chi giudica è dato, infatti, rinvenire nelle strette maglie residue tra partecipazione piena e favoreggiamento al consesso sodale, ipotesi di azione punibile a cavallo tra l’ una e l’ altra e modulare di conseguenza il rigore sanzionatorio.

In realtà, le differenze di condotta, a volte sfumate, tra l’essere un componente di un consesso mafioso – colui che non solo è, ma fa parte dell’associazione, come specificano le Sezioni Unite della Suprema Corte – il cui agire è dinamico e funzionale alla vitalità del sodalizio; e l’essere un mero favoreggiatore, ossia offrire un contributo anche occasionale ma determinante quale aiuto al raggiungimento delle finalità, generali o settoriali, dell’associazione, trovano adeguata risposta nel codice penale e nella discrezionalità dei magistrati di applicare le pene dal massimo al minimo della previsione edittale.

In ultima analisi, dunque, non solo il concorso esterno in associazione mafiosa è reato inesistente, non tipico e, di conseguenza in conflitto con il principio di tassatività che deve regolare la materia penale, ma non appare neppure necessario un intervento riformatore stante l’assenza di vuoti normativi non colmabili con il libero, a volte troppo, convincimento del giudice.

Maria Brucale, Avvocato del Foro di Roma

Il Garantista della Calabria, 14 Luglio 2014